24 Apr 2012

Conversazione tra Guru Hasan Kabiruddin e Jogi Kanipha: Tantra rivisitato dai predicatori Ismailiti

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A cura di Dominique-Sila Khan

 

L’Ismailismo, una forma di Islam Sciita, penetrò nel subcontinente Indiano verso la fine dell’ottavo secolo d.C. Nel 1094 subì una scissione importante dividendosi in due rami principali. La setta Nizari, nota in origine come la “nuova missione”, aveva la sua base dapprima in Iran, ma ben presto si diffuse in Siria e in Asia centrale, così come nel subcontinente, forse fin dal XII secolo. Daftary e Corbin hanno dimostrato che l’Ismailismo è genericamente definito un movimento rivoluzionario e ben organizzato sostenuto da una complessa filosofia esoterica. Perseguitato dai governanti Sunniti di Delhi, che si eressero a rappresentanti dell’Islam “ortodosso” o “normativo”, gli Ismailiti Indiani, considerati eretici, ricorsero generalmente alla dissimulazione precauzionale Sciita (taqiyya) occultando la vera fede. Al tempo stesso, adottarono una strategia che accettava il maggior numero di credenze e di pratiche dei neo-convertiti,  mentre gradualmente li uniformavano alle caratteristiche delle loro dottrine. Questo metodo, comunque, non era soltanto una tattica per convertire, piuttosto si trattò di una parte essenziale della filosofia Ismailita: non fu soltanto una progressione posteriore dell’Islam, la loro fede era anche il “culmine dell’Induismo.” Al posto di rifiutare credenze e pratiche consolidate di popolazioni locali, i missionari Nizari le assimilarono e le adattarono per creare ciò che giustamente Maclean ha definito “una sintesi innovativa”, in cui gli elementi Musulmani e Indù furono armoniosamente combinati.

In realtà, la forma sincretica dell’Ismailismo che si è sviluppata nel subcontinente assomiglia strettamente a molti altri movimenti religiosi del periodo medievale, e come tale, fu definita Satpanth (letteralmente il “vero cammino” o “vera setta”) —  un nome mantenuto fino a tempi recenti. Questa fase storica di acculturazione si concluse gradualmente verso la fine del XIX secolo. I primi cambiamenti si sono verificati con l’arrivo dell’Aga Khan (l’Imam vivente degli Ismailiti) nel subcontinente durante il decennio del 1840. Con l’aumentare del numero degli Ismailiti e nella convinzione di non essere più perseguitati, uscirono dall’occultamento alla ricerca di una nuova identità, tutto il movimento fu gradualmente re-Islamizzato – un processo continuato fino ai giorni nostri. Nondimeno, la fase “sincretica” — la cui durata fu di circa sei o sette secoli — ha lasciato un segno duraturo sulla setta Nizari sotto forma di testi e rituali facilmente accessibili. Questa “sintesi innovativa” era chiaramente il frutto di vasti scambi e di interazioni con molti sistemi di credenze autoctoni (Giainisti e Induisti) che erano prevalenti nel periodo medievale. Praticando la taqiyya e una strategia tipica di conversione, i missionari Nizari nel subcontinente non rivelavano mai la loro identità: Nanji ha sottolineato che si presentavano nel contesto della loro predicazione sia come Sufi dervisci sia come Jogi Indù (yogi in Hindi, dal Sanscrito yogin, “praticante di yoga”).

I predicatori Nizari estrapolarono dall’Induismo una varietà di fonti Vaisnava e Saiva. Svilupparono una loro dottrina della discesa di Visnu (avatara), equiparando il Kalki, il decimo e ultimo Maha Avatara, al loro Imam che, oltre ad essere un leader religioso, era considerato una manifestazione della Luce Divina. Ebbero maggiore impatto, tuttavia, le idee e le pratiche Saiva, più in particolare quelle legate a forme di yoga Tantrico. I numerosi riferimenti presenti nelle fonti testuali Nizari, indicano con certezza che i seguaci di Gorakhnath e di altri maestri Nath (noti anche come Jogi) influenzarono profondamente la letteratura e i rituali degli Ismailiti subcontinentali.

La letteratura Nizari è rivelatrice a questo riguardo. Così, ad esempio, i Khoja Aga-khani che ora costituiscono la maggioranza dei Nizari Ismailiti in India e in Pakistan, conservano un corpus ricco e ampio di testi sacri comunemente definiti ginan (la parola ginan significa “conoscenza” o “saggezza”, e deriva dal Sanscritojnana). Composti in una miscela di lingue vernacolari dell’India settentrionale, la maggior parte di essi erano destinati per il canto (e molti lo sono ancora) nelle jamat khana, le loro assemblee sacre e sale di preghiera. I ginan abbandano di una terminologia appropriata di yoga Tantrico, e a volte interi ginan sono dedicati all’hatha yoga e alla tradizione Nath. Essi includono una versione Ismailita della storia di Gopicand, un rinunciatario illustre e reale, e di sua sorella (un’opera firmata da Pir Shams, un famoso missionario e santo del tredicesimo o quattordicesimo secolo); una serie di poesie esplicitamente denominate Jogvani (“discorsi sullo yoga,” attribuiti all’Imam Shah, una figura del quindicesimo secolo); e il testo che sarà presentato qui, cioè un incontro tra Jogi Kanipha (o Kanipa) e il padre dell’Imam Shah, Hasan Kabiruddin.

A questo punto, è necessario spendere qualche parola sui riti dell’Ismailismo Nizari subcontinentale, per quanto siano stati influenzati dalle pratiche Tantriche. Shackle e Moir notarono che l’organizzazione della vita religiosa dei Satpanth (la forma acculturata degli Nizari Ismailiti subcontinentali) si differenzia dagli schemi familiari ritrovabili nell’Islam Sunnita “ortodosso”. Tradizionalmente, i Nizari non si recano alla moschea, né recitano le cinque preghiere quotidiane, piuttosto sostengono le loro jamat khana aprendole esclusivamente ai membri della comunità, “all’assemblea dei fedeli” (jamat). In esse recitano il mattino, la sera e nelle ore notturne le orazioni, e cantano i ginan. Il loro rituale più caratteristico è la cerimonia del ghat-pat (ghat significa “recipiente” e pat si riferisce al tavolino in legno su cui è collocato questo contenitore), che distribuisce da un recipiente dell’acqua sacra mescolata con l’argilla di Karbala (un sito sacro Sciita) o benedetta dall’Imam. Ivanow ha giustamente affermato che questo rito è considerato un simbolo di conversione e di partecipazione alla vita religiosa della comunità. In genere, l’acqua santa cui tutti i seguaci ne bevono un po’ – in una sorta di comunione – è detta nella letteratura sacra ami (dal Sanscrito amrta, “l’ambrosia” o “il nettare dell’immortalità”); lo stesso termine è utilizzato nell’Induismo per indicare il fluido sacro con cui i piedi di un’immagine divina o di un Guru si sono bagnati.

Un certo numero di studiosi considera che questo rituale sia stato ispirato dai culti Tantrici o Sakta, in particolare quelli “della mano sinistra” (vammarg;vamamarga in Sanscrito), i quali erano diffusi tra i maggiori gruppi di convertiti come i Lohana (una casta dedita al commercio nella regione del Sindh) e gli intoccabili. Con l’accettazione di alcune delle loro pratiche rimaneggiate per soddisfare le esigenze degli ideali dei Nizari Ismailiti, il processo di conversione fu reso presumibilmente più agevole. Citiamo brevemente gli elementi del rituale Satpanthi che ricordano le cerimonie Vammargi.

La segretezza: chi non è iniziato dai Satpanth non gli è permesso di assistere alle loro cerimonie

La partecipazione congiunta di uomini, donne e bambini

Le caste mischiate: tutte le comunità, tra cui gli intoccabili, comunicano nelle sale di adunanza della comunità bevendo dell’acqua consacrata che, come Ivanow ha osservato, intende sostituire il seme condiviso nei rituali Sakta o Tantrici della mano sinistra,

Lo stesso recipiente in cui l’acqua è mantenuta, è venerato tradizionalmente dagli Indù come

Dea, di cui è un simbolo

Vale la pena notare, forse per la segretezza circondante i rituali Nizari, gli Indiani Ismailiti, che quest’ultimi furono considerati degli eretici dai governanti Sunniti (incluso il Sultano Alauddln Khilji nel quattordicesimo secolo) nonché furono accusati di indulgere in “atti licenziosi e nell’incesto”— un’accusa più accuratamente diretta verso i praticanti Vammargi.

In conclusione, si può dire che, in conformità con lo spirito Ismailita, il complesso rituale dei Satpanthi non è reputabile esclusivamente come una “revisione” del Tantra, ma anche come il suo “compimento”; analogamente la setta Nizari nel suo insieme, nella sua forma Indiana, può essere considerata il culmine dei precedenti sistemi Indù.

Questo concetto è ulteriormente comprovato dal messaggio spirituale dei Satpanth insieme alla loro letteratura religiosa, il tutto è considerato un segreto “quinto Veda”, chiamato Athar Ved (letteralmente, il Veda immobile, stabile,” da non confondere col quarto Veda, l’Atharva Veda). Anche qui si individua un riferimento alla rivelazione Tantrica, giacché è considerato un quinto Veda diversamente dai quattro Veda originali, essendo accessibile alle donne e agli uomini d’ogni casta.

Il testo qui tradotto si occupa dell’incontro immaginario tra due figure religiose prestigiose: un Nath Jogi esponente dello yoga Tantrico e un missionario Nizari. Nonostante i suoi evidenti anacronismi e altri elementi poco plausibili, questo dialogo – in cui i rappresentanti di due diversi percorsi spirituali si scambiano le loro opinioni – riflette senza dubbio una situazione storica d’interazione tra Nath Jogi e Pir Ismailiti (seppur questo ginan nella sua forma scritta fu redatto in un periodo molto posteriore, tra il secolo XVIII e XIX). Occorre notare che alcune delle sue parti sono ancora cantate nelle assemblee sacre dei Khoja; infatti, Zawahir Moir mi ha informato che ne ricorda intere parti di esso.

La scelta di Kanipha Nath come figura centrale del testo, nel ruolo di Jogi, non è certamente una coincidenza conveniente qui. Da un lato, egli è uno dei maestri più importanti degli Jogi Kanphata  (“orecchie spaccate”) ed è elencato nella lista dei famosi Nove Nath. Briggs ha osservato, inoltre, l’esistenza di una tradizione che fa risalire le origini dei Vammarg a questo discepolo di Jalandhar Nath, poiché fu lui stesso uno degli originali Nath. Ancora oggi Kanipha è venerato come il capo Guru degli Jogi Kalbelia del nord-ovest dell’India, una comunità di incantatori di serpenti che hanno conservato tradizioni e costumi diversi connessi allo yoga Tantrico.

La storia si apre con Kanipha maledetto dal suo Guru, Jalandhar Nath. Con la maledizione, tuttavia, lo Jogi predice che la salvezza del suo discepolo alla fine arriverà grazie a un santo di nome Guru Hasan Kabiruddin che era, come sappiamo, un famoso missionario Ismailita. Secondo la tradizione Ismailita, Hasan Kabiruddin nascose la sua identità durante la sua attività missionaria, apparendo sia nelle vesti di un Sufi pir (un “santo” Musulmano — egli continua ad essere venerato dall’ordine dei Sufi Sunniti Suhrawardi come Hasan Darya), sia come Upanga ha osservato, nelle sembianze di un Sadhu Indù vegetariano vestito di bianco o con abiti color zafferano.

Jalandhar Nath aggiunge che il suo discepolo riconoscerà il suo nuovo padrone quando il carro miracoloso di Kanipha, ora sospeso a mezz’aria, cadrà improvvisamente dal cielo. Questo accadrà il giorno in cui lo Jogi raggiungerà la città di Uch (a quel tempo centro della missione Nizari nel subcontinente). Sebbene Hasan Kabiruddin fosse un bambino, conseguì la vera saggezza. Il dialogo inizia quando, abbastanza sorprendentemente in un contesto Nath, il nuovo Guru di Kanipha gli rivela il “vero” segreto dei dieci avatara di Visnu (qui, come in altri casi, è ovvio che il prestigioso modello Vaisnava è usato per controbilanciare gli idiomi Saiva e Sakta degli Jogi Kanphata). Questa nuova rivelazione, però, riguarda la “vera” (secondo la dottrina Nizari) identità della decima incarnazione di Visnu. Si tratta del Kalki, che egli identifica all’Imam Ali (il genero del Profeta) e, in quanto tale, ad ogni Imam vivente considerato la sua reincarnazione ciclica. Guru Hasan Kabiruddin sostiene che ‘Ali, la manifestazione della Luce Divina, è il fondatore del Satya Dharma, la “religione della verità”, un equivalente del termine Satpanth. Abbastanza stranamente, il Satya Dharma appare nella forma manoscritta del ginan come Saiv Dharm, la “religione Saiva”; ancor una volta, si alluderebbe al messaggio spirituale Nizari che non contraddice, né nega la fede dei Saiva Nath, anzi bisogna considerarlo un campione di “super-Shivaismo”, una nuova rivelazione che sostituisce la precedente.

Sebbene fosse impressionato all’inizio dalla conoscenza del suo nuovo Guru, Kanipha si ritiene il più saggio tra i due, e cerca di compiacere il pir affermando che sarà ricompensato per la sua saggezza ottenendo dei poteri miracolosi (riddhi-siddhi), la liberazione (mukti) e l’immortalità (acal pad). Con sua grande sorpresa, il bambino-Guru ribatte che tutte queste conquiste (tipiche dello yoga Tantrico) non hanno valore. Segue una discussione sui quattro yuga (ere cosmiche); sulla natura del mondo e di Dio; e sul ruolo svolto dal predecessore di Hasan Kabiruddin, il grande pir Sadruddin, a cui sono attribuite la maggior parte delle caratteristiche sincretiche dei Satpanth. Riconoscendo le differenze tra questo nuovo insegnamento e le sue convinzioni precedenti, Kanipha vuol sapere a quale setta (panth, letteralmente “percorso” o “via”) appartiene Hasan Kabiruddin. Ognuno, risponde il Guru, appartiene ad una setta (o segue un percorso), ma sarà lui a svelare il “vero percorso” (Satpanth). Egli critica in modo pungente tutti i segni esteriori con cui lo Jogi Kanphata si contraddistingue: “Che tipo di Jogi sei”, chiede Kabiruddin, “se ti radi la testa, perché non tagli i tuoi pensieri?” Il vero Jogi dovrebbe indossare orecchini “mentali” (mudra), imbrattare il suo corpo con le “ceneri della verità”, e così via. La magniloquenza è dunque conferita alla “religione interiore”, che coincide in realtà con la dottrina essenziale Ismailita della superiorità della verità esoterica (batin) sulla religione esteriore (zahir). Il dialogo continua nella forma di domande e risposte, ma con le risposte molto più lunghe delle domande, e spesso esso assume la forma di brevi canti devozionali (simili ai ginan cantati nelle assemblee Ismailite).

Il passaggio qui tradotto corrisponde alla parte seconda e finale del testo e rappresenta un po’ meno della metà della sua lunghezza totale. A differenza del contenuto e del tono della sua prima parte, esso tratta ciò che è definito “yoga interiore”, cioè tutto ciò che uno yogi dovrebbe essere e fare, secondo la filosofia Satpanthi. Abbastanza curiosamente, i riferimenti diretti alla terminologia tipicamente Islamica o Nizari sono scarsi; tuttavia, alcuni citano: Allah e il Profeta; il paradiso è raffigurato come Amrapuri, la “Città dell’immortalità”; Islam Shah, l’Imam vivente che era un contemporaneo di Hasan Kabiruddin; il “vero credente” (momin, un termine che si riferisce a un Musulmano in generale e, nel contesto Ismailita, ad un membro della comunità Nizari); e la comunità dei fedeli (gat).

In contrapposizione, il passaggio è pieno di parole appartenenti alla sfera dell’Induismo e dello yoga Tantrico, esso include: l’intelletto (cit); la coscienza (caitan); l’elisir (rasa, letteralmente “essenza”, “gusto” o “significato”), i tre canali principali del corpo yogico (idapingala e sushumna), la luna (canda, identificata con il canale ida ), la fase in cui lo yogi sperimenta il “suono interiore” (surat-nirat), il suono mistico (nad), i poteri soprannaturali (riddi-siddhi), e così via. L’anima è chiamata hansa (letteralmente, “uccello migratorio”), e il Maestro Spirituale l’Hansa Purus, letteralmente, “l’Uomo dell’anima o del respiro”. Il corpo è anche descritto come navsar (letteralmente “nove-teste”) ed è abitato da “cinque ministri”, si tratta di probabili allusioni all’immagine yogica dei nove orifizi corporei e dei cinque sensi.

La lezione che è trasmessa dal pir Ismailita al suo discepolo Nath non nega, dunque, il valore delle tecniche di hatha yoga come le posture (asana), il controllo del respiro (pranayama) e la meditazione (dhyan). Tuttavia, sottolinea simultaneamente la necessità sia della vera conoscenza, sia il bisogno di seguire un Guru che possa mostrare il vero cammino. “Cercate col vostro respiro e riponete la vostra speranza nel Maestro Invisibile” (Alakh Purus, letteralmente, “l’uomo Cosmico che sfida ogni descrizione”), è un messaggio egualmente comprensibile dai Nath e dai Nizari. Il Guru Ismailita è anche rappresentato da simboli alchemici, che sono una parte essenziale del linguaggio figurato Tantrico yogico: “Se trovi il Guru sarai trasmutato”; e “Il vero Guru è come il mercurio, il Sadhu è come il rame: se i due sono strofinati insieme si ottiene l’oro.” Vedremo per tutto, che caratteristicamente il “linguaggio intenzionale” Tantrico (sandha bhasa) è in modo esaustivo utilizzato, ad esempio, per descrivere lo stato sperimentato dallo yogi esperto: “il suono (nad) è risonante senza una bocca … senza piedi vai e vieni.”

La parte finale del testo che precede immediatamente la breve conclusione (in cui si narra che Kanipha è affrancato dalla maledizione del suo Guru e gli è concessa la liberazione), è in realtà un canto devozionale, un ginan breve che, nei Nizari, è altresì attribuito ad un precedente missionario, Pir Shams; inoltre, esso appare nelle traduzioni dei ginan selezionate da Kassam. Esso riassume apparentemente l’intero messaggio dei predicatori Satpanthi, affermando ciò che un “vero Jogi” o fachiro (uomo santo, letteralmente “povero”) dovrebbe essere. Pertanto, conformemente alla visione immaginaria dei poeti che composero questo testo, si potrebbe dire che Kanipha, diventando un membro della comunità Ismailita, non cessa di essere uno yogi, perché il Satpanth è una sorta di “super-yoga”, che comprende e integra i valori tradizionali del Tantra.

La conversazione tra Guru Hasan Kabiruddin e Jogi Kanipha esiste nella forma manoscritta e stampata. I manoscritti sono scritti nell’alfabeto sacro (e un tempo segreto) dei Khoja Nizari conosciuti come Khojki, mentre per i testi stampati si utilizzava il Khojki e la scrittura Gujarati. Non ci sono ancora testi critici stabiliti, e le pubblicazioni disponibili sono più o meno copie rivedute di una collezione di ginan riuniti da un Ismailita chiamato Lalji Devraj agli inizi del XX secolo. Questa raccolta costituiva il canone ufficiale del tempo. La nostra ricerca si avvale di una versione pubblicata a Bombay nel 1921 poiché non abbiamo informazioni su altre pubblicazioni disponibili. Sono profondamente grato a Zawahir Moir che mi ha fornito il testo della scrittura in Gujarati aiutandomi a capire il suo significato durante la redazione della traduzione.

ULTERIORI APPROFONDIMENTI

Per un confronto e per un’indagine complessiva della setta Nath, vedere George Weston Briggs, Gorakhnath and the Kanphata Yogis (ristampato a Delhi: Motilal Banarsidass, 1990). Per uno studio completo dell’Ismailismo vedere Farhad Daftary, The Isma’lis, Their History and Doctrines (Cambridge: Cambridge University Press, and Delhi: Munshiram Manoharlal, 1990). La filosofia esoterica dell’Ismailismo è meglio presentata da Henri Corbin in Histoire de la philosophie islamique (Paris: Gallimard, 1986). Altre opere utili che si occupano di Ismailismo Nizari sono: R.E. Enthoven, The Tribes and Castes of Bombay, 3 vol, (ristampato a Delhi: Asian Educational Services, 1989); John Norman Hollister, The Shia of India (ristampato a Delhi: Oriental Book. Corporation, 1979); D. N. Maclean, Religion and Society in Arab Sind (Leiden: Brill, 1989); Azim Nanji, The Nizari Ismaili Tradition in the lndo-Pakistan Subcontinent (New York: Caravan Books, 1978). La prima fonte (in Gujarati) è Sachedina Nanjiani, Khoja vrttant (Ahmedabad: Samasher Bahadur Press, 1892). Una breve agiografia di Pir Hasan Kabiruddin si trova nell’opera di Abualy A. Aziz intitolata “Pir Hasan Kabiruddin” in The Great Ismaili Heroes (Karachi: Religious Night School, 1973), pag. 91-93. Sull’acculturazione e sulle interazioni con l’Induismo vedere Françoise Mallison, “Hinduism as Seen by the Nizari Isma’ili missionaries of Western India” nell’opera intitolata Hinduism Reconsidered di Gunther Dietz Sontheimer e Hermann Kulke edizioni, (Delhi: Manohar, 1989), pag. 93-113; Dominique-Sila Khan, “Deux rites tantriques dans une communaute d’intouchables au Rajasthan” in Revue de l’Histoire des Religions 210.1 (1994): 443-62; Khan, Conversions and Shifting Identities: Ramdev Pir and the Ismailis in Rajasthan (Delhi: Manohar, 1997). Ginan tradotti si trovano in Vladimir Ivanow, “Satpanth,” in the Ismaili Society Series (series A, no. 2) Collectanea, vol. 1 (Leiden: E. J. Brill, 1948); Tazim R. Kassam, Songs of Wisdom and Circles of Dance: An Anthology of Hymns by the Satpanth Ismaili Muslim Saint Pir Shams (Albany: State University of New York Press, 1995); Christopher Shackle and Zawahir Moir, Ismaili Hymns from South Asia: An Introduction to the Ginans (London: School of Oriental and African Studies, 1992).

Conversazione tra Guru Hasan Kabiruddin e Jogi Kanipha

PARTE PRIMA

Kanipha disse: O rispettato Guru, vorrei farti alcune domande, rispondi se ti fa piacere!

Il Guru rispose: O Kanipha, poni la tua domanda!

1. Lo Jogi replicò: ciò che mi è giunto non lo cederò, né andrò a prenderlo. Il mio Maestro dichiara: “Sii con me,” O Pir!

2. Il Guru affermò: rinuncia a ciò che ti è pervenuto, va e afferra la verità, sostiene il mio vero Guru. Mangia solo dopo aver valutato attentamente, O Jogi!

3. Lo Jogi disse: l’impurità afferma, “Io sono la regina del mondo.” L’impurità è rimossa dall’acqua, e l’impurità dell’acqua dal vento – ma chi rimuoverà l’impurità dell’anima, O Pir?

4. Il Guru rispose: Il corpo è come un contenitore, la mente è come il muschio e la conoscenza è la luce dell’anima. L’uomo nel cui cuore risiedono Allah e il Profeta, perché sarebbe influenzato dall’impurità, O Jogi?

5. Lo Jogi chiese: Chi è il dotto brahman (pandit)? Che cos’è la carne (pind)? Di chi siete figli voi [Nizari]? Con chi si dovrebbe mangiare? Com’è raggiungibile la Città dell’Immortalità [paradiso], O Pir?

6. Il Guru rispose: la mente è detta il pandit, il corpo è il nostro pind; noi siamo i figli del venerabile Islam Shah nell’assemblea dei pii, la meditazione dovrebbe essere il tuo cibo: in questo modo raggiungerai la Città dell’Immortalità, O Jogi.

7. Lo Jogi domandò: Qual è la tuo sacro criterio? Qual è il tuo perizoma? Qual è la tua parola? Qual è il tuo libro sacro, O Pir?

8. Il Guru rispose: L’assenza d’afflizione è il nostro sacro criterio, la soppressione del dispiacere è il nostro perizoma; la stabilità è la nostra parola, il corpo è il nostro libro sacro, O Jogi!

9. Lo Jogi chiese: Qual è la città? Qual è il posto? Chi sono i ministri? Chi è il re? Chi è il visir? Dimmi questo, o Pir!

10. Il Guru rispose: La città è il corpo; navsar [“nove-teste”] è il luogo e ci sono cinque ministri all’interno. L’anima (hansa) è il re, il respiro (pavan) è il visir: conosci [il segreto di] questa città, o Jogi!

11. Lo Jogi domandò: Chi è il dormiente? Chi è lo sveglio? Chi identifica le dieci direzioni? Chi riconosce il Guru? Chi conduce al [vero] cammino, O Pir?

12. Il Guru rispose: L’anima è sveglia, la carne è addormentata; l’illusione cosmica (maya) identifica le dieci direzioni e la conoscenza riconosce il Guru. È, quindi, la conoscenza che conduce al sentiero [vero], O Jogi!

13. Lo Jogi chiese: Quali sono i centri di pellegrinaggio delle quattro ere cosmiche, e quali sono i luoghi di pellegrinaggio dei veri credenti? Qual è il luogo di pellegrinaggio del fiume che scorre, e qual è quello delle sei scuole filosofiche, O Pir?

14. Il Guru rispose: I siti di pellegrinaggio delle quattro ere cosmiche sono inesistenti, i luoghi di pellegrinaggio del vero credente sono [composti di] conoscenza, il luogo di pellegrinaggio del fiume che scorre è al tuo interno, il Satpanth è il vero pellegrinaggio che sostituisce le sei scuole filosofiche, o Jogi!

15. Lo Jogi domandò: Per quanti anni le nuvole daranno pioggia? Chi otterrà la salvezza, il cielo, o il mondo interiore?

16. Il Guru rispose: Le nubi daranno pioggia per trentasei anni, il cielo e il mondo interiore si salveranno. Quindi, sii attento alla tua mente. O Sadhu: non c’è altra salvezza — è avanti, è lontana, si trova dove non c’è né insegnamento, né suono, né ego, né regna il caos primordiale. Così dichiara Pir Hasan Kabiruddin, O Jogi! O Jogi, sii attento alla tua mente! Ecco la via della salvezza, ascolta!

PARTE SECONDA

1. O rinunciante, se vinci la mente potrai soddisfare i tuoi desideri, e se vinci la mente sperimenterai una grande beatitudine. Se vinci il cuore sperimenterai la felicità, in questo modo [il frutto] dello yoga è maturato.

2. O rinunciante, se vinci la lussuria e la rabbia allora la verità diverrà sacra. Se vinci l’intelletto, la luna diventerà pura, diventerà totalmente pura, O Sadhu!

3. O rinunciante, essi chiedono l’elisir, desiderano gustare il nettare dell’immortalità e cercano il Signore della conoscenza. Il re dei cieli ha fatto del corpo un trono, ma essi cercano il Supremo Maestro [al di fuori di sé stessi]!

4. O rinunciante, il corpo è pieno di concupiscenza e il desiderio è una dea, ma la coscienza è la dimora del Supremo Maestro. La rabbia e l’egoismo sono i re  degli eserciti, mentre le meditazioni sul suono interiore sono i suoi ministri!

5. Sopra tutto è il nome che porta alla profondità interiore. L’azione (karma) è il trono vero del Maestro. Quando lo yoga e la pratica sono congiunti, o Signore, allora ogni azione che esegui è ben fatta.

6. O rinunciante, distruggi i tuoi desideri, concentra la tua mente e opera [trasformandoti]. Controlla le posture, non addormentarti e tutto accadrà come decreta il Signore, O rinunciante!

7. O rinunciante, se trovi il tuo Guru riceverai il significato, ed i dubbi della tua mente saranno rimossi. Senz’acqua il fiore di loto non fiorisce: solo lo stolto ride di ciò, O rinunciante!

8. O rinunciante, se trovi il tuo Guru [vero], ti trasmuterai! O Sadhu, senza un Guru non puoi trovare il percorso. Dentro il cerchio della conoscenza appaiono lampade splendenti: senza un Guru, quindi [la cui conoscenza fornisce la luce al suo discepolo], questo è irraggiungibile, O rinunciante!

9. O rinunciante, la notte è buia! I tuoi compagni ti sono nemici mentre abiti nella casa di un altro uomo! Come puoi trovare il percorso senza una guida? Affrettati e considera tutto ciò, O rinunciante!

10. O rinunciante, il vero Guru è come il mercurio, il Sadhu è come il rame: se i due sono strofinati insieme si ottiene l’oro. Al pari della tua immagine specchiata nell’acqua, così la tua visione si purifica, O rinunciante!

11. O rinunciante, la purezza è la porta di casa del vero Guru e la compassione è l’aroma del Maestro Supremo. Il cuore è come un contenitore, cerca col tuo respiro e abbi fiducia nel Maestro Invisibile!

12. O rinunciante, è facile scivolare nello stretto passaggio del cuore! Lì, neppure un ago trova la sua strada, perciò cavalca il carro del tuo respiro e sii come un re sul trono. Controllalo, lascialo entrare e uscire regolarmente.

13. O rinunciante, i fiori sbocciano, ma non c’è l’albero; il suono (nad) riecheggia senza una bocca! Senza l’orazione le lodi del Signore sono cantate, senza piedi vai e vieni, O rinunciante!

14. O rinunciante, trasforma la tua mente in un seggio, assicura la tua coscienza e goditi questa galoppata vertiginosa! Ida, pingala e sushumna sono i tuoi schiavi, essi sono i servitori del vero Guru, O rinunciante!

15. Perlustra il tuo corpo e rintraccia il suo filo di seta. Segui le indicazioni del Guru. Al pari della madre-perla che attende con ansia la pioggia [per produrre la perla], pure l’anima si gonfia avidamente per incontrare il Signore, O rinunciante!

16. O rinunciante, quando il Maestro spirituale ti appare davanti il corpo è purificato. Medita senza il corpo, O tu le cui membra sono spalmate [di cenere]; suvvia [non sarai un dio], ma raggiungerai uno stato divino.

17. O rinunciante, sia il suono che la sua assenza sono le manifestazioni del Guru. L’intelletto e la verità sono i tuoi compagni. I miracoli rinnovati del Guru saranno la tua esperienza. Imparare a praticare la vera conoscenza e la vera meditazione è come cavalcare un elefante!

18. O rinunciante, coloro che si destano per gustare l’elisir divino matureranno, mentre coloro che si addormenteranno, lo perderanno. Essi, perciò, perderanno il percorso, O Gusain! Solo gli sciocchi desiderano dormire, O rinunciante!

19. O rinunciante, è nell’Io interiore che risiedono i miracolosi poteri, ed è lì che il gioco eterno perdura. Nell’Io interiore il Signore ha piantato un giardino e ivi abita il giardiniere.

20. O rinunciante, è nell’Io interiore che si trova la terra con i suoi nove continenti; al suo interno c’è il Monte Kailasa e i sette mari. Senza un Guru, la coppa del nettare dell’immortalità è perduta!

21. O rinunciante, il Signore disse: “Guarda nel tuo Io interiore!”. Solo così conseguirai la sacra visione del Maestro. Pir Hasan Kabiruddin proclama: “Ascoltate, o popolo della jamat, così non rinascerete più!”

O Jogi, si deve vivere in questo modo – ascolta!

DOHA [DISTICO]

Affamato ed esiliato, il cuore è triste: sii saldo sul tuo seggio!

Coloro che vincono la paura della tomba meritano il nome di fachiro!

O Jogi, questo è la vera via per chiedere la carità, ascolta:

PARTE TERZA

1. O rinunciante, che il mondo sia la tua bisaccia da mendicante, che sia la soddisfazione della tua ciotola per l’elemosina e che la riflessione sia il tuo stato! Metti i due orecchini del perdono e la compassione nelle tue orecchie, e lascia che la conoscenza sia il tuo cibo. O rinunciante! Questo è il vero Jogi in questo mondo: colui la cui mente è uno, egli è il vero Jogi!

2. O rinunciante, la conoscenza è il mio Guru, la vera rinuncia è dei sensi. Possano le congiunzioni degli opposti essere le tue ceneri! Colui che accetta la vera religione e medita sulla verità, egli è il vero Jogi! O rinunciante, egli è il vero Jogi!

3. O rinunciante, arresta la luna e il sole [cioè, il canale destro e sinistro] ponendoti in stato di concentrazione. Poi, il sushumna [il canale centrale] inizierà a riverberare: infatti, sono pochi coloro che conoscono questo segreto!

4. O rinunciante, lava i tuoi peccati nella triplice confluenza; riproduci il suono celeste! Hasan Kabiruddin dichiara: “Muori mentre vivi, e non rinascerai. O rinunciante, chi agisce in tal modo è il vero Jogi in questo mondo!”

Avendo ascoltato questi insegnamenti spirituali del ginan, Kanipha pregò e disse:

O Guru, ti ringrazio per aver trovato il percorso che conduce alla liberazione e grazie all’aiuto divino del benedetto Guru Jalandhar ho avuto il tuo darshan [la tua visione]! Mi hai insegnato la conoscenza della liberazione! Ti rendo omaggio!

Quindi, in vari modi, il percorso verso la liberazione gli fu rivelato da Guru Hasan Kabiruddin – e se ne compiacque.

Bibliografia

David Gordon White, Conversation between Guru Hasan Kabiruddin and Jogi Kanipha in Tantra In Practice, pag. 658, 2001

http://www.tradizionesacra.it/guruhasankabiruddin_jogikanipha.htm

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07 Apr 2012

SCIENZA ISLAMICA E INIZIATICA

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I cristiani sostengono che il Profeta Isa (Gesù), la pace sia su di lui, sia l’ultimo messaggero. Gli arabi dichiarano che il Profeta Muhammad, la pace sia su di lui, era l’ultimo messaggero, ma il Sacro Corano afferma che Muhammad 1400 anni fa era solo “il sigillo dei Profeti” (khaatamaan-nabiyin, Corano, 33:40), non l’ultimo. Il Santo Corano afferma: “affinché tu ammonisca un popolo a cui non giunse, prima di te, alcun ammonitore” (Corano, 32:3). Così, né Muhammad, né Gesù sono gli ultimi, poiché entrambi parlarono di un altro dopo di loro. La chiave è “affinché tu ammonisca un popolo a cui non giunse, prima di te, alcun ammonitore”, gli arabi dicono che questo è Muhammad, ma Abramo e Ismaele furono entrambi profeti in Arabia, quindi il suddetto versetto non si riferisce al Profeta Muhammad ibn Abdullah, giacché Abramo e Ismaele ricostruirono la Kaaba della Mecca.

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      LA LETTERA ARABA NUN, IL VERO CORANO E LA UPAVISTHA KONASANA

ISTRUZIONI SULLO DHIKR NEI CENTRI SOTTILI IN ALCUNI TRATTATI IN URDU SULLA VIA MISTICA

BUDDISMO TIBETANO E L’ACCETTAZIONE DEL CORANO

IL LEONE E IL SOLE SIMBOLI DELL’UNITÀ ISLAMICA E DEI POPOLI

BUDDISMO TANTRICO E BEKTASHISMO OTTOMANO

LA TEORIA TURCA DELLA LINGUA SOLARE E LA LINGUA SURYANIYYA 

LA WILAYAT SOLARE, LUNARE E STELLARE NEL PENSIERO DI RUMI

INDIA SACRA TERRA ISLAMICA

ZOROASTRO INFLUENZA LA PREGHIERA DEI MUSULMANI SUNNITI

L’AGNI YOGA ISLAMICO

IL SOLE, DIMORA ARTICA DI ALLAH E DEI VEDA

LA SVASTICA SIMBOLO SOLARE DELL’ISLAM

RIFLESSIONI SULLA DEA MADRE NEL CORANO 

IL SOLE (PINGALA NADI) E LA LUNA (IDA NADI) DELL’ISLAM

IL RITORNO DI LILITH – UNA PROSPETTIVA SUFI

IL SIGNIFICATO SPIRITUALE DEL RAMADAN DI SRI SWAMI CHIDANANDA

LA MUSICA DELL’ISLAM E LA MEDITAZIONE

L’ISLAM E IL DIVINO FEMMINILE

LA YONI DELL’ISLAM

LA LUCE DEL SOLE NEL CORANO E NEI VEDA

IL SUFISMO SOLARE DI RUMI E LO YOGA DEL SOLE 

IL SEGRETO DELL’AUREA BASMALA NELLE FORME VISIBILI

IL NUMERO DI ALLAH, IL SUO QUADRATO MAGICO E LA PURIFICAZIONE

IL SUONO DELL’AUM E LA MATEMATICA ISLAMICA

IL SIMBOLO DEL SOLE NEL CORANO E LA CIVILTA’ DELLO YOGA DEL SOLE

IL CORANO E LA LEGGE DEL TEMPO

ASCIURÀ: CRISTOLOGIA E SACRIFICIO NELL’ISLAM

L’ELIOCENTRISMO YOGICO DEL PROFETA ABRAMO NEL CORANO

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http://www.tradizionesacra.it/scienza_islamica_e_iniziatica.htm

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31 Mar 2012

La psicofisiologia dell’estasi nel Sufismo e nello Yoga

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A cura di Carl W. Ernst. È specializzato in scienze Islamiche e in Indologia. È professore presso il Dipartimento di Studi Religiosi all’Università di Chapel Hill nella Carolina del Nord (USA)

Per millenni, veggenti e profeti hanno parlato di ordini superiori di consapevolezza, rispetto ai quali la percezione ordinaria è un ridotto livello esistenziale. Tutte le culture ebbero degli specialisti che tentarono di padroneggiare le “tecniche arcaiche dell’estasi”, secondo una definizione dello storico delle religioni Mircea Eliade. Sciamani siberiani, guaritori nordamericani e altri professionisti del sacro erano famosi per le loro “ascensioni al cielo”, da cui ottennero le cure per l’ammalato e la conoscenza spirituale.

