Ramadan e Yoga

20 Giugno 2016 |  Tagged , | Lascia un commento

 

 

 

 

 

 

 

 

https://arca.unive.it/retrieve/handle/10278/3566/21410/semantiche-dell-impero-100609.pdf

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’IMAM ABU HANIFA E GLI ATTI CULTUALI ISLAMICI NELLE LINGUE NAZIONALI

E questo messaggio lo rendemmo facile all’intelletto, nella tua lingua…” (Corano, 19:97)

La riforma evolutiva e genuina dell’Islam inizierà quando si riconoscerà che le Parole Divine espresse in ogni lingua hanno il loro carattere Divino, e che la preghiera recitata in qualsiasi lingua è accettata da Allah. Il Profeta Muhammad (S) aveva permesso ai suoi discepoli stranieri di recitare le preghiere nella loro lingua. Salman il Persiano, che l’Imam Ali aveva salvato da un leone, fu il primo ad ottenere quest’autorizzazione. È riferito che Salman al-Farisi tradusse il primo capitolo del Corano, al-Fatiha, in lingua Persiana affinché i Musulmani Persiani potessero recitarlo nelle loro orazioni (The Islamic Quarterly, Volumi 11-13, 1967). Inoltre, aveva espressamente permesso ad altri di recitare il Corano nei loro rispettivi dialetti dichiarando che è stato rivelato in sette lingue.

La tradizione Musulmana narra che ai primordi dell’Islam era pratica comune parafrasare in vernacolo locale dopo la recitazione in Arabo. Alcuni governanti Arabi dopo aver conquistato nuove terre erano interessati a tradurre parti del Corano nei dialetti locali. Tuttavia, non sembra esserci stato nessun tentativo di tradurre l’intero Corano in un’altra lingua straniera durante il primo periodo della storia Islamica (Abdullah Saeed, The Qur’an: An Introduction, pag. 121).

Il Corano è una prova per tutta l’umanità, e la sfida del Corano a comporre versi simili (Corano, 2: 23, 10: 38, 11: 13, 17: 88, ecc…) si applica alle persone di ogni nazionalità e persino ai demoni. Perciò, anche i Persiani vennero sfidati a comporre dei versi simili in Persiano.

Nei primi secoli dell’Islam, era opinione generale che gli atti devozionali compiuti senza un’adeguata comprensione del cerimoniale fossero inutili. L’Imam Abu Hanifa considerò che la recitazione della preghiera (namaz) e del sermone (khutba) è lecito e valido in qualsiasi lingua. (Vedasi “Il Jawahir al-Akhlatiyyah di Allamah Muhammad Akhlati” e il “Radd al-Muhtar ala ad-Durr al-Mukhtar di Muhammad Amin ibn Abidin ash-Shami” – capitolo sulle preghiere). I discepoli di AbuHanifa, Abu Yusuf e Mohammad, accettarono la dottrina del loro maestro con qualche riserva. Dichiararono che quando una persona non conosce l’Arabo, può validamente offrire le sue preghiere in qualsiasi altra lingua.” Allamah SayyidAhmad bin Muhammad al-Tahtawi (1231/1816), un grande giurisperito Hanafita Egiziano, affermava che il parere autorevole dell’Imam Abu Hanifa dovrebbe essere seguito. Anche i commentatori del “Durr ul-Mukhtar” riconobbero la validità delle preghiere recitate in Persiano.

I giuristi Hanafiti permettono che gli atti cultuali Islamici siano recitati in tutte le lingue locali anche se il Musulmano abbia una sufficiente padronanza della lingua Araba. Queste azioni includono la chiamata alla preghiera (adhan); la dossologia aprente della preghiera (takbir al-ihram); la recitazione del Corano durante la preghiera; il tashahhud alla fine della preghiera; il sermone (khutbah) durante preghiera del Venerdì e nei giorni dell’Aid; le due testimonianze di fede (le shahadatayn) durante la conversione all’Islam e il Talbiya durante l’Hajj.

Sicuramente queste disposizioni erano guidate da considerazioni pratiche, ma vennero avanzate delle prove teologiche sulla natura specifica del Corano, sul suo significato miracoloso e sulla sua composizione in solo Arabo, o su entrambi. I giuristi Hanafiti conclusero che il miracolo del Corano era nella sua composizione e nel suo significato. Un nativo Arabo poteva capire entrambi i miracoli, ma un non-Arabo (i giuristi e gli oratori Hanafiti, e gran parte della popolazione erano di madrelingua Persiana) avrebbe potuto comprendere il miracolo del significato del Corano traducendolo.

Sostennero che gli Arabi stessi non potevano riprodurre un Corano uguale, pertanto, la sua miracolosità risiedeva nel suo significato e nella sua struttura. Il Profeta, durante la sua vita, aveva permesso alle tribù Arabe non locali di recitare il Corano in diversi ahruf, le sette recitazioni dialettali Arabe (al-Bukhari, 2287; Muslim, 818) poiché non tutti parlavano il dialetto Coraiscita. Per facilitare la recitazione del Corano in diversi dialetti fu fatta questa concessione. Gli Hanafiti ritennero che la diffusione dell’Islam dovesse avvenire anche in altre lingue.

I giuristi Hanafiti decretarono che il significato delle frasi dovesse sostituire l’originale Arabo durante l’adempimento rituale. Per esempio, al posto del takbir al-ihram in cui è detto “Allahu Akbar” (Dio è Grande) si declamasse “Khoday bozorgast” (Al-Imam Abu Hanifa, al-Fiqh al Akbar, 2 ed. Hyderabad, 1399/1979). Alcuni riportano che fu consentita la chiamata alla preghiera (adhan) in Persiano.

Muhammad ibn al-Hassan al-Shaybani, uno dei più importanti giuristi Musulmani (morto il 189 Egira/804 d.C.) riporta nel “Al-Mabsut Kitab al-Asl al-ma’ruf bi’l-Mabsut (Beirut: ‘Alam al-Kutub, 1410/1990)” che Abu Hanifa disse:

  

«Se l’aprente (al-Fatiha) della preghiera durante la recitazione è detta in Farsi, e la (persona) è competente in Arabo, la preghiera è valida. Abu Yusuf e Muhammad hanno detto: “Non è permesso salvo che non sia competente in Arabo.”»

 Muhammad ibn Ahmad Al-Sarakhsi, (morto il 490 Egira/1096 d.C.), detto “Shams al-a’imma” (“il Sole degli Imam”), fu un giurista Persiano di scuola Hanafita che scrisse nel suo “Usul al-Fiqh”:

 

“Il Profeta è stato inviato all’umanità intera, e un segno della sua profezia è il miracoloso Corano. Va detto che si tratta di una prova Divina per tutta l’umanità. È noto che il miracolo del Corano in lingua Araba non è una prova per il non-Arabo… Per questo motivo, Abu Hanifa ha permesso la recitazione della preghiera in lingua Farsi… Qui risiede il senso che prova l’immutabilità del Corano. L’obbligo di recitare il Corano non è sceso da chi non capisce il miracolo (originale) se può recitare in Farsi. Se si è in grado di recitare in Arabo, allora non serve recitare in Farsi. Non perché non sia (anche) miracoloso, ma perché bisogna seguire il Profeta e i Salaf nell’esecuzione corretta di questo pilastro obbligatorio, cioè eseguire la recitazione in Arabo.”

 Un problema sorto abbastanza precocemente nella storia Islamica riguarda il permesso di recitare la Torah, i Salmi (Zabur) e il Vangelo (Injil) durante la preghiera Islamica. Seppur questa richiesta fu respinta da Muhammad ibn al-Hasan al-Shaybani, il discepolo di Abu Hanifa, fu approvata da altri studiosi Hanafiti successivi. La sola idea che qualcuno potesse recitare scritture non Islamiche durante la preghiera, dimostra che le società erano impregnate di un Islamismo che risolveva ogni esigenza giuridica, linguistica e cultuale. È rilevante che questa domanda fu sottoposta ad al-Shaybani nei primi tempi dell’Islam.

 Muhammad ibn al-Hassan al-Shaybani, (morto il 189 Egira/804 d.C.) riporta nel “Al-Mabsut Kitab al-Asl al-ma’ruf bi’l-Mabsut”:

 «Domandai a Muhammad: “Qual è la tua opinione se un uomo recita la preghiera in Farsi, ma è competente in Arabo? Rispose: “La sua preghiera è valida.” Disse: Anche la supplica (dua)?” Rispose: “Sì.” Questa è l’opinione di Abu Hanifa. Abu Yusuf e Muhammad dissero: “Se un uomo recita nella preghiera qualche passo attinto da Torah, Vangelo e Zabur, che legga bene o meno il Corano, non è permesso poiché queste parole non sono del Corano o del tasbih (ricordo di Allah).”»

Masud ibn Ahmad al-Kasani (deceduto il 587 Egira/1191 d.C.) riporta nel “Badai al-Sanai fi Tartib al-Sharai”:

“Se qualcuno recita un pezzo di Torah, Vangelo e Zabur nella preghiera, ed è sicuro che non sia corrotto (il versetto), ciò è permesso secondo Abu Hanifa. E se non è sicuro, in tal caso, non è permesso, perché Allah si è espresso a riguardo sulla corruzione che essi operano: “Storpiano le parole della Scrittura cambiando loro senso” (Corano, 4:46). Quindi, è possibile che si trattino di parole in uso al volgo (non il linguaggio Divino); ragion per cui non è stato deliberato perché sono parole dubbie e probabilistiche. E se (qualcuno) dice il tashahhud, la khutba nel giorno del Jumu’a (Venerdì) in Farsi, o esegue una macellazione rituale (dhabiha), o risponde labbayk mentre è in stato di ihram in Farsi o in qualsiasi altro lingua, allora è lecito per consenso.”

 Se gli studiosi Musulmani considerano corrotto il Vangelo, è probabile che ne travisino il valore e lo sminuiscano a semplice scrittura biografica della vita di Gesù. Non sarebbe “una parola divina” nel vero senso del termine. Ma se nelle fonti Islamiche il “Vangelo” è la parola di Gesù contenuta in tali biografie, i Musulmani devono ammettere che il ricordo che la prima comunità Cristiana aveva della vita di Gesù non era stato “corrotto”.

 Storicamente parlando, non è difficile dimostrare che i primi Cristiani – la generazione che ha scritto e conservato i Vangeli – credessero che Cristo fosse il figlio teologico di Dio, e conservassero chiaramente le pratiche Cristiane degli apostoli e dei loro seguaci, seppur i Musulmani sostengono che solo Gesù promosse il tawhid.

 Come possono i Musulmani relazionarsi alle precedenti rivelazioni Abramitiche se le ritengono piene di incoerenze logiche? Questo dilemma fu manifestato abbastanza chiaramente da alcune personalità durante la seconda generazione di Musulmani. In particolare, lo studioso Hassan al-Basri (morto il 110 Egira/ 728 d.C.) dichiarò:

Narrò Hammmad ibn Salamah da Habib… che Al-Hassan domandò: “Ai bambini dhimmi è insegnato il Corano?” Rispose: “Sì. Non recitano forse la Torah e il Vangelo? Essi fanno entrambi parte del Corano.” Replicò: “Entrambi appartengono al Libro di Allah.”

Non è realistico obbligare l’umanità intera a pregare in una sola lingua, farlo è irrazionale e vieta la vera comunione con Dio. Recitare più volte al giorno in una lingua straniera parti memorizzate di un Libro Sacro non promuove lo sviluppo spirituale di un individuo. Molti Musulmani memorizzano il Corano e recitano una preghiera senza comprenderne il significato: la consuetudine conduce a risultati sociali e culturali inverosimili. Molti Musulmani non-Arabi lamentano per via dell’incomprensione linguistica una stato di deconcentrazione nella preghiera, una mancanza di connessione e di dialogo col Divino.

Il mistico Habib al-‘Ajami, detto anche Habib al-Farsi, incontrava notevoli difficoltà nel pronunciare l’Arabo e recitava il Corano in Persiano durante la preghiera. Successivamente, divenne discepolo del grande teologo Hasan al-Basri, e suo successore. Persino, dopo aver appreso i rudimenti dell’Arabo la sua pronuncia era incomprensibile o difettosa.

Si narra che “Hasan al-Basri pregava spesso con Habib, ma la pronuncia Araba di Habib era così difettosa che Hasan restò incerto sulla validità della sua preghiera; e sapeva che, legalmente, se la preghiera di chi la guida è invalida, lo è pure quella di coloro che hanno pregato dietro di lui. Dopo un momento di esitazione, Hasan recitò la preghiera da solo. Ma, la notte seguente, ebbe una visione in cui Dio lo rimproverava per aver immaginato che, sulla bilancia divina, una purezza d’intenzione ed un fervore grandi quanto quelli di Habib potessero pesare meno di qualche errore di pronuncia.” (Martin Lings, Iniziazione al sufismo. Il misticismo nella vita quotidiana, pag. 104-105) La preghiera in lingua Persiana di Habibal-‘Ajami lo mise in contatto con Dio che lo rese straordinario per i suoi miracoli.

Gli Hanafiti sono lodabili per questo impegno nonostante siano solo una parte del mondo Islamico. Giungono a conclusioni che rivelano l’iniziale spirito della pratica e della legge Islamica. Purtroppo, il loro ragionamento illuminante sul tema della preghiera non è sottoposto ad un giudizio libero e indipendente. È una delle tragedie dell’Islam.

Le prove Coraniche della preghiera Islamica nella lingua nazionale

Allah non è stato ingiusto creando la varietà di lingue presenti sul nostro pianeta.

“E uno dei suoi segni è la creazione dei cieli e della terra e la varietà delle lingue vostre e dei vostri colori. E certo in questo c’è un segno per i saggi.” (Corano, 30: 22)

“Vi sono, ad esempio, tante varietà di suoni di lingua nel mondo, e nessuno di essi è senza significato”. (1 Corinzi 14:10)

Quali lingue parlavano Mosè e Gesù? Ebraico e Aramaico probabilmente. In quale lingua Zaccaria invocava il Signore? (Corano, 19: 4). In quale lingua la moglie del Faraone pregava Dio di salvarla? (Corano, 66: 11) Forse nella lingua Egizia. In quale lingua pregavano tutti gli altri Profeti e Messaggeri anteriori a Muhammad?

“E non mandammo nessun Messaggero che non parlasse nella lingua del suo popolo” (Corano, 14: 4)

“E così noi ti rivelammo un Corano Arabo perché tu ammonisca la madre delle città e chi abita attorno” (Corano, 42: 7)

È evidente in quest’ultimo versetto che la sfera di competenza del Corano Arabo non si applica all’umanità intera, ma solo alla zona della Mecca e Medina. Al contrario, il messaggio del Corano è per tutta l’umanità. Al Profeta fu chiesto di ammonire la madre delle città e le aree adiacenti che capivano il dialetto Coraiscita. È indubbio che se il messaggio dovesse recapitarsi a qualcuno in Cina, bisognerebbe tradurlo.

In che lingua testimoniammo prima di nascere?

“E quando il tuo Signore trasse dai lombi dei figli d’Adamo tutti i lor discendenti e li fece testimoniare contro se stessi: “Non sono Io, chiese, il vostro Signore?” Ed essi risposero: “Sì, l’attestiamo!” (Corano, 7: 172)

Il contratto primordiale fu fatto in Arabo? O avvenne in una madrelingua che non avevamo ancora imparato? Come fu Dio in grado di capire la nostra testimonianza? In quale lingua ci rivolgemmo a Lui? Il versetto non lascia spazio a nessuna ambiguità, noi gli rendemmo testimonianza.

“O voi che credete! Non accostatevi all’orazione con la mente ottenebrata (in Arabo Sukara), ma attendete di poter sapere quello che dite…” (Corano, 4: 43)

I commentatori moderni hanno limitato il significato del termine ‘Sukara’ all’intossicazione alcolica, ma nel Corano ha un’estensione molto più ampia. Esso include un qualsiasi stato mentale che comporti una perdita di lucidità: sdegno, rabbia, confusione, distrazione, squilibrio mentale, ecc….

La parola principale utilizzata dal Corano a scopo ammonitivo per descrivere le sostanze inebrianti è ‘Khamar’ (Corano, 5: 90)

“O voi che credete! In verità il vino, il maysir, le pietre idolatriche, le frecce divinatorie sono sozzure, opere di Satana; evitatele, a che per avventura possiate prosperare.” (Corano, 5: 90)

La parola araba ‘Khamar’ che indica in modo specifico l’intossicazione alcolica viene utilizzata anche nei versi Coranici 2: 219, 5: 91, 12: 36 e 12:41 (in questi ultimi due versetti il Profeta Giuseppe interpreta il sogno di un prigioniero circa la spremitura delle vinacce).

L’interpretazione del sostantivo derivato del verbo trilittero ‘sakar’ nel versetto 4: 43 è soggetta ad un’ingiustificata restrizione che nel miglior dei casi equivoca il senso intero del versetto, ma nel peggiore di essi, lo sconvolge.

Il versetto proibisce di compiere le preghiere quando la mente è offuscata perché lo scopo della preghiera è di concentrarsi sul significato delle parole pronunciate.

La ragione di questa proibizione costituisce il punto centrale del versetto che non si occupa della natura della causa.

Quanti Musulmani si avvicinano oggi alle loro preghiere sapendo in anticipo il significato delle parole che reciteranno? Non infrangono l’essenza di questo versetto? Non è forse confusa la mente quando pronuncia parole incomprensibili e insignificanti?

Allah comprende tutte le lingue

“Lo glorificano i sette cieli e la terra e tutti gli esseri che i cieli e la terra racchiudono, e non c’è cosa alcuna che non canti le sue lodi: solo che voi non comprendete le sue parole di lode. In verità Egli è indulgente, perdonatore” (Corano, 17: 44)

Allah non si limita ad una lingua particolare. Egli è il creatore di tutte le lingue, e comprende ogni espressione ed emozione. Dio comprende sulla Terra tutti i dialetti che ha creato fino ai linguaggi di uccelli e formiche. Questo capacità fu concessa anche al Profeta Davide e Salomone.

“E Salomone fu erede di Davide e disse: O uomini! Ci è stato insegnato il linguaggio degli uccelli e parte ci fu data d’ogni cosa: è certo, questo, evidente favore divino.” (Corano, 27: 16)

Salomone capiva anche la lingua dei ginn (27:39) e delle formiche (27.19).

In che lingua inneggiarono i monti, gli uccelli e il Profeta Davide le lodi al loro Signore narrate nel versetto Coranico 21:79 dato che nessuno di essi parlava Arabo?

“Noi facemmo comprendere il giusto giudicio a Salomone, e ad ambedue demmo saggezza e scienza e costringemmo con Davide i monti a cantare le lodi Nostre, e gli uccelli. Sì, così noi facemmo!” (Corano, 21: 79)

I Musulmani ignorano che l’iniziativa dell’Imam Abu Hanifa ha permesso che esperienze recitative di preghiere Islamiche siano avvenute in turco, hindi, siriaco, ebraico, persiano, curdo, berbero, malese, e così via.

L’origine Persiana di Abu Hanifah non spiega da sola questa sua posizione audace. Purtroppo, il parere di Abu Hanifah ci è noto solo attraverso i suoi seguaci, ma nessuno dei suoi due discepoli principali, Abu Yusuf e ash-Shaibani, è giunto alle conclusioni del loro maestro. Entrambi hanno permesso di recitare il Corano nella lingua materna durante la preghiera, ma solo se si è incapaci di recitarlo in Arabo. Dato che la preghiera è la comunione con Dio, affermano gli Hanafiti, è lecito recitare la Parola di Dio nell’originale specialmente per coloro che sono di madrelingua, ma anche attraverso le traduzioni per gli stranieri, poiché l’obbligo è in base alle capacità.

“Signore, non imporci ciò per cui non abbiamo la forza” (Corano, 2: 286)

Perché coloro che non capiscono l’Arabo dovrebbero invocare il loro Signore in una lingua che a malapena comprendono? In quali lingue pregarono i grandi Profeti (Noè, Abramo, Mosè e Gesù) prima dell’avvento della scrittura Coranica? Le loro preghiere non erano ascoltate? Le lodi di tutta la creazione Divina tra cui gli angeli, gli uccelli, i ginn, ecc…. non sono ascoltate perché non sono in Arabo? Lo scopo spirituale della preghiera non trascende forse le barriere linguistiche? Perché non dovrebbero valere o valere di meno le preghiere non recitate in Arabo?

Alcune esperienze recitative storiche dell’Adhan e della preghiera Islamica (Salat) nelle lingue nazionali 

Muhammad Iqbal, in un raccolta di lezioni intitolata “La ricostruzione del pensiero religioso nell’Islam” e pubblicata nel 1930, scriveva:

“Se lo scopo della religione è la spiritualizzazione del cuore, allora essa deve penetrare l’anima umana, così può meglio penetrare l’uomo interiore. . . Scopriamo che quando il Berbero Muhammad ibn Tumart — il Mahdi della Spagna Musulmana — salì al potere e stabilì la regola pontificia dei Muwahhidun, ordinò per il bene dei Berberi illetterati che il Corano fosse tradotto e letto in lingua Berbera, e che la chiamata alla preghiera (adhan) avvenisse in Berbero.”

L’insegnamento pratico del Corano tra i Berberi Marocchini si tramanda di generazione in generazione e si perde nella notte dei tempi: il significato è spiegato dapprima nel dialetto locale, e poi è insegnato il testo Arabo. Non si memorizza in Arabo se non prima di spiegarne il significato (Majallat al-Azhar, VII, No. 3, 192, Al-Qahirah, Majma? al-Buhuth al-Islamayah bi-al-Azhar).

È ben noto che alcuni studiosi nordafricani di scuola Malikita hanno emesso una fatwa che favorisce l’invocazione (al-dua) nei dialetti Berberi (vedere: Abd Allah ibn Hamid ibn Salum al-Salimi, Maarij al-Amal ala Madarij al-Kamal bi NazmiM??khtasar al-Khisal, Saltanah Umman Wizarah al-Turath al-Kawmi al-Thaqafi, 1404/1984, VI1/191-192).

In Turchia, dal 30 Gennaio 1932 al 17 giugno 1950, la chiamata alla preghiera (Adhan) fu fatta in lingua Turca; però, una forte opposizione garantì che l’Arabo restasse la lingua della preghiera.

Il caso dell’Imam della moschea Göztepe

L’Imam Cemaleddin Efendi (morto nel 1964) eseguì la preghiera in Turco il 19 marzo del 1926, il primo Venerdì di Ramadan. Recitò tutti i versetti Coranici, le preghiere e le suppliche in Turco. Proferì il “salaam” finale in Turco. L’Imam recitò i capitoli Coranici, al-Fatihah e al-Asr (Il Pomeriggio) in Turco nella prima rak’at e al-Fatihah e al-Ikhlas (Il Culto Sincero) nella seconda rak’at anche in Turco. Alcuni presenti abbandonarono la moschea e si lamentarono dell’Imam nell’ufficio del Mufti di Üsküdar. L’ufficio del Mufti trasmise un rapporto al direttore degli affari religiosi di Ankara. Un incontro si tenne per ordine del direttore degli affari religiosi Rifat Börekçi, che era stato nominato dallo stesso Atatürk. Il problema venne valutato. Fu deciso di rimuovere l’imam dal suo incarico il 23 marzo del 1926 (decisione numero 743.31).

L’adhan in lingua Curda

 

Venerdì 20 maggio 2011 inizia nel Sud-est della Turchia la chiamata alla preghiera (Adhan) in lingua Curda. Nello stesso giorno Abdullah Karsak, Imam del distretto di Sanliurfa Suruc, tiene per la prima volta un sermone (khutba) in lingua Curda. Il Partito della Pace e della Democrazia, un partito politico Curdo della Turchia, appoggia l’iniziativa e dichiara che l’adhan continuerà in Curdo perché nel Sud-Est del paese è la lingua dominante della comunità. Gli Imam Curdi vengono destituiti dallo stato Turco e sostituiti da diecimila nuovi Imam. Per tutta risposta, Selahattin Demirtas, leader politico, ha chiesto alla popolazione Curda di non pregare dietro agli Imam che impongono una lingua straniera.

Anche nello sciismo Curdo l’adhan è recitato nella lingua madre. Gli Ahl-i Haqq vivono principalmente in Iran e Irak, non hanno moschee, ma una ricerca condotta da Said Khan ha dimostrato che chiamano la gente alla preghiera (adhan) in lingua Curda Sorani. (Khan, “The sect of Ahl-i Haqq (Ali Ilahis),” 38. Cf. Shah nama-ye Haqiqat, 1: 420-22 e Matti Moosa, Extremist Shiites: The Ghulat Sects, pag. 231, 1987)

L’adhan in lingua Greca

Vallahadi (dal turco Vallah: O Dio!) sono una popolazione Musulmana di lingua Greca residente in Macedonia convertitasi all’Islam tra il sedicesimo e diciannovesimo secolo. I Vallahadi hanno conservato molto bene la lingua Greca che resta la loro prima lingua. Sono in gran parte sciiti Bektashi e una minoranza aderisce all’Islam sunnita Hanefita. Spesso sono stati assorbiti all’interno dell’Islam Albanese. Entrambe le comunità chiamano alla preghiera (Adhan o Ezan) in Greco, piuttosto che in Arabo, forse per distinguersi dai loro correligionari Albanesi.

L’adhan e la preghiera Islamica (Salat) in lingua Macedone 

I Musulmani Macedoni seguono la scuola Hanafita. I Musulmani di lingua Macedone hanno espressamente richiesto nel 2014 di svolgere tutte le loro funzioni religiose in lingua Macedone compresa la Salat. All’origine di questa richiesta è presumibilmente la presunta Albanizzazione della regione. L’Islam è contrario a qualsiasi imperialismo linguistico e insorge in difesa del vernacolo popolare. In tali occasioni, tutta la liturgia Islamica può eseguirsi nella lingua nazionale. Il 21 novembre 2014, l’organo di informazione Macedone in lingua inglese “Independent Macedonia” pubblicava il seguente articolo:

 

L’adhan e la preghiera Islamica (Salat) in lingua Persiana

Si racconta che quando Qutayba ibn Muslim (deceduto il 96 Egira/715 d.C.) conquistò Bukhara e le zone circostanti fino ai confini con la Cina, fece costruire una moschea nell’anno 94 Egira/712 d.C. per la gente di Bukhara. Lo storico al-Narshakhi (deceduto il 959) riporta nel suo “Tarikh Bukhara” (Storia di Bukhara), che la gente di Bukhara pregò in Persiano antico perché non sapeva l’Arabo. Secondo lo storico Turco, Tahir Balcioglu, che cita al-Narshakhi, l’adhan fu cantata in Persiano e i Musulmani salmodiavano l’espressione “kinita nikinet” nella posizione di ruku e “nikunya nikuni” in prostrazione, in sajda (Abu Bakir Muhammad ibn Ja’fer al-Narshakhi, Tarikh Bukhara [History of Bukhara], traduz. A.A.Badawi e N.M. al-Tiraz, Egitto: Dar al-Ma’arif, pag.74).

Anche gli Ismailiti Nizari del Khorasan e del Badakhshan pregarono nella lingua liturgica Persiana durante il periodo di Alamut (1094-1256) e hanno conservato questa liturgia fino ai nostri giorni.

Bibliografia

 

  1. Aydar, Hidayet, and Necmettin Gökk?r, “Discussions on the Language of Prayer in Turkey: A Modern Version of the Classical Debate,” Turkish Studies 8 (2007)
  1. Hidayet Aydar, Mehmet Atalay, Interventions in Adhan Throughout Islamic History: An Evaluation, Journal of Intercultural and Religious Studies. (5). 41-65.
  2. Hidayet Aydar, Mehmet Atalay, The Issue of Chanting the Adhan in Languages. Other than Arabic and Related Social Reactions Against it in Turkey, Istanbul Universitesi Ilahiyat Fakultesi Dergisi Sayi: 13, 2006
  3. Linda G. Jones, The Preaching of the Almohads: Loyalty and Resistance across the Strait of Gibraltar, Medieval Encounters 19 (2013) 71-101
http://www.tradizionesacra.it/abuhanifa_atticultualislamici_linguenazionali.htm

 

 

 

GLI DEI BRAHMA, SHIVA E MANU ERANO MUSULMANI

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La storia di Adamo ed Eva è all’origine dell’antichità umana. La storia del genere umano permette di conoscere Dio dato che nelle religioni Abramitiche non c’è finora nessuna chiara indicazione sull’identità del primo uomo. Il Sacro Corano non specifica quando Adamo sia nato, o come sia nato; non dichiara neanche che fu il primo uomo. Al grande teologo musulmano, Muhammad ibn ‘Ali al-Baqir, il quinto dei dodici Imam sciiti, sono attribuite le seguenti parole: “milioni di Adamo vissero prima del nostro padre Adamo.” Ibn al-‘Arabi, detto lo Sheikh al-Akbar (il Grande Sapiente), nella sua opera “Al-Futuhat al-Makkiyya”, scrisse che quarantamila anni prima del nostro Adamo ci fu un altro Adamo.

Ancora una volta il Sacro Corano non dice come Adamo fu creato, e non accetta la teoria Biblica della sua creazione. Di sicuro, esso afferma che egli fu creato dalla polvere, ma in seguito indica che ogni figlio dell’uomo è creato dalla polvere in modo uguale:

“O uomini, se dubitate della Resurrezione, sappiate che vi creammo da polvere e poi da una goccia di sperma e poi da un grumo e quindi da un pezzo di carne” (Corano, 22: 5)

“Egli è Colui Che vi ha creati di terra, poi da una goccia di sperma e poi da un grumo di sangue, poi vi ha tratto fuori neonati.” (Corano, 40: 67)

È probabile che Abramo rappresenti l’inizio di un nuovo ciclo del genere umano. La sua storia è narrata nel Libro della Genesi ed è ripresa dal Corano. Le sole informazioni che Muhammad possedeva su Abramo risalivano alla Bibbia e poggiavano sulle leggende ebraiche in circolazione. La cronologia interna alla Bibbia colloca Abramo verso il 2000 a.C. Abramo è probabilmente l’uomo che per la prima volta narrò la storia di Adamo ed Eva insegnandoci che Adamo era un Musulmano.

“O uomini, in verità Noi vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina…” (Corano, Surah Hujrat, 49:13)

 

Questo stesso evento è descritto nella Scrittura Indù.

“Brahma ha creato due esseri dal suo corpo: un maschio e una femmina. La metà maschile fu chiamata Svayambhuva Manu e la metà femminile Shatarupa.”

Il Matsya Purana descrive in termini allegorici che Brahma ha diviso il suo corpo in due parti e ha formato due persone – la parte maschile fu chiamata Svayambhuva Manu e la parte femminile Shatarupa. [Vedere Hanuman Prasad Potdar, RamCharit Manas (Gita press Gorakhpur, Ed. 15) pag. 154 e Kh. Hassan Nizami Dehlwi, Hindu Mazhabki Ma’lumat (Halqa Mashaikh, Delhi edition, 20 December, 1927) pag. 6.]

La parola Brahma è stata usata per indicare Adamo nell’Hari Vansh Purana.

Quando un Musulmano legge la suddetta dichiarazione si rende immediatamente conto che quest’incidenza riguarda la creazione del Profeta Adamo e di Hazrat Hawwa (sposa di Adamo). Entrambi sono stati creati all’inizio e il Purana si riferisce alla loro creazione.

Hazrat Adamo è stata la prima persona creata senza genitori e il Matsya Purana lo definisce Svayambhuva (swaym+bhoo). Manu in Sanscrito significa l’uomo che venne all’esistenza. Si creò senza alcun genitore?

Svayambhuva manu e il Profeta Adamo sono un’unica e stessa persona di nome e di fatto.

“..Tutti sono la progenie (i figli) di Manu (Adamo) …” [Rigveda 1:45:1]

Si è dibattuto molto sul significato e sull’origine della parola Adamo. Gli studiosi e i ricercatori hanno dimostrato in modo approssimativo che il nome Adamo abbia un’estrazione Araba o Ebraica. La loro attenzione, probabilmente, non si è diretta verso la lingua Sanscrita. Secondo il dizionario Sanscrito Monier-Williams, adi significa “inizio” o “primo”. Allo stesso modo, la parola Sanscrita Aadim significa “Il primo o il più antico uomo”. Si può dire che la parola Adamo si riferisca al primo uomo? È così difficile capire perché nella penisola Indiana l’essere umano è detto Aadmi?

Ibn al-Nadim, erudito e biografo sciita, considerò che Brahma/Abramo/Ibrahim potesse essere il progenitore del genere umano. In realtà, il primo uomo chiamato Adamo è identificabile con Brahma, il creatore dell’umanità.

“L’incontro delle due forme tradizionali che corrispondono al suo inizio e alla sua fine, e che hanno rispettivamente come lingue sacre il sanscrito e l’arabo: la tradizione indù, in quanto rappresenta l’eredità più diretta della Tradizione primordiale, e la tradizione islamica, in quanto sigillo della Profezia e, di conseguenza, forma ultima dell’ortodossia tradizionale per il ciclo attuale.” (René Guènon)

Seyyed Hossein Nasr spiega stupendamente il significato del suddetto articolo di fede istituito da René Guènon:

«…Molti Sufi in India definirono l’Induismo la religione di Adamo, e un santo ortodosso Naqshbandi come Mirza Mazhar Jan Janan considerò i Veda ispirati divinamente. C’era, infatti, nell’Islam il presentimento del carattere primordiale dell’Induismo che spingeva molti autori Musulmani ad identificare Brahman con Abramo. Questa connessione può sembrare linguisticamente strana, ma contiene un profondo significato metafisico. Abramo è, per l’Islam, il patriarca originale identificato con la religione primordiale (al-din al-hanif) che l’Islam ha riaffermato e ribadito. Il collegamento del nome ‘barahimah’ (cioè Indù) con Abramo affermava la natura primordiale della tradizione Indù nella mente Musulmana. Il maestro Sufi ‘Abd al-Karim al-Jili scrisse nel suo “al-Insan al-kamil”: ‘La gente del libro è divisa in molti gruppi.  Per quanto riguarda i barahimah [Indù], sostengono che appartengono alla religione di Abramo e alla sua progenie, e di possedere speciali atti di culto… I barahimah adorano assolutamente Dio senza [ricorrere a] profeta o messaggero. In realtà, dicono che non c’è nulla nel mondo dell’esistenza tranne che la creazione di Dio. Essi testimoniano la sua Unicità nell’Essere, ma negano i profeti e i messaggeri completamente. Il loro culto della Verità somiglia a quello dei profeti prima della loro missione profetica. Sostengono di essere i figli di Abramo – su di Lui la pace – e di possedere un libro scritto appositamente per loro dallo stesso Abramo – su di Lui la pace -, se non fosse che affermino la venuta dal suo Signore. In esso la verità delle cose è menzionata in cinque parti. Ci sono quattro parti la cui lettura è consentita a tutti, invece, la lettura della quinta parte è accessibile solo a pochi per la sua profondità e insondabilità. Sanno bene che chiunque legga la quinta parte del loro libro entrerà necessariamente nel popolo dell’Islam e nella religione di Muhammad. Al-Jili distingue tra la metafisica Indù e la pratica quotidiana Induista, e identifica soprattutto le loro dottrine metafisiche alla dottrina dell’Unicità Divina nell’Islam. Il suo riferimento al ‘Quinto Veda’ significa precisamente l’identità interiore delle dottrine esoteriche e metafisiche delle due tradizioni. Lui, come l’altro Sufi, cercarono di avvicinarsi all’Induismo penetrando metafisicamente la sua struttura mitologica per rivelare la presenza di Colui che si trova dietro il velo dei molti.” [Nota]: “Naturalmente molti autori di opere sulle sette religiose negano questa connessione. Ad esempio, al-Shahristani scrive: ‘Alcune persone credono che [gli Indù] siano chiamati Barahimah per la loro appartenenza ad Abramo. Quest’opinione è errata perché sono un popolo particolarmente noto per avere completamente negato la profezia (Al-milal wa-al-nihal). Inutile dire che questa critica teologica non sminuisce affatto il significato metafisico dell’affermazione di al-Jili”.»