Le conquiste scientifiche e tecniche dell’Illuminismo Europeo hanno creato uno stato d’animo che era avverso all’estasi spirituale. Il monopolio sulla natura rivendicato dal nuovo ceto tecnico-scientifico ha proibito spiegazioni non autorizzate e concorrenti. Gli scettici come David Hume, Karl Marx e Sigmund Freud le proclamarono un’illusione. Quando la coscienza fu definita esclusivamente un epifenomeno del cervello in un universo materialistico, le visioni e le rivelazioni divennero semplici allucinazioni, disturbi del sistema nervoso.

La nozione di esperienza mistica, però, non ha trionfato come condizione patologica. Giacché il 20° secolo termina, la religione e la spiritualità hanno assunto un’importanza che avrebbe sconcertato Auguste Comte e la sua risma, poiché proclamarono che la scienza sostituì la religione. È vero che gran parte della magniloquenza attuale sulla religione si colloca sul piano sociale della comunità e della politica, ma vi è un interesse enorme per l’esperienza spirituale come mezzo affinché gli individui si accordino col principio fondamentale. Per esempio, si stima che più di cinque milioni di Americani oggi pratichino qualche forma di yoga. Per molti, lo yoga è soprattutto una forma di rilassamento e di preparazione fisica, ma è innegabile che lo yoga derivi da un complesso sistema psico-fisico di pensiero essendo collegato alla disciplina delle antiche tradizioni spirituali.

In quest’articolo, descrivo brevemente alcuni concetti principali e le tecniche che sono connesse alla più elevata coscienza e all’esperienza mistica nelle due tradizioni, nel sufismo e nello yoga. Di certo, v’è l’aspetto fisico della meditazione che è associato all’ascesi corporale, e alcuni dei suoi benefici sono spiegabili dagli effetti fisici e neurologici del digiuno, dall’astensione dal sonno, ecc… Esorto, però, a prestare attenzione alle spiegazioni esistenti che svilupparono nei secoli i professionisti a tempo pieno di queste tecniche. Dato che questi metodi sono “operativi”, anche le spiegazioni psico-fisiologiche dei sistemi a essi associati meritano uno sguardo. Si può affermare che i concetti Sufici e della meditazione yogica siano differenti dalla dottrina medica standard.

Sufismo

Il sufismo è la tradizione mistica associata all’Islam.1 Il Profeta Muhammad (deceduto il 632) e la sua rivelazione Coranica sono le fonti sacre del Sufismo. Il nome “Sufi” deriva dalla parola lana in Arabo e si riferisce ai capi in lana indossati dagli asceti dell’antico Medio Oriente e dai profeti. È probabile che i primi mistici dell’Islam familiarizzassero con le antiche tradizioni spirituali collegate al Cristianesimo, all’Ebraismo o allo Zoroastrismo, ma dal 12° secolo il movimento Sufi si sviluppò completamente nei paesi Musulmani dall’India alla Spagna.

Le tecniche di meditazione Sufi provengono dalla recitazione di ferventi preghiere, in particolare dai nomi Arabi di Dio rivelati nel Corano. Il termine indicante la recitazione è dhikr (o zikr), il cui significato è “ricordo”, che sia eseguita da solo o in adunanza. Il suo scopo è la concentrazione sul cuore affinché si riempia di Dio e di nient’altro. I manuali della pratica Sufi descrivono lo dhikr come un processo multilivello in cui tutte le facoltà sono impiegate; si comincia con la lingua essendo la più esterna, poi si coinvolge il cuore, l’anima, lo spirito, l’intelletto e la più interna coscienza chiamata il segreto. Questi diversi livelli fanno parte di un continuo psicofisico che permette un approccio al piano sottile di coscienza. Formule di preghiera e nomi divini sono recitati (subvocalizzando o ad alta voce) e consapevolmente proiettati nelle diverse parti del corpo. Ognuno dei nomi di Dio ha il potere, se ripetuto frequentemente, di creare la sua qualità specifica nella psiche del praticante di dhikr. Per esempio, la ripetizione del nome “il Misericordioso” (al-rahman) provoca sentimenti di misericordia e compassione nel cuore, ma i principianti dovrebbero evitare nomi come “il dominatore” (al-qahhar) a causa dei forti effetti psichici che può scatenare.

Durante dei ritiri faticosi di 40 giorni, i maestri insegnavano ai discepoli tecniche avanzate di meditazione. In passato erano evidenziati i temi teologici del timore Divino o l’amore di Dio. La crescente sofisticazione della tradizione portò a un’articolazione di molteplici “stazioni” psicologiche, la cui anima passava in sequenza una scala che si avvicinava a Dio e, allo stesso tempo, all’inclusione della totalità delle possibilità psichiche disponibili per gli esseri umani. Alcuni elenchi descrissero fino a un migliaio di stazioni spirituali, equilibrate da imprevedibili “stati” considerati il risultato della grazia divina.

L’analisi Sufi dell’esperienza mistica si fondò su una complessa psicofisiologia dei centri sottili del corpo (latifa, plurale lata’if). Ricorrendo all’antico simbolismo cosmologico dei sette climi, quest’insegnamento descrisse i sette centri sottili, ciascuno dei quali era collegato a un essere umano e a un particolare profeta citato nel Corano. Ogni centro sottile fu anche il luogo di un’esperienza mistica di luce in un particolare colore. Una descrizione dei sei centri sottili localizzò il cuore (qalb) due dita sotto la mammella sinistra, lo spirito (ruh) due dita sotto la mammella destra, l’anima (nafs) sotto l’ombelico, il segreto (sirr) verso il centro del petto (sopra la mammella destra), il mistero (khafi) sopra le sopracciglia, e l’arcano (akhfa) nella parte superiore del cervello. Anziché seguire un qualsiasi determinato concetto neurologico, questa struttura complessa fornì un dispositivo flessibile di meditazione utilizzato per sviluppare un corpo sottile durante l’esperienza mistica, in un processo paragonabile al moderno concetto di realtà virtuale.

La visualizzazione era una meditazione importante. I manuali di meditazione descrivono una serie di visioni che riassumono la struttura gerarchica dell’universo, dagli infimi minerali fino alla presenza divina e ai regni cosmici oltre il tempo. L’obiettivo finale era di emulare l’ascensione celeste del Profeta Muhammad e di giungere alla presenza di Dio. Durante l’esercizio, molte esperienze straordinarie furono registrate. Ad esempio, il diario visionario di Ruzbihan Baqli (morto nel 1209) è pieno di incontri sorprendenti con Dio, con i profeti, con gli angeli e con i santi Sufi. Queste esperienze, tuttavia, non erano assicurate soltanto attenendosi a una determinata procedura. Per Ruzbihan, gli incontri con Dio, erano il prodotto di una diretta grazia divina.2

Yoga

Lo Yoga, che è originario dell’India, è uno dei sistemi di meditazione più diffusi nel mondo.3 Sul piano filosofico, è stato originariamente commentato in antichità dallo Yoga Sutra di Patanjali, e costituì uno dei sei sistemi filosofici classici dell’India. Patanjali descrisse la pratica yogica nei termini di otto categorie denominate “stadi”: i freni, le discipline, le posture, la respirazione, il distacco sensoriale dagli oggetti esterni, la concentrazione e la più alta coscienza, chiamata Samadhi o “estasi”, termine quest’ultimo tradotto da Eliade. Lo yoga nelle sue varie forme giocò un ruolo importante nei testi religiosi Indiani come il Mahabharata e la Bhagavadgita. Il termine è ravvisabile in parole composte come karma yoga (lo yoga dell’azione), jnana yoga (lo yoga della conoscenza) e bhakti yoga (lo yoga dell’amore e della devozione). Il nostro interesse, comunque, è rivolto alla sempre più specializzata pratica fisica associata soprattutto al termine hatha yoga (letteralmente, lo yoga della forza violenta).

L’Hatha yoga divenuto popolare circa un migliaio di anni fa, si avvale di tecniche complesse, di solito accompagnate da una breve spiegazione metafisica. Si ritenne che i fondatori dell’hatha yoga, i leggendari yogi Matsyendranath e Gorakhnath, abbiano appreso le tecniche dal dio Indù Shiva. Utilizzando una fisiologia del nervo sottile e il controllo del respiro, le cui radici sono molto antiche, l’hatha yoga concepisce un corpo sottile contenente sette chakra o “cerchi” collegati da nervi (gli altri sistemi contavano quattro o nove chakra). Gli esercizi di meditazione, in genere, comportano il risveglio della potente energia psichica nel chakra più basso alla base della spina dorsale, la quale visualizzata come un serpente arrotolato (kundalini) è fatta salire fino al chakra nella parte superiore del cranio.

Ogni chakra è associato a un yantra o diagramma, a un mantra o canto, a una o più divinità. Lo yogi tenta di arrestare nello stesso tempo il respiro, l’attività della mente, e l’emissione del seme al fine di ottenere poteri straordinari e la longevità. La magniloquenza dell’hatha yoga si basa sul corpo umano come mezzo per il raggiungimento dell’immortalità e della salvezza. Molte tecniche riguardanti la purificazione del corpo, le posture per la meditazione e la padronanza del respiro sono descritte nei testi di hatha yoga. Poiché questi esercizi sono in genere presentati con una minima elaborazione metafisica, furono adattati a una varietà di ambienti religiosi. Così, lo yoga e le relative pratiche tantriche sono ampiamente distribuiti tra Indù, Buddisti, Giainisti e anche nelle tradizioni Sikh in tutta l’India, il Tibet e l’Estremo Oriente.

Un confronto

Le tecniche di meditazione Sufi e yoga hanno numerose analogie, le quali fecero ipotizzare inizialmente agli osservatori che lo yoga fosse un sistema essenzialmente nato in India e diffusosi nei paesi musulmani. Somiglianze superficiali tra le loro psicofisiologie (ad esempio, i centri sottili del Sufismo e i chakra dello yoga) sembravano rafforzare il concetto di diffusione culturale. Infatti, è difficile sistemare delle prove storiche che avvalorino alla pratica Sufi una base yogica (la figura 1 della pagina seguente mostra un raro esempio di giustapposizione delle fisiologie yogiche e Sufi in lingua Urdu risalente al XIX secolo). Più lontano, in Cina o nel Mediterraneo orientale, ci sono tecniche meditative taoiste o cristiane basate congiuntamente su un’ampia cantillazione di nomi sacri o formule, sul controllo respiratorio e su altre applicazioni fisiologiche. La famosa “preghiera di Gesù”, sviluppata dai primi monaci Cristiani, è un buon esempio di tale tecnica. È stata conservata nel Cristianesimo Ortodosso, ed è ben descritta nel tardo 19° secolo classico Russo nel testo intitolato, La via di un pellegrino (e ripresa nell’operaFranny e Zooey di J.D. Salinger). Curiosamente, l’anonimo autore del libro Russo sostiene che gli yogi e i Sufi mutuarono (e raffazzonarono) le tecniche meditative dei padri della chiesa Cristiana: “Fu dai [santi greci ortodossi] che i monaci Indiani e di Bokhara rilevarono il “metodo del cuore” della preghiera interiore, solo che la rovinarono molto e la travisarono in questo modo.”4

Un’alternativa interessante alla teoria della diffusione culturale suppone che le potenzialità nascoste della mente e del corpo siano sbloccate da un uso sufficientemente prolungato di tecniche meditative, che naturalmente sorgono nelle tradizioni religiose. Si pongono, però, molti interrogativi. Se ci occupiamo di Sufismo, sciamanesimo, monachesimo Cristiano, o yoga, i praticanti ci informano che non solo la loro particolare psicofisiologia, ma anche la loro teologia è decisiva per il successo del metodo. Il loro universo non è impersonale, ma è attivato dallo stesso tipo di coscienza che gli esseri umani sperimentano – ricordando il “principio antropico” di alcuni recenti filosofi della scienza. Da un lato, l’esistenza di una lunga tradizione di pratica meditativa suggerisce che esiste una base empirica per il misticismo; dall’altra parte, la divergenza tra i diversi sistemi psicofisiologici e le dottrine teologiche indica che c’è qualcosa in più di un substrato biologico immutabile. La coscienza umana disciplinata ha il potere di formare i livelli intensi di esperienza psicologica noti ai Sufi e agli yogi.

Speculazioni a parte, devo confessare che è difficile stabilire con certezza il rapporto tra la psicofisiologia dell’estasi, i concetti moderni di neurofisiologia e il cervello. La società industriale odierna permette a pochi individui di dedicarsi per anni a tempo pieno alla pratica necessaria per padroneggiare queste discipline. Limitate ricerche sulle onde cerebrali prodotte in meditazione non hanno prodotto dei risultati conclusivi o drammatici. Anche se potessimo collegare un maestro Sufi o uno yogi al nostro apparecchio più avanzato, potrebbe una lettura delle onde cerebrali rivelarci qualcosa sullo stato finale di coscienza? C’è un punto in cui l’esperienza spirituale individuale non è sostituibile dalla scienza istituzionale.

 

Fig 1: La struttura di loto dei chakra secondo Ghawth ‘Ali Shah Qalandar (19 secolo) affianca la fisiologia yogica e Sufi. Le note in Urdu identificano i luoghi fisici di ogni chakra.

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Riferimenti

1. Ernst CW. The Shambala Guide to Sufism. Boston: Shambala Publications, 1997.

2.  Baqli R. The Unveiling of Secrets: Diary of a Sufi Master. Ernst CW (traduttore). Chapel Hill, NC: Parvardigar Press, 1997.

3. Eliade M. Yoga, Immortality and Freedom, 2nd ed. Trask WT (traduttore). Princeton, NJ: Princeton University Press, 1969.

4. Anonymous. The eay of a Pilgrim, and The Pilgrim Continues His Way. French RM (traduttore). San Francisco: Harper San Francisco, 1991, pag 71.

http://www.tradizionesacra.it/psicofisiologia_sufismo_yoga.htm

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03 Mar 2012

Hamzah suono di silenzio, mantra Coranici e Kumbhaka

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La lingua Araba è composta di 29 lettere. Ventotto lettere rappresentano i suoni consonantici, mentre una, la Hamzah, è il suono del silenzio.

La Luna attraversa un ciclo di 29 giorni. Per 28 giorni la Luna riflette la luce, ma il giorno della Luna Nuova, non c’è per nulla luce. La Luna è invisibile. La Luna invisibile si correla alla lettera silenziosa Hamzah.

«Quando ti interrogano sui noviluni rispondi: “Essi sono periodi stabiliti per l’umanità e per il Pellegrinaggio. Non è giusto entrare nelle case dalla parte posteriore, il giusto è chi è consapevole di Dio. Entrate pure nelle case passando per le porte e siate coscienti di Allah affinché possiate avere successo.”» (Corano, 2: 189)

L’antica astrologia si incentra su 28 costellazioni. Ciascuna lettera Araba corrisponde a una costellazione. L’Astrologia Taoista Cinese rimane una scienza di 28 costellazioni.

Quattordici lettere Arabe sono considerati Solari e quattordici Lunari.

La lettera Solare elide, cioè, raddoppia nella pronuncia e sostituisce la consonante che la precede. Per esempio, il saluto Arabo, “As-Salaam Alaikum” è scritto effettivamente “Al-Salaam Alaikum.” La “S” di salaam, essendo una lettera Solare, si elide nella precedente “L” e imprime il suono “As” invece di “Al.”

I quattordici Kau (Trasformazioni) di Ra

Ra fu la rappresentazione dell’apoteosi energetica per gli Egizi. Ra non è il dio Sole come affermano alcuni “esperti”. Egli è, tuttavia, simboleggiato dal glifo del Sole giacché il Sole era il simbolo più importante e visibile dell’energia.

Ra fu una parola antica Egizia usata per la kundalini, il chi, il prana e il subconscio.

Gli insegnamenti Egizi trattano dei 14 Kau (plurale di Ka) di Ra. Il Ka è la personalità. I quattordici Kau di Ra si riflettono nelle 14 lettere Solari. Ogni lettera è un mantra e il mantra contiene il potere di creare una trasformazione.

La cantillazione della lettera/mantra “ta” (Tam) e l’osservazione delle leggi salutiste permette la trasformazione dello stato patologico di qualcuno in una condizione di sanità.

Ogni lettera/mantra racchiude dei poteri specifici.

Le unità sonore di potere.

Una lettera simboleggia un suono. Il suono è, a sua volta, un simbolo di un tipo di energia.

Vari sistemi spirituali hanno lavorato con le unità (lettere) che compongono le parole (mantra) di potenza.

Gli Ebrei lavorarono con 22 poteri e queste 22 lettere (unità) si accordano con le 22 lettere Ebraiche, con i 22 Arcani Maggiori dei Tarocchi, con i 22 capitoli del Libro della Rivelazione (Apocalisse) e con i 22 aminoacidi.

I Dravidi dell’India (i fondatori dello Yoga) lavorarono con le 50 lettere dell’alfabeto Sanscrito.

La combinazione di unità sonore forma un mantra. A.U.M., per esempio, produce la forza vitale del mantra “aum” (Om).

Le lettere Mistiche: al-muqatta-aat

Quattordici lettere, nelle varie combinazioni, avviano le 29 Surah del Corano. Queste lettere sono dette muqatta-aat o lettere mistiche. Vari studiosi non hanno afferrato che sono realmente dei mantra.

Nella terminologia Coranica, i mantra sono detti dhikr. La Surah 2, per esempio, inizia: “Alif Laam Mim (A.L.M.). Questo è il Libro.”

Ogni lettera ha su di sé una Fatha allungata, vale a dire, un suono “a” che è prolongato all’atto della pronuncia. Così A.L.M. è il mantra “Alllaaaaaaammmmmmm.”

Quelle lettere simboleggiano il “Libro” che si chiama il Registro Akashico nello Yoga.

Cantando Alif Laam Mim il cantore si può mettere in contatto con il Registro Akashico.

Gli Dei e le Dee nell’Antichità

La fisica moderna postula che tutto è energia e che l’energia ha due modalità fondamentali, positiva (maschile) e negativa (femminile). I Taoisti chiamano queste polarità yang e yin.

Il sistema alfabetico Arabo è tale e quale. Le 14 lettere Solari sono yang (maschile) e 14 lettere Lunari sono yin (femminile).

Tutte le lettere simbolizzano “dei” e “dee,” cioè, le energie.

Gli “studiosi,” totalmente ignoranti circa l’antico modo di pensare, si sono confusi sugli “dei” e li hanno identificati al politeismo pagano.

Un “dio” fu un’energia positiva, mentre una “dea” era un’energia negativa.

Le parole divinità, angelo, spirito, fantasma, diva, neter, loa, orisha ed energia sono in pratica sinonime.

Le 28 lettere (14 positive e 14 negative) raffigurano le polarità universali yin/yang. La Hamzah era neutrale. Atomicamente corrisponde al neutrone.

Manaazil: Mansioni della Luna

“E alla luna abbiamo assegnato le mansioni, finché non diventa come una palma invecchiata.” (Corano, 36: 39)

L’antico zodiaco delle 28 costellazioni si basava sul passaggio della Luna attraverso le 28 case chiamate Mansioni della Luna. La fine e l’inizio della fase calante e crescente si caratterizzarono per la scomparsa della Luna dal cielo. Ciò corrispondeva alla Hamzah.

La Hamzah e il Kumbhaka

La Hamzah è uno stop gutturale tra i suoni. Ad esempio, la parola indicante gli angeli “malaa-ikat,” contiene una Hamzah. È una pausa lieve all’interno della traslitterazione: “malaa” (pausa) “ikat.”

Questo stop o pausa è fatta da una lieve contrazione dei muscoli addominali inferiori (al Tan Tien) mentre si espira.

Si tratta proprio del tipo di respirazione yogica che porta in trance e alla fine provoca lo stato senza pensiero. Nel pranayama yogico, la fermata gutturale si chiama Kumbhaka. Lo stato senza pensiero (samadhi) deriva dal Kevala Kumbhaka (Kumbhaka involontario o cessazione spontanea del respiro senza sforzo cosciente), vale a dire, dal controllo automatico respiratorio condotto dal sistema nervoso parasimpatico.

Dopo il verificarsi del Kevala Kumbhaka, la mente si svuota di pensieri. Si diventa consapevole di essere cosciente.

Questa cessazione di pensiero è il silenzio mentale di cui la Hamzah è un simbolo.

La respirazione a pancia gonfia o prominente

La Hamzah simboleggia non solo il silenzio mentale, esso raffigura anche graficamente il metodo respiratorio che realizza quel silenzio.

La Hamzah somiglia alla lettera latina “c” con una breve linea sotto la curva. È il simbolo di un metodo di respirazione yogica praticato in Tibet il cui nome è “respirazione panciuta”.

La respirazione di pancia è eseguita spingendo fuori il basso addome durante l’inspirazione e tirandolo durante l’espirazione. Prima di inspirare, l’addome inferiore è leggermente teso e l’espirazione è premuta contro quella tensione. Questo tipo di respirazione realizza il prana (respiro) e il controllo (yama). Il pranayama, letteralmente significa controllo delle correnti praniche – prana+yama. Questa respirazione serve anche per allungare il tempo tra i cicli respiratori. La parola yama significa anche “allungamento”.

Inoltre, tale tipo di pranayama preme anche sul nervo pneumogastrico dell’addome che provoca un’azione riflessa nel cuore e nel R-complex o cervello rettiliano (centro del risveglio). Quando ciò è compiuto, il cuore è stabilizzato e la persona si risveglia interiormente. Si tratta del “risveglio” ricercato nel Buddhismo esoterico paragonabile al “Venire Fuori Sveglio” del Pert em Hru (il cosiddetto Libro Egizio dei Morti).

Gli dei Hu e Sa

Nella metafisica Egizia, due dei esistevano prima che si manifestasse la creazione (oggi diremmo il Big Bang). Quelle due divinità gemelle erano Hu e Sa.

Hu rappresenta la volontà divina e Sa raffigura la coscienza.

Si dice anche che Hu sia la lingua di Ptah.

Queste divinità simboleggiano aspetti di coscienza nello stato senza pensiero. Hu divenne il maestro dei mantra usati in molti sistemi esoterici (Hung, Hum, Hua).

Tra i maghi la coppia Hu/Sa divenne Hum-Sah (hamsa mantra)1, il suono naturale del respiro. Si ritiene che in meditazione si possa sentire il respiro eseguendo il suono Hum-Sah mentre la forza kundalini si attiva all’ascolto di questo suono.

Dopo che il pensiero diventa immobile, un insolito suono acuto si sente spesso. Questo suono acuto è chiamato “il Flauto di Dio” dai seguaci di Eckankar. È noto per tante altre cose.

Le campane delle Chiese Cristiane simboleggiano il suono di questo “flauto”.

Alcune persone hanno anche sentito il “flauto” della Hum-Sah (Hamzah) durante l’utilizzo di droghe come la cocaina. Marvin Gaye ha scritto una canzone intitolata “The Bells” (I campanelli). È possibile che un tinnito fastidioso si colleghi alla stimolazione precoce di Hum-Sah.

La Hum-Sah divenne nota come “il cigno” nelle scuole esoteriche, e alcuni artisti rappresentarono tale processo con un cigno. Il cigno è un uccello che è comodo in acqua, e l’acqua era un simbolo del dio Nu, il quale fu dipinto come una distesa infinita d’acqua.

Gli Egizi non la rappresentarono come il cigno, ma usarono la sacra cicogna ibis. L’ibis è stato il geroglifico della saggezza divina (facoltà) di Tehuti (Thoth). In effetti, il nome Tehuti nasconde il mantra hu al suo interno.

Nel sistema Arabo, Hu e Sa (Hum-Sah) divennero la Hamzah.

Nel Corano, sette sure iniziano con le lettere mistiche Ha Mim (H.M.) Insieme formano il mantra (Haam). Alcune scuole buddiste scrivono Haam, ma in realtà salmodiano “Huum”.

Le Sure del Corano dalla 40 alla 46 iniziano con Ha Mim. Queste sette sure inizianti con Ha Mim simboleggiano il collegamento della Hum-Sah con la forza kundalini.

Hu: la Divina Volontà

Nel sistema Egizio, Hu significava volontà. Invece, il sistema Arabo associò Hu con Sa fino al punto che la parola Araba in rapporto a Sa (Shay) assunse il significato di volontà.

Gli Egizi capirono che le due volontà operarono nella donna e nell’uomo. Heru (Horus) simboleggiò la volontà “ordinaria”, mentre Tehuti simbolizzò la volontà divina. Il compito dell’iniziato fu di accordare la volontà di Heru (umano) con la volontà di Hu (divina).

Quando le due volontà erano in disaccordo, il risultato fu (in Arabo) lo Shaytaan. Shaytaan (Satana) significa in realtà “due volontà” (La parola shayt vuole dire volontà e “aan” è il duale nella grammatica Araba).

Hamzah: Codice di Meditazione

La Hamzah, quindi, è un simbolo codificato per la meditazione, per la coscienza samadhi (trance) e per l’attività kundalini ai massimi livelli.

La Nazione dell’Islam e le 29 Lettere

In America, tra gli insegnamenti Islamici più importanti primeggiano quelli della Nazione dell’Islam (dei cosiddetti Musulmani neri). Al pari di tutti gli altri movimenti spirituali, la verità effettiva della Nazione dell’Islam è velata dal simbolismo. Fino ad oggi, nessuno ha svelato pienamente il simbolismo profondo degli insegnamenti del Maestro Fard Muhammad e dell’onorevole Elijah Muhammad, suo allievo.

Elijah Muhammad, una volta disse ai suoi seguaci durante un convegno sulla Giornata del Salvatore che “Io sono quaggiù nel fango e nessuno può vedermi.”

Significa che il suo vero corpo di conoscenze fu sepolto dalle fangose e altisonanti dottrine materialiste, poiché nessuno era ancora in grado di vedere la profonda verità universale. Egli si manifestò, quindi, trasmettendo l’insegnamento dietro alle sue sconvolgenti vicissitudini.

Una volta disse: “Io sono un predicatore. I miei ministri saranno gli insegnanti.” Questa frase significa che ebbe l’incarico di insegnare soltanto ciò che apprese integralmente per 40 anni, ma solo dopo di lui i suoi ministri avrebbero compreso realmente il suo insegnamento, e di conseguenza lo avrebbero insegnato alla gente.

Finora non è accaduto.

Elijah Muhammad era un massone. I suoi seguaci non lo tennero in considerazione, ma egli stesso lo annunciò durante una delle sue lezioni sulla Teologia del Tempo. Infatti, “onorevole”, è un titolo Massonico, come “maestro” e “nobile.”

Come muratore, il Sig. Muhammad ha fatto voto di silenzio.

Il voto di silenzio non significa che non si può parlare, indica che quando si discorre della verità esoterica, si deve farlo simbolicamente, con parabole e con certi codici.

Tutti i grandi maestri parlarono in codice, incluso Gesù.

Agli studenti che intendono iscriversi alla Nazione si chiede: “Quanto spazio utile utilizza ogni giorno la popolazione totale del pianeta terra?” La risposta è: “La terra utile utilizzata ogni giorno dalla popolazione totale del Pianeta Terra è di 29 milioni di miglia quadrate.”

I 29 milioni di miglia quadrate di “terreno utile” sono un codice per le 29 lettere (unità sonore di potere) della lingua Araba.

Per rappresentare che aveva raggiunto la conoscenza della Hamzah, il Signor Muhammad ha chiamato “Hamzah” uno dei suoi ministri (Theodore Hamzah di Cleveland).

Dodici ministri del Sig. Muhammad erano, simbolicamente parlando, “mogli del profeta.”

Nell’esatto momento in cui la fisica ha scisso la materia nelle sue unità più elementari, anche tutti i vecchi codici religiosi, le usanze, le cerimonie e i rituali sono abbattuti e utilizzati in una tecnologia spirituale al servizio dell’umanità.

  Nota 1Lhamsa mantra si relaziona alla hamsa di Fatima (A) nell’Islam. La pratica di questo mantra è spiegata bene da Swami Shankarananda nel libro “Happy for No Good Reason”, : Learn to Meditate, Become Stronger, Calmer and Happier, pag. 244, 2003

 Bibliografia Amir Fatir, Hamzah: The Sound of Silence

http://www.tradizionesacra.it/hamzah_mantra_kumbhaka.htm

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11 Feb 2012

Le malattie degli occhi

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Le malattie degli occhi

 

Gli occhi sono lo specchio dell’anima e del corpo di una persona. Gli occhi sono degli organi che accettano qualsiasi tipo d’informazione dall’ambiente, compresa l’energia. Nella maggior parte dei casi, gli occhi sono i trasmettitori energetici dell’energia Cosmica nel centro telepatico della persona; però, si possono anche inviare informazioni dagli occhi allo spazio circostante attraverso Ajna Chakra.

Non voglio entrare nei dettagli riguardanti l’informazione percepita dagli occhi, essa entra nel cervello della persona e lì è elaborata. Noto soltanto che ci sono due settori direttamente collegati agli occhi – l’ipotalamo-ipofisi e la parte occipitale del cervello. Questi due settori possono ricevere informazioni (comprese le immagini) senza la mediazione degli occhi, ecco perché la linea del lobo occipitale che attraversa l’ipotalamo nel punto tra le sopracciglia è detta “Terzo occhio”.

I componenti strutturali del sistema visivo comprendono gli occhi e i nervi ottici che trasmettono le informazioni visive ai nuclei del talamo, all’ipotalamo e alla corteccia visiva. I due nervi ottici che si estendono dall’occhio all’ipotalamo, nella parte anteriore dell’ipotalamo si uniscono insieme, formando una decussazione. Vi è qui uno scambio parziale di fibre. Successivamente questi due percorsi si separano di nuovo in un tratto visivo destro e sinistro.

I guaritori trattano tutte le infiammazioni oculari, i processi flogistici degli occhi tramite i centri cerebrali e Ajna Chakra, non dimenticando mai che la salute di organi come il fegato, i reni e il cuore si riflette direttamente sulle funzioni dell’occhio. Il guaritore prima di influenzare gli occhi, deve eliminare anche i disturbi nel principale canale energetico – la spina dorsale (vedere capitolo “Il trattamento della spina dorsale…”).

L’influenza energetica sugli occhi è di purificare le vie visive dalle informazioni negative accumulatesi negli anni nel cervello umano e che provocano il ristagno energetico. A tal scopo, il guaritore lavora dapprima con la copia energetica della parte centrale del cervello (il talamo, l’ipotalamo, la ghiandola pineale o l’epifisi) e con l’ipofisi o ghiandola pituitaria. Poi, influenza il lobo occipitale del cervello (si stimola la copia energetica).

La fase successiva del trattamento influenza l’intero sistema visivo della testa. Nello stesso tempo, l’energia si dirige dall’area destra della corteccia visiva del cervello verso l’occhio sinistro e dall’area sinistra del lobo occipitale verso l’occhio destro. Se il guaritore lavora con l’aiuto delle mani, la mano destra è disposta sulla nuca, mentre la mano sinistra è davanti agli occhi.

Il guaritore se è necessario stimola la copie energetiche degli occhi.

Quando nei pazienti vi sono disturbi dovuti alla pressione intraoculare, i guaritori Bulgari raccomandano il trattamento a contatto attraverso l’imposizione delle mani sulla testa – la mano sinistra sulla fronte, e la mano destra sulla nuca (vedi capitolo “L’ipertensione”.).

Si finisce influenzando non solo l’allineamento dell’aura intorno alla testa, ma praticamente si ripristina tutto il campo energetico del malato.

 

L’impatto energetico tramite il sistema visivo del cervello nelle malattie degli occhi.

 Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1. L’osservanza di una dieta senza sale, grassi e zucchero;

2. L’utilizzo di erbe medicinali (vedere capitolo “La Fitoterapia presso i guaritori Bulgari”);

3. L’osservanza di un regime quotidiano;

4. L’esecuzione non solo degli esercizi fisici e respiratori, ma anche della ginnastica oculare (ad esempio degli yogi).

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27 Gen 2012

LA UPANISHAD DI ALLAH O ALLOPANISHAD

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“Al nome Allah fu data un’etimologia Sanscrita. Una nuova Upanishad detta Allopanishad vide la luce. Secondo i Purana, La Mecca è detta Mochoasthan, il luogo di Mocsh-Iswara, una divinità antica.” (The Visva-bharati quarterly, 1928, Volume 6, pag. 55)

  1. L’autenticità dell’Allopanishad nell’Islam
  2. L’autenticità dell’Allopanishad nell’Induismo

 

 1.  L’autenticità dell’Allopanishad nell’Islam

Le Upanishad sono considerate scritture di Divina conoscenza e molti studiosi Indù le ritengono perfino superiori ai Veda. Quest’affermazione è rintracciabile ed esistente in alcune Upanishad, perché l’argomento Vedico è di ottenere piogge abbondanti e raccolti copiosi, nonché ricchezze e grandi quantità di bestiame, mentre le Upanishad impartiscono la conoscenza Divina e insegnano all’anima umana di avvicinarsi al suo creatore e Padrone. Molte Upanishad, così, sono dette complementari o appendici dei Veda, cosicché il capitolo 40 dell’Yajur Veda è dichiaratamente chiamato Ish Upanishad. Allo stesso modo, tutte le Upanishad sono distribuite nei quattro Veda, o esse sono chiamate le loro Upanishad speciali, così l’Allopanishad è un’Upanishad dell’Atharva Veda. Essa è citata fin dall’antichità non solo nel lessico Sanscrito, ma il suo nome esiste anche nella lista delle Upanishad. Inoltre, per sottolineare la sua importanza, fu pubblicata in Gujarati e in altre lingue insieme al testo originale dato che gli editori furono gli stessi pandit Indù.

In questa relazione presentiamo una ristampa fotografica dell’Allopanishad pubblicata da questi pandit. Nagendra Vasu Nath, uno studioso Indù, l’ha riportata nel suo libro voluminoso, Vishwa kosh (Enciclopedia Indica), vol. II, pubblicato a Calcutta, e ha dichiarato che l’Allopanishad è un’eulogia a Parameshwar (Supremo Dio), giacché Allah è il nome di Parameshwar o Brahma.

 

Nel vol. III dello stesso Libro si tentò di dimostrare che non è autentica. L’argomentazione addotta a sostegno di quest’affermazione fu che alla vista di quest’Upanishad molti Indù divennero Musulmani avendola compilata un pandit convertito all’Islam. Bisogna fare le seguenti considerazioni: 1) Come ha fatto a entrare col titolo di Upanishad nelle case Induiste malgrado fosse stata compilata da un pandit convertito? 2) Perché i pandit Indù la ripubblicarono ugualmente come Upanishad durante il suo trasferimento da Calcutta (Bengala) ad Aurangabad (Deccan)? 3) Perché a Bombay i pandit Indù la tradussero, la stamparono e la pubblicarono in Gujarati? 4) Perché i lessicografi di lingua Sanscrita dopo aver esaminato l’Allopanishad compilata da un Musulmano la accettarono come libro e sukt dell’Atharva Veda? L’Arya Samaj fece circolare un buffo argomento secondo cui questo sukt fosse un’interpolazione dell’Atharva Veda, ma non pensarono che in questo modo la posizione dei Veda diventasse dubbia e inaffidabile. Se la compilazione di un Musulmano può trovare un posto nei Veda, che altro i pandit Indù potrebbero inserire in essi? L’esistenza stessa dei sacri Veda da questi guazzabugli letali diventa velenosa e desueta.

La questione è la seguente: tutti i manoscritti dei Veda furono sotto la custodia di un singolo Pandit che si convertì segretamente all’Islam non divulgando di essere un Musulmano? Corruppe così i Veda? Se l’insieme degli altri Pandit adottando e distribuendo per l’intera India tutti i Veda in suo possesso diffusero la stregoneria e l’esorcismo di questo pandit convertito, allora egli stregò la totalità del paese?

Se non fosse così, è certamente miracoloso che nessun manoscritto dell’Atharva Veda sia spuntato fuori dalla casa di qualche pandit senza l’Allah Sukt (il Sukt o l’Inno di Allah), o che questo neo-convertito Musulmano abbia scorrazzato per il paese entrando nelle case dei pandit Bengalesi e Deccani, o di Aurangabad e Bombay, inserendovi l’Allopanishad nelle loro sacre Scritture, mentre nessuno sapesse che i Veda depositati nella sua casa fossero stati corrotti in una notte, o che l’interpolazione fosse così pericolosa giacché conteneva all’interno la Kalimah Musulmana (formula di fede), il nome di Muhammad e la menzione degli attributi Divini di Allah. Inoltre, miracolosamente, tutti gli Indù ritennero che questa compilazione operata da un Musulmano fosse un’Upanishad reale, cioè, una conoscenza Divina e un libro molto superiore ai Veda; i lessicografi della lingua Sanscrita ritenendola un’Upanishad la riprodussero nei loro dizionari con il nome di Allah e la menzione dei Suoi attributi, laddove la lode e il panegirico di Parameshwar celebrati in essa, erano molto diversi dai Veda, ma molto ragionevoli e appropriati. Poter cavare dalle labbra dei pandit Indù la dignità e la distinzione per la parola di Ishwar, se una scrittura è redatta da un Musulmano, è davvero un miracolo nel miracolo. Ancor più prodigioso è che l’autore Musulmano dell’Allopanishad convertitosi all’Islam dopo aver compilato questo libro, non informò nessun altro Musulmano del manoscritto o della sua traduzione, né divulgò il suo nome, contrariamente ai pandit Indù.

Le sciocche asserzioni di questi stupidi sorprendono e addolorano; ma il pensiero che attraversa la mente riguarda quei pandit poveri e spiantati, i quali commisero quest’atto per ottenere degli onori fra i Musulmani. Che cosa attirò e sedusse Raja Radha Kant Bahadur, il ricco e opulento compilatore del Sabda Kalpadram (dizionario di Sanscrito) per scrivere nel suo lessico che quest’Upanishad appartenesse all’Atharva Veda? E come mai l’autore del Wachasptya (l’opus magnus di Taranath Tarkavachaspati), un lessico molto antico della lingua Sanscrita, cita l’Allah Sukt in questo libro molto prima che i Musulmani penetrassero in India?