Secondo alcuni ricercatori non-Musulmani quando Abramo lasciò l’India, gli insegnamenti di Ibrahim divennero una dottrina impura poiché la comprensione monoteistica della divinità divenne politeistica, si diffuse l’idolatria e si rafforzò l’antropomorfismo, cioè la filosofia che incarna Dio negli esseri umani. Ci fu una drastica e improvvisa diminuzione degli insegnamenti monoteistici e le storie dei profeti vennero straordinariamente divinizzate.

«Nella sua Storia degli Ebrei, l’erudito e teologo ebreo Flavio Giuseppe (37 – 100 d.C.) scrive che il filosofo greco Aristotele aveva detto: “… Questi ebrei sono derivati dai filosofi indiani; sono chiamati dagli indiani Calani” (Libro I, 22). Clearco di Soli, filosofo peripatetico greco antico e studioso delle culture orientali dalla Persia all’India tra il terzo e quarto secolo a.C. scrisse: “gli Ebrei discendono dai filosofi dell’India. In India i filosofi sono chiamati Calaniani e in Siria sono detti Ebrei”. Più recentemente, Martin Haug (30 gen 1827 – 3 giugno 1876), un orientalista tedesco, sovrintendente di studi Sanscriti e professore di lingua Sanscrita in Poona, nell’opera “Essays on the sacred language, writings and religionof the Parsees” (Bombay, 1862) scrisse “che i Magi chiamassero la loro religione Kesh–î–Ibrahim. Essi attribuivano i loro libri religiosi ad Abramo, che si diceva li avesse portati dal cielo” (pag. 16).»

Al contrario, molti Musulmani sostengono che i Bramini si relazionano al profeta Ibrahim attraverso la libagione al fuoco dei riti Induisti tramite il seguente versetto Coranico: “Fuoco, sii frescura e pace per Abramo” (Corano, 21: 69).Muhammad ibn Qasim, un generale della prima conquista, quando vide questi particolari riti religiosi ebbe l’intuizione che non gli fossero del tutto estranei. Qasim intravide le connessioni tra i rituali Indiani del fuoco praticati durante i pujaquotidiani (preghiere) e i roghi Indù col racconto del roveto ardente narrato da Corano, Bibbia e Torah in cui Dio si era manifestato ad Abramo. Qasim osservò che questo rituale del fuoco potrebbe, infatti, risalire al profeta Abramo, e che i Bramini si fossero collegati ad Abramo da una fonte antica comune.

I “tre aspetti” di una divinità (deva) o della divinità suprema, la trimurti di Brahma, Vishnu e Shiva, in realtà, narrano le storie di Abramo (Brahma), Noè (Manu e Vishnu) e Adamo (Shiva). I loro racconti subirono una metamorfosi profonda che li resero delle divinità.

Il mito del diluvio è sviluppato principalmente da Satapatha Brahma?a (I, 8, 1), Mahabharata (Vanaparva, versi 12746-12804), Bhagavata Pura?a (VIII, 24, 7 e segg.) e Matsya Purana (1:29-35, 2:14-16).

Nell’Induismo, Manu è stato il primo essere umano sulla Terra. È l’Adamo delle religioni Abramitiche. È associato al dio Vishnu e al suo avatar Matsya, il pesce, che dopo aver dato la vita sulla Terra, ha salvato Manu, la sua famiglia e molti animali.

La parola Sanscrita che indica l’uomo è manusya, in quanto “proviene da Manu.” Perciò, Manu proviene anche da Brahma. La concezione che fa di Adamo la prima creatura, contempla che il dio Brahma/Abramo/Ibrahim era il primo essere vivente.

Il mistico e scrittore Indiano Vishnuita Prabhupada (1896-1977) disse: «Nella nostra concezione Vedica è detto che l’umanità discenda da Manu. Da Manu deriva l’essere umano o manushya … La parola Sanscrita manushya significa “proveniente da Manu”. Così, Manu proviene anche da Brahma. In questo modo, la concezione di una prima creatura chiamata Adamo è analoga al primo essere vivente Brahma. La nostra proposta è che un essere vivente proviene da un altro essere vivente. Brahma è essere vivente, o Adamo è un essere vivente. L’essere vivente non viene dalla materia. Brahma è anche venuto dal Signore Supremo in qualità di raja-guna avatara, incarnazione del raja-guna. Quindi, tutti gli esseri viventi, provengono dal Supremo Vivente. Perciò, Brahma è anche la prima creatura all’interno di quest’universo.»

Una storia che coinvolge Vishnu e il Re Manu (identificandoli con Noè) si trova nella cronaca Indù del Matsya Purana. Il dio Vishnu nella forma del suo avatar ‘Matsya’ (il pesce) aveva ordinato al re virtuoso Manu la costruzione di una barca enorme con esemplari di animali e vegetali di tutte le forme per sfuggire al Grande Diluvio, e, infine, quando l’acqua si ritirò, la grande barca fu trovata in cima alle montagne dell’Himalaya. L’Enciclopedia Britannica osserva che “Manu unisce le caratteristiche delle figure Bibliche di Noè, che protegge la vita dall’estinzione durante una grande inondazione, e di Adamo, il primo uomo”. L’Indologo David Dean Shulman scrive che il prestito reciproco tra i miti di Manu e Noè non è escludibile. Per Krishna Mohan Banerjee, i nomi “Noè” e “Manu” hanno la stessa radice etimologica: ‘Manu’ deve essere stato l’ideale Indo-Ariano di Noè. Il filologo e fondatore della Società Asiatica del Bengala, William Jones, “identificaManu con Noè”, insieme al quale sette saggi sono identificabili con le otto persone a bordo dell’Arca. Inoltre, il ricercatore Klaus Klostermaier riporta uno scrittore Musulmano che identifica Brahma con Abramo …. e Manu con Noè. Per altri “la storia è completamente Indiana”, e la “barca non è l’equivalente dell’Arca di Noè, anche se è il simbolo della salvezza”. Secondo il racconto del Purana, il racconto di Manu avviene prima del 28 chaturyuga del presente Manvantara, che è il 7° Manvantara, cioè 120 milioni di anni fa. Secondo la Bibbia, Noè visse 9 generazioni dopo Adamo (4004 a.C. – 3074 a.C.), all’incirca il 3500 a.C.

Gli Indù hanno tre forme di divinità femminile (la Dea): Parvati, Saraswati e Kali (Lakshmi), la tridevi, le tre consorti della trimurti. Tra Shiva e Parvati l’amore è forte; infatti, i loro rapporti sessuali si ritrovano in molte sculture. Di solito, la statua che rappresenta Shiva e Parvati seduti e abbracciati è un simbolo della meditazione durevole.

 

 Shiva e Parvati, Halebid, Karnataka

Shiva (con barba e baffi) accarezza il seno di Parvati, Khajurao, Madhya Pradesh 

Il culto di Durga, Parvati, o Kali è equivalente al culto del dio Shiva, e il culto di Shiva è il culto della Shakti, gli dei e le dee sono uguali e intercambiabili.

I rapporti sessuali tra Shiva e Parvati sono rappresentati attraverso la forma del Lingam e della Yoni. Il Lingam e la Yoni (simboli di pene e vagina) simboleggiano la comprensione dell’«amore della donna per l’uomo» o l’origine della vita umana durevole.

                            

Il simbolismo di Shiva come “dio di fertilità” nella forma di un Lingam è conservato nella Genesi Ebraica da “Adamo”. Il Lingam si è modificato nell’Albero della Vita, e il simbolo della fertilità ‘che dava la vita’ si trasformò da Shiva aChavvah (causativo Ebraico in Genesi, 3: 20, 4: 1) =  khav-vaw = Eva = ‘donatrice di vita (Yoni).

“E l’uomo pose nome Eva (Chavvah) alla sua moglie, perch’è stata la madre di tutti i viventi” (Genesi, 3: 20)

L’uomo rinomina la donna e la chiama Vita, non Eva. Il significato originario della parola Ebraica chavvah era di dare la vita. Anche nella prima versione greca ‘Zoe’ significava vita. Ecco perché nella comprensione teologica delle religioni Abramitiche, Eva proviene da Adamo.

Le similitudini tra Shiva e Parvati si connettono con Adamo e Eva. Eva fu creata da Adamo quasi come Shiva fece con Parvati (Parvati è la reincarnazione di Sati, la prima moglie di Shiva). Shiva e Parvati si sono uniti nel rapporto sessuale in cui il Lingam e la Yoni simboleggiano l’origine della vita.

Parvati è la moglie di Shiva e la madre di tutte le dee. Nello Shiva Purana è detto: “Il Lingam di Shiva, maledetto dai saggi, cadde sulla terra e bruciava tutto. Parvati, prese la forma di uno yoni, riuscì a calmarlo tenendo il lingam nel suo yonidurante il rapporto sessuale (Yoninya).” Il Padma Purana narra che Parvati assunse la forma della Yoni per ricevere il lingam di Shiva, tuttavia, quest’ultimo fu condannato ad assumere sembianze falliche perché, pur al cospetto del saggioBhrgu, non interruppe la sua unione sessuale con Parvati.

Al pari di Shiva e Parvati, i cui figli erano Ganesha e Kartikeya, anche Adamo ed Eva possedevano una prole.

Il Picco di Adamo o Sri Pada

Nello Sri Lanka esiste una grande impronta di piede che è venerata e rispettata immensamente da Induisti, Musulmani, Cristiani e Buddisti. Sulla vetta, all’interno di un monastero, si trova una grande impronta di piede (lunga 1,8 metri) scolpita nella roccia che i Buddisti ritengono l’impronta del Buddha, gli Induisti di Shiva, i Musulmani di Adamo e i Cristiani di San Tommaso.

 I ricercatori Musulmani e gli studiosi hanno continuamente affermato che il profeta Adamo (A.) discese in India e qui visse. L’India era la terra benedetta in cui ebbe inizio la civiltà umana.

La discesa di Adamo dal Paradiso in India è riportata da hadith del Profeta. Queste fonti sono riportate nel Qisas al-Anbiyâ’ di al-Kissay, e soprattutto nel ‘Arâ’isu-l-Majalis di Ath-Tha’labi. Vedere anche la Chronique de Tabari, Ed. Zotenberg, t. I, p. 81. I compagni del Profeta Muhammad hanno trasmesso che la discesa di Adamo avvenne nell’isola di Ceylon, detta in Arabo Sarandib, sopra una montagna detta Nud o Wasim.

 La rupe su cui si trova impresso lo Sri-Pada è d’altronde chiamata Samennella, «rupe di Samen», essendo Samen il dio guardiano della montagna, in sanscrito Samanta-Kuta-Parvati. Ciò si riferisce sicuramente a una tradizione brahmanica; ma ciò non vuol dire che questa sia stata la prima ad aver consacrato il luogo.

Il picco dello Sri Pada su cui giace la santa impronta, si trova tra le giungle lussureggianti nel sud-ovest dello Sri Lanka e protende verso il cielo da 7362 piedi (2243 metri) di altezza. Prima della comparsa delle quattro religioni che venerano il picco di Adamo, la montagna era adorata da una popolazione aborigena locale, i Vedda. Il nome che dettero al picco era Samanala Kanda: Saman era una delle quattro divinità protettrici dell’isola. Per gli Indù, il nome della montagna è SivanAdi Padham perché ricorda la danza creativa del dio Shiva che lasciò la sua impronta gigante (5 piedi e 7 pollici per 2 piedi e 6 pollici).

Secondo le tradizioni buddiste risalenti al 300 a.C., la vera impronta si trova sotto questa scultura caratteristica. Impressa su di un enorme zaffiro, l’impronta fu lasciata dal Buddha durante la terza ed ultima delle sue visite leggendarie in SriLanka. Quando i portoghesi cristiani arrivarono nell’isola durante il 16° secolo, ebbero l’impressione che fosse l’impronta di San Tommaso poiché secondo la leggenda portò per primo il cristianesimo nello Sri Lanka.

La montagna è più facilmente visibile dal mare che da terra, ed è anche più impressionante. I primi marinai Arabi si affascinarono del picco piramidale e la descrissero come “la montagna più alta del mondo” (non è nemmeno la più alta dello SriLanka), ed è “visibile da tre giorni di vela”. Gli antichi Cingalesi credevano che fosse la più elevata e una leggenda locale narra che “da Ceylon al Paradiso vi fossero quaranta miglia; infatti, il suono delle fontane Paradisiache è qui udibile”. La montagna fu visitata anche da celebri viaggiatori tra cui l’Arabo Ibn Batuta (1304-1368) e il Veneziano Marco Polo (1254-1324). Il Picco di Adamo ha raggiunto lo status di pellegrinaggio mistico. Oggi il pellegrinaggio stagionale inizia a dicembre e continua fino all’inizio delle piogge monsoniche del mese di aprile (da maggio a ottobre la montagna è oscurata da nuvole).

E Allah ne sa di più.

Bibliografia

 

  1. Mualaf Subhanallah, Lord Shiva was a muslim.
  2. Maulana Muhammad Ali, La Storia dei Profeti, Ahmadiyya Anjuman Isha’at Islam Lahore - U.S.A. 2005.
  3. La storia di Adamo ed Eva nel Corano, Sito dell’Associazione Islamica Imam Mahdi, Roma.
  4. Qur’an Reveals Lost Knowledge About Prophet Abraham, Many Prophets one message
  5. Abramo: https://it.wikipedia.org/wiki/Abramo
  6. Gene D. Matlock, Who Was Abraham? The hermetics resource site.
  7. Rajendra Madhukar Abhyankar, West Asia and the Region: Defining India’s Role, pag. 232
  8. René Guénon, Simboli della scienza sacra, Adelphi Edizioni, pag 145.
  9. Seyyed Hossein Nasr, Sufi Essays. 2nd ed. (Albany: SUNY Press, 1991), p. 139-140.
  10. Hayden J A Bellenoit, Missionary Education and Empire in Late Colonial India, 1860-1920, Pickering & Chatto 2007
  11. Manu (védisme) https://fr.wikipedia.org/wiki/Manu_(v%C3%A9disme)
  12. http://vaniquotes.org/wiki/The_Sanskrit_word_for_a_human_being_is_manusya,_%22coming_from_Manu.%22_So_Manu_is_also_coming_from_Brahma._In_this_way,_as_the_conception_of_a_first_creature,_Adam,_similarly,_a_first_living_being_is_Lord_Brahma
  13. Noah, https://en.wikipedia.org/wiki/Noah
  14. La dea Kali unisce Indù e Musulmani: http://www.tradizionesacra.it/dea-kali-indu-musulmani.htm
  15. King James Bible (1769) with Hebrew and Greek Dictionary (Strongs): Theospace (Author), James I
  16. Michel Vâlsan, Sufismo ed esicasmo. Esoterismo islamico ed esoterismo cristiano, pag. 103
  17. Mufti Muhammad Ilyas, Muslim cleric claims Lord Shiva was the first prophet of Islam: http://www.firstpost.com/india/muslim-cleric-claims-lord-shiva-first-prophet-islam-2111329.html
http://www.tradizionesacra.it/dei_brahma_shiva_manu_musulmani.htm

 

In contrast, Abu Hanifa is said to have held that it was valid (although undesirable) to recite in Persian even if one is capable of doing so in Arabic. (His two disciples are said to have allowed recitation in a foreign tongue only in cases of inability to recite in Arabic.) In addition to citing the precedent of the Prophet’s Companion Salman, who is said to have translated the Fatiha into Persian for the use of new converts, Hanafis also argued that the miracle of the Qur’an was constituted by its meaning, not by its linguistics form. The Qur’an is a proof against all people, and the Qur’anic challenge to compose verses like it (cf. verses 2:23, 10:38, 1:13) applies to all people. Thus, the Persians were challenged to compose verses like it in Persian. Furthermore, the Qur’an is the uncreated word of God, and all languages are created in time; thus (so the Hanafi authority al-Sarakhsi) it is not possible to say that the Qur’an is in a specific language.62

62. Muhammad ibn Ahmad al-Sarakhsi, al-Mabsut, ed. Muhammad Hasan Muhammad Hasan al-Shafi’i (Beirut: Dar al-Kutub al-’Ilmiya, 1421/2001), 1:137-8

Marion Holmes Katz, Prayer in Islamic Thought and Practice, pag. 28

Classical Arabic is the sacred language of Islam. It is the language of the Qur’an, and the native language of Muhammad. Like Latin in medieval Europe, Arabic is both the spoken and the liturgical language in the Arab World. Some minor Muslim affiliates, particularly the Nizaris of Khorasan and Badakhshan, witnessed and experienced Persian as a liturgical language during the Alamut period (1094 to 1256 CE) and post-Alamut period (1256 to present).
The spread of Islam throughout Maritime Southeast Asia witnessed and experienced Malay as a liturgical language.

https://en.wikipedia.org/wiki/Sacred_language

 

 

Bibliografia:

 

Pio Filippani-Ronconi, “Note sulla soteriologia e sul simbolismo cosmico dell’«Umm’ul-Kitab»,” AION, Annali dell’Istituto universitario orientale di Napoli, n.s. XIV (1964): 111-134.