Pandit Bhagwat Dutta, studioso e ricercatore di cui l’Arya Samaj ne è fiera, ammise che a causa di questo Sukt di Allah, il testo di Atharva Veda è stato manipolato e corrotto; l’ammissione dell’interpolazione nel Veda, è infatti, un atto molto più pericoloso e mortale che accettare l’esistenza dell’Allopanishad in esso. Questi nemici del Dharma Vedico non capiscono che se i Veda fossero dei libri così insicuri e modificabili da chiunque a proprio piacimento, la pretesa di essere testi di rivelazione e conoscenza Divina diventerebbe dubbia e inaccettabile.

I manoscritti dell’Allopanishad pubblicati ad Aurangabad (Deccan), nel Sabda Kalpadram di Raja Radha Kant Bahadur e a Bombay insieme alla traduzione Gujarati, non furono cavati dalla casa di un Musulmano, ma il suo manoscritto ha decorato gli scaffali delle biblioteche dei pandit Indù, i quali consideravano queste sacre scritture più care della loro vita. Essi curarono e custodirono questi testi sacri per migliaia di anni dal tocco di qualsiasi Musulmano, giacché ritenevano che il loro contatto fosse un gran peccato. Per una persona decisa a non accettare una grande e gloriosa verità non c’è rimedio, né cura. Un intellettuale affidabile potrebbe ammettere che i pandit Indù durante la pubblicazione di questi libri abbiano manomesso il testo a causa dei loro pregiudizi religiosi, o perlomeno, abbiano tentato di distorcerlo rendendolo incomprensibile e oscuro; tuttavia, l’idea di inserire qualcosa contro la propria fede è semplicemente assurdo e sciocco.

Nel Bhavishya Purana è citato il nome del Santo Profeta Muhammad, il suo paese e la sua gente, una lode è cantata dai suoi seguaci e la sua religione è chiamata la fede istituita da Dio altissimo; allo stesso modo, nella piccola scrittura dell’Allopanishad, la sacra Kalimah Islamica e il santo nome del Profeta sono citati due volte, nonché uno sforzo è posto sulla recitazione di questa formula di unità Divina. In quest’articolo è pubblicata una copia fotografica di quest’Upanishad insieme alla sua traduzione letterale per gli amanti e per i ricercatori della verità. Per i nostri fratelli Indù, l’argomento è probabilmente definitivo e completo, cosicché ripongano la loro fede e credano nel Santo Profeta Muhammad (la pace e benedizioni di Dio siano su di Lui) secondo la disposizione esplicita dei loro Rishi. Gli insegnamenti sublimi del Profeta rendono liberi da tutti i mali gli intoccabili dell’Induismo e li affrancano dall’odiosa distinzione di casta, ecc… Essi possono arricchirsi con la ricchezza della pura e perfetta Unità Divina credendo solo nell’unico Vero Dio e nei Suoi attributi così come indica l’Allopanishad, la quale li libera e li separa dal culto di alberi, pietre, animali e uomini, facendogli posare il piede sul Percorso Giusto, il percorso della salvezza e della liberazione in questo mondo e nell’Aldilà.

Ecco la traduzione semplice e letterale dell’Allopanishad.

“1) Il nome della divinità è Allah. Egli è Uno. Mitra, Varuna, ecc… sono i Suoi attributi. Allah effettivamente è Varuna, il re di tutto il mondo. Confratelli, alzate lo sguardo perché Allah è la vostra Divinità. Egli è Varuna e come seguaci, riparate le opere di tutta la gente. (2) Egli è Indra. Il magnifico Indra. Allah è il più grande di tutti, il migliore, il più perfetto e il più santo di tutti. (3) Muhammad, l’Apostolo di Allah è il più grande Messaggero di Allah. Allah è l’Alfa, Allah è l’Omega, Allah è davvero il Nutritore di tutto il mondo. (4) Ad Allah spettano le nobili azioni. Allah, in realtà, ha creato il sole, la luna e le stelle. (5) Allah inviò tutti i Rishi, creò il sole, la luna e le stelle. Allah inviò tutti i Rishi e creò i cieli. (6) Allah è il Manifestatore della terra e dello spazio. Allah è grande e non c’è dio eccetto Lui. Oh tu adoratore (Atharva Rishi), recita ‘La-ilaha-illa-Allah’. (7) Allah esiste fin dall’inizio. Egli è il Nutritore di tutti gli uccelli, delle bestie, degli animali che vivono nel mare e di quelli che sono visibili a occhio nudo. Egli è Colui che rimuove tutti i mali e le calamità. Muhammad è l’Apostolo di Allah, il signore della creazione. Di conseguenza, dichiara: Allah è uno, e non c’è altro dio all’infuori di Lui.

 Da questo testo dell’Allopanishad si evince chiaramente ciò che Nagendra Nath Vasu scrisse nell’Encyclopaedia India: “In quest’Upanishad è citata l’Unicità di Allah (Parameshwar) e gli attributi divini, mentre per la sua bellezza e per la sua grazia nessun religioso sano di mente può sollevare qualche obiezione.” La predicazione Divina di Muhammad è citata due volte.

2. L’autenticità dell’Allopanishad nell’Induismo

 “Gli Indù riconobbero in Allah un’incarnazione di Vishnu e nel Profeta Muhammad un ispirato Sadhu. Gli Indù scrissero l’Allopanishad e fecero dell’Imperatore Akbar un Avatar.” (Sir Jadunath Sarkar, India through the ages: a survey of the growth of Indian life and thought, M. C. Sarkar & sons, 1928, pag.70)

“In occasione dell’incoronazione di Akbar, degli Yogi recitarono l’Allopanishad in metri vedici e lo benedissero. La regina Devi Choudharani recitò questi mantra mentre compiva il Tulsi Puja e gli augurò lunga vita. Dopo aver letto l’Hathayoga Pradipika scritto da questi Yogi, Abul Fazl raccontò di uno Yogi dell’India Meridionale detto Allama-Allamaprabhu che seguiva la stessa tradizione.” (Indian literature: Volume 41, Sahitya Akademi, 1998, pag. 175)

 

 Ram Nath, docente presso l’Università di Bombay, ritiene che l’Allopanishad o l’Upanishad di Allah sia stata composta durante il regno di Akbar, sotto la sua direzione, verso il 1580 d.C. in Fatehpur Sikri. Egli dichiara ancora che l’Allopanishad non fu menzionata dallo storico Badaoni giacché allude a essa solo indirettamente. Le cronache Persiane posteriori tacciono sul punto. Dayanand Saraswati la cita completamente attraverso una fonte riservata nella 14° samullasa(capitolo) del suo Satyartha-Prakasa (La Luce della Verità) e prima la pubblicò nel 1939 V.S. (calendario Vikram Samvat)/1882 d.C.1 Il testo è il seguente 2:

Per quanto riguarda il suo significato e le sue implicazioni è tradotta nel modo seguente: “Allah è Mitra, Allah è Varuna.3 Egli sorregge tutte le divinità. Al pari di Varuna, Allah è Onnipotente e sostiene tutto l’universo. Al pari di Mitra, Egli è Onnipervadente (onnipresente, sarva-vyapaka); insieme a Mitra e Varuna, Allah è il dispensatore di Tejas (in Sanscrito fuoco) e di Desiderio — le due cause eterne della creazione. (1).

Egli è Indra, il Signore degli dei; Allah è Hot?4 del Fuoco Sacrificale (yajna); Allah è grande, Allah è il supremo, Egli è uno e tutti e Brahma-rupa. (2).

C’è Allah, Egli è uno e tutto (sarvasva) e Mah?mad Akbar5 è il Suo Profeta. (3).

Allah è la fonte di questo mondo fenomenico (jagat) ed è onnipervadente. (4).

Tutti gli yajna sono compiuti per Lui. Allah è Surya, Egli è Candra e le stelle e tutti i corpi celesti — l’intero tabernacolo celestiale è la Sua manifestazione. (5).

Egli è rsi, Egli è Indra il Signore degli dei ed Egli si è mostrato come Maya- rupa nell’Antariksa. (6).

Allah è prthvi, Egli è Antariksa — infatti, Egli è la completa višvarupa. (7).

Allah è grande, Allah è grande, Egli è uno e tutto e non c’è nessun altro tranne Lui6. (8).7

Allah è Anadisvarupa, Egli è la causa di tutto e i Veda cantano inni per Lui. Lasciate che Dio ci conceda la parte migliore degli esseri umani, degli animali, delle creature d’acqua, dei saggi e delle divinità invisibili (per esempio, Bhutapretayaksakinnaragandharva, ecc…), cioè permettete che questo mondo ci sia propizio. (9).

Allah è shakti, la causa dinamica del mondo fenomenico e il distruttore del male. Allah è grande e Mahamad Akbar è il Suo Profeta. Egli è uno e tutto e non c’è nessun altro tranne Lui. (10).8

Secondo Ram Nath questa nozione dà una lettura veramente interessante, innanzitutto perché, il testo mostra che quest’Upanishad fu composta sotto la direzione dell’Imperatore Moghul Akbar (d.C. 1556-1605) da una o più persone che conoscevano il Sanscrito e l’Arabo. L’Allopanishad è, quindi, uno strano miscuglio di Sanscrito e Arabo e, al tempo stesso, una mistura di pensiero e credo Islamico e Vedico, più precisamente Upanishadico.

I Brahmana dei Veda contengono i testi ritualistici, mentre le Upanishad affrontano il pensiero Vedico e la conoscenza, evidenziando l’aspetto Jnanico invece del karma-kanda. Infatti, la stessa parola Upa-nishad significa il Pensiero più Alto. In origine vi erano poche Upanishad Vediche, per esempio: I’saKenaKatha,Prasna TaittiryyaAitareyaChandogyaBrahadaranyaka e Svetasvatara. Le Upanishad furono in seguito composte di tanto in tanto da Vaisnava, Saiva, Saktae da altre sette, cosicché il processo di creazione di nuove Upani?ad continuò fino al 20° secolo, quando i Pinda-Brahmanda-Upanishad furono scritti da Swami Keshavanand, così attualmente esistono circa 200 Upanishad. Tuttavia, l’insieme di queste Upanishad trasse ispirazione dal pensiero Vedico e discusse il concetto monoteistico del mondo fenomenico. Esse descrissero la divinità suprema come anadiavyaktanirakaraniranjan e sarva-vyápaka.

Il testo dell’Allopanishad coincide anche con il tema fondamentale delle Upanishad Vediche e descrive Allah, il Purusa, in termini identici. È paragonabile così al Mundakopanishad, 2.1.4.:

“La cui fronte è Agni (Dyuloka); la Luna e il Sole sono gli occhi, le direzioni sono le orecchie, il Veda è il discorso, Vayu è il respiro, l’intero universo è il cuore, e la terra apparve dai piedi, la cui divinità, il Purusa, pervade i corpi fisici interi” (Mundakopanisad, 2.1.3.):

Pranamana, tutti gli indriya, l’Akasa, il VayuTejasjala e questa Prthvi - terra madre e dea Indù – che sorregge il mondo intero fu creata da questo Puru?a, cioè Egli è la causa ultima del loro essere” (Svetasvataropanishad, 3.19.):

“(Lui) non ha mani eppure riceve, (Lui) non ha piedi eppure cammina, (Lui) non ha occhi eppure vede, (Lui) non ha orecchie eppure sente; (Lui) conosce tutto ma nessuno lo conosce. I Saggi lo hanno chiamato il Grande Adipurusa.”

Ecco l’essenza dell’Allopanishad:

(Allah è Grande e Mah?mad Akbar è il suo Profeta. Egli è Uno e Tutto e non c’è nessun altro eccetto Lui.)

Dei Bramini raccolsero una serie di 1001 nomi riguardanti ‘Sua Maestà il Sole’ dichiarando l’Imperatore Akbar un’incarnazione di Rama e Krishna e di altri re, e sebbene fosse il Signore del mondo, aveva assunto la sua forma per potersi svagare con la gente del nostro pianeta.

Secondo Badaoni, Akbar fu dichiarato anche il ‘Sahib-i-Zaman’ e varie prove furono raccolte affinché fosse il MAHDI. “Tutto questo rendeva l’Imperatore il più incline a rivendicare la dignità di profeta, forse dovrei dire, la dignità di qualcos’altro (cioè di Dio)”9

L’Allopanishad non fu citata direttamente da Badaoni e il riferimento più vicino nella sua storia è il seguente: “Sua Maestà mi ordinò di tradurre l’Atharban (Atharva-Veda)10…. Un precetto dell’Atharban afferma che nessun uomo si salverà se non legge un determinato brano. Questa frase contiene molte volte la lettera 1 e assomiglia parecchio al nostro ‘La-illah illa’llah’.”11 Ciò leggiamo nell’Allopanishad. Il credo Islamico si è potuto integrare con le divinità Vediche solo nell’epoca di Akbar grazie alla sua visione e al suo coraggio di cavalcare le innovazioni che non importavano molto agli Ulema.

Più convincente ancora è la succitata Kalma (la professione di fede) di Akbar: “Allah è Grande e Mahamad Akbar è il suo Profeta. Egli è Uno e Tutto e non c’è nessun altro eccetto Lui”; essa è il tema principale dell’Allopanishad e il suo pilastro centrale come il suo (cosiddetto) Diwan-i-Khas di Fatehpur Sikri. Anche se sembra strano che un’Upanishad di Allah possa essere composta, non c’è niente di straordinario.

Essa mostra solo il genio del pandit Indiano e l’estrema adattabilità della sua concezione ad accettare e a integrare qualsiasi elemento estraneo nel proprio sistema. Sappiamo per certo che il pandit Indiano ha combattuto con zelo contro la religione atea del Buddha, ma ha accettato il Buddha stesso all’interno suo pantheon onorandolo come un Avatar di Vishnu. Nell’Agni-Purana, già nel quarto secolo d.C., il Buddha avatara era stato così descritto:

“Sto descrivendo la manifestazione (di Vishnu) come Buddha, attraverso la lettura e l’ascolto si ottiene ricchezza. Una volta, nella battaglia tra deva e asura, i deva furono sconfitti dai daitya (i demoni, figli di Diti). Cercarono rifugio nel Signore dicendo: ‘Proteggici! Proteggici!’. Egli (Vishnu), che ha la forma dell’illusione illusoria divenne il figlio di Suddhodana (il Buddha). Illuse quei demoni. Coloro che abbandonarono il percorso stabilito nei Veda, divennero i Buddha.” (Agni-Purana, 1.16.1-3)

L’Allopanishad dà un’idea delle concezioni religiose di Akbar, il quale fu un sincero ricercatore della verità. Dopo aver istituito l’Ibadatkhana (casa di culto), arrivò alla conclusione che la verità non si limita solo all’Islam, essendo relativamente una nuova religione, ma anche le altre religioni hanno una sana filosofia. Gradualmente si indirizzò verso l’Induismo.

L’Allopanishad fu un tentativo sublime di Akbar di fondere e di integrare due culture e due popoli in guerra, un tentativo probabilmente superiore al suo Din-i-Ilahi.12

Note

1.   La prima edizione del Satyartha-Prakasha (La Luce della Verità) conteneva solo 12 capitoli. Due capitoli, rispettivamente il XIII sul rifiuto del Cristianesimo e il XIV sul rifiuto dell’Islam, furono aggiunti in seguito e dapprima pubblicati nel 1939 V.S./1882 d.C.

2.   Satyartha-Prakasha di Dayanand Saraswati (V.S. 2028, New Delhi) pag. 421.

3.   Mitra e Varuna sono divinità Vediche, e.g.

4Rgveda, 10.71.11 dichiara che Hota () (il saggio Rgvedico) legge il rca (o, agnistoma) nel yajnaUdgata  () (il saggio Samavedico) canta i samaAdhvaryu () (il saggio Yajurvedico) legge il yajus (formula sacrificale destinata ad essere mormorata dall’Adhvaryu durante le manipolazioni rituali. La raccolta degli yajumsi costituisce lo Yajurveda) e esegue i rituali del yajna e Brahma () (Il saggio vedico Atharva) scongiura gli spiriti maligni coi suoi mantra magici. Ovviamente, l’Hota conquistò un ruolo di primo piano nello svolgimento degli yajna.

5. Potrebbe anche essere una forma Sanscritizzata di Muhammad Akbar.

6. Può anche significare che Akbar è grande e non c’è nessun altro sulla terra che lo uguagli, o che Akbar è Dio, cioè Akbar è l’Ombra di Dio.

7. È una forma virtuale Sanscritizzata  della dottrina Islamica: “La illaha illilah, Muhammad rasul Allah”.

8. C’è inoltre una forma della dottrina religiosa Islamica.

9. Badaoni, Muntakhabu’t-Tawarikh. II. 295.

10. Abul Fazl lo scrive anche ‘Atharvan’ Cf. Ain-i-Akbari Vol. III op. cit. pag. 219.

11. Badaoni, Muntakhabu’t-Tawarikh. II. 216.

12. Molte sfaccettature della personalità di Akbar sono state ampiamente offuscate dai racconti elogiativi degli scrittori moderni, i quali richiedono una ricerca più minuziosa. Alcuni documenti del presente autore, oltre ai summenzionati, chiariscono certi aspetti della sua personalità estremamente misteriosa permettendone una valutazione: “Depiction of Fabulous Animals (Gaya-Vyala) at the Delhi-Gate of Agra Fort”, Medieval India: A Miscellany, Aligarah Vol. 2 (1972); “ThePersonality of Akbar as revealed in the Inscriptions of Fatehpur Sikri and Agra’, Indo-Iranica, Calcutta, Vol. XXV Nos. 3-4 (Silver Jubilee Number); “Mayura-Mandapa of Akbar in the Agra Fort”, Vishveshvaranand Indological Journal Hoshiarpur, Vol. XI (1973); “Depiction of a tantric Symbol in Mughal Architecture”, Journal of Indian History, Trivandrum Vol. 53 (In press) and “Mughal Concept of Sovereignty as traced in the Inscription of Fatehpur Sikri, Agra and Delhi, (1570-1655)”, Indica, Bombay, Vol. XI No. 2 (Settembre 1974).

 

Bibliografia

1.   Abdul Haque Vidyarthi, Muhammad in world scriptures, Volume 1, Dar-ul-Isha’at Kutub-e-Islamia, 1997

2.   Ram Nath, On the authenticity of the Allopanishad, Lashkar (Gwalior), Journal of the Oriental Institute, University of Baroda, India.

http://www.tradizionesacra.it/upanishad_allah.htm

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07 Gen 2012

IL METODO SUFI DEL RISTABILIMENTO VISIVO

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Perché i Sufi non portano gli occhiali?

Ad eccezione della vecchiaia

per ogni malattia c’è una cura.

 

Detto Sufi

Una volta un Sufi per diverse ore era assorbito nella lettura del Corano. La sua vista era stanca: doveva strizzare gli occhi per analizzare le Sante Scritture. Avendo messo da parte il libro, aveva raccolto da terra le foglie appena cadute di un albero. Esaminando ogni foglia, il Sufi notava la moltitudine delle venature, le linee, una varietà di sfumature verdi, sentiva la polpa vegetale. Passò qualche tempo. Un uomo gli si avvicinò interessato: “Caro, perché guardi da tanto tempo queste foglie? Che cosa pensi? Sei ossessionato da queste foglie, in modo simile al Corano che hai messo da parte un paio d’ore fa!”

Il Sufi rispose: “Continuo a leggere il Corano. Guarda queste foglie – su di esse sono scritte delle magnifiche linee sui misteri della natura!”

In Asia centrale, la gente non porta gli occhiali. La ragione non dipende solamente dal protetto ambiente ecologico: l’aria pura, l’acqua pura e il cibo sano. Molto dipende dal rapporto con gli occhi.

Senza entrare nella terminologia medica, si può dire che la causa comune dell’aggravamento visivo è l’indebolimento delle “radici degli occhi.” Questa debolezza conduce a un cambiamento della posizione della pupilla e, infine, all’alterazione della messa a fuoco. Qual è la ragione dell’indebolimento delle “radici oculari?” Secondo il punto di vista Sufi, la vita umana rappresenta l’avvicendamento di cicli settennali, dalla nascita fino a 7 anni, da 7 anni fino a 14, e così via. Alla fine di ogni ciclo, lo stato di salute generale di tutte le persone peggiora un po’. Se a voi o ai vostri familiari la vista lascia a desiderare, ricordate quando ci furono i primi segni di aggravamento. La maggior parte delle persone indica gli anni che sono prossimi alla fine di un ciclo settennale: sesto anno, dodicesimo o tredicesimo anno, diciannovesimo o ventesimo anno, e così via. Che cosa fa una persona comune che ha un indebolimento visivo? Di norma, si reca dal dottore. Che cosa fa il medico? Prescrivere i farmaci e gli occhiali. In tal modo, questo indebolimento visivo temporaneo, rilevo, si trasforma in un continuo aggravamento visivo perché gli occhi si adattano agli occhiali, in particolare se sono belli come quelli di papà o mamma. Alcuni addirittura considerano gli occhiali un segno d’intelligenza! Molto presto gli occhiali apparterranno alla personalità umana, saranno il suo attributo essenziale e parte del suo Io. La circolazione intorno alla zona degli occhi rallenta, “le radici oculari” diventano passive e vederci poco diventa un’abitudine.

Se accade durante l’adolescenza, il risultato può rimanere per tutta la vita. Per quanto riguarda le abitudini, la gente preferisce morire piuttosto che cambiarle anche solo un po’!

Non a tutti la vista si deteriora in questi periodi sensibili! Sì, non a tutti. Queste difficoltà visive sono associate ai carichi eccessivi di una persona in quei periodi: stress, conflitti e fatica. Ciò contribuisce all’aggravamento visivo.

Tra le altre ragioni dell’aggravamento oculare si ha l’odio, l’invidia, l’ambiente familiare negativo e le insoddisfazioni personali.

Quando una persona è aggressiva, la sua coscienza si restringe come se non vedesse nulla intorno a sé e vede tutto nero. Non sorprende che la gente arrabbiata si lamenti spesso della visione offuscata.

Quando in Oriente a qualcuno la vista s’indebolisce, i membri di ogni famiglia sanno quali esercizi fare, come mangiare e respirare, e così via. Ci vuole tempo, ma l’acutezza visiva è nuovamente ripristinata.

Un approccio più dettagliato del ripristino Sufi, l’ho descritto in un libro speciale. Per chi vuole iniziare adesso, incominci con le traiettorie attivando la zona Sultano, cioè la testa. Vorrei ricordare che nella tradizione Sufi nessuna malattia è trattata separatamente, ma l’uomo è ristabilito nel suo complesso. Indipendentemente dalla funzione che si voglia migliorare, si dovrebbe intraprendere un programma attivo di recupero.

http://www.tradizionesacra.it/metodosufi_ristabilimentovisivo.htm

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19 Nov 2011

SINCRETISMO SCIITA-INDUISTA E PARALLELISMI

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SINCRETISMO SCIITA-INDUISTA E PARALLELISMI

Al tempo del Raj Britannico in India, l’Asciurà fu una data importante nel calendario dei funzionari coloniali, i quali dovettero inevitabilmente confrontarsi con le usanze Sciite e le processioni che sollevavano le ire dei Sunniti e, talvolta, le obiezioni Induiste… Ogni anno gli amministratori Britannici controllavano strettamente ogni colluttazione e disordine, assicuravano il percorso della processione Sciita e regolavano la condotta di ciascuna comunità.

Oggi, gli amministratori Britannici fanno la stessa cosa nell’Irlanda del Nord, tra la tarda primavera e l’estate, nella “marching season” (stagione delle marcie), quando i gruppi Protestanti Orangisti intendono attraversare i quartieri Cattolici.

Il punto principale dell’Asciurà riguardante il lutto (azadari) e le rappresentazioni fastose è paragonabile ai rituali della Quaresima Cattolica come la Settimana Santa, la processione della Via Crucis nel Venerdì Santo e i drammi della Passione che introducono le osservanze della Domenica di Pasqua in molti luoghi.

Anche la pratica di alcuni Sciiti estremisti che versa il proprio sangue attraverso un piccolo taglio inciso sul cuoio capelluto assomiglia ai rituali dei Penitenti, una confraternita Cattolica laica originaria della Penisola Iberica.

http://en.wikipedia.org/wiki/Penitentes_(New_Mexico)

Nelle zone rurali del Colorado meridionale e del New Mexico settentrionale, i Penitenti organizzano speciali rievocazioni della Settimana Santa sulle sofferenze di Cristo. Indossano delle corone di spine, portano delle croci pesanti, e legandosi altresì alle croci sono sollevati da terra. In Asia meridionale, gli Sciiti si riuniscono nelle Hosseyniya (dimore di Hosseyn, la pace sia su di Lui) — note anche come Imambara (tribunali degli Imam) — dove pregano, cantano e si lamentano per la morte di Hosseyn (A). Anche in questo caso si ha un parallelismo con la moradas dei Penitenti (luogo di culto) in cui si fa un voto alle sofferenze di Cristo.

L’Asciurà è un momento di commemorazione e di penitenza per i vizi e per gli errori dell’umanità. La prima osservanza dell’Asciurà avvenne nel 684 d.C., quattro anni dopo la morte dell’Imam Hosseyn (A), quando un gruppo di penitenti si riunì a Karbala con le facce annerite e gli indumenti strappati. Ogni anno, da allora, lo Sciismo continua a condividere il dolore di questa giornata. Gli studiosi hanno attirato l’attenzione sulle somiglianze tra i riti dell’Asciurà e i riti Iraniani pre-Islamici e Mesopotamici che celebrano il rinnovamento cosmico. Altre similitudini esistono tra l’Asciurà e i rituali che circondano la morte di Dioniso nella mitologia Greca, e di Osiride (divinità della morte) nella mitologia Egizia. La narrativa Sciita del dolore e della fede era ugualmente narrata nel linguaggio perenne delle antiche civiltà.

Nel tempo e a notevoli distanze, i fedeli Sciiti adattarono l’Asciurà alla cultura locale. Di conseguenza, la sua osservanza a Lucknow, nel nord dell’India, è abbastanza diversa dalla sua commemorazione di Nabatiye, nel Libano meridionale. In Iraq, centinaia di migliaia di credenti percorrono a piedi lunghi tragitti per giungere a Karbala, a volte sotto la calura torrida estiva, così come a marzo i pellegrini Cattolici marciano tra la cattedrale Parigina di Notre Dame e quella di Chartres in Francia. L’Asciurà nel nord dell’India è un riflesso del contatto con i simboli e i festival Induisti. Molte delle pratiche Sciite Indiane sono riconoscibili da un Indù locale, ma apparirebbero estranee agli occhi degli Sciiti Mediorientali. Nel XIX secolo gli elefanti guidavano le processioni dell’Asciurà reale in Lucknow, mentre la folla trasportava le grandi repliche dei luoghi di culto Sciiti di Lucknow e Iracheni sulle loro spalle per molte ore …. Durante il XIX secolo in Awadh (Uttar Pradesh), gli Indù partecipavano regolarmente all’Asciurà. L’Imam Hosseyn (A) fu considerato il dio della morte: “Il suo cavallo macchiato di sangue e la testa mozzata sollevata in alto sopra doghe Ommiadi ricordava il terribile aspetto di Kali Durga con la sua collana di teschi.” L’influenza Induista modella i rituali dell’Asciurà che si protrae per dieci giorni come la festa della dea Durga. A Hyderabad, nel sud dell’India, è consuetudine per i fachiri Indù dipingere i loro volti con striature rosse, mentre muniti di fruste e tamburi camminano di fronte al corteo principale dell’Asciurà. Si flagellano e chiedono agli spettatori l’elemosina in nome dell’Imam Hosseyn (A). I bastoncini d’incenso bruciano nelle urne secondo la tradizione delle congregazioni religiose Induiste per la preghiera o per la lettura dei canti funebri. Gli abiti degli Indù partecipanti all’Asciurà hanno il colore zafferano della loro religione, che è in netto contrasto col nero indossato dagli Sciiti. Prima di andarsene, i visitatori Indù si chinano sopra le urne e strofinano la cenere dell’incenso sulle loro palpebre, omaggiano l’Imam Hosseyn (A) e ricevono la sua benedizione nei modi previsti dalla loro religione.

In India, il sincretismo tra Indù e Musulmani non riguarda solo il Sufismo e la Bhakti. Ci sono state alcune correnti religiose che adottarono pienamente i sistemi locali nella loro congregazione. Gli Ismailiti sono una di queste fazioni. Lokhandwalla afferma: Gli Ismailiti non ricorrono a scuse o a giustificazioni politiche, accettano la verità d’ogni religione e interpretano l’Islam come lo sforzo ultimo che conferma, sostiene e rivitalizza l’antica verità impartita all’umanità. Hanno sempre sottolineato che ogni comunità e ogni libro ha una sua verità, perciò nessun libro di religione va ignorato nella ricerca della verità e della saggezza… È stato soprattutto il ramo Khoja della religione Ismailita che ha utilizzato la tradizione eclettica dell’Islam per comprendere l’ethos, l’atteggiamento e la tradizione dell’India. I concetti Islamici sono la spiegazione e la continuazione di una fede antichissima. Sono stati elaborati molti parallelismi tra le personalità Islamiche e il pantheon Induista. La parola “Om” scritta in Sanscrito è stata equiparata a ‘Ali scritto in Arabo, e la somiglianza tra i due vocaboli fu evidenziata per trasmettere la corrispondenza e la somiglianza tra le due fedi.

 Descrizione: Descrizione: Descrizione: http://www.tradizionesacra.it/krishna_imamali_file/image004.jpg

Il pantheon Induista di nove avatar fu accettato prontamente e il decimo, il Kalki Avatar, la decima incarnazione di Vishnu attesa o dasa avatara, apparve già in Arabia. La parola Kalki fu rinominata “Nakalanki” nella tradizione Satpanth, il cui significato è immacolato, puro. Quest’identificazione corrispose alla loro convinzione che l’Imam e il Profeta sono senza peccato e puri (mas’um). Il Corano divenne il prediletto Atharva Veda e i cinque Pandava furono equiparati ai cinque corpi puri (panjatan).

Khamsa o panjatan è la forma di una mano con le cinque dita che simboleggia i cinque membri puri della sacra Famiglia: il Profeta Muhammad (S), suo genero ‘Ali (A), sua figlia Fatima (A), e i suoi nipoti Hasan (A) e Hosseyn (A). Nell’Induismo sono i cinque Pandava del Mahabharata imparentati con esseri celesti. La sottostante mano alzata di Shiva significa anche Khamsa o panjatan. È identica alla mano di Fatima (A) nell’Islam.

Muhammad (S) fu a volte l’equivalente di Mahadev, e ‘Ali di Vishnu (http://www.tradizionesacra.it/imamali-krishna-vishnu.htm).

Nell’Induismo, Shiva è sempre raffigurato con una falce di luna sulla testa, mentre un qualunque suo tempio è supposto avere una sorgente d’acqua raffigurante il sacro Gange. Ugualmente, la mezzaluna Islamica o l’hilal è in alto, sui minareti, mentre la fonte Zamzam che sgorga è paragonabile al fiume Ganga (Gange). Non è senza significato che Mahadev, un nome del Signor Shiva, somigli a Muhammad (S) e all’atteso Mahdi (A), suo discendente.

Brahma fu soprattutto identificato col Profeta Muhammad (S), mentre la figlia del Profeta, Fatima (A), fu anche identificata con Shakti e Sarasvati, che nella tradizione Induista è considerata secondo alcuni racconti la figlia di Brahma. Sarasvati è anche la consorte (o Shakti) di Shri Brahma, il Creatore. In questo modo dei ponti furono creati, permettendo al flusso di idee di scorrere tra due mondi completamente differenti.

Tutti i primi missionari vissero e si vestirono da Indiani assumendo nomi Indiani. I Khoja osservano ancora oggi religiosamente l’Ekadasi, il Diwali, l’Holi, ecc… Non erano nemmeno consapevoli del loro credo di appartenenza e fu un Tribunale Inglese che li classificò un ramo dello Sciismo Ismailita.

Per i Meo del Rajasthan, i suonatori del “Pandun Ka Kara”, l’unica versione Islamica esistente del gran poema epico del Mahabharata, il Muharram è l’occasione per partecipare a un mela (festival o incontro in Sanscrito); mentre in un villaggio del Karnataka, il Muharram non lo celebrano solo i Musulmani Sciiti e Sunniti, ma anche gli Indù, che lo chiamano Imam Jayanti (l’anniversario dell’Imam). Jayanti è anche un nome della dea Durga.

Questo sincretismo s’inquadra in un fenomeno di dinamica e integrata acculturazione, in cui le interrelazioni generano allo stesso tempo collegamenti e differenze religiose.

Bibliografia

1) Vali Nasr, The Shia Revival: How Conflicts Within Islam Will Shape the Future, W. W. Norton, 2006), pag. 45-48.

2) J. J. Roy Burman, Hindu-Muslim syncretic shrines and communities, pag. 22, Mittal Publications, 2002.

3) Isabelle Clark-Decès, A Companion to the Anthropology of India, Wiley-Blackwell, 2011.

4) Ali S. Asani, The khojahs of Indo?Pakistan: the quest for an Islamic identity, Volume 8, Issue 1, 1987, pages 31-41, Institute of Muslim Minority Affairs. Journal.

http://www.tradizionesacra.it/shiaindu_parallelismi.htm

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23 Ott 2011

LA LETTERA ARABA NUN, IL VERO CORANO E LA UPAVISTHA KONASANA

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LA LETTERA ARABA NUN, IL VERO CORANO E LA UPAVISTHA KONASANA

“Io sono il Grande Dio che si creò,

anche Nu compose i suoi nomi

per avere le qualità Divine tra la Compagnia degli Dei.”

Pert em Hru

Capitolo 17: 9-10

Il Pert em Hru è la più antica Scrittura sacra del mondo. Il Pert em Hru è un compendio di scienza Egizia e condensa una saggezza millenaria precedente alla sua stesura.

Il Pert è popolarmente, ma in modo errato noto come il Libro Egizio dei Morti, perché i tombaroli Arabi chiamarono le copie trovate “kitaabi-m-mayyit” (libri dei morti). Oggi, alcuni cadaveri vengono sepolti insieme alla Bibbia, mentre gli antichi Egizi spesso erano sepolti con i rotoli del Pert em Hru.

Il titolo tradotto correttamente è “Uscire alla Luce del Giorno,” “Venire Fuori Sveglio” o “Diventare Sveglio”.

Il suddetto passo indica che gli Egizi erano effettivamente monoteisti. Gli Dei non erano altro che “nomi” (attributi di Nu. Tale principio fu mutuato dai Musulmani che considerano i 99 nomi di Allah, attributi del Dio Unico, e non separate Divinità esistenti indipendentemente).

Epistemologia dei concetti religiosi

Quando la chimica ha approfondito gli antichi esperimenti alchimici, dalla relatività emersero e si svilupparono sia la fisica Newtoniana sia la meccanica quantistica; così, anche i principi e i concetti religiosi hanno radici epistemologiche.

L’opinione pubblica ammette volentieri che la democrazia sia stata un processo sviluppatosi dalla Magna Carta, dalla Rivoluzione Francese, dal Senato Romano e dalla Repubblica Greca; essa pensa che la religione si sia spinta nell’assoluto isolamento.

Non fu così. La maggior parte dei principi religiosi furono adottati dagli Africani, mentre Socrate, Platone e Aristotele appresero la filosofia, la saggezza e la democrazia.

La maggior parte degli Occidentali sarebbe scioccata di scoprire che la democrazia fu la forma di governo comunemente applicata in quasi tutta l’Africa per migliaia di anni prima dei Greci, quando questi ultimi erano ancora dei barbari, ma quest’argomento lo affronteremo un’altra volta.

La Rivelazione Divina

Si presume che le idee religiose Occidentali giunsero solo con la rivelazione divina, e quindi nessun collegamento con le radici di quei concetti è riconosciuto.

All’origine di tali presupposti v’è un malinteso completo circa la rivelazione divina e il suo funzionamento.

Le Scuole misteriche Egizie

La mitologia Egizia (simbolicamente scritta scienza, storia e cosmologia) afferma che Ausar (Osiride) viaggiò in tutto il mondo civilizzando l’umanità per farla uscire dalla selvaggitudine.

Che lo storico Osiride abbia fatto un simile viaggio o meno è irrilevante, ma non c’è dubbio che i sacerdoti Osiridei fondarono le Scuole Misteriche (Università) in tutto il mondo conosciuto, e forse anche nelle Americhe.

In questo modo la cultura Egizia si diffuse nel mondo.

Ai più alti livelli di formazione, gli studenti riuscivano a fermare il pensiero facendo discendere la conoscenza dalle regioni più alte (“celesti”) dell’inconscio, da quella particella spirituale che gli Egizi chiamano il Khu (il Chiah nel sistema Cabalistico).

La capacità di ottenere la conoscenza dall’Onnisciente, dalla divinità immanente fu chiamata “saggezza” (intuizione). Essa fornisce la conoscenza diretta e non prevede l’apprendimento attraverso il pensiero simbolico.

La parola rivelazione in Arabo è detta tanzil, il cui significato è “qualcosa inviato giù.” Essa (l’intuizione) scende perché proviene dagli stati elevati dell’inconscio.

Quando la facoltà Khu è completamente coltivata, l’iniziato diventa un profeta, un saggio o un veggente ed è ammesso (lui o lei) nell’Ordine o nella Fratellanza dei Profeti.

I saggi Egizi acconsentirono che la loro conoscenza discese da Tehuti (Thot), la personificazione stessa della saggezza, della scienza, della medicina, dell’arte e della matematica.

Il repertorio della saggezza (Chokmah) non è uguale. La maggior parte dei Profeti Mediorientali ricevette la rivelazione solo da Gabriele, cioè al livello della trance medianica presieduta dalla dea Iside (9° sfera dell’Albero della Vita).

I saggi Greci erano orgogliosi di avere la saggezza di Hermes (8° sfera dell’Albero della Vita).

“Dì: Chi è nemico di Gabriele, che con il permesso di Allah lo ha fatto scendere nel tuo cuore.” (Corano, 2: 97)

Il compito dei Profeti non Egizi iniziati nelle scuole misteriche Egizie fu di adattare o di interpretare questi principi per la gente delle loro terre.