Pio Filippani-Ronconi, Qualche influenza indiana nella redazione dell’Ummu’l-Kitab, tradotto e pubblicato on-line dal “Centro Studi Yoga e Islam”.

 

http://www.tradizionesacra.it/note_soteriologia_simbolismocosmico_ummulkitab.htm

 

 

 

 

 

 

 

Gehal Singh Chhajjalvaddi era un comunista sikh che cercava di salvare i musulmani massacrati durante la spartizione tra India e Pakistan. Fu rapito, torturato e gettato in una fornace del Tempio d’Oro.

In this painting all the suggestions, including its title The Victim, are sinister – the broken image, bloody background, twisted bicycle, 4×4 motor jeep, thick deep line gashing in the landscape, the hills, the dark black sky on the horizon – everything, except the imposing withdrawn gentle figure of a man that tells that something terrible must have happened to him. But what? How? Why? When and where? Who was he? Who were the culprits?
Gathered at a murder scene, all such questions curious passers-by ask.

Barthes said that we give captions to pictures only to invoke pity or to give logic. This painting does demand a long caption – a little story. The victim did not beg his killers for pity. Surely the painting does not either.

The man in the picture was a Sikh communist leader, Gehal Singh, of village Chajjalvaddi in Amritsar district in the Punjab. The year: 1947.

A colonial operator Sir Cyril Radcliffe had drawn a dividing line to dismember the body Punjab. A new country called Pakistan – the land of the pure – purportedly on the basis of religion of Islam came into being. Migration of population on the largest scale in known human history was taking place and the Muslims and Sikhs were slaughtering each other. A full-fledged civil war was on. In the total madness, there were some sane voices around. The Punjabi communists of Sikh, Hindu and Muslim backgrounds were actively involved in peace committees trying to save the lives of innocent people. Comrade Gehal Singh was one of them.

Instigated by some Sikh leaders who were behind the butchering of Muslims, Gehal Singh was abducted in a jeep one evening while he was cycling back home. He was tortured and later his body was said to have been thrown in the burning furnace in the community kitchen of the Golden Temple. That was the end of a great humanitarian – a gurmukh – a true Sikh. The known culprits were never brought to justice.

Long time after the tragedy Kanwal Dhaliwal has paid his silent tribute to the life of the great man in line and colour in this unconventional portraiture.

http://apnaorg.com/articles/gehal/

Amandine Roche, un insegnante di yoga ha deciso di diffondere lo yoga in Afghanistan e ha ricevuto il permesso dai talebani

A cura di Pio Filippani Ronconi

Una panoramica generale dell’opera

Che cos’è l’Ummu’l-Kitab?

L’U.K., cioè la «Madre del Libro», o «L’Archetipo del Libro», è un opera, probabilmente del VIII/IX secolo, redatta in persiano arcaico con delle sfumature indiane, conservata da una setta ismaelita del Pamir. Essa costituisce – secondo HENRY CORBIN – il documento più antico che testimonia il passaggio dalla gnosi antica alla gnosi ismailita. Il testo dell’U.K. che noi abbiamo tradotto e commentato (Napoli 1966) era stato pubblicato da W. IVANOW («Der Islam», Band 23, Heft ½, 1936) dopo aver ottenuto una copia da IVAN ZAROUBIN in Shughnan nel 1914. W. IVANOW aveva innanzitutto fatto un riassunto dell’opera insieme ad altre informazioni riguardanti la sua origine nella Revue des Etudes Islamiques (1932, pag. 419-482).

Secondo W. IVANOW – col quale ebbi un colloquio su questa tema – l’U.K. non sarebbe nemmeno, originariamente, un’opera ismailita, ma, teoricamente, un’opera che presenta le idee di un ambiente eretico tipico dei carmati, ideologicamente molto prossimi agli Ismailiti. In realtà, il problema delle origini dell’U.K. – che ho abbozzato nell’Introduzione alla sua traduzione – è molto complicato. Ho dato prova che si tratta di un’opera creata in tre o quattro strati, il primo di essi, il quale descrive il «dramma in cielo», la caduta d’Adamo e i sette combattimenti tra Adamo-Salman e Ahriman ecc…, è indubbiamente manicheo; l’ultimo è rappresentato nello stesso contesto islamico-ismailita di tutta l’U.K. In ogni caso, sebbene si tratti di un’opera composita, l’insieme dei suoi strati di differenti origini si armonizza alla maniera strana e tipica delle opere ghulat.

Il libro si presenta come un colloquio, all’inizio molto miracoloso, tra il 5 Imam alide Muhammad al Baqir e tre discepoli, chiamati Roshaniyyan – «Esseri di Luce» – ai quali si aggiunge il famoso eresiarca alide Abu’l-Khattab, che apparentemente, il Maestro uccide per resuscitarlo dopo esser stato giustiziato! Si tratta di un tipo di Vangelo dell’Infanzia dello stesso Muhammad Baqir, considerato come un «avatara» del suo antenato ‘Ali. In esso è spiegata la sua saggezza in merito alla scienza delle lettere (jafr) con delle forti reminiscenze marcionite e cabalistiche. Vi si trova anche una teofania commovente di Fatima, sposa di ‘Ali, che appariva come la Sapienza Creatrice (fatir, al maschile) in mezzo a un cosmogramma formato da Lei stessa e dagli altri quattro personaggi che, con Lei, formano i noti ahlu’l-bait. Tutta la cosmologia dell’U.K. è dominata da un fotismo pentadico molto marcato che si rifrae in una serie tra le sette e le dieci gerarchie, da cui emana un catenoteismo che sembrerebbe aver poco a che fare con l’Islam, anche eretico.

Trascurando gli altri temi, come la figura di Salman, che accumula i tratti dell’Antropos celeste e del Saoshyant mazdeo, ed il problema dei suoi sette combattimenti con l’antagonista Ahriman, bisogna distinguere nelle 38 Domande dell’U.K. due tipi di racconti fondamentalmente diversi: quello cosmologico che rivela – crediamo – delle narrazioni apocalittiche manichee e mazdee,  e quello soteriologico, in cui il processo di liberazione avviene all’interno dell’uomo, in una dimensione psichica che raggiunge il limite fisico. È su questo secondo tipo di racconto che crediamo di poter individuare una chiara impronta indiana, caratterizzata da discepoli tantrici, cioè di un’ascesi che, nella forma shaiva (Pratyabhijna) o buddista Vajrayana, si era diffusa nell’ambiente contiguo alla zona di diffusione e di conservazione della setta dell’U.K.

2 Qualche motivo «indiano»

Il carattere fondamentale degli insegnamenti soteriologici dell’U.K. è di presentare i suoi principi su due piani allo stesso tempo: il piano spirituale-cosmico e il piano individuale psico-somatico. La corrispondenza tra queste due sfere non è desunta «a posteriori» dal lettore, ma è indicata «a priori» dal testo e in modo apodittico.

Vediamo qualche esempio:

A)    La sede dello Spirito Supremo Divino (Ruhu’l-a’zam, Malik-i ta’ala), che l’uomo deve realizzare in sé stesso, è generalmente indicata dalle espressioni seguenti: bahru’l-baida’, «il mare di biancore», sifr-i hazar rang, «il vuoto dai mille colori», qubba-yi gayatu’l-azali, «la cupola dell’eternità pre-esistenziale». Questa sede è psicologicamente localizzata o nel cervello o nello spazio sopra la testa: “in magz be-dalil-i bahru’l-baida ast, wa in ruh-i natiqa be dalil-i Malik-i ta’ala, ké bar in magz-i safid maqam darad (f. 63)”, «questo cervello simbolizza il mare di biancore e questo spirito cosciente (cioè il “logos”) simbolizza il Re Sublime, il quale ha la sua sede nel cervello bianco», «qubba-yi gayatu’l-azali catr-i Malik-i ta’ala ast bala-yi sar-i ma, wa an qubba ruhu’l-a’zam ast be sifr-i hazar rang» (ib.), «la cupola dell’eternità pre-esistenziale è il soffitto del Re Sublime, sopra la nostra testa, e questa cupola è lo Spirito Supremo che emana dal vuoto dai mille colori».

Un’altra determinazione fisio-cosmologica ancora più esatta è: «in magz hamcun zamin-i safid ast, kè az bala-ye haft asman ast, hamconankè bahru’l-baida’ bala-yi in haft divan-i dargah ast» (f. 64), «questo cervello è come la Terra Bianca, che è sopra ai sette cieli, come il Mare di Biancore è sopra a queste sette gerarchie della Soglia». Non è che si debba trovare fantasiosamente in queste rappresentazioni, così poco islamiche, una simbologia correlata al mondo indiano, in particolare tantrico. I motivi del «Vuoto» e dell’«Oceano», dove si localizza l’esperienza suprema, la rigenerazione cosmica dell’uomo, sono indicati insieme, con un fotismo tipico già delle Upanishad, soprattutto nei testi settari come il Kularnava-tantra (ed. Taranatha Vidyaratna, 5to vol. dei Testi Tantrici pubblicati da A. Avalon, Londra, 1917), alla 9na ullasa, in cui si descrive «yad-atra natra nirbhasah stimitodadhivat sthitam svarupa-sunyam», “non c’è più qui, non c’è più là (cioè «un luogo senza luogo», che è chiamato nella mistica persiana posteriore «na koja abad»), si tratta di un’illuminazione calma che si situa come un Oceano, essendo il Vuoto la sua propria Essenza.”

In particolare, il motivo del «Vuoto dai mille colori», a cui l’U.K. si riferisce frequentemente, come il fine di un’ascensione in sé, che conduce alla rigenerazione dell’uomo, ci ricorda fenomenologicamente il nominato «sahasrara-cakra», la «ruota dai mille petali» dell’Hatha Yoga, il centro della coscienza di sottigliezza eterea, che molti Tantra saiva e sakta di genere operativo, come il Sat-cakra-nirupana, alle sloka 39-49, e il Padukapancaka, alla pag. 95 dell’edizione di A. Avalon, collocano esattamente sopra la testa, oltre la fontanella (brahmarandhra). Esiste anche, circa il «Vuoto sulla testa», o «nella testa», un insegnamento fonematico nella Maitryupanishad (VI, 23): «yo ‘sau paraparo devo, onkaro nama namatah / nihsabdah sunyabhutas tu murdhni sthane tato ‘bhyaset», «colui che è il dio supremo e il dio relativo, si chiama «Om». Silenzioso, vuoto di essere, bisogna meditare su lui nella regione della testa» (trad. Esnoul).

B)    Da questa sede suprema si realizza, secondo l’U.K., l’emanazione della Pentade archetipale delle Luci, stando a qualche passo pre-esistenziale e per altri «creata» dal «Re Sublime», le cui cinque Luci formano i cinque membri: «… awwal kè na asman bud wa na zamin bud wa na pang afaride bud, pang nur-i qadim be pang rang budand bar mital-i qaws-i quzah, wa az su’a’-i isan hawa-i padid amad manand-i aftab» (f. 81), «quando non c’era il cielo e la terra e le Cinque [creature] non erano state ancora create, c’erano Cinque Luci Primordiali ai Cinque Colori, simili all’arcobaleno, e un etere come il Sole si manifestò dalla loro lucentezza…»; «wa an pang kè Malik-i ta’alà afaridè (az haft cehrè peida-andpang gawarih-i an ruh…», (f. 411), «e queste Cinque che il Re Sublime ha creato (si manifestano dalle Sette Forme) [sono] » i Cinque Membri di questo Spirito…». Osservate, a questo proposito, il parallelo tra la dottrina di questa manifestazione della Pentade suprema dei Cinque Colori nell’U.K., che dopo si rifrange nelle 7 o 10 gerarchie (manzilat, divan, ecc…) successive (dottrina il cui fotismo accentuato la separa da ogni teoria muhammisa professata dai Nuzairi, Druzi, ecc…) e la teoria centrale Vajrayana, relativa alla teofania della Pentade suprema dello stesso Vajrasattva, sottospecie di cinque colori differenti, che si diffondono dalla Luce primordiale incolore. Ci sono, a tal proposito, una moltitudine di testi che descrivono questo processo, infatti, il Vajrayana «della mano sinistra» lo enuncia in un capitolo del Guhyasamaja-tantra (ed. Bhattacharyya, Baroda 1931), che abbiamo tradotto col commento tibetano (Annali I.U.O., Napoli 1959), attribuito a Indrabhuti, maestro di Padmasambhava, il magico missionario in Tibet, che visse attorno al 7mo secolo nello Swat, regione contigua alla zona di diffusione dell’U.K. Abbiamo citato, tra le note della nostra traduzione dell’U.K., un testo tibetano (rNam C’os rdzogs pa c’en poi sku sum no sprod), che fornisce un parallelo toccante con la teofonia soteriologica dell’U.K.: «… nello specchio di Vajrasattva il corpo di Buddha, sintesi della Luce dei Cinque Colori, splende e risplende. La percezione completa della Luce dei Cinque Colori, che è un’alterazione della Luce Essenziale (od gsal), è un bagliore di conoscenza pura… ». Nello stesso modo in cui, nel Mahayana, queste Cinque Luci Archetipali si individualizzano nei Cinque Tathagata, che sono le essenzialità fondamentali del cosmo, nell’U.K queste cinque Realtà, ciascuna delle quali simbolizza una funzione divina, si individualizzano emblematicamente nelle cinque persone dell’ahlu’l-bait. Al centro, la figura sofianica di Fatima si caratterizza per la funzione mascolina di «creatore», fatir. Infine l’omologazione di questa pentade con i cinque sensi di percezione, che ne rappresentano la proiezione nel mondo sensibile, decaduto nella materia, costituisce un’analogia aggiuntiva tra le due concezioni (vedere R. Tajima, Les Deux Grands Mandalas et la Doctrine de l’esoterisme Shingon, pag. 72, Paris, 1959).

 

C)    La sede dello Spirito Supremo, il «Vuoto dai mille colori», costituisce una specie di categoria «pura», che trascende le «Sette Rocce del Sinai» (haft kuh-i tur-i Sina), che corrispondono – nel microcosmo umano – ai «sette rami della vena solare» (haft sax-i rag-i bad-i aftab), laddove si realizza la salita (mi’rag) dello Spirito Cosciente di Vita luminosa (ruhu’l-hayat-i natiqa-yi nurani) nell’interiorità psichica umana, cioè l’ascensione dell’uomo al suo interno. Questa vena, in cui non c’è sangue, giacché è «vuota», è il condotto attraverso il quale la Luce e il Calore (nur-o tabes), cioè le due polarità dello Spirito Sublime, realizzano il collegamento «tra il cuore e il cervello». «Mi’rag rag-i bad-i aftab [ast], kè az in, del be magz peivastegi darad… wa hast sax be-budé-ast, wa dar miyan-i in rag… hic xun nist, illa bad-i pak wa gozargah-i nur-o tabes-i ruh-i a’zam» (f. 281): «il mi’rag [è] la vena del vento solare, che custodisce il collegamento tra il cuore e il cervello e si articola in sette rami. Nel mezzo di questa vena non c’è affatto sangue, ma solamente del «Vento Puro» (=etere), poiché è il condotto della Luce e del calore dello Spirito Sublime».

Il tema della «vena centrale» col quale si realizza la salita dello Spirito cosciente di Vita luminosa che collega «il cuore al cervello» costituisce una rappresentazione centrale di tutta la gnosi indiana dalle Upanishad ai Tantra. Si tratta della vena sushumna situata tra le due altre nadiida e pingala, che attraversano il midollo dorsale umano, lungo il quale l’elemento creativo folgorante (bindu, o vajra – nell’U.K. darrayi barqdarra-yi nutfa, «l’atomo folgorante», «l’atomo spermatico», v. D), E)), dopo aver scavato il suo percorso attraverso sei o sette centri sottili (cakra), giunge al sahasrara-cakra, la «ruota dai mille raggi», sopra al brahmarandhra, per identificarsi con la sfera dell’Assoluto informale. La menzione di tutti i passaggi dei testi dottrinali indiani, che si riferiscono al suddetto procedimento, oltrepasserebbero i limiti di questa relazione. Si può iniziare con le Upanishad di media antichità, come la Maitri, VI, 21-30 (… urdgva-ga nadi sushmna akhya prana-samcarini…ecc.), Prasna, II, 7, Mundaka, II, 1, e arrivare fino ai testi settari, a quasi tutti i tantra shivaiti della scuola Pratyabhijna e agli innumerevoli tantra buddisti del Vajrayana, poiché è nella madhyanadi, o sushumna, che avvenne la reintegrazione cosmica dell’uomo, o, come è detto dal punto di vista dell’U.K., l’unificazione dell’uomo, già macchiato dalla caduta nell’esistenza mortale con il suo archetipo immortale, l’Adamo eterno, Adam-i qadim (cfr. M. Eliade, Le Yoga, Immortalité et Liberté, p. 237 ss., Paris 1954).