I Profeti non Egizi furono innalzati al livello della profezia.

La conoscenza Egizia pervade tutti i sistemi spirituali del mondo; così, il centro della conoscenza religiosa seppur si sia distorto nel tempo rimane Egizio.

I Profeti Semitici non impararono dal nulla, essi appresero dagli Egizi o da persone che studiarono con gli Egizi.

Uno studio approfondito circa le credenze, i costumi e le cerimonie moderne rivela la loro origine Egizia, Dravidica, Sumera o Babilonese, giacché si scorgono consuetudini e parallelismi:

La Pasqua e il Pesach

L’equinozio di primavera e la Pasqua

Il solstizio d’inverno e il Natale

Il Libro dei Proverbi e le massime di Ptahhotep (sull’influenza Egizia sui Proverbi leggere: Mario Cimosa, Proverbi, pag. 69-70, Paoline Editoriale Libri)

Il battesimo cristiano, il battesimo Egizio e il battesimo iniziatico Vudù

Lo Shalom Ebraico, il Salaam Arabo e l’Hetep Egizio

La Vergine Madre Maria (A) e la Vergine Iside (A)

“Del bestiame vi diede otto coppie” (Corano, 39: 6), otto divinità da Nut

Adamo (A) impose i nomi a tutti gli animali (Genesi, 2: 19-20) e Atem (denominato anche Tem, Temu, Tum e Atum) attribuì i nomi agli animali

La resurrezione di Gesù (A) e la resurrezione di Horus e Osiride

Gesù (A) e Horus camminano sulle acque

La Gehanna e Tuat Egizia (gli inferi)

Il divieto di mangiare il maiale è associato a Seth, perché questa divinità maligna, assassino del fratello Osiride, incarnava il porco

Nella Genesi il serpente è il diavolo perché Apopi avversario di Ra era un serpente cobra

Satana era il demone Seth in Egitto

La circoncisione era un’usanza Egizia, poi Ebraica e Musulmana

Il pellegrinaggio (hajj) è di origine Etiope

Ci sono altri innumerevoli esempi come l’Eucaristia.

Per capire, quindi, le idee spirituali dobbiamo collegarle alle loro radici epistemologiche.

La comprensione della lettera Araba Nun richiede uno studio del Dio Egizio Nun e della sua divina moglie Nunet, noti anche come Nu e Nut.

Quando il Pert em Hru fu compilato Amen (pronunciato anche Amun, Ammon, ecc…) non era ancora considerato un Dio Egizio. Amen fu importato in Egitto dall’Etiopia. La posizione di Amen era ricoperta da Nu. Nu era, metaforicamente, una distesa infinita d’acqua; mentre l’acqua indicata dalle linee ondulate del geroglifico di Nu significa energia.

Nu fu l’energia infinita. La sua polarità opposta, la dea Nut, simboleggia la materia infinita. Così, Nu/Nut rappresenta l’energia e la materia indifferenziata.

Quell’uniforme “pre-Big Bang” stato dell’Essere (e di coscienza) era composto di otto caratteristiche fondamentali:

Nu (Nun) Nut (Nunet)

Hehu Hehut

Kerh Kerhet

Kekui Kekuit

Nu (l’energia infinita) è in coppia con Nut (materia infinita). Sebbene fossero fuse, costituirono la base per le future e famose polarità di Yin e Yang nella filosofia Cinese Taoista.

Hehu (l’infinito temporale) è in coppia con Hehut (l’infinito spaziale). Kerh (le tenebre o la notte) è in coppia con Kerhet (il caos o la confusione) e Kekui (l’inerzia) è in coppia con Kekuit (la quiete).

Gli 8 attributi, forze o “divinità” hanno formato il modello spirituale per tutti i fenomeni distinti: gli 8 filamenti di DNA, le 8 fasi lunari, gli 8 bit che formano il byte, il sistema numerico ottale, gli otto circuiti cerebrali, gli 8 chakra, le 8 direzioni solari e gli 8 Trigrammi dell’I Ching.

Gli oracoli: i computer Spirituali.

Gli oracoli sono basati sul numero 8 e sono solitamente fattori di 8.

L’oracolo I Ching (il Libro dei Mutamenti) ha 64 (8 x 8) esagrammi. Gli Arcani Minori dei Tarocchi (essendo strutturati sull’Albero della Vita) hanno 56 (7 x 8) dichiarazioni o carte.

Nun (Nu) avendo 8 caratteristiche, è la base o gli oracoli.

Un oracolo è un computer spirituale che prevede il probabile risultato di un qualsiasi evento o impresa in base allo stato attuale del proprio spirito.

“Questa è una delle notizie del mondo invisibile che noi ti riveliamo, perché tu non stavi con loro quando consultavano gli Oracoli per decidere chi si sarebbe preso cura di Maria, non eri con loro quando disputavano l’un l’altro.” (Corano, 3: 44)

Ho tradotto nel suddetto versetto la parola “aqlâm” in Oracoli, diversamente da altre traduzioni che utilizzano i termini “canne” o “calami.”

Gli Oracoli sono citati nella Bibbia e nel Corano. Tutte le società antiche avevano i loro sistemi Oracolari. C’era il famoso oracolo Greco di Delfi e gli Ebrei utilizzavano degli oracoli detti Urim e Thummin.

Dato che poche persone raggiungono il livello di saggio o di “oracolo vivente”, gli antichi saggi fornirono a ognuno i modi per accedere alla facoltà di saggezza, per avere successo nella vita e per imparare dalla facoltà onnisciente, arcana e occultata nell’uomo e nella donna.

Gli oracoli consentono quell’accesso.

L’oracolo che uso maggiormente è detto Metu Neter. Fu reintrodotto da Ra Un Nefer Amen che dichiarò di averlo recuperato dal Registro Akashico.

Ho scoperto che l’oracolo è sorprendentemente esatto.

La prima volta che usai l’oracolo chiesi qual era lo scopo della mia vita. La risposta che ottenni fu Maat Hetep (maat hetep significa un cuore compassionevole porta ricchezza e successo). Verificai che questa risposta mi era già nota.

Maat corrisponde a Giove e riguarda la spiritualità, la legge, i tribunali e la filosofia.

Nel mio tema natale, Giove è nella terza casa (comunicazioni) e governa la decima casa (carriera).

Credo che la decima casa mostri lo scopo della vita.

Così, la carta Maat Hetep verificò che dovevo comunicare (terza casa) la comprensione spirituale (Giove) in modo efficace e pratico (Giove in Toro).

Giacché nella mia dodicesima casa il Sole è in quadratura con Giove, sapevo che il mio lavoro e le mie parole erano in opposizione all’autorità governativa (Sole) e sarebbero state gestite segretamente e in modo subdolo (dodicesima casa). L’opposizione riflette esternamente la mia tendenza interiore di mostrarmi un estremista radicale (Sole in Acquario). Dovevo sviluppare la mia capacità di comunicare sensibilmente (Giove), in questo modo la paura e la rabbia del governo si sarebbero notevolmente ridotte.

Qalâm (plurale, aqlâm) in origine significava “piuma”, giacché le piume furono utilizzate per scrivere, poi il termine fu utilizzato per “penna.”

Come una piuma scrive delle parole ordinarie, gli oracoli creano dei vocaboli divini (Metut Neter).

Gli uccelli volano e simboleggiano le regioni spirituali. L’ala fornisce la forza di volare, così le ali a volte rappresentano il pranayama.

Il pranayama (controllo del respiro) altera gli stati di coscienza permettendo la lettura di ciò che Dio ha “scritto”, così la piuma (simbolo di Maat, moglie di Toth o Tehuti) simboleggiò gli oracoli.

“E se sulla terra ogni albero fosse un oracolo e il mare e altri sette mari ancora [fossero inchiostro], non si esaurirebbero le Lettere di Allah. In verità Allah è eccelso, saggio.” (Corano, 31: 27)

Gli alberi si riferiscono ai vari Alberi della Vita nelle differenti culture. Le Lettere sono i poteri del suono, i mantra.

“Salmodia in nome del tuo Signore, che ha creato. Ha creato l’uomo da una cosa aggiunta! Salmodia! Ché il Signore è il Generosissimo, Colui che ha insegnato con l’Oracolo, ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva.” (Corano, 96: 1-5)

I suddetti versi furono le prime rivelazioni Coraniche. Purtroppo, dopo la morte del Profeta Muhammad (S), il Corano è stato risistemato. Ora, quel processo delizioso è gravemente danneggiato.

La Surah 1, “Al-Fatihat,” (L’Aprente) è in verità la Surah 5. Il suo vero titolo è Al-Hamd (La lode).

Gli Arabi hanno usato la mannaia sul Corano dopo la morte di Muhammad (S).

La vera Surah 114 è al momento la 110, ma solo parzialmente. Il versetto finale fu tagliato dall’ultima Surah, e inspiegabilmente inserito nella Surah 5 al versetto 3.

Gli Arabi non otterranno giustizia finché non riabiliteranno il giusto Islam, e l’Islam non avrà ragione finché il vero Corano non sarà ripristinato.

http://www.al-islam.org/encyclopedia/chapter8/4.html (È la posizione sciita sul Corano compilato dall’Imam Ali, la pace sia su di Lui) E ancora: http://www.al-islam.org/protection/3.htm

Un hadith sunnita dichiara: “Eravamo abituati a recitare una sura che assomigliava in lunghezza e rigore alla (surah) Bara’at … E abbiamo usato per recitare una sura che rassomigliava a una delle sure di Musabbihat, e l’ho dimenticata.” Il Libro di Zakat (Kitab Al-Zakat) di Sahih Muslim, hadith numero 2286. *Al-Bara’at, l’Immunità è la nona surah del Corano detta anche at-Tawba. Le sure di Musabbihat iniziano col verbo sabbaha, e nelle sue varianti yusabbihu e sabbih. Esistono molte altre fonti sunnite.

Ne citiamo una. La questione si aggrava quando ci rendiamo conto che il testo di Uthman omise diversi capitoli e versetti inclusi in altri testi. Jalaluddin Suyuti, sapiente e giurista sunnita Shafi’ita, riporta che Aisha disse: “Al tempo del Profeta (S) 200 versi della Surah al-Ahzab [la numero 33] erano recitati, ma Uthman durante la compilazione collezionò solo quelli esistenti…(continua)… Ubay b. Kabb a riguardo della Surah al-Ahzab disse: “Un tempo aveva un numero di versetti come la Surah al-Baqara e includeva il versetto sulla lapidazione che solitamente recitavamo.” (Suyuti, nel “Al-Itqan fi ulum al-Qur’an”, pagina 13 del Capitolo sul Nasikh wa mansukh)

Il testo “Al-Itqan fi ulum al-Qur’an” è on-line:

http://www.deenresearchcenter.com/LinkClick.aspx?fileticket=A9NNlE0TAeo%3D&tabid=98&mid=824&language=nl-NL

Nel Corano è detto: “Alcuni dei Giudei storpiano le parole della Scrittura.” (Corano, 4: 46)

La carta della Morte dei Tarocchi si accorda col Nun. Questa carta è attribuita allo Scorpione. Così il principio di Nun, al pari dello Scorpione, è la trasformazione.

Lo Scorpione governa il segno 8, e questa casa è associata al sesso, alla morte e alla trasformazione.

Scritturalmente, la “morte” significa spesso iniziazione.

“E non dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, ché invece sono vivi e non ve ne accorgete.” (Corano, 2: 154)

Alla maniera dello Scorpione, gli iniziati spirituali veri sono spesso clandestini, operano in segreto, ma sono intorno a noi, seppur “non li vedete.”

Sesso e morte sono così intimamente legati che i Francesi chiamano l’orgasmo “la piccola morte”.

Dato che il sesso generalmente si traduce in eiaculazione, il sesso porta alla morte.

Metaforicamente la morte (iniziazione) porta alla padronanza sessuale, quindi all’immortalità potenziale.

“Lascia che i morti (iniziati) seppelliscano (fisicamente) i loro morti” (Luca, 9: 60)

Il sesso è un’energia trasformativa. L’iniziato sfrutta quella forza potente per trasformarsi in un’incarnazione (santuario) particolare dell’aspetto Divino.

I simboli dello Scorpione sono lo scorpione, la colomba, il serpente, l’aquila, il ragno e il falco (o falcone).

Nella Genesi, il serpente in posizione verticale è un simbolo sottilmente mascherato del pene eretto. Esso eccita (“tenta”) la donna, Eva.

Eva significa “respiro” e rappresenta la forza vitale. http://it.wikipedia.org/wiki/Eva_(nome)

Il serpente le comunica che non morirà se mangia dall’albero. Al contrario, i suoi occhi si apriranno e diverrà come gli Elohim (gli Dei).

L’albero è una nozione della polarità positiva e negativa (“il bene e il male”).

Nella filosofia Taoista, il Ching è l’energia sessuale. L’I Ching, il Libro delle trasformazioni, si riferisce alla forza sessuale.

La forza vitale (Chi, Ra, Kundalini) è per sua natura sessuale (elettromagnetica). Tutti gli oracoli funzionano insieme alla forza vitale.

I 64 esagrammi dell’I Ching sono i più completi oracoli esistenti.

Le 64 lezioni della “Lost Found” Nazione dell’Islam includono una replica dell’Oracolo dell’I Ching, sebbene i membri della Nazione dell’Islam siano adesso ignari della funzione oracolare della Lezione.

“Nûn. Per l’Oracolo e ciò che scrivono!” (Corano, 68: 1-2)

I commentatori Musulmani considerano la Surah 68 la seconda surah del Corano rivelata alla Mecca.

È interessante che le prime due rivelazioni di Muhammad (S) citino gli oracoli.

La Lettera Nun è, infatti, un codice spirituale oracolare. Nu/Nun è il più elevato oracolo.

Per gli Egizi Nun significava l’acqua, per gli Ebrei significa “pesce.”

Nu rappresenta il più alto stato di coscienza raggiunto attraverso la meditazione. Non c’è nessun pensiero o oggettivazione al livello di Nu (Samadhi/Nirvana), e gli Egizi si riferirono alla coscienza come Atem (nessuna cosa).

L’Essere a quel livello ontologico è indifferenziato, ed è perciò Amen (Nascosto).

La mente Amen/Nu non è in movimento (Nirvana) perché niente esiste eccetto la coscienza dell’essere cosciente.

Quello stato originale incondizionato e indifferenziato costituisce la causa fondamentale di tutti gli obiettivi e fenomeni nel mondo. È il Grande Vuoto o il Wu Chi del Taoismo ed è il Samadhi dello Yoga. Nel Buddismo Tibetano è detto Non nato.

La forza di volontà (Hu o Huwa è un nome di Dio nel Sufismo) al livello dell’Amen è totalmente fusa con la coscienza (Samad-Samadhi).

“Dì: Huwa! Allah è Unico, Allah è il Samad (Samadhi), non ha generato, non è stato generato, e nessuno è eguale a Lui.” (Corano, 112: 1-4)

La coscienza e la condizione di Samad è l’unica Realtà. È eterna e assoluta. Non si tratta solamente di una condizione remota, è l’unico Essere energetico che continuamente, in ogni istante, fornisce l’energia subatomica/materia, essendo la vera sostanza della creazione, e anche del pensiero.

La gente ritiene erroneamente che la personalità, il complesso emozionale, abitudinario e la fisicità, sia il vero sé.

La vera spiritualità riconosce quel Sé effimero, transitorio, fittizio e inferiore. Il Vero Sé è l’Atman, l’Amen, l’Ausar, il Brahman o Allah.

“Chi presenta il volto ad Allah e fa il bene, avrà la sua ricompensa presso il Signore, né lo coglierà tristezza o paura.” (Corano, 2: 112)

In astrologia, le parti di un essere includono la Personalità (il Segno Sorgente), il corpo Emozionale (la Luna) e l’Identità (il Sole).

Il Sole indica il Sé. L’Ascendente (il Segno Sorgente) e la Luna appartengono al Sé inferiore, il falso Sé che ci inganna quando pensiamo al vero Sé. Così, la carta dei Tarocchi della Luna denota “l’inganno, i nemici nascosti.”

La personalità appartiene alla persona, è la sua maschera. Nel teatro Greco gli attori portavano maschere. In latino, la parola persona (personae) indicava la maschera che portavano gli attori del teatro. Nella vita indossiamo questa maschera e la confondiamo col nostro Vero Sé, il nostro Ba o Atman. Le maschere sono talmente incollate ai nostri esseri che quando incontriamo la tomba non sappiamo chi siamo realmente.

Al livello Amen/Nu ci spogliamo di tutte le personae (maschere) e vediamo noi stessi e gli altri “nudi senza vergognarcene”.

L’iniziato deve presentare il suo Volto, la sua personalità inferiore e condizionata (jiva) alla parte dell’Essere Superiore (Allah).

I Musulmani pensano che debbano presentare le loro volontà ad Allah. Tale nozione deriva da una traduzione errata dei suddetti versi.

Per esempio, Maulana Muhammad ‘Ali traduce i versi di cui sopra: “chiunque si sottomette…” (Corano, 2: 112)

Il Sé è l’Atman; tuttavia la parola Araba del verso è wajh (faccia, volto).

Quando un iniziato raggiunge il piano di sviluppo di Ba, può mettere e togliere volti a volontà. Questa è la Grande Liberazione della tradizione spirituale.

Supponiamo che tu sia una donna con l’ascendente in Bilancia. Sai naturalmente occuparti e risolvere i problemi che sono in accordo con la natura della Bilancia. Sei affascinante, socievole, attraente e armonizzi qualsiasi ambiente.

Tra i regali che la Bilancia ti concede, vi è anche l’imprigionamento. Siete agganciati ai metodi operativi della Bilancia, ma la vita vi arrecherà problemi che non hanno nulla in comune con la Bilancia.

La liberazione comporta l’assunzione naturale del personaggio appropriato per l’occasione, rendendosi conto che il vostro vero Sé non cambia, non cambierà e non può cambiare.

La dolce Bilancia può trovarsi trascinata in una situazione di belligeranza. Le sue doti artistiche e socializzanti non sono in grado di tenerla in vita sul campo di battaglia. Ha bisogno un po’ di Ariete e di Marte, poiché entrambi si occupano della natura orribile della guerra.

Un iniziato può cantillare “Aung Hring,” l’heka di Marte, per trasformarsi istantaneamente in Herukhuti (anche chiamato Heru-Behutet), l’archetipo (“il Dio”) della guerra. O si potrebbero evocare (“chiamare vicino”) le caratteristiche latenti di Neith o Inanna (il guerriero femminile) dentro di sé.

Siamo diventati molto attaccati alla nostra persona, perché non capiamo che siamo nati con certi tratti riguardanti una fase del nostro sviluppo. “Ha creato l’uomo da una cosa aggiunta.” (Corano, 96: 2)

Infine, abbiamo la scelta di sacrificare la nostra natura animale interiore per abbattere i nostri idoli attuali.

Un versetto del Corano dichiara che tutto perirà eccetto il Volto di Allah [“E solo resta il Volto del Signore” (Corano, 55: 27)]. L’unico Volto vero (la personalità) è Dio.

Gli oracoli narrano quale faccia divina è coinvolta in una particolare impresa e, qual è la latente.

Il Dio Min

Min è l’archetipo Egizio della potenza sessuale maschile. La sua icona lo mostra in piedi sopra un pilastro mentre si masturba in cima a una colonna con la mano sinistra, la mano che rispedisce l’energia verso l’interno.

Così Min rappresenta la ritenzione del seme. A-min (Amen, Amon, o Nu) è la più elevata formazione del principio e della pratica di Min.

Perciò, vediamo adesso la connessione tra Nu, lo Scorpione e la casa VIII del sesso.

La sessualità dello Scorpione non è per niente esteriore. Naturalmente, oggi molti Scorpioni sono oltremodo sessuali e, non conoscendo il tantra, “lo fanno” quasi incessantemente.

Ma la forza sessuale dello Scorpione è veramente nascosta in profondità. Significa che bisogna rindirizzarla nel corpo, realizzando così l’immortalità, la trasformazione e la rigenerazione.

Il Pert parla con orgoglio dell’Anziano sempre giovane che si rinnova ogni giorno.

La padronanza di conservare il seme (Mim) è un attributo rilevante per diventare “l’Ausar.”

Il geroglifico di Amen è un ripiano per la macellazione dell’ariete. Esso simboleggia il sacrificio (la sublimazione) dello stimolo eiaculatorio.

Attraverso la perfezione di quest’arte è possibile diventare Osiride e accedere alla mente divina (Tahuti, l’autore di tutti gli oracoli).

Col tempo si diventa un oracolo vivente (un profeta).

“Il celibato” tra i profeti

La parola “peccato” deriva da un vocabolo Sumero che significa “sciupare lo sperma.”

Nell’uomo, le cellule spermatiche sono simili a un piccolo Chi contenuto nelle batterie. Maggiore è il numero delle batterie, maggiore sarà la potenza di Chi disponibile.

Gli uomini perdono il potere del Chi attraverso l’eiaculazione. Le donne lo perdono attraverso le mestruazioni.

I maestri imparano a godere del sesso forte, sperimentano il corpo intero e gli orgasmi maschili multipli senza eiaculare. Alcuni maestri furono chiamati “casti” e “celibi” nelle Scritture.

“Il monachesimo lo innovarono loro (e non fummo noi a prescriverlo) per ricercare il compiacimento di Allah. Ma non lo osservarono come avrebbero dovuto.” (Corano, 57: 27)

Il “celibato” dei sacerdoti Cattolici e altri tipi di asessualità sono creazioni umane, non sono prescrizioni Divine. I sacerdoti furono invitati a ricercare il piacere di Dio (trance estatica), ma essi negarono ogni attività sessuale. “Essi non lo osservano col dovuto rispetto.”

L’innovazione Cattolica sta lacerando al momento la Chiesa, mentre emerge la segretezza sessuale di alcuni sacerdoti.

“Allah vi dà una buona novella di Giovanni, che confermerà una parola venuta da Allah, e onorevole e casto, e profeta che riconcilia” [Salihin]. (Corano, 3: 39)

Giovanni Battista è qui chiamato hasur (“casto”, in mancanza di una parola più precisa). Significa che ha conseguito la padronanza della ritenzione spermatica divenendo in tal modo un veggente (profeta).

Le donne iniziate che raggiungono la padronanza della forza sessuale femminile sono anche considerate “caste”.

“E avranno con loro fanciulle caste, bellissime d’occhi, come bianche uova protette.” (Corano, 37: 48-49)

L’espressione “uova protette” allude alla soppressione mestruale delle iniziate al sesso. Gli “occhi bellissimi” si riferiscono agli effetti della coltivazione sessuale sull’occhio fisico e al risveglio del Terzo Occhio (facoltà psichiche).

La perfezione di questo processo trasforma le maestre (donne) in una “vergine.”

La “Vergine” nel codice scritturale non ha nulla a che fare col rapporto sessuale. Indica la perfezione di immagazzinare gli ovuli (cellula uovo) nel corpo per moltiplicare il potere del Chi.

Così, abbiamo il concetto di Vergine Maria (A) e di Vergine Iside (A), le quali avevano una vita sessuale attiva pur essendo eternamente vergini.

I profani ignoranti, accusano le iniziate di prostituzione, perché non comprendono la spiritualità sublime di tali sacerdotesse e la loro benedizione sessuale.

“In verità coloro che per ignoranza calunniano le donne oneste, incaute ma credenti, saran maledetti in questo mondo e nell’altro e toccherà loro castigo tremendo.” (Corano, 24: 23)

Maria (A) fu accusata di fornicazione e di essere una puttana dalla “maggioranza morale” e ignorante del suo tempo.

“È Allah invece che ha sigillato i loro cuori… per via della loro miscredenza e perché dissero contro Maria calunnia immensa.” (Corano, 4: 156)

“O sorella di Aronne, tuo padre non era un empio, né tua madre una prostituta.” (Corano, 19: 28)

Proprio come la ritenzione spermatica maschile comporta la padronanza della respirazione testicolare, il dominio della sfera sessuale femminile è collegato alla respirazione ovarico/vaginale.

“E Maria, figlia di Amran, che conservò la sua vulva. Insufflammo in essa il Nostro Spirito, e che credette (salmodiando) alle parole del suo Signore, e nei Suoi Libri, e fu una delle donne devote.” (Corano, 66: 12)

Il Nun o l’Oracolo risponde alla forza vitale (forza sessuale o libido) nelle persone. Il mescolamento delle carte o il lancio dei sassi determina dei piccoli cambiamenti nel nostro sistema nervoso che apporteranno e mostreranno la dichiarazione dell’Oracolo.

Un passo del Pert em Hru dichiara: “Non ho avuto nessun rapporto sessuale con una donna.” Un altro afferma: “Non ho giaciuto con gli uomini.”

Quindi, con chi ha fatto sesso l’iniziato?

Ha fatto sesso con Iside, Nefti, Hathor, Diana e Kali.

In altre parole, l’iniziato immagina sua moglie come la manifestazione della Dea, ed è con la Dea che si unisce.

La donna immagina il marito come Ra, Osiride, Heru, Krishna, ecc… Si unisce col Dio.

Ecco perché molti Re Egizi rivendicarono la figliolanza di Ra e non di un qualsiasi mortale.

La postura yogica del Nun è la Upavistha Konasana.

Kalimaat: le Lettere Oracolari

Le dichiarazioni dell’oracolo di Ifa nella religione Yoruba furono chiamate Odu (lettere).

In molti punti del Corano le lettere oracolari della parola kalimaat comunicano il suo significato occulto.

“Adamo ricevette parole dal suo Signore.” (Corano, 2: 37)

Adamo (A) qui rappresenta l’Atman o la divinità interiore, quel livello di coscienza “caduto” e “dimenticato.” Cadde da uno stato spirituale in un centro illusorio e materiale di coscienza dimenticando la saggezza universale che ogni vita ha immagazzinato all’interno.

Questa “discesa” si riferisce all’umanità, sia collettivamente sia in modo individuale. Ogni vita simbolizza tutte le cose conosciute che poi sono dimenticate.

Quando ad Adamo (A) furono insegnate le lettere oracolari (kalimaat) [“insegnò ad Adamo i nomi di tutte le cose” (Corano, 2: 31)] gli fu mostrata misericordia; in tal modo, accedette alla sapienza divina immagazzinata nel suo subconscio (Ausar sul fondo del Nilo) nonostante la sua ridotta capacità mentale.

Il suddetto versetto del Corano (66: 12) sostiene che Maria (A) credette sinceramente alle lettere (cantillandole) del Suo Signore. Per mezzo di dichiarazioni oracolari, Maria divenne maa kheru (vera di parola), cioè, imparò a usare efficacemente le parole di potere.

Le lettere oracolari forniscono anche le parole di potere e le lettere mantriche che sono espressioni o modalità energetiche di particolari chakra.

La lettera Tam (“T” o Ta in Arabo) è una “lettera petalo” dell’anahata chakra (cuore). La lettura di un oracolo del Metu Neter riguardante la salute che è riportata nella carta di Heru o Horus (Sole/cuore) includerebbe anche la lettera Tam. Si potrebbe, pertanto, cantillare “Om Tam Hrim”, indossando o visualizzando il colore giallo per attivare le forze curative.

Maria (A) occupa la posizione di Iside (A) nelle tradizioni Semitiche di saggezza. Similmente a Maria (A), Iside (A) fu anche accusata di essere una puttana.

Per la sfida al trono d’Egitto, Set accusò Heru (Horus) di nascita illegittima giacché Ausar morì prima del suo concepimento.

Maria (A) rappresenta il livello ricettivo della mente subconscia e gli stati di trance medianica.

L’obiettivo del meditante è di collocare e di radicare all’immagine e alla lettera (mantra) un’istruzione oracolare nello stato ricettivo (stato alfa) affinché crescano all’interno del subconscio.

Le lettere dei Tarocchi

Ogni carta degli arcani dei tarocchi fornisce una delle 22 lettere Ebraiche (kalimaat) utilizzabili come un mantra.

Il mantra (e l’immagine associata) infine rivelerà e scaricherà le informazioni che forse non potevano essere ottenute facilmente con mezzi ordinari. Questa conoscenza scaricata è la “rivelazione”.

Il Nun come abbiamo visto corrisponde alla carta della Morte.

Utilizzando l’oracolo dei tarocchi, si ottiene una maggiore conoscenza (avendo ricevuto la carta della Morte in lettura) visualizzando e cantillando la carta del Nun.

Ma c’è di più. Lo Scorpione è il segno astrologico della carta della Morte, mentre Marte è il pianeta governatore dello Scorpione. Un meditante, perciò, potrebbe visualizzare la carta della Morte e cantillare l’heka di Marte includendo la lettera Nun nella seguente litania: “Aung Hlring Nun Hrah.”

Gesù (A): un Oracolo Vivente

Quando il centro coscienziale di una persona è al livello spirituale del Khu (Chiah), questa persona diventa un profeta o un oracolo vivente. Un tale individuo non consulta gli oracoli esterni, e gli altri lo (o la) consultano come guida divina.

Infatti, nel Nuovo Testamento, una donna animata proclamava che Gesù (A) “mi ha detto tutto quello che ho fatto” (Giovanni, 4: 29). Era un Oracolo vivente.

“Ché il Messia Gesù, figlio di Maria non è altro che il Messaggero di Allah, il Suo Oracolo [Kalimaat] che Egli depose in Maria, e uno spirito [Ruh] da Lui esalato.” (Corano, 4: 171)

Il termine Kalimaat può anche essere tradotto “parola”. Il Nuovo Testamento si riferisce a Gesù (A) come “la parola”, che significa “l’oracolo (vivente).”

Quando il mantra e l’immagine sono condotti allo stato meditativo (Maria/Iside), una nuova coscienza (Gesù/Horus) nasce come “padre divino” (il seme o il mantra che è l’essenza condensata di Dio).

Il manifestarsi di quella nuova coscienza comporta il suo nutrimento (la Madonna col bambino al seno) fino al raggiungimento della maturità. A quel punto, la nuova intelligenza (Ruh + spirito che è uguale al Ruach Ebraico o all’intelletto) può riferirsi “all’opera di mio padre”: «l’opera del Padre e l’opera del Figlio sono sempre simultanee: Il Padre mio opera sempre, e anch’Io opero» (Giovanni 5: 17). Si tratta di agire nel mondo secondo la natura del mantra che l’ha creata.

Il Pesce Nun

In Ebraico Nun significa “pesce.” Nell’Ordine Nazareno Esseno, l’iniziato fu chiamato pesce.

Simile a un iniziato affronta la morte (la carta della Morte) del vecchio personaggio rinascendo e trasformandosi (Scorpione) in una nuova coscienza.

Gesù (A) di Nazareth

Al tempo di Gesù (A) , la città di Nazareth non esisteva. I traduttori della Bibbia commisero un errore. Il Nuovo Testamento si riferisce a Gesù (A) il Nazareno.

I Nazareni erano un ordine spirituale. L’ortografia reale è “Nasara”. Significa effettivamente l’ordine di Ausar.

Ogni completo iniziato Egizio è “l’Ani Ausar (Osiride Ani)” o “l’Ausar Nefert”, ecc…

Gesù (A) il Nazareno effettivamente trasmette la sua iniziazione all’ordine Nazareno/Ausariano.

Bibliografia

  1. Amir Fatir, The Arabic Letter Nun
  2. The Quran Compiled by Imam Ali
  3. Jalaluddin Suyuti, Al-Itqan fi ulum al-Qur’an
  4. Mario Cimosa, Proverbi, pag. 69-70, 2010, Paoline Editoriale Libri
  5. Sull’Ordine Narazeno Esseno: http://essenes.net/index.htm

http://www.tradizionesacra.it/letterarabanun_upavisthakonasana.htm

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01 Ago 2011

Artropatia

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L’ARTROPATIA

I guaritori Bulgari credettero che il dolore, il gonfiore e le deformità delle articolazioni fossero causati da disturbi dell’equilibrio energetico nell’organismo intero, i quali conducono a cambiamenti funzionali degli organi interni. I guaritori sottolineano il collegamento diretto tra l’attività renale e i disturbi articolari.

La diagnosi energetica può mostrare non solo i disturbi renali, ma anche del fegato, della cistifellea, della milza, ecc… Pertanto, il punto essenziale nel trattamento delle articolazioni è la rimozione della causa reale della malattia.

Si consiglia di eseguire la terapia energetica influenzando allo stesso tempo le articolazioni e gli altri organi. A questo punto, applicare in modo efficace il metodo del “pistone” che consiste essenzialmente nell’invio di energia attraverso le piante dei piedi fino alle spalle, e poi alla testa. Al livello della testa, i flussi energetici si intersecano e attraverso le spalle scendono ai piedi. Questo metodo interessa in pratica tutte le articolazioni delle mani e dei piedi, rimuove in fretta i sintomi dolorosi e ristabilisce l’equilibrio energetico nei meridiani principali. Se l’equilibrio negli organi interni non è ripristinato rapidamente, allora bisogna lavorare con gli organi interni e i sistemi separatamente.

La seduta termina con la creazione di un’aura solida energetica intorno al paziente. In questo caso, i guaritori agivano sul canale energetico principale che scorre lungo la colonna vertebrale. Questo lavoro creava un “grande circolo energetico” (vedere cap. “le malattie respiratorie curate tramite i chakra”) e un campo “protettore” dell’organismo (l’aura) che eliminava i disturbi articolari della colonna vertebrale.

L’influsso sulle articolazioni del ginocchio.

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1.      Una dieta che escluda la carne, l’acetosa, i ravanelli, i fagioli e gli spinaci;

2.      È severamente vietato l’uso di alcool;

3.      Applicare sulle articolazioni colpite delle foglie di cavolo. Per mancanza d’energia nelle articolazioni (“energia fredda”), la foglia di cavolo deve essere unta col miele;

4.      Impegnarsi sistematicamente negli esercizi respiratori e fisici (vedi cap. “Introduzione allo Yoga Musulmano dei Bulgari del Volga”http://www.tradizionesacra.it/Introduzione_allo_Yoga_Musulmano_dei_Bulgari_del_Volga.htm

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19 Giu 2011

KRISHNA E L’IMAM ALI

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Krishna (A) disse: “Ogni volta che in un luogo dell’universo la religione declina e l’irreligione avanza, o discendente di Bharata, Io vengo in persona.” (Bhagavad gita, 4: 7)

Krishna (A) e Ali ibn Abu Talib (il primo musulmano) sono due persone differenti esistite in diversi periodi della storia. Il Signor Krishna, che Dio lo benedica e lo abbia in gloria, nacque approssimativamente nel 3300 a.C., mentre Ali (A) è nato nel 600 d.C. Entrambi furono delle grandi personalità al loro tempo, ambedue sono stati grandi filosofi e uomini di Dio (esseri spirituali), tutti e due furono i più coraggiosi, l’uno e l’altro furono martirizzati in preghiera: Krishna (A) fu ucciso in meditazione yoga da una freccia, mentre Ali (A) fu assassinato da una spada avvelenata mentre era in preghiera; il primo e il secondo lottarono contro un serpente nella loro fanciullezza: Krishna (A) uccise il serpente Kaliya, mentre l’Imam Ali (A) nella culla spaccò in due un serpente, ecc…

Il nome Krishna (A) è composto di due vocaboli: Krish + Na. Krish è Colui che scava, ara o coltiva la terra; Na indica la pace e la felicità ottenuta col controllo,ecc… (Kailash C. Baral).1

Questa combinazione indica chi ara o scava la terra con pace, controllo e autorevolezza. Il significato di Krishna (A), quindi, è Chi controlla la terra (campo) o in gergo “il Padre della terra”. E con nostra piacevole sorpresa, scopriamo che il nome popolare di Ali (A) era Abu-Turab (il Padre di Terra). Questo titolo fu dato ad Ali (A) dal Profeta dell’Islam (S) quando lo trovò addormentato e ricoperto completamente con la sabbia utilizzata per lavorare i campi e scavare i pozzi. Nella mitologia Indiana, Krishna (A) è anche conosciuto come Ilapataye (Signore di Terra). http://www.krisnaworld.com/DifferentNamesoKrisna.html

Om ilapataye namah, uno dei 108 nomi di Krishna (A) significa Signore di Ila, la terra.

http://www.kytemple.org/Songs/kastothara.html

Il termine Gopatih riguarda chi ha giocato la parte del mandriano Krishna (A) nella sua incarnazione. Il termine “GO” in sanscrito ha quattro significati: il bestiame, la terra, il discorso e il Veda. In tutti questi significati Egli è il Signore (Pati): Signore del bestiame, Signore di Terra, Signore del discorso, il Signore che tutti i Veda identificano al grande obiettivo (Swami Chinmayananda).2

Abu Turab (Il Padre di Terra), pertanto, significa Krishna (A), il quale è noto anche come Satyavacha (Oratore di verità), mentre ad Ali (A) è stato dato dal Profeta Muhammad (S) il titolo di Siddiq-al-Akbar (il più veritiero).

Ali in arabo significa “il più alto o elevato”: http://it.wikipedia.org/wiki/Al%C3%AC_(nome) È citato negli hadith (tradizioni) che il nome ‘Ali (A) fu rivelato da Allah al Profeta Muhammad (S) per suo cugino Ali ibn Abu Talib (A). Krishna (A) si considera come “Ali il più elevato” nei seguenti versetti del capitolo 10 dellaBhagavad gita:

Il Supremo Signore (Krishna) disse: “O Arjuna, ti descriverò le Mie più importanti manifestazioni divine, perché le Mie rivelazioni sono infinite.” (Bhagavad gita, 10: 19)

“O Arjuna, Io sono l’Atma (l’anima suprema=Ali) dimorante nel cuore di ogni essere. Sono l’inizio, la metà e la fine di tutti gli esseri.” (Bhagavad gita, 10: 20)

“Io sono Vishnu (Vishnu fu il più Elevato=Ali) tra i dodici figli di Aditi (dodici divinità solari come i 12 Imam solari della Wilayah), io sono il Sole radiante (il più Alto=Ali) tra i luminari, io sono Maric (Elevato=Ali) tra gli dei del vento, io sono la luna (la più Elevata tra i luminari notturni=Ali).” (Bhagavad gita, 10: 21)

“Tra i Veda sono il Sama Veda (il Sama Veda è considerato il più Elevato tra i Veda=Ali); io sono Indra (il più Alto=Ali) tra i Deva; io sono la mente (il più Alto=Ali) tra i sensi; io sono la coscienza (il più Alto=Ali) tra gli esseri viventi.” (Bhagavad gita, 10: 22)

L’Imam Ali (A), qui di seguito, è posto tra parentesi quando nella Bhagavad gita esprime le sue caratteristiche più elevate=Ali

“Io sono Shiva (Ali) tra i Rudra; io sono Kuvera (Ali) tra gli Yaksha e i demoni; io sono il fuoco (Ali) tra i Vasu e io sono Meru (Ali) tra i picchi delle montagne.” (Bhagavad gita, 10: 23)
“Sappi, o Arjuna, che tra i sacerdoti Io sono il capo, Brihaspati. Tra i generali sono Skanda (Ali); e tra le distese d’acqua sono l’oceano (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 24)
“Tra i grandi saggi io sono Bhrigu (Ali); tra le vibrazioni sono l’Om (Ali) la sillaba trascendentale; io sono il japa (Ali) tra i Yajna (sacrifici) e tra le masse inamovibili sono l’Himalaya (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 25)
“Tra gli alberi sono il fico sacro o pipal (Ali), e tra i saggi sono Narada (Ali), tra i Gandharva sono Citraratha (Ali), e tra i Siddha sono il saggio Kapila (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 26)
“Sappi che tra i cavalli sono Uccaihsrava (Ali)nato dall’oceano che fu frullato per ottenere il nettare; tra i nobili elefanti sono Airavata (Ali) e tra gli uomini sono il monarca (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 27)
“Tra le armi sono la folgore (Ali) e tra le mucche sono la Surabhi o Kaamadhenu (Ali). Tra i procreatori sono Kandarpa (Ali), il dio dell’amore, e tra i serpenti sonoVasuki (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 28)
“Tra i serpenti Naga, sono Ananta Sheshanaaga (Ali); tra gli dei delle acque sono Varuna (Ali); e tra gli antenati (pitri), sono Aryama (Ali); fra tutti coloro che controllano, Io sono Yama (Ali), il signore della morte” (Bhagavad gita, 10: 29)
“Tra i demoniaci Daitya, sono il devoto Prahlada (Ali), io sono il tempo o la morte tra i guaritori. Tra le bestie sono il leone (Ali) e tra gli uccelli sono Garuda (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 30)

“Tra i purificatori, Io sono il vento (Ali); fra i guerrieri armati sono Rama (Ali); tra i pesci sono lo squalo (Ali); tra i fiumi sono il Gange (Ali).”
(Bhagavad gita, 10: 31)

“Sono l’inizio, la metà e la fine della creazione (Ali), o Arjuna. Tra tutte le scienze, io sono la conoscenza del Sé supremo (Ali), e io sono la logica (Ali) del logico.” (Bhagavad gita, 10: 32)
“Tra le lettere sono la A (Ali), e tra le parole composte sono la parola doppia (dvandva). Sono anche il tempo inesauribile, sono il sostentatore di tutto, la cui faccia è rivolta in ogni direzione (o io sono onnisciente).” (Bhagavad gita, 10: 33)

dvandva: http://fr.wikipedia.org/wiki/Dvandva (la parola doppia è Ali e Om  come vedremo in seguito)

“Sono la morte che tutto divora (Ali) e l’origine degli esseri futuri. Tra le qualità femminili (le sette dee) sono la fama (Ali), la prosperità, l’eloquenza, la memoria, l’intelligenza, la fermezza e il perdono.” (Bhagavad gita, 10: 34)

“Tra gli inni del Sama Veda sono il Brihat-sama (Ali), e tra i mantra Vedici sono la Gayatri (Ali). Tra i mesi sono Margasirsa [novembre-dicembre], e tra le stagioni la primavera fiorita (Ali) .” (Bhagavad gita, 10: 35)
“Io sono il gioco d’azzardo dei fraudolenti; sono lo splendore del radioso. Sono la vittoria del vittorioso; sono la bontà del bene (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 36)
“Tra i discendenti dei Vrisni sono Vasudeva (Ali), tra i Pandava sono Arjuna (Ali), tra i saggi sono Vyasa (Ali) e tra i grandi pensatori sono Usana (Ali).” (Bhagavadgita, 10: 37)
“Io sono il potere dei sovrani e la scienza politica di chi cerca la vittoria. Io sono il silenzio tra i segreti (Ali) e l’autocoscienza (Ali) del beninformato.” (Bhagavad gita,10: 38)
“Io sono l’origine (Ali) o il seme di tutti gli esseri, O Arjuna. Non vi è nulla, mobile o immobile, che possa esistere senza di Me.” (Bhagavad gita, 10: 39) (Vedere anche Bhagavad gita, 7: 10 e 9: 18)
“Non c’è nessuna fine alle Mie manifestazioni divine, O Arjuna. Questa è solamente una Mia descrizione sommaria circa l’entità delle Mie manifestazioni divine.” (Bhagavad gita, 10: 40)

I suddetti versetti dimostrano che Krishna, la pace sia su di Lui, dichiara in un linguaggio codificato che è l’Imam Ali (A), il più elevato sotto ogni aspetto.

Si può sostenere, pertanto, che se Krishna (A) si dichiara Ali (A); Ali (A) in qualsiasi momento della sua vita asserisce di essere Krishna (A). È citato il seguentehadith nel libro “Kaukab-al-Durri” (edizione in Urdu) di Mawlana Rashid Ahmad Gangohi, pag. 364-365:

«Si narra tramite ?Ammar ibn Y?sir, Jabir bin Abdullah, Malik al-Ashtar e Miqdad ibn al-Aswad al-Kindi, che quando l’Imam Ali (A) stava andando verso Shaam(Siria) per la battaglia di Siffin, si fermò e girò il suo cavallo per andar via da Shaam. Si guardò intorno per qualche momento e poi si allontanò da Shaam. I suoi compagni si stupirono e gli chiesero il motivo del cambio di direzione.

L’Imam Ali (A) replicò: “Vedo quello che non vedete, poiché l’ignoto (Ghaib) è velato ai vostri occhi. C’è un monastero in questa foresta dove un monaco cristiano sta aspettando con una spada legata alla vita ed è pronto a soffiare la tromba. Voglio rompere la sua spada e fracassargli la tromba in pezzi. Se siete d’accordo con me, seguitemi.”

Insieme ai suoi compagni arrivò al monastero dell’eremita. L’eremita fu colpito dalla faccia luminosa dell’Imam Ali (A) circondato dai suoi compagni. L’eremita chiese: “O gentile signore da dove venite?” L’Imam Ali (A) rispose: “Vengo da Medina e andiamo a combattere a Shaam.” La personalità dell’Imam Ali (A) impressionò l’eremita illuminando il suo cuore dalla fede. L’eremita chiese: “O giovane dal volto splendente, sei un angelo o un essere umano?” L’Imam Ali (A) rispose: “Io sono un uomo e una Guida per i Ginn e un leader per gli angeli.” L’eremita puntualizzò: “Nella Bibbia ho letto il nome Taab Taab. O sfolgorante, è questo il tuo nome?”

L’Imam Ali (A) rispose: “Taab Taab è il nome di Muhammad il Prescelto (Mustafa). Il mio nome è Santiyya.” L’eremita domandò: “Il tuo nome è indicato nella Torah come Meet Meet?” L’Imam Ali (A) rispose: “Meet Meet è il nome di Muhammad il Prescelto (Mustafa), mentre il mio nome è Aeliya (o Elli nella Torah).” L’eremita domandò: “Sei tu il Messia che è disceso dal firmamento per alleviare la malinconia e il dolore degli abitanti della terra?” L’Imam Ali (A) rispose: “No. Non sono Gesù, ma Gesù è uno di quelli che mi adora.” L’eremita chiese: “Sei Mosè disceso col suo personale per mostrare i suoi miracoli all’umanità?” L’Imam Ali (A) rispose: “Non sono Mosè, ma Mosè è tra coloro che mi ama.”

L’eremita domandò: “Per l’amor di Dio, dimmi il tuo nome e la tua discendenza [genealogia]. L’Imam Ali (A) rispose: “In ogni paese e comunità porto nomi differenti. Gli Arabi mi chiamano Hal ‘Ata (è uno dei nomi della surah 76 che significa: È venuto?) e mi cercano con questo titolo. La gente di Tayif mi chiama Tahmid(la recitazione in arabo della formula “Sia lode ad Allah”). Tra i Meccani sono conosciuto come Babul Balad (Corano 2: 102. Babul è la contrada di Harut e Marut). Gli abitanti dei cieli scrivono il mio nome Ahad (l’Unico). I turchi mi chiamano Balya (Balya ibn Malkan generalmente identificato con Khidr) e i Zangidi mi chiamano Majilan3. Gli Indù mi chiamano Kishen Kishen. (Signor Krishna).

I Firangi (antico termine arabo, turco e persiano per indicare i Franchi o Crociati) mi chiamano Hami Isa (Patrono Gesù). E il popolo di Khataya (i peccatori in arabo) mi chiamano Bolya (il Giudicante4). Io sono famoso in Iraq come Amirun Nahl (Principe delle api). In Khurasan sono conosciuto come Haidar (leone). Nel primo firmamento sono noto come Abdul Hamid (Servitore del lodevole). Nel secondo firmamento io sono noto come Abdul Samad (Servo dell’Eterno). Nel terzo firmamento sono noto come Abdul Majid (Servitore del Glorioso).

Nel quarto firmamento sono conosciuto come Zul ‘Ulaa (in arabo Dhu-l-Ulâ, l’Eccelso). Nel quinto firmamento il mio nome è Ali al-A’lâ (l’Altissimo). Il Signore Glorioso mi ha fatto sedere sul Trono dell’Autorità [Musnad-e-Imârât] col titolo di Amir al Mominin. Il capo dei due mondi (Khwaja-e-do-Saraa) MuhammadMustafa (S) mi chiamò Abû Turâb. Mio padre mi soprannominò (agnomen) Abul Hasan e mia madre mi soprannominò (agnomen) Abul ‘Ashar.»

Delle false affermazioni attribuite a Krishna (A) lo definiscono un donnaiolo e un ladro di burro (makhan choor in urdu e hindi); altrettanto, un gruppo di musulmani ha inventato delle false storie sull’Imam Ali (A) e considera un dovere religioso maledirlo (Dio lo proibisce) dal pulpito (Ahmad Ibn Hanbal fermò la maledizione durante i sermoni del venerdì). Krishna (A) fu un grande oratore e il suo libro di sermoni è la Bhagavad gita. Ali (A) è considerato il più grande degli oratori musulmani e la sua antologia di sermoni è il “Nahj al-Balaghah (“La Via dell’eloquenza”). La lettura della Bhagavad gita e del Nahj al-Balaghah ha lo stesso tono, la stessa energia spirituale e la stessa frequenza filosofica, e molte perle di saggezza sono comuni ad entrambi.

I seguenti passi della Bhagavad gita e della Khutbat al-Bayan (o Khutbat al-Tatantjiya) dell’Imam Ali (A) evidenziano che Krishna (A) e l’Imam Ali (A) hanno la stessa personalità, seppur è vissuta in periodi storici differenti.

http://www.hubeali.com/khutbat/khutaba_tul_Bian_English.pdf

Krishna (A) nella Gita afferma di essere Saguna Brahman (Dio con attributi irreali, il vero Dio è informe, non può essere concepito e si chiama Nirguna Brahman). “Krishna è il Saguna Brahman, il cosmo fisico, che si è mostrato in questa forma ad Arjuna nella sua vishwarupa. Krishna è pure il brahman nirguna, la coscienza senza forma.” (Swami Nithyananda, Love Is Your Very Life: Discourse on Bhagavad Gita, Chapter – 12. Commento ai versi 3-4, pag 44). Lo stesso concetto è ripetuto nella Bhagavad Gita, capitolo 8: 12-13; capitolo 9: 4-6, capitolo 9: 17.

L’Imam Ali (A) nel suo sermone al-Bayan dichiara: “Io sono la faccia di Allah nei cieli e sulla terra. Per questo, Allah dice: Tutto sarà distrutto, eccetto il volto di Allah.”

Krishna (A) dichiara: “Io sono la creazione.” (Bhagavad gita, 9: 18)

L’Imam Ali (A) afferma: “Ho sollevato i sette cieli con i poteri e i comandamenti concessi dal mio Signore.”

Krishna (A) afferma: “Sono l’anima (atma) suprema.” (Bhagavad gita, 10: 20)

L’Imam Ali (A) dichiara: “Io sono l’ammirevole Ruh-ul-Quds (anima divina).”

Krishna (A) dichiara: “A coloro che Mi servono sempre con devozione e amore, io trasmetto la saggezza discriminativa (buddhi yoga) per mezzo della quale Mi realizzano totalmente.” (Bhagavad gita, 10: 10)

L’Imam Ali (A) dichiara: “Sono la salat (preghiera), la zakat, l’hajj e il jihad di un vero credente.”

Krishna (A) proclama: “Io sono la buddhi (l’intelligenza discriminativa)” (Bhagavad gita, 7: 10)

L’Imam Ali (A) proclama: “Io sono il Furqan (io separo la verità dalla menzogna).”

Krishna (A) afferma: “Io sono il Tempo.” (Bhagavad gita, 10: 30, 33)

L’Imam Ali (A) afferma: “Io sono quel momento nel tempo di Allah (che apparirà nel giorno del giudizio).”

Krishna (A) proclama: “Io sono… la sillaba Om.” (Bhagavad gita, 7: 8)

Muhammad Gilani, nel suo libro “La Om e Ali” ha dimostrato che la sillaba “OM” è Ali (A). Infatti, nelle Upanishad è detto che la “OM” è Saguna Brahman (non Dio). La Om in sanscrito, pertanto, significa la mano di Dio, il padre della terra (Ilapataye) e il potere Divino.

La mano di Dio in ogni cosa

“Illuminati dalla vera conoscenza, gli umili saggi vedono con occhio uguale il brahmana nobile ed erudito, la mucca, l’elefante, il cane e il mangiatore di cani [intoccabile].” (Bhagavad gita, 5: 18)

I Poteri Divini

“L’intero ordine cosmico è soggetto al Mio controllo. Per Mia volontà ogni volta si manifesta di nuovo, e sempre per Mia volontà alla fine è annientato.” (Bhagavadgita, 9: 8)

“O conquistatore delle ricchezze, non esiste verità superiore a Me. Tutto su Me riposa come perle su un filo.” (Bhagavad gita, 7: 7)

“Lo splendore del sole che dissipa le tenebre del mondo intero emana da Me. E anche lo splendore della luna e del fuoco emanano da Me.” (Bhagavad gita, 15: 12)

Questi concetti trovano i loro esatti sinonimi in Yadullah (la mano di Allah), in Abu Turab (padre della terra) e in Quwatte-Parvardigar (potere Divino) che sono altri titoli dati dal Profeta (S) dell’Islam all’Imam Ali (A).

http://en.wikipedia.org/wiki/Parvardigar

Dopo questa scoperta, ci fu un’esplosione spontanea di fraternizzazione tra Indù e Musulmani nel Punjab con la comparsa in molti distretti di cartoline con la Om e Ali insieme (Self and sovereignty: individual and community in South Asian Islam since 1850 di Ayesha Jalal, pagina 205).

Krishna (A) dichiara: “Tra le armi sono il fulmine.” (Bhagavad gita, 10: 28)

L’Imam Ali (A) dichiara: “Formo le nuvole per produrre tuono e lampo.”

Krishna (A) afferma: “Sono l’inizio, la metà e la fine di tutti gli esseri.” (Bhagavad gita, 10: 20)

L’Imam Ali (A) afferma: “Io sono “Hars-o-Nasal” (io sono l’inizio e la fine)”

Krishna (A) proclama: “Tra tutti gli alberi, sono l’Ashvattha (l’albero baniano o Fico sacro).” (Bhagavad gita, 10: 26)

L’Imam Ali (A) proclama: “Io sono il Fico sacro e l’Olivo.”

Krishna (A) afferma: “Tra i Veda sono il Sama Veda.” (Bhagavad gita, 10: 22)

L’Imam (A) afferma: “Io conosco i significati nascosti del Corano ed io sono lo specialista dei precedenti Libri rivelati. Io conosco la vera interpretazione del Corano…”

Krishna (A) dichiara: “Discendo di era in era per liberare le persone pie, per annientare i miscredenti e ristabilire i princìpi della religione.” (Bhagavad gita, 4: 8)

L’Imam Ali (A) dichiara: “Io sono l’autorità Divina negata da migliaia di nazioni nel passato che per questo motivo furono colpiti dalla collera di Dio.”

Il sermone al-Bayan non è, comunque, una copia della Bhagavad Gita. Al-Bayan contiene parole di grande saggezza scientifica che non si trovano in nessun passo della Bhagavad Gita.

“Sono in piedi nel cielo dove le anime sono solo in grado di viaggiare, ed io sono il solo in grado di respirare lì.” (Sermone al-Bayan)

Il grande astronomo Giovanni Keplero nella sua opera “Somnium lunae” predisse che gli animali non potevano respirare tra la terra e la luna. Solo nel 20° secolo si accertò che lo spazio non ha ossigeno, e di conseguenza non si può respirare nello spazio. Questo prova scientifica stabilisce sufficientemente l’autenticità del sermone al-Bayan rendendolo autonomo dalla Gita. La Gita non può aver copiato il suo contenuto dal sermone al-Bayan, poiché è più antica.

Alcune persone si sono in modo smisurato e spropositato professate Dio, ma Krishna (A) e Ali (A) negarono di essere Dio. Krishna (A) spiega ad Arjuna nel capitolo 12 che è Saguna Brahman (forma personale); mentre il vero Dio senza forma è Nirguna Brahman.

Il Vedanta Induista distingue tra Saguna Brahman (Dio con attributi personali), che ha forma, e Nirguna Brahman (Dio senza attributi personali), che è senza forma.

Nella metafisica di Ibn ‘Arabi, si ha Dio come Essenza (il Dio trascendente della gnosi ismaelita) e Dio come Divinità (l’Intelletto Universale della gnosi ismaelita).

“Egli è il Primo e l’Ultimo, il Palese e l’Occulto, Egli è l’Onnisciente.” (Corano, 57: 3)

Tuttavia, il Nirguna Brahman (senza forma) non poteva proclamarsi bello, mentre il Saguna Brahman (con la forma) potrebbe essere bello o brutto. L’informe Dio (Nirguna) non può essere descritto come “Lui”, “Lei” o “Esso”, bello o brutto, poiché tutti questi termini implicano forma. L’informe Dio non può essere descritto. Quando Dio si manifesta nella forma vi è la bellezza. Naturalmente, con la creazione della bellezza, la bruttezza appare anche, ma lo scopo di Dio nella creazione è di creare bellezza.

La somiglianza sorprendente di tono e argomento tra la Gita e il Sermone al-Bayan appassionerà i filosofi Indù e Musulmani.

Note

1. Kailash C. Baral è direttore dell’Istituto di lingue straniere a Shillong, Meghalaya, India.

2. Swami Chinmayananda, Thousand ways to the transcendental – Vishnu Sahasranama, pag 136, Chinmaya Mission Publication.

(http://en.wikipedia.org/wiki/Dayananda_Saraswati_(Chinmaya_Mission)

3. Majilan in arabo è il duale di Mdjil (che significa piscina, lago o lago ai piedi di una collina). Anche in tutti i dialetti mongoli e turchi Mdjil, Mdjel e Athelservono ancora oggi per indicare il maestoso Volga.

4. Letteralmente in Urdu “Colui che parla”; il testimone, il dichiarante, il giudicante, ecc…).

Bibliografia

1.      http://www.guruji.it/bhagavadgita/gita.htm

2.      http://www.harekrsna.it/index.php?option=com_content&view=article&id=244&Itemid=79

3.      The Bhagavad-Gita by Dr. Ramanada Prasad: http://www.gita4free.com/english_completegita.html

4.      Kailash C. Baral, Earth Songs ; Stories from Northeast India, pag. 171, Sahitya Akademi, India, 2005.

5.      Swami Nithyananda, Love Is Your Very Life: Discourse on Bhagavad Gita, Chapter – 12.

6.      Dinkar Joshi,Yogesh Patel, Glimpses of Indian Culture, pag. 9.

7.      Ayesha Jalal, Self and sovereignty: individual and community in South Asian Islam since 1850, pagina 205

http://www.tradizionesacra.it/krishna_imamali.htm

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07 Mag 2011

IL CICLO CIRCADIANO SUFI

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Il ciclo circadiano Sufi permette non solo di determinare il tempo per l’esecuzione degli esercizi respiratori, fisici e per le tecniche meditative, ma anche di scegliere il momento più efficace per lavorare col corpo durante la giornata, di ottimizzare il tempo per i pasti e il modo più corretto per dormire.

In passato i Sufi hanno descritto il ciclo circadiano distribuendo l’attività umana giornaliera per promuovere la guarigione e per massimizzare la realizzazione personale.

È raccomandato svegliarsi circa mezz’ora prima del sorgere del sole. Se vivete in una regione in cui, secondo la stagione, l’alba comincia verso le ore 9-10 della mattinata, fissate per il primo crepuscolo mattutino le 6 del mattino.

Dopo essersi svegliati, per 10-20 minuti eseguire gli esercizi di respirazione. Dopo esserci risvegliati definitivamente, eseguiamo gli esercizi riabilitativi per 15-30 minuti, poi facciamo una doccia e la colazione.

Fino a mezzogiorno la gente osserva un aumento di attività, giacché in questo tempo si decidono i compiti che comportano i maggiori consumi energetici.

Nel pomeriggio si può fare uno spuntino con gli amici, mai da soli, perché chi gusta il cibo da solo, condivide un pasto con Satana!

Nel pomeriggio l’attività umana diminuisce gradualmente. Se vi stancate rapidamente, attivate gli esercizi respiratori.

Tra le ore 8 e 9 serali, il Sufi raccomanda un sonnellino di 15-20 minuti, cui segue prima una respirazione rilassante, e poi un’attivante. È possibile, dopo gli esercizi, gustare una deliziosa cena in compagnia di amici o di persone care. Dopo la cena si può passare a qualche studio interessante, o a lavorare un po’ con piacere. Il pasto deve avvenire circa mezzora prima del tramonto.

In realtà, un adulto può dormire 4 ore. Pertanto, fino alle 2 della notte, ci si può occupare di qualcosa, ma il ritmo lavorativo deve essere regolare, calmo. Fare una doccia prima di dormire ed eseguire gli esercizi respiratori rilassanti.

Addormentandosi, si consiglia di pensare a eventi piacevoli che accadranno il giorno successivo.

Se siete occupati e non avete tempo per fare gli esercizi durante il vostro tempo ottimale (l’ora di nascita + 8 ore), eseguiteli ogni mattina. Per quanto riguarda il momento migliore della giornata per voi, cui va aggiunta un’altra ora (+ 1 ora), trovate qualche minuto per la pratica respiratoria. È preferibile che l’orario e il luogo degli esercizi rimanga invariato. Se cambiate spesso postazione, prima di iniziare gli esercizi, generate in voi la sensazione del vostro posto abituale.

Chi non conosce l’orario di nascita e non può rintracciarlo, deve eseguire l’esercizio durante la settimana in differenti momenti della giornata. Inoltre, bisognerebbe ricordarsi l’orario della giornata in cui avete abitualmente più vigore, un maggior afflusso di forze e il desiderio di agire.

Eseguire l’esercizio fisico e meditativo cinque giorni la settimana, mattina e sera, riposandovi due giorni.

http://www.tradizionesacra.it/ciclocircadianosufi.htm

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02 Apr 2011

Il Mantra Yoga dell’Islam

Filed under Argomenti vari

Il Vashikaran Mantra è noto in India anche come Shaitani Mantra. È un Mantra potentissimo e pericoloso se utilizzato con intenzioni malefiche. Solo alcune Musulmane Yogini dette Innachatvena Shaitana lo usano per rivolgersi a Ajajil Shaitan (Satana*). Le Innachatvena Shaitana possono anche assumere le sembianze di uno stregone o del cliente che le ha commissionate per condurgli la donna desiderata. Ma se il Vashikaran Mantra è correttamente formulato per un semplice incantesimo d’amore, anche la gente comune può usarlo senza problemi. Ricordate che l’Islam non permette a nessuno di danneggiare il genere umano. L’utilizzo di questo strumento magico può farvi vivere felicemente vicino al vostro caro per sempre. Bisogna servire l’umanità. Allah pak (in Urdu significa Dio è santo) soddisfa tutti i vostri desideri. Amin.

*: È risaputo che molti Sufi famosi (Giunaid, Rabi’ah, al-Hallaj, ecc…) ponessero quesiti a Satana.

Tutte le parole conducono a qualcosa, ma in realtà vi sono due categorie di parole: le parole di significato e le parole di potenza.

La parola “pesce” porta l’immagine, la memoria e il pensiero di un vertebrato squamoso che respira in acqua. Pesce è una parola che ha un significato. Significativamente non trasmette nulla, né ha alcun potere insito in sé, se non per ciò che l’ascoltatore gli associa.

Ad esempio, se qualcuno vede morire suo nonno soffocato mentre mangia un pesce, la parola “pesce” rievoca emozioni associate alla morte.

La parola “Aum” (Om, Aung, Aungkh) non ha alcun significato. Essa trasmette un potere, ed è perciò denominata una parola di potenza.

Le parole di potenza sono in grado di stimolare reazioni nella mente, nel corpo sottile e anche nell’ambiente fisico.

Le parole di potenza Sanscrite sono chiamate Mantra, mentre sono denominate hekau nell’antico Egizio.

Una parola di potenza prepara a sufficienza l’impulso che genera il risultato quando il salmodiante la recita più volte entrando in uno stato di trance (il “giardino” del Corano).

La ripetizione di un Mantra è, in Sanscrito, detta “japa”, ma il suo senso compiuto è “Joppa.” In Arabo è detta “dhikr”.

In alcune sacre scritture, Joppa è velato dal linguaggio simbolico. Negli Atti degli Apostoli (10: 5-11), Pietro si reca a Giaffa (traslitterata anche come Jaffa, Japho, Joppa), sale al piano superiore (i più elevati stati della mente) ed entrando in estasi vede i cieli aperti. Jafet o Iafet, uno dei figli di Noè, simbolizza anche Joppa. Negli insegnamenti esoterici della Nazione dell’Islam, Joppa simboleggia l’assemblaggio della nave Madre in Giappone per l’unità di tutte le tecniche spirituali.

Il Giappone è il simbolo di Joppa, una tecnica meditativa Yogica che implica salmodiando un lavoro di potenza (Mantra) finché lo stato di trance è raggiunto.

Il Joppa (ripetizione salmodiata) di un Mantra permette di ricordare le informazioni dimenticate in questa vita o nelle vite precedenti. Ecco perché il dhikr è stato spesso tradotto in “ricordo.” Il ricordo, tuttavia, è un effetto del dhikr, non il dhikr stesso.

L’Islam Egizio (cioè, l’Hetep) è molto più avanzato dell’Islam Arabo, anche se tutte le “religioni rivelate” sono Islam. Esse significano “pace” e si riferiscono a uno stile di vita, a una metodologia e a una mentalità che promuove una pace interiore incrollabile, una pace che è indisturbata da “complessi psicologici, delusioni, afflizioni e avversità” (Marvin Gaye, Innercity Blues, 1971). Questa vera pace è realizzata solamente conducendo ripetutamente la coscienza al più elevato piano in cui l’energia mentale è indisturbata, calma e a riposo. Quel piano di coscienza è chiamato Samadhi  nello Yoga, Nu e Amen in Camitico, Nirvana nel Buddismo, Juju in Africa (si riferisce al potere soprannaturale attribuito a un oggetto, o feticcio), Salaam in Arabo e Shalom in Ebraico.

La vera “religione” degli Ebrei non è l’Ebraismo (che è solo un’idea tribale), ma è Shalom (la pace interiore incrollabile). L’Islam è un modo di vita che genera il Salam (la pace interiore incrollabile).

Al pari della matematica che comprende tanti rami e livelli, dall’aritmetica semplice alla fisica quantistica, così l’Islam (la pace) include i sistemi spirituali di India, Cina, Nigeria, Egitto, America, ecc… Nella lingua Araba tutti questi sistemi corrispondono all’Islam, mentre nella lingua Italiana equivalgono alla pace. Nel linguaggio Camitico sono tutti Hetep.

Ci sono Yoga elementari e avanzati. Per esempio, il Jnana Yoga è considerato molto più avanzato dell’Hatha Yoga. Così, ci sono Islam elementari e avanzati. L’Islam Camitico, cioè l’Hetep, è molto più sviluppato e avanzato dell’Islam Arabo. Il Corano insegna che “Allah non impone a nessun’anima al di là delle sue capacità.” (al-Baqara, 2: 286) Perciò, il Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam sono sistemi spirituali al livello della scuola materna. I loro cosiddetti studiosi insegnano, parlano e agiscono al livello della scuola domenicale.

Ci sono Musulmani praticanti che credono letteralmente che Satana si introduca tra le persone disposte lungo la fila della preghiera se le dita dei loro piedi non si tocchino fisicamente le une con le altre. Alcuni credono proprio che Satana sia incatenato da qualche parte dell’Inferno durante il Ramadan e, pertanto, non tormenti i veri credenti. Altri credono che Allah, as-Samî’, l’Audiente che sempre ascolta, non presti attenzione alla preghiera della persona che entra nella moschea con il piede sinistro. Certuni ritengono che se un Musulmano non porti la barba non appartenga all’Islam.

Ci sono credenze altrettanto assurde nelle religioni occidentali, perlomeno nell’exoterico, nel cortile esterno (Ezechiele, 40: 17, 20). Quando le persone comprendono che gli insegnamenti religiosi sono solo dei simboli di una conoscenza più profonda, entrano nei cortili interni (Ezechiele, 40: 7, 9, 16, 26, 27, 28, 32, 44) trovandovi un vero e profondo sistema spirituale da approfondire senza indugi. Inoltre, non trovandovi alcuna differenza significativa tra le varie fedi, le considereranno complementari le une alle altre, seppur tutte contengano una verità.

Nell’Islam Camitico (l’Egizio antico) chi padroneggiava la scienza dell’hekau (i Mantra o le parole magiche) era chiamato “maa kheru” o “vero di parola.” L’equivalente Arabo è As-siddiyq (“il veridico”).

Nel sistema spirituale Egizio, una persona è analizzata in un rituale chiamato la pesatura delle parole. Questo test determina se una persona è davvero un maa kheru, cioè se il suo hekau ha il potere di influenzare il mondo fisico. Nel sistema Egizio, il potere coerente dell’Heka è esibibile soltanto da chi ha vissuto il Maat (la legge divina).

L’idea di parole che hanno un “peso”, una sostanza, è presente nel versetto Coranico che dice “Faremo scendere su di te parole gravi.” (Corano, 73: 5).

I Mantra sono composti di lettere. Ogni lettera è un mini-mantra. Ogni chakra ha un certo numero di lettere, dette i Mantra del petalo, e di colori in grado di attivare, modificare e incanalare il potere del chakra. Il chakra trasmette l’energia planetaria.

La lettera petalo T (salmodiata Tam), ad esempio, favorisce la guarigione ed è rafforzata dal colore giallo. È una lettera del chakra del cuore. Le lettere petalo sono chiamate kalimaat nel Corano.

I termini Coranici che indicano le parole di potere sono qawlkalimaathaqqa. “Questa è in verità la parola (qawl) di un Messaggero nobilissimo” (Corano, 69: 40). In Arabo, kalimaat Allah sono le sacre scritture, la parola di Dio. Haqqa è la versione Arabizzata dell’Egizio Heka (cioè, Mantra).

Nei versetti Coranici (ayat) il dhikr rappresenta lo stesso Mantra e il processo di Joppa, sebbene tecnicamente, il dhikr sia la ripetizione salmodiata di un Mantra.

Il vocabolo kalimaat significa “parola”, ma più specificamente significa “frase, espressione, trattazione”. La parola Araba kalimaat è in realtà la fusione dei nomi di due dee molto importanti e potenti, Kali e Maat. Kali è l’equivalente Dravidica di Sekert, e perciò governa la 3° sfera dell’Albero della Vita dove le parole di potere e la forza della pura Shakti sono immagazzinate. Maat è la dea di legge, rettitudine, gentilezza e condivisione. Cosicché bisogna essere giusti, vivere in accordo con la legge, essere gentili e condividere a pieno l’utilizzo dell’hekau incarnato nelle 50 “piccole madri” o unità sonore di potere.

Queste unità sonore di potere rappresentano le 50 lettere dell’alfabeto Sanscrito, i 50 rematori delle barche di Osiride e Ra, e i 50 grandi nomi del pantheon Sumero. Nella mitologia della Nazione dell’Islam simboleggiano il “dio nero” Padre Shabazz che condusse la sua famiglia a vivere in Africa “50 mila anni fa.”

Il sistema Cananeo/Ebraico ha solo 22 lettere (unità sonore di potere) che si accordano con i 22 aminoacidi che compongono la vita nel regno fisico. Il sistema Arabo ha 29 lettere che rappresentano i 29 giorni del mese lunare.

Le 29 Surah del Corano iniziano con delle lettere Mistiche che sono dei Mantra formati da 14 delle 29 lettere Arabe.

La Nazione dell’Islam simboleggia le 29 lettere (unità sonore di potere) nel questionario d’iscrizione alla sua scuola: “Quante miglia quadrate esatte di terreno utile sono utilizzate ogni giorno dalla popolazione totale del pianeta Terra?” Risposta: “Il terreno utile utilizzato ogni giorno dalla popolazione totale del pianeta Terra è di 29 milioni di miglia quadrate.”

In termini di pura potenza si può facilmente notare che i sistemi Cananeo/Ebraico e Arabo non hanno la flessibilità del sistema Sanscrito/Dravidico.

La ripetizione salmodiata (dhikr/joppa) di una parola di potere risveglia la facoltà Divina rappresentata dal Mantra. Infine, quella potenza sonora alimenta la facoltà in modo che la personalità del salmodiante si allinea con la divinità/facoltà. In definitiva, la mente e la capacità della persona si trasformano in quella della divinità, e la persona cantando e vivendo in verità diventa un’incarnazione, un santuario, un messaggero o un avatar di quell’aspetto della divinità.

Infatti, le sfide che ci attendono nella vita hanno lo scopo di risvegliare al nostro interno la facoltà (“la divinità”) che ci aiuterà non solo a sperimentarle, ma a realizzare l’aspetto divino della nostra vita.

Supponiamo che un uomo solo, il che “non è un bene”, desideri una compagna. Ci sono molte cose che può fare. Ad esempio, può formulare un incantesimo usando il Corano: “Signore! Concedici nelle nostre spose e nella nostra progenie una frescura per gli occhi e facci modelli pei timorati di Dio! (Corano, 25: 74) (E funziona per davvero. Non vedo perché non dovrebbe funzionare altrettanto bene per chi vuole un marito).

Oppure una persona mentre cantilla il dhikr “Al-Wadud” (l’Amorevole) può trasformarsi in un’espressione di Al-Wadud, e divenendo più amorevole, naturalmente, attira la donna da cui vuole dare e ricevere amore.

O ancora meglio, poteva cantillare l’Heka di Het-Heru, la dea dell’amore. Cantillando “Vam Klim Sauh”1 in uno stato di trance, la persona evoca e manifesta le caratteristiche di Het-Heru. Indossando il colore verde e utilizzando gli oli essenziali, ad esempio la cannella, si risveglia l’aspetto Venusiano della sua forza di Ra/Salat.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: C:\Documents and Settings\Sole Yoga\Desktop\Dhikr_files\HetHeru.jpg

Col tempo diverrebbe una versione maschile di Het-Heru, e poiché l’amore è una proprietà naturale della dea, attirerebbe facilmente l’appropriato e benefico amore o il suo partner matrimoniale. Naturalmente, per il pieno successo dovrebbe vivere in verità (Maat) e obbedire alle leggi divine, in particolare a quelle di Het-Heru. In altre parole, deve essere gioioso, ottimista, amorevole, premuroso, socievole, pronto per divertirsi, ecc…

Durante le sue meditazioni o sogni può avere una guida (wahy o ispirazione) che la dea gli invia dalle regioni più elevate del suo subconscio. E come dimostrazione “dell’apertura di un varco comunicativo con l’altra parte”, ottiene certi commenti probatori dalla dea che l’informa sulla situazione. Per esempio, siccome il giorno settimanale di Het-Heru è il Venerdì, è probabile che incontri una donna speciale vestita di verde un Venerdì. Questi segni (ayat) indicano che l’operazione è in corso e avrà successo.

Idealmente, dopo aver ottenuto la moglie che Dio gli ha scelto (contrariamente alla sua limitata intenzione e alla sua scelta egocentrica), offre ad altri l’assistenza di Het-Heru in una qualsiasi e consona maniera. Questo soccorso è la sua offerta alla dea che lo tramuta in un avatar di Het-Heru.

Questo lavoro del dhikr non lo renderebbe femminile, ma creerebbe un maggior equilibrio yin/yang nella sua vita.

Ci sono anche i nomi di Dio dell’Albero della Vita che controllano le diverse Sfere dell’Albero e delle aree vitali. Yod, Heh, Vaw, Heh, Sabaoth (YHWH Sabaoth è un nome composto di Dio in due parti ed è ripetuto nella Bibbia per oltre 270 volte) è il nome di Dio appartenente alla VII sfera dell’Albero della Vita (Venere e Het-Heru). I membri di tutte le religioni farebbero bene a imparare e a utilizzare correttamente i nomi di Dio affinché producano dei miracoli nella loro vita.

I nomi di Dio si salmodiano come parti di rituali (in modo analogo al Pilastro Mediano e alla Circolazione della Luce) per attirare o bandire cose, circostanze o caratteristiche. Nel Corano è detto: “Dio possiede i nomi più belli” (Al-A’râf, 7: 180).