D)    L’elemento che, a nostro avviso, svela più chiaramente la «contaminatio indica» per quanto riguarda le tecniche soteriologiche, è dato all’inizio dell’ultima citazione dell’U.K. (f. 281), dove, illustrando il mi’rag ma’nawi che si realizza in questa «vena del vento solare» si afferma testualmente, servendosi di un tipo di manipolazione etimologica dei vocaboli appartenenti alla tradizione islamica (Buraq, la cavalcatura mistica di Muhammadb. r. q. = barq, il fulmine): «…wa Buraq barq-i nur ast, wa mi’rag rag-i bad-i aftab ast…» («e Buraq è il Fulmine di Luce, e il mi’rag è la vena del vento solare…»). O, nel «fulmine di luce» che «sale nella vena centrale» è facile riconoscere il bindu, o tilaka, trasportato dalla kundalini-shakti, la cui ascesa è descritta nel Vijnanabhairava agli sloka 28-37 (anche, nell’ed. Silburn, Paris, 1961, le pag. 80, 92, 109, 168, 180 seg.). In più, lo stesso significato spermatico stabilito dall’U.K. (barq =darra-yi nutfa) corrisponde alla definizione del bindu data nel Pratyabhijna-hrdayaghanibhuta shakti, e la sua connotazione gnoseologica, indicata dallo stesso U.K. (nutq, «logos» uguagliato da metatesi a nutq[a], «punto», cioè «bindu»), è fissata nel Trikasara (citato dal commento di Ksemaraja al Pratyabhijna-hr., sl. 1), con la definizione di «baindavi kala», cioè la shakti (kala), o potere di conoscenza che appartiene al bindu (= la suprema coscienza, v.Pratyabhijna-hr., éd. Jaideva Singh, pag. 113, infra, Delhi 1963). È ben noto che nel Vajajrayana il fulmine (vajra) è il simbolo dell’indefettibilità del Vuoto nel corso della realizzazione spirituale. Questo fulmine è il bodhicitta, il «Pensiero dell’Illuminazione» (v. The Hevajratantra, a Critical Study, by D.L. SNELLGROVE, dove si stabilisce l’equazione «bindu-(vajra)-bodhicitta-sukra-sunyata», pag. 94-95, fn., 135 ecc…), che costituisce la reversione stessa del movimento che ha condotto all’emanazione del mondo a partire da una Luce ineffabile di Coscienza (Vajrasattva, Adibuddha, ecc…). Ebbene, questo «capovolgimento», attraverso il quale il bodhicitta si realizza nel siddha, chiamato «ribaltamento alla base» (asraya-paravrtti, descritto, p.e., nel Khasamatantra di Ratnakarasanti pubblicato da G. TUCCI, Festschrift Fr. Weller, Leipzig 1954), ci presenta un’analogia sorprendente con un evento apocalittico e psicologico descritto nell’U.K.

In effetti l’U.K. dichiara che, quando lo spirito-fulmine (ruh-i barq) sale nella vena centrale «vuota» e raggiunge finalmente la sede dello Spirito Sublime «sopra la testa», «il Sole si alza a Occidente» (f. 364) e «la terra del cuore si trasforma in terra di cervello» («… zamin –i del bar zamin-i magz badal kardè bashad…» ecc., f. 346). È detto anche che, quando la salita interna (mi’rag) si realizza come resurrezione spirituale (qiyama), «la terra del cuore si trasforma in cielo del cervello». L’energia di questa salita, totalmente deontologica, è data da un principio negativo, femminile, detto «anima acquietata», nafs-i mutma’inna, che, tramite raccoglimento fervido in sé, «sorge lungo la vena del vento solare per raggiungere finalmente la dimora, in cui conversa con lo Spirito Sublime, al di là della montagna del Sinai, formata da sette monti sovrapposti» «… nafs-i mutma’inna bed-in rag-i aftab bar ayad wa, bemonagat, bed-in gaigah ayad wa be ruhu’l-a’zam soxan guyad, bar in tur-i Sina, kè haft kuh-and az feraz ham-istadè-and…» (f. 274). Vi si trova una descrizione, nemmeno islamizzata, uguagliabile alla salita dell’udana per la via mediana, descritta nel commento di Anantasaktipada al Vatulanathasutra (trad. L. SILBURN, Paris, 1959), sutra 3, o dell’energia radicale (kundalini-shakti, sutra 11, comm., pag. 67, ib.), detta urdhvagamini, che, compiuta la sua ascesa, riposa nell’etere di coscienza e riempie quindi l’universo intero (sarva-vyapika). Per restare in ambito shaiva, ci si può ricordare di altri passaggi, molto numerosi, in cui si descrive lo stesso processo, come ad esempio il Tantraloka, pag. 352, sloka 57 (ed.Kashmir Series Texts & Studies), il Vijnanabhairava (op.cit. sl. 67, comm., 55, pag. 47, 80 seg., 92, 98, 109, 119, 168 seg., 180, 193), il commento al Pratyabhijna (op. cit., pag. 87), ecc… La menzione dei sette monti del tur-i Sina, che sono le sette tappe della levata per la via di mezzo del rag-i bad-i aftab, ci riporta direttamente al concetto del sat-cakra-bheda del Laya-yoga, le cui citazioni si trovano abbondantemente nei testi citati, per esempio, alla sloka 29 e sgg. del Vijnana-bhairava (op. cit., pag. 80-84): «… udgacchantim tadirupam praticakram kramat kraman / urdhvam mustitrayam yavat tavad ante mahodayah…//» (29): «… di centro in centro, poco a poco (l’energia radicale), come unfulmine erompe fino alla cima del triplice pugno (cioè sopra il cervello), finché alla fine il grande Risveglio (si produce)».

E)     L’economia soteriologica dell’U.K. attribuisce una fondamentale importanza alla funzione di un organo fisiopsichico che il testo situa tra i due sopraccigli, organo che l’U.K. considera la sede dell’Adamo primordiale, l’Adamo che non è mai stato contaminato dalla caduta e che si sottrae a ogni decadenza e morte. Questo Adamo interciliare è considerato l’archetipo celeste dell’Uomo interiore e la sua Guida occulta sul cammino della sua reintegrazione cosmica. Ben oltre, è la reintegrazione realizzata dall’Uomo al di là del tempo e dello spazio, come «Spirito Cosciente», cioè divinità perenne dell’Uomo nella sua essenza transtemporale. «… Adam xodavand-ast, in ruh ke bar magz-i pisani maqam darad…» (f. 267), «… Adamo è il Signore (W. Ivanow traduce «Dio»), questo Spirito che ha la sua sede nel lobo anteriore del cervello» (che si chiama anche «ruh-i natiqa-yi nurani», «Spirito cosciente luminoso». O anche, al f. 325, «Malik-i ta’ala in ruh-ast, kè natiqa xwanand», «il Re glorioso è questo stesso Spirito che si chiama cosciente»). La funzione di questo «ruh dar miyan-i do abru» (f. 20), «spirito nel mezzo delle due sopracciglia», nel microcosmo delle gerarchie: è il protagonista di qualsiasi resurrezione (qiyama), come «Spirito di Vita cosciente nel lobo anteriore del cervello e Signore dello Spirito Sublime» («ruhu’l hayat-i natiqa bar magz-i pisani wa xodavand-i ruh’l-a’zam» – f. 270). Lo si chiama anche «il punto, che è il «logos» di ‘Ali» (f. 15), o «il punto, che è il «logos» dei Credenti» (f. 20). Esso mostra già un’analogia sorprendente, con il bindu dell’anusvara iscritto al disopra della M del monosillaboAUM, che rappresenta il «quarto stato» trascendente il mondo della manifestazione (Mandukya-upanishad, II, 7), o l’energia condensata della parola (Svacchandatantra, IV, sl. 254-256, v. Vijnanabhairava, Introd. Di L. SILBURN, pag. 49).

Ci limiteremo a segnalare le analogie «indiane» più sorprendenti che questo organo presenta, i cui caratteri fisiopsichici e cosmologici caratterizzano nello Yoga indiano, e non solamente nello Yoga, la funzione del cosiddetto ajna-chakra, il «disco del comando» (ajna = xodavandi!): v., p. e., il Satcakranirupana, agli sl. 38-39 e la Gherandasamhita all’upadesa VI, sl. 17. Il Vijnanabhairava descrive minuziosamente, agli sloka 31-37, l’apertura e la contrazione eseguite in bhru-madhya (pers. Miyan-i do abru!) alla fine del quale la kundalini penetra gradualmente nella «via di mezzo» per elevarsi fino al «dvadasanta» (= sahasrara cakra del Satcakranir.), cioè il sovra-cervello di cui abbiamo parlato all’inizio di queste note (A). Nello stesso testo le analogie sono definite ancor di più. Mentre in quasi tutti i testi di Hatha yoga o nei Tantra tecnici si parla sempre di quest’energia radicale detta kundalini-shakti che da un centro sottile collocato al di sotto della spina dorsale (il muladhara-cakra) sale fino al sahasrara-cakra, nel Vijnana-bhairava, allo sl. 37, è presa in considerazione l’ascesa di kundalini limitata a collegare il cuore con il sovra-cervello, esattamente come accade nell’U.K. nel passo che abbiamo citato (D) sulla nafs-i mutma’inna (f. 274) che sale dal cuore per raggiungere la sede dello Spirito Sublime:

«Dhamantah ksobha-samhuta-suksmagni-tilakakrtim

Bindum sikhante hrdaye, layante dhyayato layah» (37),

«se si medita nel cuore e in cima al ciuffo di capelli sul «bindu», un punto simile ad un «marchio-rosso», [questo] fuoco sottile che produce una [certa] effervescenza; alla fine, quando [questo] sparisce, viene assorbito nella Luce [della Coscienza]» (trad. L. SILBURN). Il commento spiega questo versetto così difficile riferendosi alle tre vie (anavashaktashambava): secondo la via «dell’energia» (shakti), che è quella che ci interessa in questo caso, si tratta di evocare il «bindu» sotto l’aspetto di una fiamma tra le sopracciglia mentre la salita della kundalini unisce il cuore al cervello. Questo passaggio «indiano» ci dà, pertanto, la chiave per capire le posizioni reciproche e la relazione tra il Demiurgo «nutq-nutqa-xodavand» e il principio negativo femminile, la nafs-i mutma’inna, in questo processo soteriologico, che l’U.K. ci presenta caratterizzandolo in un modo puramente teo-cosmologico.

Un unico problema importante che assume questo centro nelle due tradizioni appena comparate, non chiarirà sufficientemente il vero significato dell’U.K., il cui carattere rapsodico e il linguaggio ambiguo (una vera «sandhi-bhasa» persiana!, cioè un crittogramma mantrico del tantrismo persiano che in un linguaggio intenzionale «sandhi-bhasa», segreto, oscuro e ambiguo esprime uno stato di coscienza erotico) denotano le attenzioni adottate dagli adepti della setta per nascondere il senso del suo insegnamento. Ecco perché è necessario citare una tecnica documentata in un testo tradizionale indiano, la cui evoluzione sia parallela al racconto del testo persiano. In quanto al resto, sarebbe anche troppo facile citare le centinaia di passaggi di testi indiani, ove si parla del centro psichico che nell’Hatha yoga è detto ajna-cakra in modo puramente passivo, discontinuo, per quanto riguarda un’operazione «spagirica» il cui obiettivo è la reintegrazione totale dell’essere umano nel suo archetipo divino, come accade nell’U.K.

Ricordiamoci solamente del consiglio che la Bhagavad-gita rammenta al morente: «kavim puranam anusasitaram / anor aniyamsam anusmared yah // sarvasya dhataram acintya-rupam / aditya-varnam tamasah parastat // prayana-kale manasacalena / bhaktya yukto yoga-balena caiva // bhruvor madhye pranam avesya samyak / sa tam param purusam upaiti divyam // !! “Colui che mediti sul Grande Maestro onnisciente ed eterno, più sottile dell’atomo, sostenitore di tutti gli esseri, dalla forma inconcepibile, splendente oltre ogni oscurità, al momento della morte, con la mente ferma grazie alla devozione e al potere dello Yoga, concentrando tutta l’energia vitale (prana) tra le sopracciglia, costui si ricongiunge con il Supremo Purusha (Isvara, il Dio-persona).”» (Bhagavad-gita, 8: 9-10)

F)     Ci sono, nell’U.K., delle specificità che permetterebbero anche di descrivere le scuole, o le sette, attraverso le quali dei particolari insegnamenti sono circolati dalle Indie alla regione del Pamir. Per esempio, si citano nell’U.K. (ff. 273-274) tre centri spirituali situati sopra il suddetto lobo interciliare: si tratta di tre centri raramente o quasi mai indicati nei differenti testi di Yoga, ma molto ben conosciuti presso qualche scuola shakta. Infatti, nel Satcakra-nirupana (pag. 48, 57, 65, 76) e nel Padukapancaka (pag. 125, 126), questi tre centri sono descritti come il manas-cakra, il soma-cakra e il karanavantara-sharira (il «corpo causale intermedio», o «corpo causale settuplo» contenente l’archetipo delle gerarchie «pure», cioè prive dell’alterità dovuta all’estroversione creativa). Questo è il motivo per cui, secondo noi, bisogna seguire il filone shakta, indipendentemente dalle sue filiazioni shivaite o buddiste vajrayana, per ritrovare nelle Indie la matrice delle tecniche soteriologiche esposte nell’U.K. sotto la veste bizzarra e variopinta di una strana cosmologia teosofica. Uno shaktismo di tipo vamacarin inquadrerebbe, a parer nostro, il passaggio dei ff. 229-230 e l’insegnamento pressoché incomprensibile delle Questioni VII e VIII, ove si abbozza una dottrina secondo cui è possibile ritornare alla propria sfera pre-esistenziale e alla propria virtualità profonda, e in cui si cita il fulmine (barq, v. ilvajra indiano) inerente al seme umano (darra-yi nurani-yi nutfa, «l’atomo luminoso spermatico»), quando la relazione tra i due sessi, priva dell’elemento ahrimanico, diventa «lecito» (halal).

Questa domanda comporterebbe delle considerazioni e degli studi che oltrepasserebbero i limiti della presente relazione, il cui solo obiettivo è di focalizzare l’attenzione degli studiosi su questi aspetti singolari di un’opera mistica come l’Ummu’l-Kitab, scaturita alla frontiera di due grandi regioni culturali, l’India e l’Iran.

 

Bibliografia

 

Von Pio Filippani-Ronconi, Quelques influences indiennes dans la redaction de I’Ummu?l-Kit?b, Wiesbaden: F. Steiner, 1969. – P. 886-893; 23 cm. Estr. da: 17. Deutscher Orientalistentag, vol. 3.

 

 http://www.tradizionesacra.it/qualcheinfluenzaindiananellaredazioneummu-l-kitab.htm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Punjab Assembly approves resolution to make Guru Nanak’s birthday a public holiday

File photo of Sardar Ramesh Singh.  PHOTO: ABID NAWAZ/EXPRESS

LAHORE: Sardar Ramesh Singh, the first Sikh member of the Punjab Assembly, tabled a resolution requesting that the birthday of Guru Nanak, founder of Sikhism, be made a public holiday.

Ramesh Singh is a member of Pakistan Muslim League — Nawaz (PML-N) and the resolution was approved in the Punjab Assembly on Wednesday.

The passing of the resolution comes just a few days after members of the Sikh community stormed through the gates of Parliament House to protest against the alleged desecration of their holy books.

The protesters later apologised for entering the premises in a violent manner and forwarded a list of demands to members of the Senate.

Leader of the House Raja Zafarul Haq had assured the 13-member Sikh committee that he would forward their demands to Prime Minister Nawaz Sharif.

http://tribune.com.pk/story/714317/punjab-assembly-approves-resolution-to-make-guru-nanaks-birthday-a-public-holiday/

Now that two young Muslim “yoga gurus” are set to have BJP chief Amit Shah and, possibly a slew of Union ministers, twisting and turning to their command, they are aiming higher for their next pupil.

Reshma Khatoon and Bismillah Khatoon, both teenage yoga experts, say they now want to give lessons to Prime Minister Narendra Modi and President Pranab Mukherjee.

They made the headlines after being chosen to impart yoga lessons to Shah and others at Moinul Haque stadium in Patna on the occasion of International Yoga Day on June 21.

The Muslim girls’ close bond with yoga has come to the notice of the Union government, which has been making the point there is no reason why yoga should be anathema to religious minorities.

The girls from Lal Saraiya village of West Champaran are hoping that teaching yoga to the BJP chief will be their first step in a long journey.

“Next, I want to give yoga lessons to Prime minister Narendra Modi,” Reshma, at 16 the elder of the girls, told Hindustan Times from Bettiah, the headquarters of West Champaran district located 150 km northwest of Patna.

Fourteen-year-old Bismillah’s pupil of choice would be President Pranab Mukherjee. “He lives in a big palace in Delhi. I will feel very happy to go there and teach him yoga. It will improve his health,” said the Class 10 student.

The two girls were in the midst of a programme at Maharaja stadium in Bettiah, preparing for Yoga Day, and sounded excited about going to Patna for main event on Sunday.

“I will begin with surya namaskar, teach pranayam and then move on to other yogic asanas,” said Reshma about her plans to impart the basics of yoga to the BJP chief.

Reshma has been practicing yoga since 2012 after being inspired by her parents, while Bismillah has been doing it since 2010. Bismillah said she was just nine years old when she started.

“I want to teach 10 asanas (to Amit Shah),” said the younger but more experienced girl.

The families of the two girls live in a colony for Bengali refugees who migrated to West Champaran from the erstwhile East Pakistan during the war of 1971 that led to the creation of Bangladesh.

“We call the colony yoga village as all the 1,500-odd families residing there know yoga, thanks to the effort of one man, Ashok Sarkar, who also lives there,” said Krishna Mohan Prasad, the head of the West Champaran unit of the Divya Yoga Mandir run by Ramdev’s Patanjali Yogpeeth.

“It is Sarkar who taught yoga to Reshma and Bismillah, who come from the only two Muslim families in the Bengali settlement,” Prasad said.

It is “Sarkar sir” who will accompany the two girls to Patna.

“Both girls are highly skilled in yoga and have represented India at international competitions and camps, including those in Australia and South Africa. Yoga doesn’t differentiate between human beings on the basis of religion,” said Ajit Kumar, in-charge of Patanjali Yogpeeth in Bihar and Jharkhand.
Kumar said more than 20,000 people are expected attend the yoga event in Patna on Sunday and around 8,000 will be present in the Moinul Haque stadium.

 

Lucknow, December 25: 600 students, both girls and boys, learn yoga from Hindu teacher after reciting ‘Bismillah al-Rahman al-Rahim’

Shortly after reciting ‘Bismillah al-Rahman al-Rahim’ from the Holy Quran, hundreds of students at

“The main objective behind starting the yoga class is to make our students mentally and physically fit,”

http://article.wn.com/view/2010/12/25/Now_Yoga_start_with_Bismillah/

 

 

Yogini del mondo Islamico 94

15 Marzo 2016 |  Tagged , , , | Commenti disabilitati

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Quello che stai per leggere probabilmente non l’avevi mai sentito prima, ma è molto probabile che a fine articolo ci penserai due volte prima di consumare nuovamente carne di maiale.

La carne di maiale, per chi segue la dieta del gruppo sanguigno sa che non è indicata, ed infatti è risaputo, come afferma un mio amico medico che fa i test di intolleranza, che quasi tutti i suoi pazienti risultano che non devono consumare maiale.

Questo non dovrebbe sorprendere se si considera come in moltissime culture antiche fosse proibito consumare carne di maiale e la motivazione è più pratica che religiosa.

Le leggi Bibliche, come del resto in parte anche il Corano, affermano che si possa mangiare rispettando, tuttavia, rigidi rituali di macellazione (dissanguamento), soltanto carne di ruminanti, volatili e non animali con unghie bipartite.

Questo precetto non è assolutamente frutto superstizioni infatti, oltre a considerare come il suino vive e viene allevato nella sporcizia e nell’impurità, esistono delle motivazioni più profonde.

Quando George Orwell scriveva nella sua novella “La fattoria degli animali” che l’uomo e il maiale erano pressocché identici era più vicino alla verità di quanto sapesse.

Il motivo per cui la carne di maiale va evitata è che ha troppo DNA in comune con l’uomo e proprio per questo che il nostro corpo non lo assimila completamente.

Gli studenti di medicina, fin dal medioevo, per le loro esercitazioni di anatomia, utilizzavano un animale di disposizione, forma, pelle e struttura degli organi interni molto simile a quella umana: ovviamente usavano il maiale.

Una ricerca dell’Università dell’Illinois ha preso da una parte il genoma umano e dall’altra quella del maiale e hanno scoperto incredibili somiglianze. “Abbiamo preso il genoma umano, diviso in 173 pezzi e riorganizzati per renderlo come quello di un maiale,” spiega la genetista animale Lawrence Schook. “Tutto combacia perfettamente. Il maiale è geneticamente molto simile all’uomo.”

Gli scienziati hanno pubblicato uno studio su Nature nel 2013 in cui hanno eseguito il più imponente studio sul genoma del maiale sequenziandolo completamente, e aprendo le porte allo xenotrapianto (trapianti di organi dal maiale all’uomo).

Il Prof. H.Reckeweg nel suo libro di Omotossicologia, fa un lungo e complesso discorso di similitudine biologica della carne di maiale con quella umana, che creerebbe reazioni cellulari complesse ed improprie, quello che viene chiamato “cannibalismo filogenetico”.

Chi si è abituato a consumare questa carne, rimane sottoposto ad una specie di assuefazione (come nel caso di tabacco, alcool, caffè ed altre droghe). Il Prof. H. Reckeweg afferma che quando diceva ai suoi pazienti di rinunciare al maiale se volevano guarire tutti rispondevano: “Però, dottore, è così buona!” “come posso farne a meno?”.

Sapevi che i maiali vivono pochi anni? In primo luogo perché la loro età biologica è limitata a pochi anni, e poi, perché vengono creati per essere uccisi intorno ai sei anni al massimo. E’ risaputo inoltre che se i maiali vivono più di sei anni sviluppano inevitabilmente qualche tipo di tumore o degenerazione. Non senza ragione, per tutto ciò che abbiamo detto finora, possiamo affermare che il maiale dovrebbe essere evitato.

Il Dott. Cosimo Bagnulo, medico di Medicina Generale a Casamassima, in provincia di Bari e autore del libro “Dalla mucca pazza all’Alzheimer” (Nuova Palomar) afferma che il 60% delle persone colpite da patologie come Alzheimer, cancro, sclerosi multipla, vive in Paesi in via di sviluppo; mentre chi vive nel Terzo Mondo, in particolar modo in Paesi di religione islamica, questo tipo di malattie sono assenti. Solo un caso?

Bisogna anche considerare che nel maiale albergano virus e parassiti, soprattutto nei polmoni. Secondo il Prof. Shopedell’Istituto di Virologia di Londra il virus influenzale alberga primariamente nel polmone del maiale, e per questo i pazienti grandi mangiatori di maiale e specialmente salsicce (che contengono polmone di maiale) soffrono in particolare di influenza.

Lo studio del 2013 già menzionato ha anche scoperto che i maiali hanno 112 sequenze di DNA che corrispondo a quelle responsabili delle malattie croniche come Alzheimer e Parkinson. Il Dott. Claudio Viacava (a cui rimando per approfondimenti), biologo e nutrizionista, spiega che quando mangiamo il maiale i mucopolisaccaridi, presenti in una grande quantità di strutture del tessuto connettivo dell’animale, una volta penetrate nel nostro organismo, si dirigono soprattutto verso quelle strutture a cui biologicamente appartengono, causando tossicità fisica, psichica e quindi spirituale. Inoltre, se consideriamo anche gli studi sul DNA del Dott. Bruce Lipton, possiamo dire che i geni del maiale che sequenziano queste malattie innescano nell’uomo (fattore ambientale) l’attivazione degli stessi geni e quindi lo sviluppo della malattia (epigenetica). Vedi anche Stress, fame e fumo cambiano il nostro DNA?.

Ora che conosci tutto questo sei libero di mangiare il maiale, e quindi anche di sapere come staresti meglio senza.

Fonte: http://www.dionidream.com/perche-dovresti-evitare-la-carne-maiale/

Il Mufti Indiano Muhammad Ilyasi ha dichiarato che Shiva fu il primo profeta musulmano, era Adamo; mentre Parvati era Eva. La nazione Indiana adesso è unita:

LE MALATTIE DEL FEGATO E DELLE VIE BILIARI

Le malattie del fegato e delle vie biliari erano trattate molto seriamente nell’antico Oriente perché si credeva che il fegato immagazzinasse e regolasse la quantità di sangue nel corpo umano; e se il fegato perdeva queste funzioni, si sviluppavano varie emorragie. È noto che il fegato secerne sostanze biologicamente attive coinvolte nella coagulazione sanguigna. Gli antichi guaritori affermavano che il fegato controlla direttamente le costole e i tendini; in mancanza di tale controllo si verificano le malattie muscolari, come i crampi e gli spasmi. In Oriente, hanno notato che lo specchio del fegato sono gli occhi umani, e le malattie del fegato influenzano direttamente il carattere dell’uomo. Un’espressione popolare dice: “Si trova nel mio fegato” – cioè non è sorto casualmente. Secondo un antico concetto dei guaritori Bulgari, si credeva che il fegato fosse strettamente legato all’anima umana, e che nel fegato e nel capezzolo destro vi fosse un centro energetico a difesa psicologica del corpo.

Nell’antico Oriente, la cistifellea era considerata parte integrante del fegato. I guaritori credevano che la cistifellea fosse un fegato funzionante. Per questo motivo, i disturbi che avvengono nel fegato influiscono sul funzionamento della cistifellea, e viceversa. A sua volta, il lavoro del fegato e della cistifellea influisce sulla salute di tutto l’organismo. Per questo motivo, i guaritori influenzando il fegato e la cistifellea eliminavano le seguenti malattie: rapido affaticamento, debolezza visiva, irascibilità, mal di testa, paura, disturbi del sistema riproduttivo, ecc…

 L’epatite acuta (Hepatitis acuta)

L’epatite acuta appartiene al gruppo delle malattie acute, in gran parte infettive, che colpisce principalmente il parenchima epatico. I disturbi sono equilibrati dalla circolazione energetica nei meridiani di fegato, cistifellea, cuore, reni, ecc…, ragion per cui il fegato è colpito facilmente dai virus di tipo “A” (malattia di Botkin), “B” e “C”. L’epatite tossica avviene quando il corpo è avvelenato di varie sostanze.

Tra i sintomi principali all’insorgere dell’epatite tossica unitamente ad altri disturbi del paziente, c’è l’itterizia. Nella maggior parte dei casi, vi è un ingrossamento e una dolenza al palpeggio dell’area del fegato. Si evidenzia anche un’insufficienza marcata della funzione epatica. La manifestazione dell’epatite acuta alcolica è l’ittero, talvolta vi è una sensazione di pesantezza nella parte superiore dell’addome, spesso febbre, alcune volte un rapido sviluppo di ascite, una moderata leucocitosi, aumento della VES.

I casi gravi di epatite tossica acuta possono causare una distrofia acuta e subacuta del fegato.

La distrofia epatica si manifesta in maniera acuta e subacuta poiché è il risultato dell’epatite virale e di altre malattie del fegato (epatite cronica, cirrosi).

Il paziente che sviluppa la distrofia acuta diventa apatico ed indifferente all’ambiente circostante. A volte, avviene il contrario, è insonne, agitato, delirante, allucinato e diventa persino psicotico. Molto spesso, la temperatura corporea aumenta notevolmente, sovente un odore dolciastro esce dalla bocca. Le dimensioni del fegato si riducono abbastanza velocemente.

Tutti i fenomeni sopra descritti si sviluppano più lentamente in presenza di distrofia subacuta epatica.

Durante la malattia, il cuore e i vasi sanguigni sono soggetti a disturbi come la tachicardia e la diminuzione della pressione sanguigna.

Il trattamento comincia prescrivendo al paziente del riposo, una dieta rigorosa, un regime quotidiano e, se necessario, il digiuno.

L’azione energetica durante lo stadio dell’epatite acuta attraversa alcune fasi. La prima tappa consiste di lavorare con l‘aura del paziente. Bisogna capire se vi sia una perdita di energia nella regione del centro energetico situato tra il fegato e il capezzolo destro (chakra della volontà). Dopo aver sbarrato le vie di perdita energetica, il guaritore riempie di energia “fresca” l’area del fegato e in seguito la distribuisce nell’organismo per lavorare con la copia energetica del fegato. Lavorando con la copia, la distanza non ha nessuna importanza, e il guaritore opera costantemente gestendo l’equilibrio energetico triangolare tra fegato, cuore e reni. Operando sul fegato, è anche necessario stimolare la colecisti e i canali biliari. Successivamente, si riempiono di energia i centri energetici (chakra) di Muladhara, Svadhistana, Manipura, Anahata, ecc… L’azione è condotta a contatto tramite i pollici dei piedi e in modo remoto si dirige solamente l’energia dal “terzo occhio” del guaritore ai centri energetici del paziente. Poi, il lavoro è svolto solo a distanza: il guaritore chiude tutti i buchi del campo energetico del paziente e lo riempie di Prana vitale.

Le raccomandazioni guaritori Bulgari:

1. Una rigorosa dieta e l’osservanza di un digiuno terapeutico per due giorni;

2. La regolare esecuzione di un auto-massaggio addominale (vedere “I segreti dei guaritori musulmani del volga Bulgaria”;

3. L’assunzione di infusi e decotti a base di erbe medicinali (vedere capitolo “I segreti dei guaritori musulmani del Volga Bulgaria”).

Epatite cronica (Hepatitis chronica)

 

L’epatite cronica è una malattia di lento decorso per quanto riguarda i cambiamenti del parenchima epatico (epatociti) e dei suoi interstizi.

L’epatite cronica, in alcuni casi, è il risultato di un’epatite acuta prolungata o ricorrente. L’epatite cronica occupa una posizione intermedia tra l’epatite acuta e la cirrosi. Ci sono due forme distinte di malattia: poca attiva e attiva.

L’epatite cronica è molto spesso la continuazione di un’epatite virale acuta, più raramente è una conseguenza del processo di transizione delle malattie infiammatorie croniche dei dotti biliari intraepatici del parenchima epatico.

Lo sviluppo delle perturbazioni energetiche circolanti nei centri e nei canali responsabili dell’attività del fegato dipendono eventualmente da disturbi alimentari come la mancanza di proteine, vitamine o alcolismo cronico.

L’epatite cronica può dipendere da una serie di malattie croniche esistenti da tempo (gastrite, ulcera gastrica e duodenale, enterocolite, malattie renali, ecc.)

I pazienti con epatite cronica lamentano un dolore al fegato. Il dolore aumenta in caso di alimentazione errata, o se viene eseguito un esercizio fisico in posizione inclinata o per un movimento brusco. Si ha dell’amaro in bocca, mancanza di appetito, nausea, irregolarità di evacuazione, più raramente vomito. In molti casi, si ha una diminuzione della capacità lavorativa, irritabilità, e talvolta, mal di testa. Occasionalmente e localmente, la pelle è pruriginosa. In alcuni casi, si manifesta dell’itterizia sulla pelle, il fegato si ingrossa.

La cura dell’epatite cronica è in molti aspetti simile al trattamento di altre forme di epatite acuta. Nel periodo di peggioramento dell’epatite cronica è necessario riposarsi a letto. È prescritta una dieta rigorosa facilmente digeribile a base di proteine e carboidrati. È permessa una quantità minima di grassi vegetali. La dieta deve essere ricca di vitamine (verdura verde, frutta). Non si dovrebbe consumare più di 3 grammi al giorno di sale.

L’azione energetica è condotta come se si trattasse di un’epatite acuta, a cui è aggiunto, un trattamento per il principale canale energetico, che è posizionato lungo la colonna vertebrale fino alla testa. Il trattamento del canale energetico inizia con l’ispezione della colonna vertebrale che permette in un primo tempo al guaritore la rimozione manuale dei disturbi, e in un secondo tempo la terapia è condotta energicamente (vedere il capitolo “Il trattamento della spina dorsale”). I guaritori Bulgari in tutti i casi di epatite cronica agiscono sul fegato del paziente attraverso il centro telepatico (Ajna-chakra). Ritenevano che l’impostazione di un programma per la cura dell’epatite cronica fosse necessario per la preservazione del campo energetico ripristinato del paziente. Per ulteriori informazioni sull’applicazione del programma, si possono consultare i capitoli riguardanti “l’ulcera peptica” e “l’enterocolite cronica.

Il guaritore intervenendo sul fegato dovrebbe seguire il trattamento dell’epatite cronica secondo la seguente sequenza: 1. Lavorare sul campo energetico del paziente; 2. Lavorare col principale canale energetico; 3. Lavorare con la copia energetica degli organi interni; 4. Impostare un programma di guarigione; 5. Lavorare col campo energetico del paziente.

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

  1. Una dieta senza cibi piccanti, salati, fritti e grassi;
  2. Il regolare svolgimento dei giorni di digiuno;

3. Assumere infusi e decotti di erbe medicinali (vedere capitolo “La fitoterapia presso i guaritori Bulgari.”

4. Eseguire gli esercizi di respirazione (vedere capitolo “Yoga Bulgaro del Volga”).

5. Fare regolarmente il massaggio del ventre (vedere “I segreti dei guaritori musulmani del Volga Bulgaria”.

La colecistite (Cholecystitis)

La colecistite è un’infiammazione della cistifellea dovuta ad un’alterazione della normale circolazione energetica nei meridiani di fegato, cistifellea, stomaco, intestino tenue, vescica, eccetera. Lo squilibrio energetico comporta un indebolimento della cistifellea e dei suoi dotti che contribuiscono a sconfiggere le varie infezioni. In alcuni casi di intossicazione, la membrana mucosa irritata si ricopre di vesciche contenenti un succo pancreatico o diviene affetta da elmintiasi. La causa principale dell’infiammazione della cistifellea è il ristagno della bile, i cui disturbi hanno origine nei canali biliari, nei lunghi intervalli tra i pasti, nella sedentarietà e nelle allergie.

C’è la colecistite acuta e cronica. La colecistite acuta inizia improvvisamente con un forte dolore alla regione subcostale destra e più raramente intorno all’ombelico. Normalmente il dolore si distribuisce nelle seguenti aree del corpo: spalla destra, collo, scapola, parte destra dei fianchi. Congiuntamente alla sindrome dolorosa, si osserva di frequente una nausea accompagnata con del vomito di bile.

 

L’influenza sulla copia energetica ingrandita della cistifellea.

La colecistite cronica è spesso conseguente ad una precedente fase acuta latente. Tuttavia, nella maggior parte dei casi si sviluppa in modo idiopatico. Inizia impercettibilmente, il paziente ha una sensazione di pesantezza e di gonfiore dopo i pasti. Frequentemente, un dolore fastidioso si sviluppa nella spalla destra, nella regione cardiaca e lombo-sacrale. Piuttosto frequentemente, il dolore si aggrava compiendo dei movimenti bruschi. Spesso, la colecistite cronica è accompagnata da eruttazione, nausea, vomito, amaro in bocca, non di rado stitichezza. In molti casi, il malato segue un’alimentazione corretta.

Il trattamento della colecistite cronica è condotto nello stesso modo della colangite (vedere il capitolo la “Colangite”)

Colangite (Cholangitis)

 

La colangite è un processo infiammatorio delle vie biliari. La colangite è spesso combinata alla colecistite e alla colelitiasi (calcolosi biliare).

La causa della malattia ha origine nell’indebolimento della protezione energetica di fegato, cistifellea e dotti biliari, in quanto in essi penetra facilmente attraverso l’infezione e l’elmintiasi.

L’infiammazione dei dotti biliari è dovuta a vari disturbi; tuttavia, il loro equilibrio energetico dipende dagli organi della cavità addominale, essendone la colangite una conseguenza. Vi è la colangite acuta e cronica.