“Ad Adamo insegnò i nomi di tutte le cose” (Corano, 2: 31), e dall’uso corretto di quei nomi gli angeli si prosternarono davanti a Adamo (Corano, 2: 34). Significa che la conoscenza di tutti gli hekau, i Mantra, le lettere/kalimaat e i nomi di Dio è memorizzata nelle regioni più alte della nostra coscienza e identità, il cui nome è Atman, Atem o Adam. Qualsiasi persona può usare questi nomi Divini, mentre gli angeli non hanno altra scelta che eseguire il nostro comando (finché la nostra intenzione non è in contraddizione con la volontà di Dio).

“Recitare ciò che vi è stato rivelato del libro e

destate la salat. Sicuramente la salat preserva dalla

turpitudine e dal male; e certamente il dhikr Allah è più grande.

E Allah sa ciò che voi operate!”

(Corano, 29: 45)

La maggior parte dei traduttori traduce la suddetta frase “il dhikr Allah è più grande” in “il ricordo di Allah è la più grande (forza)”. Non male, ma non completamente accurato. “Akbar” significa “più grande”. Allahu Akbar significa “Dio è più grande”, e non “Dio è il più grande”. Dio è più grande, più augusto, più magnifico, più grande e maggiore di… qualsiasi cosa! In qualunque cosa ci imbattiamo, Dio è più grande, è maggiore e migliore, e più adorabile e bello di quello. Allah Akbar.

Si evince da quanto è stato detto che il dhikr (il Mantra Yoga) è superiore alla salat (il Kundalini Yoga). Io stesso ho ottenuto maggiori risultati lavorando con l’energia (kundalini) rispetto alla cantillazione, ma mi piego dinanzi alla conoscenza superiore dell’autore del Corano.

Ai livelli elevati del dhikr, i Mantra albergano e dirigono la pura Shakti (energia); così non c’è realmente una gran differenza fra la Kundalini (salat) e il dhikr(Mantra salmodiato).

La Kundalini comincia nella 10 sfera dell’Albero della Vita (Geb/Malkuth). Si tratta di un’energia quasi fisica, ma nei suoi più elevati livelli di coltivazione, la Kundalini diventa un’espressione della Terza sfera (Sekert/Binah).

Il Mantra Yoga è inizialmente un’attività della 9° Sfera (Iside/Yesod), ma diventa anche un’attività della 3° Sfera quando il salmodiante è in grado di acquietare ogni pensiero e “morire al mondo”. Quindi, la salat e il dhikr, trovano il loro compimento nella 3° Sfera.

È durante uno stato di trance che gli dhikr ottengono il potere.

La maggior parte delle bandiere Islamiche ha una Luna e una stella. La luna simboleggia lo stato di trance necessario per causare una rinascita spirituale.

Nota 1: Il Mantra del desiderio Klim è associato al Muladhara chakra. Il Mantra Vam associato a Svadhisthana chakra e si relaziona alla funzione genito-erettiva della forza vitale (Julius Evola, Lo yoga della potenza, pag 176). Sul Mantra Sauh consultare il testo di Paul Eduardo Muller-Ortega, The triadic Heart of Siva: Kaula tantricism of Abhinavagupta in the non-dual Shaivism of Kashmir.

Bibliografia

Amir Fatir, Dhikr: Mantra Yoga in Islam.

Beni Gupta, Magical beliefs and superstitions, 269 pagine, Sundeep, 1979.

Israel Regardie, The Middle Pillar: The Balance between Mind and Magic, Aries Press, 1945.

Israel Regardie, The middle pillar : a co-relation of the principles of analytical psychology and the elementary techniques of magic, Saint Paul, Minn. : Llewellyn, 1970.

http://www.tradizionesacra.it/mantrayoga_islam.htm

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03 Mar 2011

L’IMPERO MOGHUL COL POTERE DEL TANTRA E DEL VASTU SHASTRA

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L’Islam ha originato lo Shastra. Lo Shastra è nato con Adamo (A) ed Eva (A). Gli eremiti e gli adoratori in India in base alla struttura geografica del loro paese hanno riformato lo Shastra per essere coerenti con la loro religione e i loro rituali, ma furono incapaci di apportare un qualsiasi cambiamento alla creazione basata sulla teoria dei cinque elementi del mondo. Lo Shastra, quindi, non è Indiano.

L’Impero Moghul ha la caratteristica di aver governato a lungo per un periodo di oltre tre secoli. Con la venuta dell’Islam ci sono stati diversi governanti Musulmani nel subcontinente Indiano, ma solo i Moghul si insediarono solidamente. I sovrani dell’Impero Moghul ebbero un successo sicuramente superiore agli altri reggenti Musulmani, e noi ne scopriremo la ragione.

Gli storici ammettono fermamente che l’Impero Moghul fu un’istituzione sublime nel periodo medievale. L’India conobbe un’era simile solo al tempo d’oro del regno di Magadha. I Moghul avevano stabilito il loro Impero da Kabul all’Assam e dal Kashmir a Tanjore. Il loro dominio si estendeva su una vasta regione.

Quale fu il segreto della vittoria Moghul?

Alcuni storici sostengono che dietro la vittoria Musulmana e le loro avanzate strategie militari in India si nasconda la magia. Le loro strategie militari erano così efficaci che hanno ottenuto il sopravvento sui governanti locali. L’affermazione precedente è giusta, ma sorge una domanda: perché tutti i governanti Musulmani in India, come i Moghul, provenivano da paesi stranieri? Perché nessuno ha ottenuto il successo dei Moghul? Quando i Moghul arrivarono in India trovarono tante dinastie Musulmane: i Bijapur e i Bidar nel sud, i Gujarat nell’ovest, i Gaur e i Bihar a est, mentre i Malwa regnavano nell’India centrale. Questi governanti avevano fondato delle case regnanti indipendenti. Questi reggenti Musulmani presenti in India erano di origine Turca, Iraniana, Afgana, Siriana, ecc… Giacché erano degli stranieri militarmente potenti come i Moghul, perché solo questi ultimi hanno dominato l’intera India?

Tutti i regni Musulmani non hanno resistito all’avanzata Moghul poiché furono sconfitti o annessi; così, la storia dimostra la spazialità dell’Impero Moghul. Tutte le strutture Moghul tra cui il Forte Rosso furono costruite secondo i principi del Vastu Shastra. Inoltre, l’architetto di quegli edifici ha stabilito il concetto Shiva-Shakti del Tantra Shastra in queste costruzioni. I Moghul ottennero, in questo modo, i vantaggi di entrambe le scienze. Gli altri regnanti Musulmani non adottarono le regole del Vastu Shastra e il concetto Shiva-Shakti del Tantra Shastra nella costruzione architettonica. Non poterono così dominare come i Moghul. I palazzi di Bijapur, Bidar e Gaur si conformano all’architettura Tantrica nella cupola e nei minareti, rispettano i satakona (l’emblema tantrico dei triangoli incrociati), ma non fissano il concetto di Shiva-Shakti nell’architettura come i Moghul. Il concetto di Shiva-Shakti adottato dai Moghul è l’anima dell’architettura Tantrica e del Vastu Shastra.

Gli edifici e i monumenti di Bidar, Jaunapur, Bijapur sono costruiti in pietra nera, mentre le costruzioni Moghul sono costruite solo in marmo bianco e pietra rossa secondo il concetto di Shiva-Shakti del Tantra Shastra.

Anche l’Impero Maratha tentò di stabilire il suo domino su tutta l’India. Possedeva tecniche militari molto temibili. Governarono con successo su gran parte del subcontinente Indiano, ma per poco più di un secolo. L’architettura Maratha non ha applicato una sola norma di Vastu Shastra e di Tantra Shastra alle loro fortezze e palazzi. Fu solo la terra di Shaniwarwada (Puna, Maharashtra), benefica secondo il Vastu Shastra, che gli permise di dominare l’India per un certo periodo. Al contrario, Ganesha, Brahma, Surya, Vishnu e Mahesh, il dio dello spazio assegnato alle cupole, che sono le cinque forze della natura Induiste che il Vastu Shastra sfrutta per il bene umano, furono riadeguate all’Islam.

Inoltre, i Moghul hanno applicato architettonicamente il concetto di Shiva e Shakti e il Vastu Shastra al Forte Rosso di Delhi, al Forte Rosso di Agra e a Fatehpur Sikri. In questo modo, hanno stabilito con successo una roccaforte su tutta la regione del subcontinente Indiano. Altre dinastie Musulmane, l’Impero Maratha, i Re Rajput e i governanti Sikh furono incapaci di sviluppare la teoria concettuale di Shiva-Shakti, il Vastu Shastra e gli aspetti astrologici nella loro architettura. Per questi motivi, non regalarono all’India un’era dorata come i Moghul.

La suddetta spiegazione dimostra il mistero che circonda il bastione della dinastia Moghul in India comprovando la potenza Tantrica di Shiva-Shakti e del Vastu Shastra. I Moghul vivevano in quegli edifici costruiti secondo il Vastu Shastra e il concetto Tantrico di Shiva-Shakti (Forte Rosso di Delhi, Forte Rosso di Agra e Fatehpur Sikri). I Moghul, quindi, ottennero un successo in India col forte sostegno del Tantra, del Vastu Shastra e dell’astrologia.

Analizzando la religiosità Imperiale Moghul, prendiamo atto di una semplice realtà. Quest’architettura fu un’emanazione della luce divina (farr-i-izidi). Questa luce ebbe inizio con Adamo (A) e attraverso il lignaggio Profetico Coranico raggiunse la principessa Alanquwa che la trasmise ai reggenti Moghul. Questa luce divina si manifestò pienamente nella forma del sovrano Akbar che poté ricevere delle straordinarie rivelazioni. Ecco perché lo Shastra è nato con Adamo (A) ed Eva (A).

http://www.tradizionesacra.it/moghul_divinita_indiane.html

Tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, la supremazia dei Moghul diminuì e l’Impero Maratha divenne la potenza dominante. L’Impero Moghul fu invincibile e governò l’intero paese fino al 1720 d.C.

La fortezza di Delhi non fu conquistata realmente dalla devastazione Maratha, ma resistette grazie alla sua meravigliosa architettura. Il Forte Rosso fu progettato così perfettamente che persino un semplice Musulmano avrebbe governato senza troppa difficoltà. Questa perfetta e potente costruzione architettonica permise all’ultimo Imperatore Moghul, Muhammad Bahâdur Shâh, noto anche come Bahadur Shah, di governare in pratica solo sul Forte Rosso di Delhi e su qualche area adiacente fino al 1857, prima di essere esiliato in Birmania. Imperatore e Sufi, la sua filosofia a corte fu applicata incarnando un sincretismo Moghul Indù-Musulmano.

http://en.wikipedia.org/wiki/Bahadur_Shah_II

Questa condizione straordinaria dipende anche dal fiume Yamuna che scorre circolarmente verso Nord-Est formando una mezzaluna. Qualsiasi Vastu (in sanscrito significa “ciò che esiste” essendo manifestato e percepibile) che sorge presso il fiume rimane invincibile offrendo tutti i vantaggi del Vastu al Monarca che governa da esso. Tuttavia, a causa di calamità naturali, il fiume si ritirò riducendo automaticamente i benefici del Forte Rosso. Per questo motivo, la monarchia Musulmana fu limitata soltanto a Delhi.

Essa sopravvisse anche alla forza travolgente Maratha, non solo scampò, ma mantenne anche la sua autonomia. I Maratha, i Sikh, i Jat non furono in grado di stabilire il loro dominio su Delhi. I Britannici hanno sempre dichiarato di aver spodestato in India i Moghul e non il potere Maratha.

Bibliografia

1.      R. Nath, “Depiction of a Tantric Symbol in Mughal Architecture”, Journal of Indian Society of Oriental Art Calcutta, Vol. VII (1975-76)

2.      “Mughal Concept of Sovereignty as traced in the Inscriptions of Fatehpur Sikri, Agra and Delhi (1570-1655)”, Indica, Bombay, Vol. XI No. 2 (September 1974).

3.      Catherine B. Asher, A Ray from the Sun: Mughal Ideology and the Visual Construction of the Divine, in “The presence of light: divine radiance and religious experience” di Matthew Kapstein, 2004

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19 Feb 2011

BUDDISMO TIBETANO E L’ACCETTAZIONE DEL CORANO

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BUDDISMO TIBETANO E L’ACCETTAZIONE DEL CORANO

Molti individui, me compreso, si rattristarono quando i talebani demolirono in un solo colpo le statue dei Buddha in Afghanistan. Questi distruttori, credettero erroneamente che i Buddha fossero sinonimi d’idolatria, e come adoratori del Dio unico erano in dovere di distruggere tutte le immagini dei falsi dèi.

I talebani ritenevano di seguire prima l’esempio di Abramo, la pace sia su di Lui, e poi il modello di Muhammad, la pace sia su di Lui, quando conquistò e ripulì la Ka’aba da tutti gli idoli alla Mecca.

L’Islam aveva 100 divinità separate e le ha unite in un unico Allah con i suoi 99 attributi.

Altre religioni hanno fatto lo stesso. I fanatici intolleranti (e di solito ignoranti) seguaci di una sola fede, definiscono “idoli” gli attributi divini di un’altra fede, mentre tutti quelli di dio li chiamano angeli o nomi del dio unico.

Ho studiato un sacco di religioni e non ne ho ancora incontrata una che sia veramente politeista. Tutte hanno una divinità suprema le cui “parti” apparenti o gli “elementi” costituenti sono chiamati in un modo che, esteriormente sembrano esserci molti dèi, ma tutti questi dèi sono espressioni o manifestazioni dell’unico Obatallah, Ra, Brahman, El, ecc..

Ritengo che l’invasione americana dell’Afghanistan sia la reazione karmica alla distruzione delle statue dei Buddha operata dai talebani.

Una differenza enorme tra le presunte religioni monoteiste e le probabili politeiste, è che queste ultime si consacrano alla realtà dell’esperienza di Dio, mentre le prime parlano e investigano su Dio inveendo su chi non conviene al 100% con le loro speculazioni.

Il lama Buddista tibetano Yesce1, la pace sia su di lui, scrisse nel libro “La beatitudine del fuoco interiore”:

“Il Kalachakra Tantra parla di gocce di Kundalini che hanno la potenzialità del paradiso e dell’inferno, di tutti i sei regni. La meditazione del fuoco interiore scuote davvero tutto il nostro sistema nervoso e la nostra intera visione della realtà. Noi non vogliamo avere l’energia dei regni inferiori all’interno del nostro sistema nervoso come se stesse seduta in attesa della nostra morte. Vogliamo scuoterla e portarla adesso al chakra dell’ombelico. Quando lo facciamo, vediamo improvvisamente l’inferno, siamo nell’inferno. Le esperienze celesti e infernali durante la meditazione sono possibili perché l’intera energia universale è dentro il nostro sistema nervoso sottile e può manifestarsi da esso”.

Il Corano ugualmente nella surah 102, at-Takathur, dichiara:

“Vi distrarrà da Dio la gara di ricchezza fino al giorno

che visiterete le tombe. Invece no!

Ben presto saprete. E ancora no! Ben presto saprete. Ahi!

Se solo sapeste di scienza certa! Voi

Vedreste certamente l’inferno. Lo

vedrete con l’occhio della certezza.

Quindi, in quel giorno, sarete interrogati

sulla Beatitudine.”

(Corano, 102: 1-8)

L’enorme saggezza contenuta in questi 8 versi non mi basterebbe per scrivere un libro intero.

Grazie a lama Yesce, la pace sia su di lui, sappiamo che le visioni paradisiache e infernali sono gli effetti della meditazione profonda.

Durante le nostre vite accumuliamo condizionamenti, samskarakarma. Ci copriamo così dì risposte condizionate e mascheriamo la nostra personalità seppellendola e soffocandola sotto il peso di tanta immondizia accumulata.

I saggi Imhotep ed Elijah Muhammad ci consigliarono la ricerca della conoscenza del sé.

Il vostro vero sé non è il complesso di abitudini, emozioni e pensieri con cui v’identificate. Quel “falso voi” è un’immagine scolpita, una figura idolatrica che maschera il vero e vivente Dio abitante all’interno.

Quel vero voi è nascosto, invisibile, perciò un attributo di Allah è al-ghayb, l’invisibile. In Egitto, questa natura fondamentale umana e Divina fu chiamata Amen-Ra, “la Vita Nascosta”.

Tutti i nostri problemi personali si radicano nella mancanza di conoscenza del sé (anima).

“Le tombe” o “i sepolcri” della surah 102 si riferiscono alla meditazione profonda in cui il meditante muore simbolicamente al mondo. Il mio articolo “Lascia i morti seppellire i loro morti” (il titolo è tratto dal versetto biblico in Matteo, 8: 21-22) tratta questo concetto più in dettaglio.

Nella meditazione profonda i sensi sono ritirati, ma quando inizi a meditare, siamo distratti da tutti i tipi di pensieri sciocchi, casuali. Alcuni scrittori li hanno metaforizzati come demoni che li attaccano in una grotta. “Vi distrarrà da Dio la gara di ricchezza fino al giorno che visiterete le tombe.” (Corano, 102: 1-2) Prima di raggiungere lo stato profondo di onde cerebrali delta, i pensieri casuali verranno a distrarci e a distoglierci.

Persistendo, ritireremo i nostri sensi “come una tartaruga che si trascina nel suo guscio”.

Quando i sensi si sono ritirati, emergono una visione e un livello completamente diversi di conoscenza. “Ben presto saprete!” (Corano, 102: 3)

La maggior parte di ciò che pensiamo di sapere, non la conosciamo per nulla. Noi pensiamo, noi crediamo.

Non ho quasi rispetto per alcun cosiddetto “credente”. Credendo, ammette effettivamente di non sapere. Infatti, il Corano afferma che l’uomo conosce pochissimo, solo teorie, opinioni, ipotesi (congetture) da seguire.

Purtroppo, i tombaroli spirituali Arabi ed Ebrei hanno distorto “l’Amen” e l’hanno trasformato in “credenza” e “fede”. E allora io dico che se non sei un uomo o una donna di fede, non sei in compagnia della loro divinità quotidiana.

Io non sono un uomo di fede. Tento di essere un uomo di scienza. Potete conservare la vostra fede. La vostra fede significa che non sapete, cioè, che siete persone ignoranti.

La Bibbia afferma: “Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza.” (Osea, 4: 6) Non si tratta di mancanza di fede. C’è troppa fede.

Hanno sbagliato tutto.

La parola “semitica” “amana” deriva da Min e Amen. In realtà, si riferisce all’energia di punto zero e al punto zero di Coscienza (Nirvana).

In verità Gesù, la pace sia su di Lui, ha detto: “Se tu avessi abbastanza particelle di antimateria per riempire un granellino di senapa, potrebbe saltare in aria una montagna”, e non “se avrete fede pari a un granellino di senapa.” (Matteo, 17: 20)

Gesù era uno scienziato.

Al punto zero di Coscienza tutto è possibile. “Il vostro innato stato di Amen vi ha reso sani o integri”; è questo che intendeva quando ha catalizzato una guarigione, e non “la vostra fede”.

“Voi vedreste certamente l’inferno.” (Corano, 102: 6)

Voi create le vostre esperienze infernali (e paradisiache) dalle profondità del vostro essere. L’inferno, potremmo dire, è un ologramma di tutti gli atti accumulati (comprese le azioni mentali) in questa vita e in altre esistenze.

La nostra anima registra ogni nostro comportamento. Il nostro “giudizio” è determinato dalla registrazione scritta sulla nostra anima. Il Corano dichiara:

“Leggi il tuo libro! È sufficiente la tua anima, oggi, a computare contro di te le tue azioni!” (Corano, 17: 14)

Nello stato di profonda meditazione si può diventare chiaroveggente. Si possono vedere molte cose: dakini, angeli, deva, demoni, vite passate, vite future, scene casuali o il vostro Sé Superiore.

“Lo vedrai con l’Occhio Certo”.

L’Occhio Certo è il Terzo Occhio Risvegliato. “Il mio occhio ha visto la gloria della venuta del Signore”. (The Battle Hymn of the Republic)

Non siamo qui per soffrire, anche se il Buddha insegnò che la sofferenza esiste, ma nelle Quattro Nobili Verità Buddha Shakyamuni ha anche identificato la causa e la fine della sofferenza.

Noi soffriamo perché siamo indotti a credere che le cose irreali siano reali. Stevie Wonder cantava: “Quando credi in cose che non capisci, che poi ti fanno soffrire, la miglior cosa non è la superstizione.”

Le realtà oggettive dipendenti non sono molto reali. Le nostre vite sono sogni. Siamo diventati attaccati all’effimero, le cose evanescenti sono effettivamente vuote, vane o bâtil (nulle); giacché il Corano designa nella dunya i fenomeni del regno inferiore.

Noi siamo concepiti per sperimentare naturalmente la beatitudine (na’iym).

“Sicuramente chi padroneggia la ritenzione dello sperma

[amanu: letteralmente in arabo sono “coloro che credono”; in realtà significa dar fede al principio tantrico della ritenzione spermatica]

lavorando per collegare insieme le parti energetiche

[salihaat: letteralmente in arabo “le buone azioni”; significa applicare la tecnica della circolazione dell’energia collegando le varie parti del corpo. Sono queste le buone azioni],

il loro Rabb [o guru] li guida attraverso la

realizzazione dell’Amen-coscienza

[imanihim: letteralmente in arabo “la loro fede”; in questo caso significa il Samadhi o l’Amen]:

? flusso di correnti (letteralmente in arabo “fiumi o ruscelli” è l’energia attinta dalla terra)

provenienti da sotto i loro piedi nei giardini di Beatitudine (na’iym).”

(Corano, 10: 9)

Non troverete nessuna traduzione interpretativa del suddetto versetto Coranico che ho appena presentato. Questa traduzione di parole arabe molto tecniche è effettivamente la più corretta in italiano.

Altri traduttori interpretano amanu per “coloro che credono” e ‘amilu-s-saalihaat per “compiere buone azioni”.

La pratica della meditazione interiore del fuoco concede grande beatitudine e illuminazione.

I giardini di Beatitudine si riferiscono agli stati di trance estatica.

Note

1: Il lama buddista tibetano Thubten Yeshe è co-fondatore della fondazione per la preservazione della tradizione tantrica mahayana.

Bibliografia

Amir Fatir, Tibetan Buddhism and Quran Agree

http://www.tradizionesacra.it/buddismotibet_corano.htm

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19 Feb 2011

IL ROMBO ENERGETICO NELLA CURA DELLE MALATTIE ENDOCRINE

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IL ROMBO ENERGETICO NELLA CURA DELLE MALATTIE ENDOCRINE

Le malattie endocrine disturbano le funzioni delle ghiandole a secrezione interna, la biosintesi, il meccanismo d’azione e lo scambio degli ormoni nel corpo.

Le ghiandole endocrine producono e secernono ormoni nel sangue che influenzano il metabolismo, alterando la funzione dell’intero organismo o dei singoli organi e sistemi. Il compito principale del sistema endocrino è di coordinare le attività del sistema cardiovascolare, respiratorio, escretore, ecc… Il sistema endocrino compie questa funzione in stretta cooperazione con la struttura energetica e col sistema nervoso centrale del corpo.

Il sistema endocrino include l’ipofisi, la tiroide e vicino a essa, le isole pancreatiche o isole di Langerhans, la corticale delle ghiandole surrenali, i testicoli, le ovaie, l’epifisi o la ghiandola pineale, la ghiandola del timo (timo). Il sistema endocrino è in rapporto diretto con l’ipotalamo; con i tessuti ormonali del tratto gastrointestinale; con i reni che secernono ormoni nel sangue, renina e l’eritropoietina; col cuore che secerne l’ormone natriuretico; col sistema nervoso centrale che genera i neurormoni.

Sebbene le malattie endocrine varino nella forma, sintomi e decorso, esse hanno un comune squilibrio energetico; ecco perché i guaritori Bulgari agivano sul malato seguendo il seguente schema: ipotalamo-ipofisi (attraverso Ajna chakra), la ghiandola tiroidea e del timo (tramite Vishuddha chakra), i reni e le ghiandole surrenali (mediante Manipuraka chakra), i testicoli o le ovaie (in Muladhara chakra).

Il guaritore, influenzando il chakra, dapprima “lo pulisce” di energia “fredda”, e poi lo riempie di prana. Contemporaneamente, l’influsso si sposta sull’organo malato, ad esempio, nel caso dell’ipoparatiroidismo, il guaritore stimola la tiroide e le paratiroidi.

Dopo il ripristino dell’equilibrio dei centri energetici, il guaritore influenza il “rombo” d’energia (Vishuddha chakra, le ghiandole surrenali e la kundalini) inserendo un programma nel centro telepatico (Ajna chakra). L’impostazione del programma di guarigione prevede “l’accensione” di un colore specifico per ciascuna delle ghiandole endocrine: un colore sole al tramonto per le ghiandole sessuali; un colore dorato per i reni; un colore blu chiaro per il timo; un colore blu scuro per la ghiandola pituitaria.

Alla fine della seduta è necessario ripristinare il campo energetico del paziente dandogli un color verdaccio, come un’onda marina.

Il trattamento del sistema endocrino della persona attraverso il suo campo energetico (aura).

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1. Una dieta generale durante le malattie endocrine consiste in un utilizzo minimo di cibi grassi e di proteine. Ricordiamo il detto dei guaritori Orientali: “lo zucchero paralizza il sistema digerente e nervoso”;

2. L’uso di erbe medicinali (vedi capitolo “La fitoterapia…”);

3. L’osservanza di un ritmo regolare quotidiano;

4. L’esecuzione di esercizi respiratori e fisici (vedi cap. “http://www.tradizionesacra.it/Introduzione_allo_Yoga_Musulmano_dei_Bulgari_del_Volga.htm”).

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29 Dic 2010

L’AGAMA JNANA SAGARA DI ALI RAJA

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L’OCEANO DI AMORE

L’AGAMA1 DI ALI RAJA/ JNANA SAGARA

A cura di David G. Cashin. Professore alla Columbia International University, è studioso di Islam e Indologo.

Dedicato al dott. Ahmad Sharif che mi condusse attraverso il labirinto del misticismo Bengalese Medioevale.

PREFAZIONE

Ho avuto il privilegio di vivere in Bangladesh per circa sei anni; nella sua prima metà come studente dell’Università di Dacca, e nella sua seconda metà come ricercatore di letteratura Bengalese per conto dell’Università Stoccolmese (Svezia). Sebbene fossi uno straniero in questa terra, ho condiviso in qualche modo le sue gioie e i suoi dolori. Mi duole che il Bangladesh sia conosciuto in Occidente soprattutto per le sue catastrofi naturali e per la povertà, poiché la positività di questa terra è semplicemente sconosciuta o trascurata in Occidente. Il Banglandesh è giustamente orgoglioso della sua lunga e varia tradizione letteraria. Il suo più grande deposito è la ricchezza culturale, ma purtroppo è ignoto all’Occidente.

Ci sono diverse ragioni di questa trascuratezza. In primo luogo, i ricercatori Occidentali di letteratura Bengalese hanno quasi tutti studiato a Calcutta. Anche se Calcutta è il centro riconosciuto degli studi Bengalesi, si evidenzia poco il contributo Musulmano alla letteratura Bengalese, in particolare Medioevale. I manoscritti non sono generalmente disponibili. Questa situazione deve trovare un aggiustamento. Mi auguro che il presente studio e altri, stimolino l’interesse per questa vasta e affascinante tradizione letteraria nel mondo Occidentale. Confido che altri si uniscano alla missione.

Questa trascuratezza dipende da un’altra ragione sottile, cioè dalla tradizione letteraria Musulmana dell’età di mezzo, ugualmente in Bangladesh. Questa letteratura rappresenta ciò che Asim Roy nomina la Tradizione Islamica Sincretistica del Bengala. Non condivido l’uso del termine “sincretistico”. Sono sicuro che gli scrittori di questa tradizione non si considerassero mai dei sincretisti diversi dagli altri Musulmani. Nelle menti di alcuni Bengalesi questa letteratura rappresentò l’eterodossia, persino la deviazione. I ricercatori in questo campo tristemente scarseggiano anche qui, ma a mio avviso, questa letteratura rappresenta la bellezza del Bangladesh. La società del Bangladesh è profondamente tollerante. L’armonia tra Musulmani, Indù, Buddisti e Cristiani è un tema ricorrente nella letteratura di questa terra. Forse anche più importante, è la tolleranza mostrata per le varie scuole di pensiero all’interno dello stesso Islam.

L’Islam in Occidente, purtroppo, è rappresentato dal volto degli Ayatollah. Quale meraviglioso contrasto il Bangladesh presenta di quel ritratto. È una terra in cui i credenti ortodossi indossano i pagris (turbanti) e i seguaci del Langta Fakir (il fakir nudo) rinunciano al più semplice panno, è un paese in cui a un angolo di strada il mahfil-i-milad (riunione in cui la storia della nascita del Santo Profeta è recitata) è ascoltabile e a poca distanza si ode il canto ritmico di un gruppo Sufi. La tariqah Maijbhandari* canta sul Profeta Muhammad, su Radha e su Krishna; mentre i discepoli di Pir Atroshi raccolgono seguaci nel palazzo presidenziale. Sunniti, Sciiti, Sufi, chari chandra (gli adoratori delle quattro lune) e pancom rasa, tutti hanno il loro posto in Bangladesh. Si tratta di una tradizione di cui andare fieri!

Colgo l’occasione per ringraziare un certo numero d’individui e di organizzazioni senza il cui aiuto questa tesi non poteva completarsi. Il dottor William Smith è stato consigliere e insegnante di medio Bengalese, e ha fornito innumerevoli aiuti lungo il percorso per il completamento di questo lavoro. Il dottor Ahmad Sharif mi ha dedicato molte ore del suo tempo, e rifiutando ogni rimunerazione mi ha guidato nella traduzione di questi manoscritti. È un ottimo esempio d’insegnante e di ricercatore motivato dal profondo amore per la lingua, la letteratura e la tradizione Bengalese. Grazie dottor Sharif. Vorrei anche ringraziare il Dipartimento di Bengalese presso l’Università di Dacca e il suo intero staff, e in particolare Mansur Musa per l’aiuto fornito, sia nello studio della lingua sia nell’analisi del manoscritto. Il Sig. Shamsuzzaman Khan e il personale dell’Accademia Bengalese sono stati di grande aiuto sia nella preparazione di questo manoscritto, sia nella ricerca continua. Ne sono ora coinvolto. Gli esprimo il mio particolare ringraziamento.

* : I Maijbhandari hanno due livelli di culto: (a) un Sufismo Arabo-Persiano con agiografie e testi teologici; (b) una forma popolare Tantrica è rintracciabile nelle canzoni Bengalesi.

INTRODUZIONE

L’Agama Jnana Sagara di Ali Raja, è un testo in lingua Bengalese del 18° secolo che combina il culto Vaisnava-Sahajiya e la dottrina del Sufismo, sebbene questa mistura non sia immediatamente evidente nel testo. Il titolo suggerisce una connessione al Tantrismo, giacché trattasi della ricerca iniziale da me intrapresa. Abdul Karim, che ha curato per primo la seconda parte dell’opera, ha dichiarato che è molto difficile capirlo e non si pronuncia sulle sue fonti, ma afferma che si tratta di un lavoro di mistica Islamica. La sua breve dissertazione sugli altri scritti di Ali Raja, tuttavia, fornisce alcuni spunti di riflessione. Egli osservò la dichiarata devozione di Ali Raja per Radha e Krishna in alcune delle sue liriche Vaisnava che egli scrisse. Seppur sia stato possibile a un uomo scrivere l’opera Islamica del Jnana Sagara, è “impossibile per me spiegarla”2,dichiara. Il dott. Ahmad Sharif, che in seguito rivide il resto del lavoro, ha analizzato alcune delle potenziali fonti del testo. È menzionata l’influenza Buddista, Vaisnava, Sahajiya, Vedantica, Nathista, Baul e Yogica.3

Questo non ci dice molto, giacché tutti i culti esoterici hanno mutuato dai sistemi precedenti amalgamandosi liberamente con essi. S.K. De precisa quest’osservazione nel suo studio sulla storia del movimento Vaisnava Bengalese:

Nella complessa trama del Vaisnavismo Bengalese si intrecciano anche delle idee provenienti da svariate fonti non Vaisnava… I principi e gli esercizi lasciati dal decadente Buddismo e già infossati nell’Induismo attuale hanno avuto successo nei pensieri religiosi e nelle pratiche del tempo. Tutte queste caratteristiche d’involgarimento del Tantra decadente, nelle forme Indù e Buddista, esposero il Vaisnavismo a elevate tentazioni erotiche.4

Il punto, allora, non è di individuare le origini di particolari concetti in questo testo, ma di identificare il culto specifico attraverso il quale questi concetti esoterici sono mediati. È stato già affermato, nel caso di questo testo, che la fonte sia il culto Vaisnava-Sahajiya.

Prima di procedere all’analisi del testo, è necessario analizzare le motivazioni di questo studio, sia su quanto è stato in precedenza scritto, sia sul valore del testo di Ali Raja. Al pari dei testi Tantrici che Bharati considerò “ammutoliti in silenzio e coperti dal mistero”,5 i testi Sufi del Medioevo Bengalese furono completamente ignorati. Forse l’atteggiamento migliore è caratterizzato dalla seguente dichiarazione del dr. Muhammad Enamul Haq, che è considerato uno dei massimi esperti di Sufismo Bengalese:

Prima del 17° secolo, il Sufismo Bengalese adottò un nuovo percorso, e in un secolo e mezzo assorbì molti elementi indigeni, credenze e pratiche che fecero perdere non solo la sua purezza incontaminata e la sua individualità, ma anche il suo significato spirituale, la sua forza intrinseca e il suo carattere espansivo. Con la perdita di tutti questi principi, il Sufismo Bengalese divenne molto simile al Tantrismo, al Yogismo, al Nathismo e ad altri sistemi simili di pensiero indigeni e ascetici.6

Naturalmente, la maggior parte dei manoscritti Sufi Medioevali Bengalesi rientra in questa categoria; quindi, non è sorprendente che il dottor Haq abbia trascorso la maggior parte del suo studio a esporre il Sufismo Persiano. Il suo unico commento al lavoro di Ali Raja è questo: “Tutto il libro è cosparso di Yoga Vaisnava e Buddista, e d’altre idee non Islamiche”.7

Il Muslim bangla-sahitya («Letteratura musulmana bengalese», in Bengali, Dacca, 1965) del dott. Haq che è una visione d’insieme del contributo Musulmano alla letteratura Bengalese, soffre di questo stesso pregiudizio. I suoi commenti su Ali Raja sono limitati a una sola pagina, mentre la controversia riguardante il titolo del presente testo è discussa nel modo seguente:

Agama e Jnana Sagara sono le due parti dello stesso volume, anche se il nome del libro originale non è noto. Tuttavia, il nome della prima parte è Agama, mentre la seconda parte è denominata Jnana Sagara. Si tratta di una miscela d’insegnamenti Sufi e Yogici, il cui tentativo è la riunificazione della cultura Indù e Musulmana”.8Asim Roy considerò lo scritto di Haq una “nota descrittiva e di glorificazione, piuttosto che una storia interpretativa della prima letteratura Musulmana Bengalese.9

La critica di Roy alla trattazione che Haq fa dell’Agama/Jnana Sagara, comunque, comporta un esame minuzioso. La sua critica principale rivolta a Haq, ad Abdul Karim e ad Ahmad Sharif, è che essi separano in due opere Agama e Jnana Sagara, mentre Roy li identifica come parti della stessa opera il cui titolo è Agama. A sostegno della sua tesi, cita un verso del Jnana Sagara, in cui afferma che il titolo del libro è Agama.

Ciononostante, sebbene le due opere siano ovviamente dei manuali accoppiati, la cui inclusione riproduce il miglior manoscritto Bengalese, essi furono divulgati anche separatamente. Inoltre, i due volumi procedono in modo separato, anche se trattano questioni strettamente correlate. Agama presenta principalmente una cosmologia della creazione, mentre il Jnana Sagara contiene soprattutto degli aforismi per il corretto comportamento di un fachiro. Anche nel miglior manoscritto, i titoli dei volumi sono chiaramente separati.

Mi chiedo se l’uso del nome Agama nel testo del Jnana Sagara significhi che il titolo dell’intero lavoro avrebbe dovuto essere Agama. In altri punti del Jnana Sagara, Raja afferma che il titolo del suo libro è Jnana Sagara.10 I suoi argomenti che Agama, quindi, sia il solo titolo del lavoro sono poco convincenti.

The Islamic Syncretistic Tradition in Bengal (Princeton, 1983) di Roy, è il primo volume in Inglese ad apparire sulla letteratura Medioevale Musulmana Bengalese. Egli dichiara che il suo studio ha due scopi:

La prima letteratura Musulmana Bengalese solleva, pertanto, due questioni di vitale importanza che riguardano una comprensione adeguata del processo d’Islamizzazione del Bengala. Primo, la moltitudine dei credenti Musulmani Bengalesi si trovò in una situazione sociale e culturale paradossale, la cui barriera linguistica e culturale non li ammetteva alla straniera tradizione Islamica, giacché erano immersi nella preesistente tradizione locale non-Musulmana. In secondo luogo, è necessaria un’analisi attenta della tradizionale natura religiosa e sincretista che emerge dal corpus di questa letteratura religiosa e semi-religiosa”.11

Il suo primo scopo supera i limiti del presente studio. Il suo secondo scopo comporta una considerazione attenta. Egli afferma:

Questa letteratura abbisogna maggiormente di una storia interpretativa ed esauriente. Il Muslim bangla-sahitya («Letteratura musulmana bengalese», Karachi, 1957) di M. E. Haq in Bengalese e la sua versione in Inglese, è il primo, e in sostanza, l’unico tentativo operato in questa direzione.12

Quest’asserzione è fuorviante, se non semplicemente falsa, giacché dipende dall’interpretazione data alla parola “esauriente”. M. E. Haq è un uomo di paglia. Il più importante sforzo “interpretativo” dei testi Sufi Bengalesi è il Banglar Sahitya Sufi (Dacca, 1969) di Ahmad Sharif.