La colangite acuta inizia con una febbre improvvisa, con un rapido aumento della temperatura corporea e con della nausea, a volte accompagnata da vomito. Appaiono una sensazione di gonfiore e pesantezza, e poi compare un dolore nella zona sottocostale (ipocondrio) destra. Frequentemente, nei primi giorni della malattia c’è un ingrossamento del fegato. Si osserva un progressivo aumento della VES.

La colangite cronica è spesso associata alla colecistite (angiocolecistite) o all’epatite (colangioepatite).

In presenza di colangite cronica, il dolore nella zona sottocostale destra è molto spesso collegato ad errori alimentari, il corpo è tremante e compie dei movimenti bruschi. In alcuni casi, l’aggravamento della colangite è facilitato da polmonite, tonsillite, influenza, ecc… Spesso si ha in bocca un gusto amaro e metallico, si percepisce del prurito e un aumento della temperatura corporea. Si nota anche un aumento delle dimensioni del fegato.

Nel tempo, la colangite coinvolgendo la colecisti e il fegato può condurre alla colangite sclerosante, e in seguito alla cirrosi epatica.

Il trattamento delle forme acute di colecistite e colangite inizia col riposo a letto e con un digiuno terapeutico fino a tre giorni. Sono prescritti degli infusi coleretici e un’azione diuretica.

Il trattamento energetico dei processi infiammatori della cistifellea e dei suoi dotti comprende pochi e semplici passi di influenza a distanza e a contatto. Uno dei primi compiti del guaritore è di rimuovere gli spasmi che bloccano lo scorrimento della bile nella cistifellea migliorando la funzionalità del fegato. Per fare questo, il guaritore fa scorrere a distanza l’energia dall’alto in basso e viceversa lungo i canali energetici. Già nei primi secondi il dolore sparisce dall’ipocondrio destro. Poi, il guaritore esegue una simulazione energetica su fegato, cistifellea e dotti. Il lavoro è effettuato sulla copia energetica degli organi. In questo caso, è molto importante ripristinare l’equilibrio energetico negli altri organi del sistema digerente o respiratorio, e negli altri sistemi che influiscono negativamente sull’area del fegato e delle vie biliari.

L’influenza avviene a contatto e a distanza per riempire i dotti biliari attraverso il dito pondolo del piede, Manipura e Anahata chakra.

 La fase seguente del trattamento è l’impatto sulla mucosa delle vie biliari e sulla cistifellea. A tal proposito, il guaritore aumenta le dimensioni delle copie energetiche degli organi e le riempie regolarizzando la membrana mucosa. I guaritori Bulgari aumentano o diminuiscono la copia energetica degli organi, del sistema o dell’intero organismo con un metodo antico che è applicato spesso ancora oggi.

Una fase del trattamento considerata obbligatoria avviene influenzando la colecisti e i suoi canali tramite Ajna-chakra (centro telepatico) su Anahata e Manipura chakra del paziente secondo un programma di guarigione (descritto nei capitoli “ulcera peptica…” e “l’enterocolite”). Per un maggiore effetto, i guaritori influenzano a contatto attraverso il dito pondolo del piede e a distanza inviando dell’energia al terzo e al quarto centro energetico.

La sessione termina allineando e riempiendo di energia vitale l’aura del paziente.

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

  1. Osservare un digiuno terapeutico e regolare con purificazione obbligatoria del tratto gastrointestinale.
  2. L’osservanza di una dieta soprattutto priva di grassi.
  3. Assumere un coleretico per l’espulsione della bile e un’erba diuretica (vedere capitolo ““La Fitoterapia presso i guaritori Bulgari”).
  4. Eseguire un regolare massaggio addominale (vedere capitolo “I segreti dei guaritori musulmani del Volga Bulgaria”). Secondo i guaritori Bulgari, sovrapponendo la mano sinistra sulla regione subcostale destra (ipocondrio) l’effetto è molto forte.  Secondo i guaritori deve esser fatto mattina e sera. La mano deve stare in questa posizione finché non compare un borborigmo addominale.
  5. Eseguire gli esercizi respiratori e fisici (vedere capitolo “Introduzione allo Yoga Musulmano dei Bulgari del Volga”).

 

 http://www.tradizionesacra.it/malattiefegato_viebiliari.htm

Sri Ravi Shankar è stato un ospite d’onore al 3° Seminario Internazionale sulla Mistica e sulla Spiritualità delle religioni Islamica e Indiane organizzata presso il Mustafa International University,  Iran at India Islamic Culture Centre, Delhi

 

Nel Silat, l’arte marziale malese, il praticante non è solo un guerriero, ma anche un guaritore.

Il praticante del Silat è un eroe che ripercorre le gesta epiche del Ramayana Islamico malese, la “Hikayat Seri Rama”, identificandosi con esso. Sostanzialmente, il praticante del Silat è uno sciamano, un sufi, un guerriero e un eroe… (D. S. Farrer, Silat: Art, Magic and Performance). Dal 1998, la rappresentazione spettacolare del Ramayana è eseguita durante le competizioni degli sport da combattimento. La regalità e la prodezza di Rama nella lotta è emulata nelle diverse arti marziali del sud-est asiatico come il Muay Thai e il Silat musulmano. (M. K. Agarwal, The Vedic Core of Human History: And Truth will be the Savior, pag. 239)

I malesi avevano stabilito dei contatti regolari con l’India e con la Cina già prima del 1° secolo. Il Silat è stato in gran parte plasmato dalle arti marziali cinesi e indiane La mazza indiana e la spada cinese ne sono un esempio. La tradizione ritiene che il Silat Tua (letteralmente “antico Silat”) sia stato il primo sistema di Silat Melayu fondato sulla penisola. Esso incorpora quattro forme elementari dello xingyiquan cinese e diverse forme base del Ramayana indiano.

IL MINISTRO DELL’EDUCAZIONE DEL RAJASTHAN VASUDEV DEVNANI EQUIPARA LA PREGHIERA ISLAMICA AL SURYA NAMASKAR – SALUTO AL SOLE YOGICO

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IL MINISTRO DELL’EDUCAZIONE SCOLASTICA DEL MADHYA PRADESH PARAS JAIN EQUIPARA LA PREGHIERA ISLAMICA AL SURYA NAMASKAR – SALUTO AL SOLE YOGICO

Namaz is also a form of Surya Namaskar: Madhya Pradesh Minister

Bhopal, Jan 12: In yet another religion-based controversy, Madhya Pradesh School Education Minister Paras Jain on Sunday, Jan 15, courted a controversy by saying minorities should also offer Surya Namaskar. According to news reports, Jain said that “Namaz” is also a form of Surya Namaskar.

The minister, while raking up the controversy, also made it clear that reluctant students can opt not to participate in the event. [Mass Surya Namaskar in MP] To avoid being in the eye of storm, Jain said the Surya Namaskar has nothing to do with religion and is being done to spread awareness about health. Since 2007, in the BJP-ruled CM Shivraj Singh Chouhan led-Madhya Pradesh government, a mass event of holding Surya Namaskar is organised annually in all the government-run schools and colleges, on the occasion of National Youth Day and also the 151st birth anniversary of Swami Vivekananda. [12 Benefits Of Doing Surya Namaskar Every Morning] Madhya Pradesh Chief Minister, Ministers, MPs, MLAs and other government officials will also participate in the 9th mass Surya Namaskar in the state. [12 Poses Of Surya Namaskar]

http://www.oneindia.com/bhopal/namaz-is-also-a-form-of-surya-namaskar-madhya-pradesh-minister-1619060.html

Una musulmana esegue il Surya namaskar

 

 

 

Muslim group releases book to remove misconception about yoga

Muslim group releases book to remove misconception about yoga

New Delhi: Amid opposition in some quarters, a Muslim group on Wednesday came out with a book seeking to allay apprehensions of the community about the International Yoga Day.

Titled ‘Yoga and Islam’, the booklet is compiled by the Muslim Rashtriya Manch (MRM), a wing of RSS. The book was launched by AYUSH Minister Shripad Naik.

The book also draws parallels between some yoga exercises and namaaz.

“This is a good step taken at the right time. Whatever controversy had arisen, the organisation has tried to cool it down. I am thankful to them. The controversy had arisen unnecessarily without any reason. Their effort to bring out the truth is appreciable,” Naik told reporters.

The 32-page booklet has 12 chapters named as ‘yoga is not un-Islamic’, ‘objective of yoga is not to spread Hindu religion’, ‘namaz is one sort of yoga asana’ and ‘yoga is not unknown to Muslims’.

“There was no opposition to the yoga day in the entire world. There was some opposition in the Muslim community. That is why we took this imitative. There is no difference between Islam and yoga. The way yoga is needed for the entire country Muslims also need it.

“The book will be launched in all the states. It will also be translated into English and Urdu. Those who do politics over it, its their work. For us, yoga is our pride and we want to spread it all over the world,” Mohammad Awzal, MRM national convener told reporters.

The booklet has been complied by Imran Chaudhary and Abhijeet Singh and published by MRM, the Ministry said.

MRM officials said that ‘namaz’ has yoga in every act.

“The first step of ‘namaz’ is known as ‘qayaam’ and in yoga term it is known as ‘tardsasana’ while the next step in ‘namaz’ is ‘ruku’ which in yoga terms is known as ‘nauli kriya’,” an official said.

This is followed by ‘sujood’ which in yoga term is known as ‘sashang wajr asana’ and the last in ‘namaz’ is ‘julus’ which is known as ‘wajr asana’ in yoga, he said.

This comes against the backdrop of certain Muslim groups opposing to offer ‘surya namashkar’ and reciting sanskrit ‘slokas’ in the beginning of the mega event on Rajpath.

However, the government has clarified that it was not compulsory for them to say ‘slokas’ nor was ‘surya namashkar’ part of the common yoga protocol for June 21.

http://zeenews.india.com/news/india/muslim-group-releases-book-to-remove-misconception-about-yoga_1615185.html

Lo yoga dell’Islam

6 Febbraio 2016 |  Tagged , | Lascia un commento

Lo yoga islamico è un tema che affascina sempre più gli studiosi e gli orientalisti. Venerdì 11 dicembre 2015 il professor Alberto Ventura, direttore del Laboratorio calabrese sul Mediterraneo islamico “Occhialì”, è intervenuto presso “Il giardino di Shiva” al seminario “Lo yoga dell’Islam”. E’ stato introdotto da Valentina Zecca, appartenente al Laboratorio Occhialì. Erano presenti anche Gustavo Mayerà, Fabrizio Di Buono e Angelo Carlucci in rappresentanza del Laboratorio.

Questa è stata la premessa del seminario:
“La tradizione mistica islamica si è arricchita attraverso i secoli dell’apporto di altre tradizioni spirituali ed ha a sua volta lasciato un’impronta nelle culture che ha incrociato nel suo diffondersi per il mondo. Lo yoga dell’Islam è un incontro che mira ad esplorare il dialogo tra culture diverse e solo apparentemente distanti su temi universali quali la meditazione, l’ascesi, il rapporto con il divino.
Attraverso i secoli e le terre del continente asiatico – dall’Asia Centrale all’India dei Moghul, alle province dell’Impero Ottomano – scopriremo i reciproci influssi tra le tradizioni spirituali indù/indiana ed islamica, tra cui la penetrazione delle tecniche yoga nelle pratiche dei mistici sufi.
In una variegata e sorprendente panoramica di queste reciproche influenze, il prof. Ventura ci illustrerà gli sviluppi della tariqa (via/confraternita mistica) che prende il nome da Naqshband (“colui che imprime”, ossia imprime il nome di Dio nei suoi discepoli).”

http://phi.unical.it/wp34/occhiali/2015/12/14/seminario-lo-yoga-dellislam/

E’ un evento annuale che si svolge il 1° febbraio di ogni anno in 116 paesi. La prima giornata mondiale dell’Hijab è stata celebrata nel 2013. Istituita da Nazma Khan, è un evento mondiale che incoraggia le donne musulmane e le non musulmane ad indossare l’hijab cercando di sperimentare la vita di una donna in hijab. Le yogini musulmane hanno celebrato quest’evento:

https://en.wikipedia.org/wiki/World_Hijab_Day

 

SULAIMAN ALI KHAN

Photo - Sulaiman Ali Khan
«Sulaiman Ali Khan»

Heir Aga Khan III. Permanent Representative of Pakistan to the UN (1958-1962). Awarded the Military Cross and the Bronze Star “for U.S. involvement in intelligence operations during the Second World War.

Ali Khan was the heir of the Aga Khan III until unless it is for the passionate love of race cars, hot runner and a beautiful woman is not deprived of the opportunity to become the spiritual leader of 20 million Muslims ismailskoy sect living in India.

Born in Italy and received a European education, Prince Ali Suleiman Khan inherited a huge fortune, and quickly learned to use it. In 1929, after his mother?s death, Ali was in London, where his father sent him to study law. The dark young man of small stature was exotically beautiful and very energetic. He drove a great race cars, well treated horses, he is constantly surrounded by admirers. Ali Khan was involved in car racing among professionals in different European countries, went hunting in Africa and at the same time to manage its numerous farms across thoroughbred horses and villas in Ireland, France, Switzerland and Venezuela.

During the Second World War, the allied command praised his courage and excellent knowledge of English, French and Arabic. Ali Khan was awarded the Military Cross and the Bronze Star, the United States for the implementation of responsible and dangerous reconnaissance missions. Later Ali Khan has won great respect as the Permanent Representative of Pakistan to the UN, where he worked from 1958 until May 12, 1960, when he was killed in a car crash.

Two necessary and extremely important aspects of racing and the American service – speed and good logistical support – and evident in the love of Ali Khan?s career. Because of its houses and villas are scattered around the world, he could only attract the attention of women, but because he could not pursue her everywhere. He used a special device, which he called “look through a room full of people.” He chose his next victim and looked at her without stopping for as long as she did not pay attention to it. Then he arranged so that its someone acquainted with the chosen one. Then she was presented “a million red roses,” and any of its desire or whim instantly implemented. Elsa Maxwell wrote that a woman, Ali has always danced, slowly and enthusiastically, as if it did the last time in his life … When he told a woman that he loves her, he was perfectly sincere. He really loved her … at that time. The problem, then all was that this time too quickly passed. Even a married woman could fearlessly have an affair with Ali, who always traveled with a huge crowd of friends, acquaintances and admirers, so it was impossible to guess with whom Ali is near.

In 1936, shaken by Loel Guinness, a member of parliament, told the court during the divorce process that, left for a brief trip, he left a beautiful, happy and in love with his young wife Joan and Ali Khan, who, as usual, traveled with huge entourage. When he soon returned, Joan said that demands an immediate divorce, because going to marry Ali.

Joan became the first wife of Ali Khan. They had two sons: Karim, who became the fourth Imam after the death of his father, Ali Khan in 1957, and Amin.

Ali, of course, continued his numerous love affairs, though not thought about divorce from Joan … to familiarity with the sultry beauty Rita Hayworth on the Riviera in 1948. Serious competition Ali were leading actors in Hollywood, as well as the Shah, who also rested at this time on the Riviera, and nurtured their own plans for the seduction of a famous movie star.

In this battle of the giants beat Ali. He invited her to travel to Paris, London and Madrid. Rita, trying to get rid of a bad mood after a divorce from her previous husband, Orson Welles, agreed.

Family life with Ali, however, was for Rita has been disappointing. She hoped a little rest in the family from his exhausting schedule of Hollywood, alone with Ali on one of his many villas. Ali is either not able or did not want to change their rhythm of life. He suffered from loneliness, if it is not surrounded by a crowd of people, and was tormented by the realization that he does not have a couple of hours to fly or sail to another continent or just to be in another country. Rita returned to America, taking with them their daughter, Yasmin, and became the first woman who has abandoned Ali Khan. They were officially divorced in 1953, and Ali returned to his normal life.

He flew on his plane from one country to another, with each delayed for a few hours. Most often, Ali did not even come out of the luxury apartments of the most luxurious hotels of the cities where his plane landed. Ali reputation as one of the most famous playboys that time had reached such proportions that one of his contemporaries said: “Women are considered obsolete, hopelessly behind the fashion and with life in general, the empty place, it did not pay any attention if it is not visited in bed with Ali at least once. ”

Despite the fact that Ali changed his women as often as horses or cars, his love affairs with them were so passionate and brought each of them so much satisfaction and excitement that only a few of them could then for something to complain about. Juliette Greco was just in awe of consistency and soundness of all actions and deeds Ali. Kim Novak stated that after Ali all the other men seem to her “half-dead.” The first thing that occurred to actress Gene Tierney after he met Ali, was: “Only that I missed, to get acquainted more with a kind of oriental superzherebtsom.” But soon both fall in love with Jean Ali, is hoping that even marry him.

The most famous novel, Ali began an affair with a lady Telmo Furness, who was the companion of the Prince of Wales up until she met with Ali and fell in love with him. However, the prince at the time already drew the attention of an American Wallis Simpson, who had recently divorced. For her sake, he even left in the end the English throne.

Ali always said: “When I love a woman, I only think about how to please her.” He received a unique sexual education in Cairo, where his father sent him as a boy specifically for this purpose. Appliances sex, who taught Ali the Arabs, called “imsak. One of the partners, Ali described his feelings of meetings with him this: “Regardless of how many women were at Ali, he rarely reached orgasm. He could have sex for hours, but he allowed himself to go all the way to the end no more than twice a week. He enjoyed the impression that his sexual technique produces women. He liked it when they lost control over himself. He himself always control his actions and always has been taped.

Ali Khan once said: “I was once called the” damned nigger. ” I have them all revenge. I took them all of their women. ”

http://the100.ru/en/lovers/sulaiman-ali-khan.html

Fatima, Harissa, Damasco, Samalut, Assiut, Zeitun e tanti altri luoghi dove è apparsa la Vergine sono meta di incessanti pellegrinaggi da Libano, Siria, Egitto, Iran. Si cerca la guarigione fisica, ma anche quella spirituale; la preghiera spontanea e mistica e non quella schematica e formale dell’islam ufficiale. I salafiti iconoclasti distruggono ogni anno luoghi di pellegrinaggio. Ma la devozione a Maria cresce, nutrita anche dai racconti del Corano. Il dialogo spirituale fra cristiani e musulmani è molto più promettente di quello culturale, teologico o politico.

Beirut (AsiaNews) – Milioni di musulmani si recano ogni anno in pellegrinaggio ai santuari mariani cattolici. Non solo ai grandi santuari come Fatima in Portogallo o Harissa in Libano, ma anche in Egitto, in Siria, in Iran. Musulmani – e soprattutto donne musulmane – vanno a chiedere grazie alla Madonna o a grandi santi cristiani, come san Charbel o san Giorgio.

Agli occhi di molti occidentali questi gesti sembrano quasi ridicoli o falsi: si parla di apparizioni, di preghiere, ma poi vi sono carneficine, uccisioni, violenze proprio in nome delle religioni!

Piaccia o non piaccia, il fenomeno religioso è vivo in America Latina, in Africa, in Asia. Quando si vedono milioni di indù andare a bagnarsi nel fiume sacro, nell’acqua sporca, può sembrare una cosa ridicola. Eppure per quelli che lo fanno è un gesto di purificazione, di preghiera. L’occidente si mostra al massimo tollerante e benevolo verso le altre religioni, ma verso i gesti cristiani è sempre ipercritico. L’occidente non è post-indù, post-islam. E’ solo post-cristiano!

Il punto è che in occidente tutto ciò che è soprannaturale sembra passato di moda, bollato come mitologia, illusione, denunciando sempre tutte le difficoltà che né miracoli, né pellegrinaggi riescono a cancellare.

Ma in gran parte del mondo la dimensione spirituale è viva. In oriente, fra musulmani, cristiani e altre religioni, il sentimento religioso è vivissimo. Invece in gran parte dell’occidente – soprattutto da parte degli intellettuali – il sentimento religioso è visto come una cosa sorpassata, irrazionale, credulona. Occorre dirlo chiaro: questa chiave di lettura è sbagliata.

La devozione mariana dei musulmani

In Egitto, ci sono almeno una decina di luoghi di pellegrinaggi alla Vergine, che commemorano il viaggio della Sacra Famiglia in Egitto. La tradizione è ricchissima nei testi apocrifi del IV-V secolo. Si può leggere alcuni brani nell’articolo di mons. Ravasi (oggi cardinale) del 28 dicembre 2007, per la festa dei Santi Innocenti, uscito sull’Osservatore Romano.

Ogni anno, in agosto, in occasione della Festa della Dormizione (Assunzione di Maria) almeno un milione di pellegrini vanno in pellegrinaggio nei vari santuari della Madonna. I più famosi sono in Alto Egitto (nel Sud), quello di Giabal al-Tair, vicino a Samalut, a circa 200 chilometri dal Cairo. La festa dura 15 giorni, la gente prega, battezza i bambini (per i Musulmani il parrocco ha fatto anche una specie di battistero, visto la richiesta di battesimi anche da loro) e festeggia.

Più al Sud, a circa 380 km dal Cairo e a 7 km di Assiut, a Deir Dronka dove si dice che la Sacra Famiglia sia stata e dove la Vergine si è riposata in una grotta, c’è un altro simile luogo di pellegrinaggio.

Nel periodo moderno sono state segnalate alcune apparizioni:

Il 22 gennaio 1980, la Vergine è apparsa a un diacono.
Il 10 gennaio 1988 è apparsa nella torre della chiesa ad una turista australiana, e Gesù è apparso con una colomba agli operai del monastero.
Il 7 agosto 1990, la Vergine è apparsa ai monaci, circondata da luce, in una grotta del convento.
Il pellegrinaggio annuale si fa durante il “digiuno della Vergine” (7-21 agosto, la festa della Dormizione essendo il 22 nel rito copto). Più di mezzo milione di pellegrini vengono, tra di loro decine di migliaia di musulmani. Uno dei monaci è “specializzato” per così dire nei battesimi, perché riesce a fare i 36 segni di croce liturgici sul corpo del bambino in un minuto (me ne ha fatto una dimostrazione anni fa!).

Anche lì, i musulmani costituiscono un numero imponente dei partecipanti, si dice che sarebbero almeno un quarto dei pellegrini.

In Egitto, un altro pellegrinaggio a moderni luoghi di apparizioni mariane è quello a Zeitun, vicino al Cairo. L’apparizione, cominciata nel ’68, è durata per diversi mesi. Vari sociologi – non egiziani – hanno definito il fenomeno una specie di compensazione affettiva, di consolazione piscologica per la durezza della vita. Ma la gente ci andava, musulmani e cristiani, perché vedevano una forma bianca sulla cupola della chiesa di Zeitun, che hanno interpretato come essendo Sittina Mariam, Nostra Signora Maria, la Madonna. Il fatto è difficile da spiegare, ma è stato visto da migliaia di persone e vi sono pure delle foto. Un’altra apparizione della Vergine viene celebrata a Imbaba, un quartiere molto popolare.

A Damasco, dal 1982 continuano ancora oggi le apparizioni della Madonna nel quartiere della Soufanieh. Dall’icona della Madonna scorre olio, e dalle mani di una ragazza di 18 anni, Myrna Nazzour, giovane normale e ben equilibrata, si nota essudazione di olio. Il parroco del tempo, molto contrario all’inizio, è poi diventato il più grande promotore. Anche lì, accorrono musulmani e cristiani.

Vicino a Damasco vi è anche un santuario per visitare il mausoleo di Settena Zainab, la figlia di Fatima ed Alì, il fondatore dello sciismo. Questo è un pellegrinaggio alle radici. Ma quando si va nei luoghi di apparizione della Madonna, vi sono motivi più profondi.

A Fatima, in Portogallo, da anni atterrano aerei dall’Iran, pieni di donne musulmane, per pregare davanti alla Madonna apparsa ai tre pastorelli. Il motivo è che la Madonna porta il nome della figlia di Maometto, e sposa di Ali Ibn Abi Talib.

Ad Harissa, in Libano, di continuo arrivano donne iraniane a pregare la Madonna, al punto che il rettore del santuario ha preparato una cappella apposta per loro, con icone, cartelli e preghiere alla Vergine in persiano, per facilitare la loro devozione.

L’anno scorso, durante il mese di maggio, in attesa della messa serale ad Harissa, ho visto centinaia di famiglie musulmane – probabilmente sciite – che si sono fermate ad ascoltare i canti prima della messa e sono andate via solo alla fine.

Quando ero in Marocco, ho scoperto che molte donne, durante la gestazione e anche dopo il parto, continuavano il cosiddetto “digiuno della Madonna”, ispirate dal Corano, dove si parla di questo digiuno.

Maria nel Corano

I musulmani si mettono in cammino verso questi santuari mariani, sapendo che Maria è la donna più elogiata nel Corano, l’unica donna nominata per nome, definita “Sidd?qah” (verace, credente, santa), titolo riservato agli uomini (sidd?q). Solo di essa è detto nel Corano che Dio l’ha “eletta” (inna All?h istaf?q?), e per due volte; e che Dio l’ha preferita su tutte le donne della terra (wa-faddalaki ‘ala nis?’ al-’?lam?n); anzi, era consacrata (inn? nadhartu m? f? batn? muharraran) nel seno della sua mamma, prima della nascita. Più ancora, un detto sacro (attribuito a Muhammad e considerato come detto sicurissimo) dice che ogni bambino, quando nasce, è “toccato” da Satana, all’eccezione di Maria e suo figlio; detto che somiglia al concetto dell’Immacolata Concezione.

Maria è, nel Corano, “la purissima”, perché Dio stesso l’ha resa pura. Nell’annunciazione, Maria dice all’Angelo, in due capitoli diversi : “Come avrò un bambino, allorché nessun esser umano mi ha mai toccato?”. Percio’, Gesù viene chiamato nel Corano: “Il Cristo Gesù, figlio di Maria” (al-Mas?h ‘?s? Ibn Mariam): mai qualcuno è chiamato in arabo “figlio di … (una donna)”, ma sempre di … un uomo; e però Gesù essendo nato da una donna che non ha conosciuto uomo, non poteva essere chiamato “figlio di Giuseppe”!

Perciò il Corano, nell’ultimo versetto (12) del capitolo 66 (al-Tahr?m), recita: “E Maria, figlia di ‘Imran, che conservò la sua verginità; insufflammo in lei il Nostro Spirito. Attestò la veridicità delle parole del Suo Signore e delle Sue Scritture, e fu una delle devote”.

Quando nell’islam si nomina Maria, si aggiunge: “‘Alayh? l-sal?m” (su di essa sia la pace), un titolo che non è dato a nessun santo. Questo titolo viene dato anche dai cristiani a Maria. Vi è tutta una letteratura su Maria nel Corano, scritta da musulmani e da cristiani.

La devozione popolare ai santi cristiani, anche dai musulmani

Cosa spinge i musulmani a intraprendere questi pellegrinaggi? La gente cerca anzitutto di ritrovare la sua fede nell’essenziale; essa cerca un rinnovamento della fede; poi viene anche il desiderio di guarigione fisica. Ma la domanda di una guarigione spirituale è molto più forte. Ciò è molto simile al senso dei pellegrinaggi cristiani.

Va detto che nell’ortodossia musulmana, a parte il pellegrinaggio alla Mecca (hajj), i pellegrinaggi non hanno alcun valore. Escluso quello alla Mecca, si considera questa pratica una specie di idolatria. Per questo i musulmani radicali distruggono tutte le mete di pellegrinaggi, in particolare le tombe dei saggi sufi, che i musulmani mistici invece vanno a visitare ogni anno. Queste distruzioni sono tipiche dei salafiti, i quali compiono di continuo razzie iconoclaste in Tunisia, Libia, Egitto, Mali, Giordania, Pakistan, ecc…

Questa tendenza dell’islam radicale è un po’ come il protestantesimo degli inizi: disprezzano la fede popolare come troppo ingenua e distorta. In realtà la gente cerca Dio attraverso le cose quotidiane, ma anche attraverso certi fenomeni o testimonianze straordinari. E non importa che questi siano cristiani o musulmani.

Vi sono visite regolari a san Giorgio in Egitto, al santuario di san Charbel Makhlouf in Libano, alla casa della Madonna a Efeso, frequentata ogni giorno da musulmani, di solito donne. Talvolta questi pellegrinaggi sono fatti per chiedere la grazia di avere un figlio; altre volte per domandare guarigioni fisiche. E sono sempre i musulmani ad andare dai cristiani.

Monaci esorcisti per i musulmani

Un altro elemento spirituale presente nella fede popolare è il timore del demonio. Un fatto che mi è successo molti anni fa, quando ero già religioso, ma non ancora sacerdote, è molto significativo. Ero all’università americana del Cairo e sono entrato e uscito diverse volte in un giorno per alcune ricerche. A un certo punto mi ferma il portiere e con molta gentilezza mi chiede un favore. “Mia figlia sedicenne – mi dice – è posseduta da un demonio”. Era la prima volta che sentivo tale espressione nella vita. Lui mi spiega che questo demonio la butta per terra, le fa male. E aggiunge: “L’ho portata dai nostri imam e non hanno potuto fare nulla. Loro stessi mi hanno detto che solo un monaco la può liberare”. E mi prega di fare qualcosa.

Io gli prometto che avrei pregato per loro, ma ho visto che è stato deluso dalla mia risposta. Quando poi ho raccontato l’episodio ai miei confratelli, tutti mi hanno criticato, perché secondo loro avrei dovuto operare un esorcismo, secondo il rito previsto dei libri liturgici. E ho scoperto che molti monaci e religiosi sono richiesti dai musulmani per scacciare i demoni dai loro familiari e che tale pratica è molto comune.

Di solito i musulmani vanno dai monaci o dai sacerdoti copti ortodossi e spesso tali esorcismi avvengono in pubblico. Una volta ho assistito ad uno di questi davanti alla piazza della stazione del Cairo (B?b al-Had?d), oggi chiamato M?d?n Ramsis, con candele e acqua benedetta. Un uomo, steso a terra, rigido, che bestemmiava ed era storpio ad un certo punto si è calmato.

Alcuni anni fa è giunto in Libano, nel settembre 1994, un sacerdote canadese del movimento carismatico, famoso per i miracoli, il Padre Emilien Tardif (1928-1999) dei Missionari del Sacro Cuore. Decine di migliaia di persone, moltissimi musulmani, lo hanno seguito domandando il suo intervento. La sua causa di beatificazione sta procedendo. Questo fenomeno è un fatto che non so spiegare. Ma penso che Dio dà ad alcuni un dono soprannaturale, da mettere a servizio di tutti. Questi doni sono distribuiti solo in ambiente cristiano, ma vengono certificati, verificati anche da non cristiani.

I miracoli vengono fatti a favore di chiunque ha fede; è la fede che porta Dio ad accordare il miracolo.

Nell’essere umano c’è un bisogno che non è soddisfatto nell’islam, ma che è invece vivo nel cristianesimo. C’è un bisogno di spiritualità, di mistica, di bellezza che viene offerto con facilità più nel mondo cristiano che nell’islam.

La pietà sincera unisce gli uomini. Maria, ponte tra musulmani e cristiani

La cosa più simbolica è stata la decisione del parlamento libanese di creare, tre anni fa, una festa nazionale per tutti, scegliendo la festa dell’Annunciazione di Maria. È stata una decisione voluta da cristiani e musulmani. Nel Corano ricorre due volte il racconto dell’annunciazione (nei capitoli 3 e 19), quasi negli stessi termini del Vangelo, e con uno stile molto più elegante e solenne. In questi testi si attribuisce alla Madonna un carattere di forte sottomissione a Dio e di stupore per quanto le succede, così che Dio stesso la conforta.

Queste esperienze spingono ad una collaborazione, ad una sintonia spirituale con molti musulmani. Se non è preso dal radicalismo islamico – che mescola religione e potere, religione e Stato, religione e politica – il musulmano, come ogni credente, sviluppa nel suo cuore un’apertura al soprannaturale, allo spirituale. Ma questo aspetto non si esprime liberamente nell’islam: anche lo spirituale è programmato, le cinque preghiere quotidiane sono predefinite e devono essere fatte con parole già fissate, tanto che se sbagli nel dirle, devi ricominciare daccapo. L’islam ufficiale manca insomma di spontaneità. Per questo, quando un musulmano cerca qualcosa di più intimo, lo cerca nel cristianesimo.

La devozione crea sentimenti di amicizia e non di antagonismo. In Occidente si dice spesso che le religioni, soprattutto i monoteismi, sono fonte di guerre e divisioni. Questa tesi è falsa dal punto di vista storico e dal punto di vista del contenuto. Certo, in nome della religione si è spesso fatto la guerra. Ma l’uomo lancia guerre in nome di qualunque ideologia e non è la religione a scatenare le guerre. E se pensiamo ai nazionalismi, alle divisioni e alle guerre mondiali avvenute in Europa, dobbiamo dire che il nazionalismo è stato causa di violenza molto più di ogni religione, e che le ideologie atee, nel ventesimo secolo, hanno prodotto più morti che le religioni.

Anche le guerre di religione avvenute in Europa erano basate su fenomeni politici che strumentalizzavano la religione (“cuius regio, eius religio”). Era la visione comune di allora, non la visione suggerita dal Vangelo. Questo legame fra politica e religione è ancora fortemente vissuto nell’islam e pure nell’ebraismo. Avere identificato uno Stato con una religione e con una etnia, generando il sionismo, ha creato un movimento violento che si è nutrito della religione e che crea difficoltà a molti fedeli ebrei che non vorrebbero sostenere la politica di Israele. Da parte islamica, aver identificato la causa palestinese con l’islam ha creato la stessa difficoltà, ed è forse per questo che il processo di pace e una possibile riconciliazione sono bloccati.

A tutt’oggi, a me pare che il cristianesimo sia la religione che tiene più distinte fede e politica, anche se non in modo perfetto … come tutto ciò che è umano. Lo scrive anche Benedetto XVI nella sua Esortazione apostolica per il Medio Oriente: “La sana laicità, al contrario, significa liberare la religione dal peso della politica e arricchire la politica con gli apporti della religione, mantenendo la necessaria distanza, la chiara distinzione e l’indispensabile collaborazione tra le due.” (Ecclesia in Medio Oriente, N° 29).

Di fatto, con i musulmani, appena si parla di Maria, si cambia atteggiamento: c’è un’atmosfera di pietà, di silenzio, di fraternità, come se dopo aver chiacchierato di tante cose, si entra in chiesa e si fa silenzio.

Qualcuno potrebbe vedere qui una specie di sincretismo. Ma in realtà, la devozione è un fenomeno aperto a tutti. Anche in Occidente, nei santuari mariani non ci vanno solo cristiani, ma anche altri credenti, o gente allontanata dalla Chiesa, o addirittura non credenti. E si celebra con chiarezza una liturgia cristiana. E se io, mentre prego la Madonna, vedo un musulmano che prega affianco a me, che problema c’è? Anzi: è un grande conforto perché la devozione è una base molto più forte di rapporto e di amicizia che i legami ideologici, politici o culturali. Chi pensa la fede cristiana in modo esclusivo, come talvolta fa un certo tradizionalismo cattolico, non ha capito ancora pienamente il cristianesimo.

http://www.asianews.it/notizie-it/Milioni-di-musulmani-devoti-alla-Madonna-e-desiderosi-di-esorcismo-28577.html


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