Non è così esauriente come il lavoro di Roy, giacché Sharif si limita a otto manoscritti; ma questi sono gli otto manoscritti più importanti che trattano di storia mitologica, cosmogonia, cosmologia, misticismo ed esoterismo. Questi documenti costituiscono la struttura principale di Roy, la cui unica citazione del lavoro è in una nota in calce al termine di un lungo elenco di testi curati: “Alcune opere mistiche sono state redatte da Ahmad Sharif nel suo Banglar Sahitya Sufi (Dacca, 1969)”.13

Si ha l’impressione che l’opera sia soltanto una raccolta di testi curati. Sharif, tuttavia, inizia con sessanta pagine l’analisi storica di questi testi e delle loro fonti filosofiche. Egli analizza anche il processo attraverso cui il Sufismo adottò i sistemi esoterici locali. Inoltre, presenta ogni testo con un massimo di quindici pagine analizzando le sue fonti e il suo punto di vista filosofico, oltre ad aggiungere ampie citazioni. Per quanto riguarda questi testi specifici, l’analisi di Roy è pressoché analoga a quella di Sharif, seppur a volte l’analisi di Sharif sia più minuziosa della ricerca di Roy.

L’Agama/Jnana Sagara è un caso emblematico; Sharif indica il collegamento Sahajiya nel testo, che Roy non cita mai. Forse Roy non conosceva il contenuto del libro di Sharif. In ogni caso, questa è un’omissione grave considerando le preoccupazioni di Roy per la compiutezza del lavoro; inoltre, Roy utilizza circa la metà dei testi riveduti da Ahmad Sharif essendo l’autorità più competente in materia.

Il Banglar Sahitya Sufi di Ahmad Sharif e The Islamic Syncretistic Tradition in Bengal di Roy sono studi di massima che tracciano le caratteristiche principali della tradizione letteraria Musulmana Bengalese Medioevale.

Le loro osservazioni su testi specifici sono relativamente brevi e tendono a identificare, sulla base della terminologia testuale, un ampio spettro d’influenze. Si definisce così in modo impreciso, a volte, il punto di vista filosofico espresso facendo sorgere problemi d’interpretazione. La trattazione di Asim Roy dell’Agama/Jnana Sagara è tipica. La sua analisi segue la stessa linea della precedente discussione di Ahmad Sharif. Egli cita in primo luogo l’influenza Tantrica:

Ali Raja si è soffermato a lungo sul principio mistico della dualità che si unisce nell’uno … Gli aspetti informali e formali dell’essenza divina furono comparati alle nozioni Tantriche Induiste di Bhavaka e Bhavini”.14

In seguito, spero di dimostrare che non si tratta di un’influenza diretta del Tantrismo, ma è un termine Tantrico utilizzato dalla filosofia Vaisnava-Sahajiyya, una forma Tantrica del Vaisnavismo (http://en.wikipedia.org/wiki/Vaishnava-Sahajiya). La chiave di volta è l’utilizzo del termine prema rasa nel linguaggio figurativo dualista.

Roy cita ampiamente, seppure per lo più con singole parole, il testo di Raja. Così, abbiamo un’idea del testo senza definirne con precisione la sua filosofia. Roy nota, per esempio, l’influenza Yogica:

La marifa (gnosi) scrive Ali Raja, è ciò che chiamiamo agam e la sharia è aperta e conosciuta; mentre agam è nascosto ed è il segreto Vrindavan15 del Signore… Alla gente è ordinato nel Corano di aderire alla via dello Yoga, e Dio nasconde sicuramente la propria visione alla persona che ha raggiunto il cielo in virtù della sua grande pietà, tranne a chi adotta lo Yoga”.16

Quest’affermazione non dice molto su come tutti i culti esoterici utilizzano lo Yoga a certi livelli. Un simile riassunto testuale è impreciso, soprattutto se tradotto letteralmente, se non si possiede una comprensione fondamentale della filosofia. Roy afferma:

Nonostante la forte enfasi posta sulla verità dell’amore esoterico, l’importanza della conoscenza formale (‘ilm), della rivelazione e dell’attaccamento alla sharia non fu trascurata. Anche nella percezione religiosa di Ali Raja, che è così profondamente permeata dall’influenza Yogico-Tantrica, la sharia è la “radice assoluta” giacché è essenziale per la comprensione della verità agamica.17

Penso che Roy fraintenda Raja su questo punto. Non conosco nessun gruppo di mistici Sufi in Bangladesh, dall’identità fachira, che segua la sharia. La sharia è la legge Islamica, che copre l’intero ambito di comportamento, con particolare riferimento ai 130 Faraj (obbligazioni) o leggi rituali richieste e prescritte al Musulmano per la sua vita quotidiana. La questione principale è, tuttavia, che il fachiro non segue la sharia. Il termine sharia è usato come una parola in codice per riferirsi al rituale preparatorio iniziale dello stadio pravarta (novizio) della Sahajiya sadhana.

Allo stesso modo, l’esposizione di Roy sui maqam o tappe dei viaggi mistici, non è altro che un elenco di alcune similitudini che Raja utilizza. Nella sua trattazione riguardante l’opinione di Raja sulla divinità, afferma:

Ali Raja mostrò la più forte espressione dell’immanente e panteistica natura della divinità. L’infinita e informe essenza di Dio, egli affermò, è una descrizione inadeguata. Chi potrebbe penetrare la sua vera natura? Egli mantiene il segreto della sua essenza a chicchessia e si rivela alle persone solo nelle sue forme manifeste. La gente è ingannata dai suoi attributi transitori.18

Roy (e Sharif prima di lui) sostiene qui l’influenza del pensiero Vedantico, nulla di particolare è l’uso dei termini paramatma e jivatma, e le sue argomentazioni a sostegno della non-violenza contro qualsiasi essere vivente. In questo modo, si afferma la notevole influenza della filosofia Indù negli scritti di Ali Raja. Questo vale pure per la sua dissertazione sul guruvada19. Egli cita brevemente qualche termine Nathista:

Si noti che hamsa o ajapa sono centrali nel sistema Yogico-Tantrico. Le due sillabe ham e sah spesso rappresentano l’esalazione e l’inalazione o anche Shiva e Shakti. Param-hamsa (scritto anche paramahansa) si realizza meditando sul nome di hamsa. La potenza del suono del nome di hamsa, secondo Ali Raja, purifica il corpo e la mente.20

Dalla sua nota in calce si capisce che la terminologia trattata è Nathista, ma Roy non lo spiega in modo chiaro e profondo. Infatti, il testo si connette più chiaramente al culto Vaisnava-Sahajiya che al credo Nathista, ma questo nesso non è neanche menzionato nel libro di Roy. Il lavoro di Roy, però, è un’introduzione eccellente a questi testi seppur non scavalchi gli scritti precedenti.

Uno scrittore ha, tuttavia, individuato la fonte primaria della visione filosofica di Ali Raja. Shashi Bhushan Dasgupta nel suo lavoro “Oscuri Culti Religiosi” (Calcutta 1962), commenta brevemente il Jnana Sagara di Ali Raja:

Si tratta di un testo di Yoga Islamico in lingua Bengalese mischiato con le idee dell’ideologia Vaisnava-Sahajiya e Nathista.21

La mia linea analitica darà la preminenza alla connessione col culto Vaisnava-Sahajiya.

Il fondamento logico di questo studio è di compensare le parecchie opere precedenti, le quali hanno solo introdotto in generale la letteratura Sufi Bengalese. Sento che il tempo è maturo per uno studio approfondito che includa il testo e la traduzione di uno di questi documenti. Essendo un novizio negli studi Sufici e del Vaisnavismo Sahajiya, la mia analisi sarà, necessariamente, un po’ provvisoria. Ho fornito, quindi, l’intero testo dell’Agama e le sezioni del Jnana Sagara affinché altri più perspicaci di me interpretino integralmente il significato di questo testo. Forse sembra inadeguato, ma è importante che gli studi Indologici di questi testi siano approfonditi.

Detto questo, bisogna considerare la seconda questione che ho postulato in precedenza circa il significato del testo di Ali Raja. In breve, perché questo testo? Perché è stato selezionato e tradotto questo testo rispetto a dozzine di testi più importanti? Fornisco tre risposte a questa domanda. Primo, gli scrittori precedenti di testi Medioevali Sufi Bengalesi (Karim, Haq, Sharif e Roy) hanno confidato sia sul suo testo, sia sulle altre opere. Si tratta dell’unico testo citato per nome da Shashi Bhushan Dasgupta in questa tradizione. In secondo luogo, a giudizio di altri studiosi, è un testo importante rappresentativo di una tradizione vivente. Un Oras annuale (o Auras)22 si tiene al luogo di sepoltura di Ali Raja23, nel distretto di Chittagong, e il suo testo è stato ristampato là nel 1985.24 Ho discusso molte ore con i Sufi Bengalesi registrando le conversazioni su nastro per circa trenta ore; così, posso dire che i concetti trovati nell’Agama/Jnana Sagara sono ancora molto diffusi in Bangladesh. Le radici concettuali sono le stesse, sebbene utilizzino la terminologia Araba e Persiana. Non tutti i Sufi in Bangladesh, comunque, sono influenzati dai Vaisnava Sahajiyya, seppur la dottrina principale di un certo numero di gruppi provenga da questa fede. L’Agama/Jnana Sagara di Ali Raja, quindi, è peculiare delle scritture Sufi Bengalesi Medioevali.

1. Il sistema filosofico e yogico shivaita è conosciuto in genere come agama. La parola agama significa una dottrina tradizionale o un sistema che controlla la fede.

2. Abdul Karim, in Ahmad Sharif, 1969, pag. 406-408.

3. Ahmad Sharif, 1969, pag. 312-321.

4. S.K.De, 1986, pag 26.

5. Agehananda Bharati, 1965, pag. 9.

6. Muhammad Enamul Haq, 1976, pag. 52

7. Muhammad Enamul Haq, 1976, pag. 376

8. Muhammad Enamul Haq, 1965, pag. 279 (mia traduzione)

9. Asim Roy, 1983, pag. 12

10. Cf. pagine 90 e 91 in questo studio.

11. Asim Roy, 1983, pag. 7.

12. Ibid., pag. 10.

13. Ibid., pag. 10.

14. Sim Roy, 1983, pag. 125.

15. Vrindavan: Goloka, il paradiso vishnuita d’eterna bellezza e beatitudine.

16. Roy., 1983, pag. 144.

17. Roy., 1983, pag. 144.

18. Roy, pag. 156.

19. La dottrina che sottolinea l’indispensabilità del guru per il ricercatore spirituale.

20. Ibid., pag. 185.

21. Das Gupta, 1962, pag. 177.

22. La parola Persiana Oras significa “nozze”, ma il termine è spesso pronunciato Auras il cui significato è “seme”. Si riferisce al festival annuale in cui sono diffusi gli insegnamenti di una setta.

23. Questi luoghi di sepoltura sono indicati come “majar”.

24. Questo testo è pieno di corruzioni indicanti che i seguaci di Raja ignorano forse il significato di alcuni dei suoi insegnamenti.

TUTTA LA VITA DI RAJA E I SUOI SCRITTI

Siamo consapevoli delle date esatte di Ali Raja grazie a un colophon scritto di suo pugno e conservato presso questa sepoltura attestante la sua data di nascita al 1759, mentre una scrittura di un suo discepolo afferma che morì il 1837.1 Ahmad Sharif ritiene che il colophon riportato nell’Agama/Jnana Sagara sia stato scritto mentre il suo Pir, Shah Keyamuddin, era ancora vivo. Se fosse così, il libro fu scritto qualche tempo prima della sua morte stabilita il 1790.2 Il suo luogo di nascita e l’ubicazione della sua sepoltura è il villaggio Oskhain, nel distretto di Chittagong. Era noto come un fachiro non impegnato in austerità, ma rimase il titolare della sua casa fino all’ultimo.3 Ha al suo attivo altri due lavori, il Dhyana Mala, un’opera di filosofia musicale, e il Siraj Kulab, una raccolta di aforismi e di storie provenienti dai quattro libri sacri per i Musulmani (i cinque libri di Mosè, i Salmi, il Vangelo e il Corano).

Inoltre, ha a suo credito un gran numero di poesie Vaisnava. Due raccolte di poemi Musulmani Vaisnava contengono delle ampie selezioni di Ali Raja. Il Muslim Kavir Pada-Sahitya di Ahmad Sharif enumera quarantatré poesie di Ali Raja, di cui una non è elencata in nessun’altra collezione.4 L’altra opera di Bhattacarya, il Musalman Kavir Padamanjusa, è poco curata poiché mescola gli scritti di Ali Raja e di Muhammad Ali Raja, un poeta del tardo 19° secolo (cfr. poema numero 40 nella sua collezione)5. Così, le poesie supplementari che elenca sono discutibili (numeri 1, 22, 38, 40 e 46).

Il presente studio non si occupa se la poesia Vaisnava sia stata scritta da Musulmani, o se questi ultimi fossero dei bhakta Vaisnava. Nell’Agama/Jnana Sagara, invece, abbiamo a che fare con un libro Musulmano per un uditorio Musulmano. Qui risiede la possibilità di esaminare le piene caratteristiche della sua filosofia.

1. Ahmad Sharif, 1983, pag. 669

2. Ibid., pag. 670.

3. Ahmad Sharif, 1983, pag. 668.

4. Ahmad Sharif, 161, pag. 191.

5. Sri Jatindramohan Bhattacarya, 1984, pag. 364-365.

MANOSCRITTI E METODOLOGIA DI TRASCRIZIONE

Quattro copie dell’Agama/Jnana Sagara sono conservate presso la Biblioteca Universitaria di Dacca. Questi esemplari sono vecchi di 90-125 anni. Tre trascrizioni sono scritte in Bengalese con caratteri Arabi per gli studenti delle Madrase (scuole coraniche) che non leggevano la scrittura Bengalese.

Solo una copia, che è considerata il miglior manoscritto, è scritta a mano in Bengalese ed è abbastanza leggibile. Un secondo manoscritto Bengalese fu usato 35 anni fa solamente da Ahmad Sharif per redigere il suo lavoro. Il manoscritto è, purtroppo, ora mancante. Ho utilizzato l’edizione di Ahmad Sharif, confrontandola col miglior manoscritto ancora disponibile in biblioteca. La maggior parte degli errori è di composizione tipografica.

Ho trascritto nel testo il vocabolario tecnico nella sua forma Sanscrita. In alcuni casi, dopo averlo tradotto inizialmente, ho lasciato nel testo la parola nella sua forma originale per evitare un’espressione Inglese maldestra.

TERMINOLOGIA ESOTERICA DELL’AGAMA JNANA SAGARA

L’analisi filosofica del testo è contenuta principalmente in una nota in calce. Allo scopo di rendere la tesi più chiara, ho scelto tre termini esoterici comuni per una prima analisi. I vocaboli sono rasa, bhava e siddhi/siddha.

Anche se comuni a tutti i culti esoterici del Bengala, ogni termine ha un suo significato e uso distintivo all’interno di ciascun culto. Gli argomenti della mia tesi non si basano esclusivamente sull’interpretazione di questi tre termini, ma i suddetti vocaboli illustrano i problemi interpretativi che si affrontano nel dominio dell’ordinaria terminologia. L’uso che Ali Raja fa del termine rasa è ragionevolmente esposto dal pensiero Vaisnava Sahajiyya. Il suo uso di bhava è inconcludente, sebbene la sua conclusione sia interessante in sé. Siddhi/siddha nel modo in cui sono utilizzati non dimostrano tanto una connessione Vaisnava Sahajiya, ma comprovano un deviamento rispetto all’uso tipicamente Nathista; mostrandoci i limiti delle opinioni di Ali Raja.

Questo studio procederà nello stesso modo per ogni termine. Innanzitutto, vedremo come il termine è definito nel dizionario e le sue radici Sanscrite, ove ciò sia utile. In secondo luogo, esamineremo alcune delle tipiche interpretazioni e gli usi del termine secondo il pensiero delle scuole esoteriche indicate come fonti secondo la prospettiva filosofica di Ali Raja. Infine, osserveremo il modo in cui Ali Raja utilizza ogni termine e lo confronteremo con le nostre potenziali fonti.

RASA

Il termine rasa ha una gamma molto ampia di significati, sia in Bengali sia in Sanscrito. In realtà, si riferisce a certe sostanze quali il sapore, l’aroma, il gusto, lo sciroppo, il succo, l’essudazione e la linfa vitale. Emotivamente si rapporta a sentimenti molto diversi come l’amore, il forte attaccamento, l’umorismo, il divertimento, la gioia e il piacere. Si riferisce alla natura della vanità, all’audacia, al fascino e all’intelligenza. Si usa in maniera allegorica per indicare denaro, mercurio e sperma. Infine, può riferirsi, in senso astratto, ai concetti di essenza, sentimento, senso e significato interiore.

Sul piano esoterico la gamma di significati si riduce considerevolmente, seppur ogni singola scuola abbia una sua interpretazione distintiva. Bharati osserva che in sostanza l’interpretazione del termine all’interno del pensiero Tantrico è un “sentimento estetico”.1 Questo sentimento estetico ha come principio guida il concetto della conoscenza perfetta o realizzazione.2 Il Rasa è connesso soprattutto all’illuminazione, non all’amore. Questo punto importante si differenzia dalle altre scuole esoteriche. Bharati nota due altri significati del termine. Un senso di rasa è lo sperma divino, l’essenza della divinità in ogni cosa; mentre un altro significato in codice di rasa è il coito, riferendosi in generale al processo di samadhi, e in particolare al controllo dello sperma attraverso la disciplina yogica nell’atto sessuale.3

Il concetto Gauriya Vaisnava di rasa aveva la sua radice nella poetica Sanscrita. Dimock osserva che dalla giusta combinazione di vari elementi poetici, lo stato d’animo fondamentale o sthayi-bhava dell’ascoltatore è elevabile a una condizione di puro apprezzamento, detta rasa.4 Nel dominio religioso, questi sthayi-bhava rappresentano i vari modi di amoreggiare teneramente con Krishna. Il rasa sperimentato ha come principio guida il concetto di amore che è distinto dal concetto Tantrico d’illuminazione o di conoscenza.

Questo concetto di relazione fu analogo, ma non reale. Gli ortodossi Vaisnava squittirono solamente riguardo alla Vrindavana lila, giacché respinsero le implicazioni teologiche delle effettive gesta erotiche di Krishna con le gopi. Il potenziale per altre interpretazioni, tuttavia, era chiaro.

Uno dei temi centrali del Sufismo è la relazione di amore tra l’uomo e Dio. I Sufi hanno parlato dell’ebbrezza d’amore. L’obiettivo di questo rapporto fu la graduale perdita dell’identità degli adepti (fana’) in Dio. Questo processo graduale era spesso espresso attraverso le analogie dell’amore romantico. L’uomo, alla ricerca di Dio, è la parte maschile; Dio, l’occulto, il ricercato, è femminile. Questa concezione è contraria al modello abituale dell’esoterismo Bengalese in cui Dio è maschile, mentre l’uomo è femminile. Il termine rasa non compare, ma appare il suo equivalente, il termine Arabo che indica l’amore mistico, mahabbat, invece l’uomo è designato habib, l’amante. Questa relazione d’amore fu considerata affine dai Sufi ortodossi, ma non reale.

Tra i Buddisti Sahajisti il concetto di rasa è essenzialmente Tantrico. L’universo è un’unità costituita da una polarità maschio/femmina. L’obiettivo di una sadhana nell’unità/samadhi è simboleggiata dall’unione dei due. Il rasa è un codice segreto per questo coito. Al pari dei seguaci del Tantra, il principio guida dietro a quest’azione/sentimento è l’illuminazione o la conoscenza perfetta. I Vaisnava-Sahajiya, Das Gupta nota, aggiunsero il concetto prioritario di amore.5 Così, il termine prema rasa esprime il più alto sentimento di amore. Il termine è anche usato per il titolo di uno dei loro testi.6

Essi presero in prestito direttamente dal Vaisnavismo i concetti di sthayi-bhava (o “dimensioni emotive permanenti”) e il sentimento da loro derivante. La differenza è che le analogie Vaisnava sono considerate realtà materiali. L’uomo e la donna sono, in realtà, Krishna e Radha, o rasa e rati (il produttore di eros e la ricevente piacere). Dopo un’accurata preparazione, l’uomo e la donna sperimentano rispettivamente, la loro natura di Krishna e di Radha attraverso una disciplinata unione di Yoga sessuale in modalità parakiya (letteralmente “relazione sessuale extraconiugale” essendo Krishna e Radha non sposati). La grezza energia kama (sessuale) di quest’atto si trasforma attraverso il processo di aropa (attribuzione della divinità umana) in prema rasa, il più alto sentimento di amore. Questa concezione si differenzia sia dalla prospettiva del Buddismo Tantrico Sahajiya in virtù della sua enfasi sull’amore, sia dal Vaisnavismo per la sua veemenza contro il Sahajismo, esplorando attraverso un facile e naturale percorso le passioni corporali che conducono al supremo sentimento d’amore.7 Il rasa è anche utilizzato come codice segreto per lo sperma e finale asraya8 nella sadhana Sahajiya.

Il concetto Nathista di rasa è in parte mutuato dalla scuola filosofica Rasayana.9 La sostanza chimica del rasa si trasforma nel loro culto in somarasa (succo) o maharasa (pura sostanza) essendone l’essenza penultima all’interno del corpo umano. I Nathisti si concentrano sulla sua conservazione, giacché è un mezzo per il raggiungimento dei poteri occulti e, in definitiva, dell’immortalità. Il rasa è perso in due modi. Il primo, è il continuo processo mortale in cui il rasa gocciola dalla decima porta nascosta all’interno del corpo per essere bruciato nel sole di un chakra inferiore. In questo modo, enfatizzano la disciplina yogica di sigillare la decima porta affinché lo stesso yogi beva il rasa. Il secondo modo avviene eiaculando durante il rapporto sessuale. Per questo motivo, i Nathisti furono rigorosamente celibi. La donna è la tigre che sgattaiola per penultima dal corpo dell’uomo.10 Preservando gradualmente il rasa, l’uomo raggiunge un corpo immortale come Shiva, che è caratterizzato da poteri straordinari o siddhi. L’enfasi posta su questi poteri occulti è un elemento caratteristico della letteratura Nathista.11

Dimock ha rilevato la stretta connessione tra i Baul del Bengala e i Vaisnava Sahajiya.12 Il loro concetto di rasa è essenzialmente lo stesso con una distinzione fondamentale. Il punto centrale di prema rasa (il succo o l’essenza dell’amore) è “sull’uomo del cuore”, non sull’uomo e sulla donna in qualità di Krishna e Radha. Tra i Sahajiya l’uomo ha il primato su Dio. Dio è considerato anche inferiore all’uomo. “L’uomo è Dio” ha un’enfasi omocentrica anziché teocentrica. Per i Baul, comunque, la devozione è teocentrica, focalizzata sul Dio interiore che è lo stesso eppure differente (bhedabheda: «identità nella differenza»). Ali Raja, spero di dimostrare, è pressoché nel mezzo di queste due posizioni.

Il termine rasa compare dozzine di volte nel testo di Ali Raja; molto spesso si trova congiunto nel termine prema rasa. Ho selezionato nove passaggi del testo particolarmente chiarificatori circa l’uso del termine. Il verso otto di pagina 7 mostra una distinzione immediata rispetto alla prospettiva del Buddismo Tantrico Sahajiya. Il principio a ridosso di rasa è l’amore (prema). I due appaiono di nuovo in tutto il testo. L’amore è il punto chiave nella visione di Ali Raja, non la conoscenza suprema o la realizzazione. Questo sentimento di affetto lo rafforza nel versetto 11 parlando della pura (Niranjana) devozione all’amore (piriti) di coppia. Il principio di questo sentimento di amore si trova nei versi 27-28 a pagina 13; qui il prema rasa è sperimentato attraverso la mescolanza della sostanza maschile e femminile. È l’oceano o l’amore da cui è desunto il titolo del mio saggio. Questa prospettiva si distingue molto dalla Nathista, per cui una tale commistione sarebbe un disastro.

Dal versetto 53 a pagina 21 si evince un’immagine vagamente omosessuale circa le opinioni contrastanti tra i gruppi Sufi e Vaisnava riguardo a Dio e all’uomo. Questo concetto lo spiego a lungo in una nota in calce. È interessante, in questo caso, che le analogie romantiche del Sufismo sono presentate come realtà materiali. Dio e il Profeta percepiscono l’un l’altro nel prema rasa. Il risultato di quest’attività sessuale è la creazione del mondo.

I versetti 82 e 83 a pagina 25 presentano un’immagine di emissione o di effusione del rasa. Anche se non ho ben compreso quest’immagine, essa ha una stretta somiglianza col concetto Induista del sacrificio, che comportò sempre la fuoriuscita di qualcosa. All’interno del Tantra Induista implica l’emissione spermatica; questa concezione non è certamente in linea con la visione Nathista, giacché qualsiasi perdita di rasa è connessa alla mortalità. Si tratta della tendenza Tantrica Vaisnava, tipica del culto Vaisnava Sahajiya.

La discussione di Ali Raja sulla “conoscenza della mente” alle pagine 87-95 propone motivi comuni nella cosmogonia dei culti esoterici. La mente è descritta come l’origine di tutte le cose. Nel versetto 23 è detto che il mare del sentimento di amore (premarasa) è un lago di mente gioiosa. La terminologia utilizzata suggerisce il concetto di uno stagno di sperma localizzato nella testa. Questo punto costituisce la base per tutti i tipi di ulta sadhana (il metodo inverso), cioè causa il flusso di rasa in direzione inversa, verso lo stagno nella testa. Questo metodo è praticato dai Nathisti, dai Baul e dai Sahajiya.

Raja utilizza nel versetto 24 a pagina 99 il termine rasa in modo distinto dalla visione Vaisnava Sahajiya. I Sahajiya considerano concettualmente che l’uomo sia Dio, giacché è implicata la totale libertà dell’uomo. Si affermò anche che l’uomo è superiore a Dio. Ali Raja sostiene che l’uomo è Dio per affinità opposta. L’uomo è soltanto un burattino di Dio. Dio gusta il rasa manipolando il corpo dell’uomo che appartiene puramente soltanto a Lui. Raja si conforma più alla visione dei Baul, egli è teocentrico anziché omocentrico.

Come già rilevato in precedenza, il punto di vista di Raja si differenzia dall’ottica del Buddismo Tantrico Sahajiya per la sua veemenza sul principio predominante dell’amore. Da nessuna parte del testo è indicato così chiaramente come nei versetti 1-9 a pagina 103-104 il primato dell’amore su tutte le cose. Il suo messaggio è d’amore. Dio ha creato tutto per amore, e tutte le cose esistono in e attraverso l’amore. Si tratta di una prospettiva comune al Sufismo, ma Raja la porta a un livello di concretezza che è lontana dalla visione ortodossa Sufi.

Le pagine 105-11 sono piene di analogie illustranti che la fonte di prema rasa è la devozione maschio/femmina. L’autore le illustra storicamente sia attraverso i santi dell’Islam e le loro amanti, sia con l’aiuto degli Dei e delle Dee dell’Induismo. Il desiderio maschile per la donna deve essere utilizzato per il raggiungimento della liberazione. Il desiderio sessuale è incanalato per ottenere il rasa. Non siamo di fronte né al Sufismo, né al Nathismo, ma si tratta chiaramente del pensiero Vaisnava Sahajiya. Egli anche accenna al rituale sessuale Sahajiya in modalità parakiya al versetto 6 di pagina 117.

La sua prospettiva è una visione puramente Baul? Credo di no. Forse potrebbe reputarsi un proto-Baul, nel senso che la sua idea non è per forza anteriore al Baulismo, ma la sua filosofia è una progressione della visione Sahajiya non lontana dal pensiero Baul. Raja conserva una certa influenza Islamica, Dio è assolutamente sovrano. Egli è prossimo a questa concezione e non si connette molto bene al concetto di devozione maschio/femmina come la fonte di rasa. I due coesistono in Raja, giustapposti, ma non chiaramente correlati. Essi troverebbero il loro collegamento naturale nel concetto di devozione all’uomo del cuore. Questo termine non appare mai nella scrittura di Raja. Così, nell’assimilazione d’idee Vaisnava Sahajiya al Sufismo, forse Raja è un trampolino di lancio verso il Baulismo.

BHAVA

Alla maniera di rasa, Bhava è un termine molto ampio e provvisto di sostantivi e verbi. Come sostantivo può significare nascita, esistenza, essenza, forma, intenzione, stato, amore, modo, significato interiore, idea, immaginazione, estasi ed emozione. Nella sua forma verbale significa pensare, contemplare, concepire, giudicare, intendere, escogitare, supporre e inquietare.

Bharati costata che nella tradizione Tantrica Induista il significato fondamentale di Bhava è esistenza ontologica, effettivo essere spirituale o natura materiale;13mentre nella tradizione Buddista, naturalmente, non esiste una tale connessione ontologica. All’interno del Tantra Induista, Bharati discute dei tre tipi di bhavatraya, o disposizioni umane: pasubhava, l’inclinazione animale; virabhava, l’atteggiamento eroico; e divyabhava, divina disposizione.14Egli osserva che l’aspirante può praticare con successo solo se la sadhana si accorda con il suo bhava.15 Abbiamo trovato, forse, un punto di contatto con i Sahajiya, la cui sadhana trasforma le passioni animali di kama utilizzandole per raggiungere il più elevato sentimento di amore (prema rasa).

Il Bhava è al centro di tutto il culto Vaisnava. I cinque sthayi bhava sono condizioni appropriate per connettersi a Krishna. Dimock osserva che il bhava è basato sul principio che il Vrindavana-lila può effettivamente essere ricreato nella vita del fedele assumendo la personalità di uno degli intimi di Krishna a Vrindavana.16 Come abbiamo notato in precedenza, questa esperienza è vicaria.

Per i Vaisnava Sahajiya, il bhava fu espropriato dal complicato sistema di classificazione ortodosso (gli anubhava, le conseguenze; i vibhava, le circostanze determinanti; ecc…) e divenne la terza asraya, che corrispose alla fase sadhaka della sadhana Sahajiya. Questa è la fase del rituale sessuale. La chiave di questa fase è il processo di aropa, l’attribuzione del divino alla carnalità del rapporto sessuale. La mentalità pasu (animale o bovina) è elevata così a divya (divina), e l’uomo realizza la sua natura di Krishna nel supremo rasa di amore.17

Ali Raja presenta alcuni insormontabili problemi d’interpretazione su questo punto. Il suo uso di bhava è troppo infrequente e vago per consentire una qualsiasi specifica classificazione. Per esempio, i versetti 8-10 a pagina 7 specificano le 4 asraya della sadhana Sahajiya; bhava, prema rasa, nama e siddhi. Il suo utilizzo del termine bhava è prossimo al Sahajismo. I termini, però, non sono posti in un ordine progressivo corretto, né sono mai citati come stadi o parti di una progressione, eccezione fatta per il termine siddhi. Ve n’è un accenno qui, ma non si tratta di una prova solida.

Dal versetto 31 di pagina 32 si evince un altro problema interpretativo. Bhave è un participio passato attivo o una forma strumentale di bhava? Penso che il principale punto della frase indichi una forma strumentale. Così l’informe si estingue nel sentimento esoterico di prema rasa essendo in linea col punto di vista Sahajiya, ma non esclusivo a esso.

Il versetto 82 di pagina 40 che ho citato prima in relazione a rasa, menziona anche il “mare di bhava”. L’utilizzo di bhava per ottenere il rasa non è citato, ma i due vocaboli sono chiaramente collegati poiché bhava è sempre menzionato in connessione con rasa. A pagina 109, sezione H, i versetti 3 e 4 mostrano una progressione. Bhava avviene quando (il femminile) la bellezza è trovata. Da tale devozione bhava emerge col suo scopo ultimo che è la siddhi, senza la quale non c’è liberazione. Questi sono esattamente gli stadi, i mezzi e gli obiettivi dei Vaisnava Sahajiya, sebbene siano espressi in modo vago. La devozione alla bellezza femminile è poi illustrata nel resto del passo; essa è anche in sintonia con lo stato di bhava della sadhana Sahajiya, poiché coinvolge il sadhaka concentrandolo sulla sua partner femminile quando sublima l’emozione grezza verso un piano superiore. È notevole che la modalità parakiya descritta da Raja come il miglior prema rasa sia esposta con le due divinità Tantriche. Bhavaka e Bhavini sono nomi che derivano da bhava (vedere le pagine 119, versetti 1-6).

L’uso che Ali Raja fa di bhava non si discosta in alcun modo dall’utilizzo dei Vaisnava Sahajiya. Tuttavia, egli è vago, e anche se ci sono degli accenni chiari alla sadhana Sahajiya, non ha mai chiaramente specificato il metodo istituito in alcuni scritti Sahajiya. Il mio ragionamento sarebbe davvero debole se si imperniasse esclusivamente su questo termine.

SIDDHI/SIDDHA

Questi due termini che sono strettamente correlati hanno anche una vasta gamma di significati. Siddha significa bollito (vidagdha), compiuto, realizzato, riuscito, soddisfatto, competente, ottenuto la grazia divina attraverso la pratica religiosa e austera, possessore del potere occulto, dimostrato, confermato, una categoria di semidei e un santo onnisciente. Siddhi invece, significa prestazione, realizzazione, successo, raggiungimento della grazia divina, salvezza spirituale, marijuana e al plurale, poteri occulti.

Nella tradizione Tantrica, siddha descrive chi ha successo nell’uso del mantra, e specialmente il sadhaka che raggiunge il fine ultimo della sua sadhana. Siddhi è utilizzato in due modi. In primo luogo, si riferisce al successo occulto evidenziando gli effettivi poteri segreti ottenuti con la via della mano sinistra.18 Il secondo uso comune è un codice segreto per la marijuana, che è un afrodisiaco utilizzato nei riti Tantrici della mano sinistra per alterare lo stato d’animo adeguandolo ai riti.19

Per gli ortodossi Vaisnava, un siddha è chi ha raggiunto la devozione e la liberazione tramite Krishna. Per i Vaisnava Sahajiya, siddhi si riferisce allo stadio finale della sadhana. È lo stato connesso a prema rasa in cui il sadhaka equilibra il suo maschile e femminile interiore elevandosi oltre il bisogno del rituale sessuale.20 Secondo Bose si riferisce inoltre al potere occulto.21 In tale contesto, siddhi può anche riferirsi alla perfezione del corpo e della mente attraverso lo Yoga.22 Questo significato è comune a tutti i culti esoterici.

I Sufi non utilizzano questo tipo di terminologia, ma il concetto espresso dal fanafillah, o annientamento in Dio, somiglia molto al siddha dell’esoterismo Bengalese. Esso è spesso definito “kutub” o “stella polare”, il cui status indica qualcuno attorno al quale ruotano gli altri, cioè, chi raggruppa i discepoli. All’interno di quest’idea apparentemente monistica del fanafillah, i Sufi hanno mantenuto un dualismo. Concettualmente simile al bhedabheda («identità nella differenza»), la natura di questo rapporto era oltre la comprensione razionale.

Per il culto Nath, siddha è un termine usato per descrivere chi ha raggiunto la perfezione nella pratica dello Yoga.23 Siddhi ha tre significati potenziali per i Nath. Per prima cosa, è la perfezione raggiunta rendendo il corpo immortale o immutabile con l’aiuto di rasa. Questo corpo immortale, come Shiva, è l’obiettivo finale della loro sadhana.24 Siddhi si riferisce anche alla marijuana a cui i Nath erano affezionati.25 Infine, la perfezione nell’hatha Yoga è dimostrata dai poteri straordinari, le siddhi: garima, anima, mahima e laghima. Quest’accentuazione sul potere occulto è tipica della letteratura Nathista che la contraddistingue dagli altri culti esoterici Bengalesi, in particolare dai Vaisnava Sahajiya.26

Il versetto 10 di pagina 26 si differenzia immediatamente dalla prospettiva Nathista. Così, il più elevato stato di siddhi non è raggiungibile a prescindere dall’unione di coppia, un aspetto che non appartiene alla sadhana Nathista. Il versetto 73 a pagina 74 spiega che è importante limitarsi nell’ottenere le siddhi. Questa descrizione del samadhi concerne il concetto Tantrico di controllo di pensiero, respiro (qui specialmente) e liquido seminale, che è fondamentale per tutti i culti yogici ed esoterici Bengalesi.

A pagina 98, sezione D, versi 1-5, il termine parama hamsa utilizzato è di chiara connotazione Nathista. Siddha, o perfetto, è chi conosce questo tattva. Gli hamsa Avadhuta erano una particolare classe di asceti. Secondo Dimock furono una setta distinta a pieno titolo.27 In ogni caso, l’uso della terminologia è oscuro in questo punto, e non si può affermare che sia stata scelta per un qualsiasi culto.

Alla pagina 109, sezione H, verso 4, il punto di vista di Raja differisce chiaramente dall’idea Nathista. La Siddhi è ottenuta mediante il bhava come unica forma devozionale. Il modo in cui Raja utilizza questo termine è lontano dal Sufismo ortodosso. Le analogie romantiche del Sufismo qui sono considerate realtà materiali e la devozione effettiva alle donne diventa il mezzo per la siddhi.

La pagina 111, sezione I, versetti 1-4, è una chiara dichiarazione del processo di aropa che trasforma la grezza passione fisica (kama) in vero amore (prema). È questo lo strumento per la fase finale Sahajiya di siddhi. Il versetto 4 di pagina 109 si differenzia ulteriormente dal pensiero Nathista poiché il devoto ottiene la siddhi e la liberazione in compagnia di una bella donna. Niente è più lontano dalla posizione Nathista. Vale anche la pena di notare che il termine siddhi non è mai utilizzato nel testo di Raja né per indicare in codice segreto la marijuana, né per designare i poteri occulti. I suddetti elementi differenziano sicuramente il pensiero di Ali Raja dal Nathismo. La sua enfasi sull’amore lo allontana dai Buddisti, e le sue analogie romantiche lo collocano all’esterno dello scialbo Vaisnavismo ortodosso, o del Sufismo. Il punto di vista filosofico di Ali Raja è quindi soprattutto Vaisnava Sahajiya.

1. Bharati, 1965, pag. 237.

2. Das Gupta, 1962, pag. 28.

3. Op. Cit., pag. 176, 255.

4. Dimock, 1966, pag. 21.

5. Das Gupta, 1962, pag. 65.

6. Paritos Das, 1983, pag. 193.

7. Das Gupta, 1962, pag. 135.

8. (1) Ashraya (asraya), dimora, rifugio, supporto, sostegno, protezione, contenitore; coscienza come base di ogni oggetto manifesto e immanifesto. (2) il ricettacolo di prema; Krishna bhakta. Krishna può anche diventare il ricettacolo di prema per i Suoi devoti.

9. Das Gupta, 1962, pag. 251-255.

10. Das Gupta, 1962, pag. 249.

11. Ibid., pag. 244-249.

12. Dimock, 1966, pag. 250.

13. Bharati, 1965, pag. 54.

14. Ibid., pag. 229.

15. Ibid., pag. 236.

16. Dimock, 1966, pag. 164.

17. Das Gupta, 1962, pag. 125.

18. Bharati, 1965, pag. 67-68, 230.

19. Ibid., pag.250.

20. Dimock, 1966, pag. 222.

21. Bose, 1986, pag. 143.

22. Das Gupta, 1962, pag 89.

23. Ibid., 1962, pag. 198.

24. Ibid., pag. 219.

25. Ibid., pag. 198.

26. Ibid., pag. 216.

27. Dimock, 1966, pag. 47.

AGAMA1

1.      Ubbidisco innanzitutto ad Allah l’informe, la cui creazione sono i tre mondi, nascosti e rivelato.

2.      In secondo luogo, rendo omaggio al profeta Muhammad, il Signore del mondo, e alla creazione la cui bellezza io contemplo.

3.      Prego ai piedi della madre e del padre, e adoro sulla (mia) testa i piedi del maestro (guru).2

4.      Voi siete la luce del mio cuore, l’insegnante finale. Onoratemi di comporre (questo) acume di verità esoterica (Agama).3

5.      La conoscenza segreta del signore (tattva) che è la gnosi (marphat)4 è chiamata Agama.

6.      Saha Keyamaddin, l’insegnante, è un flusso nettarico di saggezza.

Per mezzo della sua grazia ho trovato il senso dell’Agama.

7.      Questo Agama di cui parlo, ascoltatelo uomini eruditi.

Il più alto tattva del signore è l’espressione dell’Agama.

1. A parte la sola parola del titolo “Agama”, le rimanenti intestazioni e tutti gli altri sottotitoli sono aggiunti da Ahmad Sharif. Essi segnano, tuttavia, un chiaro punto di rottura riguardo al contenuto del testo. Ho interrotto, pertanto, la mia numerazione dei versetti in ciascuno di questi punti.

2. L’introduzione di Raja assomiglia molto alla bandana (invocazione o inno a una certa divinità: la bandana è abitualmente rivolta a Dio, al profeta, al dio Sole a est, all’Himalaya a nord, alla Mecca a ovest, al mare a sud, ai santi, agli eroi mitici e agli spettatori del Pala Gaan) tradizionale della letteratura Mangala in Bengalese. La descrizione che segue della creazione comporta pure una considerevole somiglianza.

3. “Comporre” nel testo originale è “guthibare”, una corruzione dialettale a Chittagong del denominativo di “grantha”, che significa “legare insieme”, “comporre (un libro)”.

4.Tattva”, letteralmente “essenza, principio, ecc…” è qui utilizzato nel senso di “conoscenza esoterica”. Raja afferma che l’equivalente Persiano di “marifa” significa anche “conoscenza esoterica”. Questo analogo aveva a sua volta lo stesso significato di agama. In apparenza, questi termini sono equivalenti, ma il “tattva” del Vaisnava Sahajiya è, in molti modi, in contraddizione con la “marifa” del Sufismo Persiano. Nel composito “agama” affermato da Raja è tattva che ha il sopravvento. Idries Shah fa la seguente osservazione: “il deterioramento dell’amore-ideale Sufico in Occidente si è sviluppato completamente dopo la perdita del significato linguistico del gruppo di parole che i maestri Sufi usavano per suggerire che la loro idea di amore era molto di più che un’idillica fantasia”. (Idries Shah, I Sufi, 1990, pag. 285, Roma) Lo stesso processo avviene qui.

1.      Dentro il vuoto (sunya) ci fu dapprima il creatore.5 La qualità (guna) d’ignoranza (tamas) era nella sfera (mandali)6, Dio (Niranjana) era il supremo.

2.      Niranjana che fu la divisione all’interno del mandala – fu quindi chiamato Dio (Isvara).

3.      L’informe (nirakara) fu di settantuno forme (akara)7, altrettanto furono gli akara dentro il mandala.

4.      Quando l’informe era situato nella forma, in quel momento il nome di Niranjana divenne Dio (Vishnu).8

5.      La forma brillante dell’informe fu un buio nascosto che oscurò il colore radiante.9

6.      La verità (sattva), l’ignoranza (tamas) e la passione (rajas)10 sono tre qualità accorpate in un unico. Tre qualità furono attraenti, nessuna si differenziava.

7.      Quando la divisione avvenne nel mandala indiviso, allora la coscienza (cetana) affondò nel mare di emozioni (bhava).11

8.      Riflettendo12 su sé stesso ha assunto un atteggiamento emotivo (bhava). Il Signore del godimento dell’Unione (con sé stesso) ha ottenuto il più alto sentimento d’amore (prema rasa).13

9.      In una forma indivisa egli non era stato controllato dalla passione (rati) .14 Nell’assenza della coppia (jugala), la mente (manasa) non afferra l’identità (nama).

10.  Senza la coppia, l’identità e l’azione non sono rivelate. Senza l’unione (juga), il più alto stato (siddhi) è assolutamente ineffabile.15

5. L’uso della parola “Sunya” fu considerato in questo punto una prova dell’influenza Buddhista, ma non è esatto. L’utilizzo progressivo del termine è Tantrico-Buddista, Buddista-Sahajiya e Vaisnava-Sahajiya. È usato come un equivalente di “Sahaja” (il modo semplice di percepire la realtà innata che è presente in ogni oggetto animato o inanimato) o fonte quintessenziale. Quest’utilizzo è in linea con gli scritti Sahajiya (Bose, 1986, pag. 245) giacché è spiegato nel processo di manifestazione descritto nei seguenti versetti.

6. Raja usa qui il termine “Mandali” nel suo senso più Sufico di “soglia della dimensione aldilà.” (Henry Corbin, L’Uomo di Luce nel Sufismo Iraniano, Edizioni Mediterranee, Roma 1988, pag. 8). Egli sta riunendo il concetto Sufi delle emanazioni conducenti alla manifestazione con il concetto dell’ascesa coscienziale comune a molti dei culti esoterici.

7. Il significato delle 71 forme non è chiaro. Potrebbe forse riferirsi alla tradizione del Profeta che l’Islam sarebbe stato diviso in 71 sette.

8. L’uso del nome di Dio Vishnu mostra un chiaro collegamento Vaisnava.

9. La dottrina Sufi dell’emanazione è molto simile al concetto di maya, o meglio, più strettamente si materializza l’elemento divino, più si nasconde nell’illusione. Qui abbiamo il contrario. L’ignoranza è nella realtà indivisa. La radiosità è nascosta nell’assenza di forma. La coscienza è rivelata dalla divisione; così, i mezzi che ritornano all’elemento divino non evitano la realtà materiale, ma passano attraverso la materialità. Questo è il sentiero naturale (sahaja) dei Sahajiya. In questo modo, non si è in conflitto con l’uso precedente del termine sunya o sahaja, essi sono uno solo e medesimo.

10. Utilizzo qui la traduzione di Dimock (1966, pag. 173). Il concetto che tre furono uniti insieme e sorsero per divisione nella coppia, i Sahajiya lo presero in prestito dal Tantrismo. Da questi elementi sono sorte le differenti parti del mondo materiale.

11. Io parto dal presupposto (forse erroneo) che i bhava citati da qui in avanti nel testo siano equivalenti agli “atteggiamenti mentali ed emotivi” dei Vaisnava. Tuttavia, li sta utilizzando in modo Sahajiya. I Sahajiya concepirono che i cinque asraya fossero collegati alle fasi dell’illuminazione. Bose afferma: “I devoti del pravarta o del primo stadio dovrebbero adottare il Nama e il Mantra, e quelli della fase Sadhaka il Bhava e il Prema, mentre nella fase finale di Siddha, dovrebbero godere il Rasa”. (Bose, 1986, pag. 9) Il Nama è in procinto di essere menzionato, da cui il mantra è derivato. Qui il bhava appare, sebbene non sia il complicato e classificato bhava dei Vaisnava, ma il semplificato “rifugio” (asraya) dei Sahajiya.

12. Errore di stampa. Ape ape nel testo originale è ape apa.

13. Raja introduce ora le ultime due asraya. Il Rasa è abbastanza difficile da definire in un semplicistico Inglese. Lo sfondo Tantrico del termine è semplicemente “atteggiamento mentale” (Bharati, 1965, pag. 217). Secondo Dimock, la prospettiva Vaisnava definisce la sua origine come “la giusta combinazione di vari elementi che innalza l’umore di base, la sthayi-bhava, a una condizione di apprezzamento puro che si chiama rasa” (Dimock, 1966, pag. 21). In questo punto, l’elemento concomitante nella fase più alta di siddha l’ho definito “il sentimento più elevato”. L’uso del termine amore (prema) ha anche forti connessioni all’interno del Sufismo. Il concetto Sufi di amore si adatta, esteriormente, molto bene al sistema Sahajiya. Idries Shah dichiara: “anche se i poeti dervisci parlano di essere pazzi di amore, mettono in evidenza che questa follia è il risultato di una specie di anticipazione, non di un’esperienza genuina… Una persona sperimenta questo stato quando è ancora al livello in cui è legato in modo primitivo alle qualità sensuali…” (Idries Shah, I Sufi, 1990, pag. 252-253, Roma) Per i Sahajiya, l’amore è solo una tappa che conduce all’esperienza ineffabile del Siddha. Sosterrebbero, tuttavia, che in amore, “l’esperienza vera e propria” è necessaria.

14. L’uso del termine kala pare confuso in questo punto. Potrebbe tradursi in “segmento” o “stadio” riferendosi alla fase sadhaka della sadhana Sahajiya che comporta l’utilizzo di passione o dell’energia sessuale grezza. Una spiegazione più chiara e completa del termine si trova alla pagina 28, nota 2.

15. Siddhi in questo verso non indica il potere occulto, ma la più elevata fase di conseguimento Sahajiya. Questa fase è raggiungibile dopo la tappa che unisce gli elementi maschili e femminili (sadhaka). Senza la fase dell’unione (juga), quindi, lo stato di siddhi “non è esprimibile da alcun mezzo”, è irraggiungibile.

11.  Niranjana diventa devoto (bhakta) dell’amore (piriti) di coppia16, così la coscienza nacque nel mandala indiviso.

12.  Il creatore fu nel mandala in un modo nascosto dalla separazione

egli distrusse l’ignoranza (tamas) per essere puro17 lui stesso.

13.  Poi dalla forma informe (akara) nacque, l’informe nella forma foggiava l’ukara.18

14.  Tra l’akara e l’ukara il makara venne in essere19.

Sattva, rajas e tamas divennero il potere del sé20.

15.  Il makara apparve e si trovò all’interno di sé stesso. Il devoto essendosi visto all’interno venne incantato dall’atteggiamento emotivo (bhava).

16.  Vedendo la sua forma (akara) nello specchio, ottenne il riconoscimento. L’akara si unì all’ukara e così rimase.

17.  C’era una forza eterna vitale femminile (kundali) akara.

L’akara nell’ukara è il mandala makara.21

18.  Makara e akara situati nell’ukara sono formidabili. Dall’uno una coppia (jugala) come l’arciere e l’arco.22

19.  Il nome di uno dei tre mondi rimase ignoto.

La coppia, makaraukara, prese un’essenza.

20.  All’interno di queste sillabe (aksara) una sillaba è insediata.

I tre mondi sorsero solo da questa sillaba.23

16. Piriti deriva dal Sanscrito priti e qui significa letteralmente “fare l’amore”. Raja ha già stabilito una polarità maschio/femmina usando i termini rasa e rati nei versi 8 e 9. Das Gupta osserva: “L’uomo e la donna, i rappresentanti dei due flussi di amori, sono conosciuti nella letteratura Sahajiya come rasa (l’emozione finale di chi gode) e rati (vale a dire, l’oggetto di rasa)” (1962, pag. 133). Adesso, questo concetto è spiegato nei dettagli aggiungendo di essere “devoto” a questo sentimento. Dimock afferma: “Quel bhakta che adora è rati-rasa e raggiungerà il Vrindavana eterno.” Egli guadagnerà l’immateriale rati-rasa (l’istinto sessuale) e raggiungerà l’eterno Vrindavana. Egli guadagnerà l’apparente immateriale rati-rasa, e dimorerà con Krishna (1966, pag. 194). Questi passi sono citati nel “Vivarta Vilasa” (“Giochi erotici di trasformazione”), un testo Sahajiya.

17. Questa strana affermazione trova la sua origine nelle credenze Sufi. Ci si sarebbe aspettati che il tamas fosse distrutto dall’unità e non tramite la separazione. Il concetto implica l’idea Sufi della separazione delle essenze che è una fase preliminare necessaria all’unità. Per quanto riguarda questo processo, Idries Shah cita il detto Sufico riportato nell’introduzione alla Percezione di Jafar Sadiq: “L’uomo è il microcosmo, la creazione il macrocosmo: l’unità. Tutto viene dall’Uno. Si può ottenere tutto unendo il potere della contemplazione. Questa essenza deve essere prima separata dal corpo, poi combinata con il corpo. Questa è l’Opera” (Idries Shah, I Sufi, pag. 184, Roma).

18. Non sono stato capace di identificare l’origine del termine ukara. La sua funzione è, tuttavia, simile alla lettera lam nella meditazione Sufi che è paragonata alla “corda che ci lega tutti in una unione”. (Idries Shah, I Sufi, pag. 173, Roma)

19. In questo verso si afferma succintamente l’adozione del concetto di Mantra facilitato dall’uso Sufico di un linguaggio in codice nella forma rappresentativa della lettera. Makara è un termine di origine Tantrica che Bharati descrive in questo modo: “L’assioma pratico dei tantrici… è questa estasi raggiunta quando impariamo a fermare la mente, il respiro e il liquido seminale. Il linguaggio in codice Tantrico si riferisce variamente a questi tre gioielli, tre nettari e a termini simili. Occasionalmente, l’espressione sandhabhasa paragona la mente alla scimmia a causa della sua natura instabile giacché è difficilmente controllabile, la respirazione al “coccodrillo” (makara) per il suo movimento lento e tenace, e lo sperma a un gran numero di cifre o termini simbolici come il sole o il nettare” (1965, pag. 293). L’ascesa dell’akara è associata all’innalzamento della coscienza che è indicato anche come “mente” in questo testo. È possibile che “l’ukara” si riferisca al seme. Questa struttura è stata adottata più o meno esplicitamente dai Sahajiya. Dimock afferma: “Questa fu anche la credenza dei Sahajiya: la ripetizione del nome aiuta il fedele a realizzare lo svarupa (lett. forma propria) di Krishna dentro di sé, risvegliando per così dire, Krishna al suo interno” (1966, p. 227). All’interno del Sufismo, un sistema di linguaggio in codice sorse per incapsulare delle verità il cui effetto nel dominio della meditazione era prossimo al mantra. In particolare, Idries Shah tratta 3 lettere che simboleggiano le posture della meditazione Sufi: “Per I costruttori Sufi, queste tre lettere simboleggiano tre posizioni della meditazione. La lettera Cufica alif era la posizione inginocchiata… che riassume molto bene la meditazione nel suo significato alternativo di «aspettare, limitare.» La seconda lettera, ba, nell’alfabeto arabo viene scritta come una barca con un punto sotto… Ciò offre il senso emblematico di «prosternazione e concentrazione.» La lettera finale, lam, viene paragonata a una fune… “la corda che ci lega tutti in una unione” (Idries Shah, I Sufi, pag. 172-173, Roma). L’alif assomiglia superficialmente all’akara sia come lettera sia per quanto riguarda la funzione della mente. La ba con la sua nave sull’acqua è simile al makara. La lam, la corda dell’unione, potrebbe facilmente associarsi allo sperma che è l’essenza del divino in tutte le cose. Nella moderna scrittura Sufi il “ba” è spesso sostituito dalla “mim”, presumibilmente riferendosi alla prima lettera che costituisce il nome del Profeta Muhammad per una più stretta connessione e rassomiglianza al “makara”.

Nota del traduttore. Nursingdas Agarwalla, nell’opera “On common script” afferma: “Si dovrebbe pensare che l’alif Semitico è anche un supporto vocale e si riferisce allo stesso suono dell’akara in Sanscrito”. Anche Maulavi Nazir-Ahmad nel libro “The bride’s mirror; or, Miratu-l-arus” compara l’alif con l’akara. In Sanscrito l’akara è in pratica la prima vocale. Gli Indù chiamano i suoni diversi, e i caratteri che li rappresentano, aggiungendo un kara (creatore) al suono della lettera, se è una vocale, o alla lettera seguita da a, se è una consonante. Quindi, la a (sia suono che carattere) è chiamata akara; la u, ukara; la k, kakara; e così via (Manuale introduttivo di Sanscrito a cura di Edward Delavan Perry).

20. Si tratta di un puro concetto Tantrico che è stato adottato direttamente dai Sahajiya: “Dall’Unione creativa di prakriti e purusha sorgono le tre qualità: rajasica (passione), tamasica (oscurità o ignoranza) e sattvica (verità) (Dimock, 1966, pag. 173).

21. Sebbene in origine fosse un termine tantrico, kundali è usato liberamente dai Sahajiya (Bose, 1986, pag.129).

22.  Gunadanda per “arco” è un composto piuttosto insolito, che significa letteralmente “corda di arco e arco”, cioè, “arco”.

23. Una dichiarazione molto succinta del potere del mantra. È anche chiaro che qui stiamo trattando dell’influenza Tantrica Indù piuttosto che dell’influsso Buddista Tantrico. La prova è l’enfasi sul potere (shakti) e l’apparizione del makara. Bharati osserva: “Siccome la nozione di potere (shakti) è il fulcro d’interesse nel Tantrismo Indù, l’idea centrale del Buddismo Tantrico è la realizzazione” (1965, pag. 214). L’enfasi nel versetto 14 è il “potere” del sé che è sviluppato in tutto il testo. Inoltre, per quanto riguarda il makara Bharati afferma: “Non ho visto alcun tantra Buddista avvalersi del termine makara indicante gli elementi della pratica esoterica. Tutti i Tantra Indù, d’altro canto, sembrano riferirsi ai cinque M” (1965, pag. 229). È interessante notare che in seguito, comunque, oltre all’uso del termine makara, Ali non spieghi mai i cinque M (i panchamakara: http://en.wikipedia.org/wiki/Panchamakara o Jean Varenne, Il tantrismo. Miti, riti e metafisica, Le cinque M, pag. 108) o faccia un qualsiasi utilizzo di essi. Questa particolarità è anche in linea con la pratica Sahajiya che aveva tralasciato molti simboli Tantrici in favore della cultura dell’amore.

21.  Quando è insieme al vedaksara, l’ukara si rivela. Appropriandosi del candraksara, la coppia è come l’uno.24

22.  L’unione di makaraukara è detta le lettere campioni (rita), mentre una sillaba isolata è barjita.25

23.  Quando una sillaba è rimossa, la coppia diventa uno. Un corpo non è due che può essere separato.

24.  Un corpo, un’ombra, ukaramakaraMakara guardò all’interno dell’ukara.26

25. (Makara) si guardò verso l’essenza maschile (bhavaka). Nella forma dell’ukara il sé fu visto.

26. Quando considerò la sua forma rimase in meditazione guardando all’ukara.

27. Il sé guardò con meraviglia ai piedi dell’adepto (sadhaka)27, come se l’essenza maschile

(bhavaka) affondasse nell’oceano dell’essenza femminile (bhavini).28

28. Il bhavaka conosce la gioia di un sentimento d’amore intenso (prema rasa).29

Bevendo il nettare si è nascosto nell’oceano d’amore.

29. Il calabrone conosce il valore del fiore di loto.

Per questo motivo non abbandona il miele del fiore.

30. Come l’ape è sempre sopraffatta dal miele di nettare,

così è anche il bhavaka dal desiderio di bhavini.30

24. Vedaksaracandraksara appartengono chiaramente ad un linguaggio criptico o crepuscolare (sandha bhasa). Candra, tuttavia, si riferisce spesso al seme. Il “furto” del seme si riferisce alla ritenzione spermatica nel rituale Sahajiya dell’atto sessuale essendo essenziale per la fase sadhaka che realizza l’unità con l’essenza divina.

25. Ritabarjita sono due classi di lettere nell’alfabeto Bengalese corrispondenti rispettivamente alle lettere regolari (ad esempio k, khg, gh) e irregolari (come s, st, ?, h). Si tratta chiaramente del linguaggio criptico, sebbene non ne abbia scoperto il suo significato.

26. Si noti che il makara qui sembra essere la parte attiva ed è associato con l’essenza femminile, mentre l’essenza maschile di ukara è passiva. Questo concetto indica l’influenza Indù piuttosto che l’influsso Buddista Sahajiya (Bharati, 1965, pag. 19).

27. Il sadhaka qui sembra riferirsi all’esistenza unificata da cui emergono le essenze maschili e femminili. È anche la seconda tappa della sadhana Sahajiya il cui atto sessuale ritualizzato simboleggia fisicamente la fusione dei due nell’unità.

28. I termini bhavakabhavini li hanno impiegati Sharif e Roy per avvalorare il collegamento Tantrico. Ho smentito quest’affermazione nella mia introduzione e il motivo è intravedibile nel verso successivo. L’introduzione di prema rasa nell’esperienza di bhavakabhavini indica un chiaro utilizzo della terminologia TantricaVaisnava Sahajiya. Das Gupta osserva al riguardo: “Il giudizio critico dei Buddisti Sahajiya rappresenta un miscuglio di spiritualità Buddista, Vedantica, Yogica e Tantrica, mentre la critica dei Vaisnava Sahajiya è caratterizzata da una dominante e amorevole religiosità, giacché è la parola d’ordine della loro sadhana, sebbene, l’influenza nascosta dello Yoga e del Tantra non manchi del tutto” (1962, pag. 117). La magniloquenza con cui il prema rasa emerge in questo testo, indica che esso ha sorpassato la prospettiva tantrica mescolandosi con la corrente Vaisnava. Non si può, tuttavia, ignorare l’influenza del culto dell’amore Sufi in questo contesto.Idries Shah riporta un’affermazione di Ibn al-‘Arabi riguardante la poesia d’amore Sufi: “La vista di Dio in una donna è la più perfetta di tutte” (Idries Shah, I Sufi, pag. 135, Roma). E aggiunge: “Al-Arabi si rese conto che la bellezza umana è collegata alla realtà divina. Per questo motivo egli riuscì a comporre poemi che celebravano contemporaneamente la perfezione della fanciulla e, anche, in una corretta prospettiva, significavano una più profonda realtà” (Idries Shah, I Sufi, pag. 139, Roma). È necessaria qui una distinzione. Questa realtà fu analoga, ma non reale, giacché Idries Shah commenta il pensiero di al-Ghazali nel modo seguente: “ancora meno tende ad accettare l’opinione secondo cui ci sia una specie di discesa della divinità nell’uomo” (Idries Shah, I Sufi, pag. 150, Roma). Le analogie maschio-femmina del Sufismo erano suscettibili della stessa “tentazione” che S. K. De riferisce a proposito dei Vaisnava. Così, per i Sahajiya, la natura maschile diKrishna e la qualità femminile di Radha è affermata, una proposizione impossibile per un Vaisnava ortodosso. Dimock afferma: “i Sahajiya dichiarano che la forma visibile maschile o femminile è rupa. La svarupa (Krishna e Radha, maschio e femmina, la sostanza e l’elemento immateriale dell’uomo) si mescola con la rupa in una condizione indistinta, ma di assoluta intimità” (1966, pag. 139). Quindi, in questo caso, le analogie maschio femmina del Sufismo sono considerate delle realtà materiali.

29. L’uso del termine “prema rasa” è chiaramente tecnico e si trova in tutto il testo.

30. Il bhavaka è il goditore e la bhavini è la goditrice. Si potrebbero facilmente sostituire i nomi di Krishna e Radha in questo punto del testo. È importante notare in questo passo che bhavini, il goditore, è anche la parte attiva, poiché la sua unica preoccupazione è di appagare la goditrice.

31. L’informe fu sommerso dal bhava di prema rasa,

la luce (nûr) di Muhammad risplende gloriosamente su di esso.31

32. Avendo osservato quest’argomento segreto, non l’ho fatto scrivere;

il messaggio segreto non  può essere rivelato.32

33. Quando vide l’immagine nello specchio,

seppe che il riflesso era il suo aspetto (surat) nello specchio.33

34. Vide quel riflesso nello specchio, ed era così

consapevole di saper per certo che era il suo riflesso.

35. Quando vide l’immagine nello specchio creò quella

forma uguale al corpo di nur di Muhammad.34

36. Vide quella forma che era l’immagine del corpo,

e l’ombra era la forma degli otto arti puri (asta anga) del profeta.35

37. A seconda di come vide gli otto arti dell’immagine,

così realizzò i tratti degli otto arti del profeta.36

38. Guardando all’immagine che personificò

si dette il nome (nama) di nur Muhammad.

39. Gli otto arti dell’immagine sono i tratti della luce (nur er laksana).

Il corpo sottile del profeta (suksma tanu) è il completamento dell’uomo.37

40. La svarupa del profeta è la potenza (shakti) degli otto arti sottili.

Questo è il potere emerso di maya e di lila.38

31. Questo è un punto chiave, congiungere i bhava Vaisnava con il concetto Sufi delle luci divine. Da un lato, abbiamo la “nozione di bhava al centro del culto Vaisnava, la quale si basa sul principio che la Vrindavana lila può effettivamente ricrearsi nella vita dell’adoratore quando assume la personalità di un qualsiasi intimo di Krishna a Vrindavana. Pensiero costante, ricordo, riflessione e azione conducono al cambiamento. È anche l’essenza dell’idea di trasformazione Sahajiya, sebbene sia definita da loro aropa.” (Dimock, 1966, pag. 164) Dall’altra parte, abbiamo il concetto delle luci nel Sufismo il cui significato è espresso da Corbin in questo modo: “È sempre qualcosa che si schiude al termine di una lotta che ha per protagonista l’individualità spirituale. Non si passa collettivamente dal sensibile al sovrasensibile, perché questo passaggio è lo schiudersi e il fiorire della persona di luce… Come abbiamo visto, questo schiudersi progressivo è segnalato da alcune «luci teofaniche» appropriate a ciascun caso. Il motivo dello shâhid è tematizzato dall’appropriatezza di queste luci, e dalla determinazione del loro grado di presenza da parte del, e per il loro «testimone»” (Henry Corbin, L’uomo di luce nel sufismo iraniano, pag. 113, Roma, 1971). Così, la più elevata luce splende presso l’ultimobhava di prema rasa. Si tratta di una combinazione impossibile. Corbin osserva: “L’infinito prezzo attribuito all’individualità spirituale rende inconcepibile che la sua salvezza consista nell’assorbimento in una totalità…” (Henry Corbin, L’uomo di luce nel sufismo iraniano, pag.22, Roma ). Si tratta proprio di ciò che Raja intende raggiungere.

32. Questo è un esempio della forma dissimulata del verbo para flesso al passivo. Vedere Chatterjee, ODBL, vol 2, #657, pag. 917.

33. Qui Raja paragona muratsurat nella rima. La prima parola deriva dal Sanscrito e significa che l’immagine è l’idolo; questa parola è usata dai moderni musulmani Bengalesi per riferirsi al peccato di adorare gli idoli. L’altra parola deriva dall’Arabo e significa “forma” o “apparenza”, e viene usata per riferirsi a Dio che crea l’uomo a sua immagine. L’effetto mira a rendere il corpo fisico uno strumento effettivo per rivelare il divino, un concetto Sahajiya.

34. Il linguaggio in questo punto è molto concreto, non lascia dubbi. L’immagine (letteralmente idolo, murti) che vede nello specchio è una forma (rupa) creata come il corpo fisico (kaya) di Nur Muhammad.

35. Il concetto degli otto arti (due mani, seno, fronte, due occhi, gola e spina dorsale) è di origine tantrica (Bharati, 1965, pag. 254); esso indica chiaramente che il microcosmo all’interno del corpo umano è un riflesso del puro corpo del profeta, il quale è l’incarnazione stessa del divino.

36. Le otto parti, in questo caso, portano con sé dei “tratti” (Laksana), un termine che non ho pienamente compreso. Tuttavia, il processo di creazione del corpo di Muhammad comporta una stretta somiglianza con la teoria Vaisnava delle Shakti, che sono le energie operative del Bhagavat. Esse sono di tre tipi: svarupa shakti,jiva Shakti e maya shakti. Secondo Dimock questa circostanza sembra riferirsi a maya shakti (confermata al verso 40): “I raggi solari portano luce del sole allo specchio, essi sono gli intermediari tra il sole e il suo riflesso. Maya shakti è legata al Bhagavat come il suo riflesso al sole… Maya shakti quale funzione delBhagavat è reale, e la sua creazione è quindi anche reale. Si intravede adesso una conclusione Sahajiya di cruciale importanza: essendo il corpo reale, esso è il mezzo per la conoscenza della realtà più elevata” (Dimock, 1966, pag. 127-8).

37. Il corpo sottile del profeta è la svarupa shakti che è intrinseco (antaranga) al Bhagavat (Dimock, 1966, pag. 127). Il problema della sua relazione col corpo umano qui citato come completamento o compimento dell’uomo è trattato da Dimock nel modo seguente: “L’energia, per essere significativa, deve avere un contenitore, quella shakti deve avere un shaktiman (il principio maschile o Padre Universale). Si ipotizza che il Bhagavat sia una persona, che queste qualità in un certo senso lo definiscano fisicamente. Il Bhagavat ha quindi una forma, anche se questa forma non è in realtà la forma grossolana fisica del corpo umano … La forma (chiamata murtivigraha) del Bhagavat è una funzione della svarupa illimitata, la pura essenza della divinità” (pag. 130).

38. Il corpo fisico vero è perciò la potenza (shakti) di maya e lila rivelata. È l’incarnato jiva-atma intrappolato nel corpo fisico. Il profeta è stato rimpiazzato daKrishna che è la “svarupa del Bhagavat” (Dimock 1966, pag. 134). Così, nei versetti seguenti il corpo del profeta è considerato sinonimo di creatori.

41. Io non posso indicare il limite di qualsiasi potere del profeta.

Il potere che è il corpo del creatore, quel potere è del profeta.

42  Esso non può essere ripartito, né vi sono distinzioni.

La terra è la prova dell’immagine di Isvara.39

43. Questi che io chiamo svarupasuksmanimaya e lila

tutti questi poteri il corpo li possiede nel creatore.

44. Potenza di riflessione, potere tattva, il corpo Divino

poiché era il corpo fisico (kaya) del Signore, così fu dei profeti.

45. Al corpo che definisco tattva, mi riferisco separatamente.

Al corpo che è chiamato tattva non sussiste né nascita né morte.

46. Quando lo si taglia non è diviso, né brucia nel fuoco.

Non è mosso dal vento, né affonda nell’acqua.

47. Se è rotto non si rompe né ritorna alla terra.

Sebbene denominato antico questo tattva è sempre nuovo.

48. Non ha né nascita né morte, questo corpo tattva non ha ombra.

Tutto questo maya è svarupa suksmani.40

49. Il Signor creatore ha un corpo di tattva riflessivo (anche)

quando limita la possibile finezza uscente.41

50. Nel modo in cui il corpo e l’immagine di Isvara sono formati

così lo sono i tratti del corpo e dell’immagine del profeta.

39. L’uso del titolo “suksmani” confonde un po’, comunque lo impiego per indicare il jiva-shakti o la seconda categoria di shakti a cui Dimock fa riferimento. Dimock dichiara: “Jiva-shakti è il dominio dell’aspetto divino di paramatman, e in quanto tale è situato tra l’essere individuale, il jiva, e il Bhagavat. Similmente ai raggi solari, non è né del tutto intrinseco né estrinseco al Bhagavat, ma è in parte entrambi… Il jiva è sotto il controllo di maya-shakti” (1966, pag. 128). Questo corpo sottile all’interno della corporatura è il jiva imprigionato da maya-shakti.

40. I versi 44-47 forniscono una descrizione del “corpo tattva” che ricordano da vicino la descrizione Vedantica del Brahman. Quest’esposizione Vedanticadimostra molto che il concetto Upanishadico si trovi in molti culti e differenti forme. Ciò fu anche asserito chiaramente dai Sahajiya. Manindra Mohan Bose afferma: “Quest’idea di individualità proveniente dall’Essere Supremo fu assunta anche dai Sahajiya. Essi, comunque, designano il Supremo Essere coi termini Brahma, Hari,Vishnu, Krishna, Paramatma secondo la convenienza, e l’anima individuale con Jivatma, Sabha (o Sava), Jiva, ecc…” (1986, pag. 210).

41. Un riferimento alla liberazione del jivatma dalla sua schiavitù a maya e della sua riunione col paramatma.

51. All’inizio il Signore stesso fu il mandali (cerchio dell’intimità).

Dividendo le sue membra divenne il profeta.

52. Nel prema rasa si percepivano l’un l’altro.

Dal calore del prema rasa entrambi sudarono.

53. Dio creatore informe (nirguna) e senza origini creò

il mondo da questo sudore liquido.42

54. Da questo sudore fece il mondo, qualunque cosa sia visibile o

invisibile è la creazione del Signore.

55. Per mezzo di questo sudore i grandi mantra (mahamantra),

qualsiasi conoscenza di Dio (Brahmajnana), i quattro

Veda e le quattordici scritture furono create.43

56. Da quel sudore il Signore creò 27 universi. Tutti questi

il creatore li fece senza discriminazione (bini lakse).

57. Dal modello del jivatma e del paramatma il

Signore della terra creò due luci (jyoti).44

 

 

 

58. Con quel sudore si fecero tutti gli angeli, la tribuna

e i posti a sedere divennero il trono del Signore.

59. Da quel sudore si fecero il fuoco, il vento, l’acqua e la terra e

tutta la vita, l’uomo, la fata, gli animali e gli uccelli vennero in esistenza.

60. L’albero, la pietra, gli insetti, la formica e i rettili inclusi,

ogni nascita, visibile e invisibile, proviene da quel sudore.

42. Quest’immagine incredibile, vagamente omosessuale, è il risultato delle opinioni contrastanti sulla divinità all’interno delle correnti Sufi e Vaisnava. All’interno del Sufismo, l’immagine del divino è sempre espressa al femminile. Egli è nascosto, e lo si deve ricercare al pari dell’amante in cerca della donna velata. È soltanto un’analogia, naturalmente, sebbene il Sufi non sfuggisse dall’accusa di libertinaggio. Nel Vaisnava Sahajismo, d’altronde, credere il contrario è altrettanto vero. Dio è completamente maschile e di fronte a Lui siamo tutti come Radha. L’uomo può “adottare la natura della donna” come parte della sua sadhana. (Bose, pag.132, 204). Così, il “creatore” (karta proviene dalla corrente Vaisnava) è un’immagine maschile. Il profeta (rasul) deriva dalla fazione Sufi ed è un’altra immagine maschile. L’immagine assomiglia al mito Sahajiya della cosmologia/creazione. Bose afferma: “La Shakti nacque dal sudore di Brahman, e unendosi a Lui generò Brahma, Vishnu e Shiva.” (Bose, pag.184)

43. È degno di nota che il Corano non sia citato tra le Scritture qui elencate. Può darsi che questo lavoro fosse propagandato tra gli Indù. La sua accettazione delle altre scritture va, in ogni caso, ben oltre la portata dell’Islam ortodosso.

Nota del traduttore: I testi che forniscono la completa conoscenza del dharma sono detti dharma pramana. Essi sono quattordici: i quattro Veda – Rg, Yajur, Sama e Atharva, sei Vedanga Veda – Siksha, Vyakarana, Chandas, Nirukta, Jyotisha e Kalpa e quattro Upanga Veda – Mimamsa, Nyaya, Purana e Dharma Sastra. Questi quattordici testi sono glorificati come vidyasthana - la dimora della vera conoscenza e saggezza.

44. Il riferimento, qui, è al corpo e all’immanente jivatma. Questi due si collegano l’un l’altro come corpo e spirito. La loro unione, presentata in termini sessuali, costituisce il paramatma. Dimock afferma: “bhutatma e jivatma sono corpo e spirito, a volte chiamati prakiti (natura materiale) e parusa (spirito). L’immanente principio divino, paramatma, si compone di questi due nell’unione (sessuale)… Il Bhutatma è quell’aspetto del jivatma che costituisce il mezzo della consapevolezza sensoriale. È la parte rivolta al mondo, che causa il desiderio essendo controllata da maya” (1966, pag. 140-141). La suddetta luce (jyoti) è l’esperienza d’identificazione di questi due col paramatma. (Bose, 1986, pag. 245)

61. Da parte sua (amsa) il Signore ha fatto Muhammad.45

Da Muhammad il Signore fece la terra.

62. Per amore fece il profeta da una parte di sé stesso.

Indistintamente formò la terra dalla parola.46

63. Quando il Signore riprese conoscenza dal suo

incantesimo, vide qualcuno davanti a lui,

un puro riflesso.

64. Vide un riflesso simile al suo corpo e alla sua ombra,

come un raggio di sole nella sfera della nube.

65. L’informe rimase in meditazione su quel fascio di luce.

In quello specchio vedeva tutta la sua forma (rupa).

66. Vide il proprio corpo e l’ombra, la forma, lo stile e la luce

all’interno dello specchio, un’immagine incantevole.

67. L’informe (nirakara) ha visto lo specchio all’interno di un’immagine,

e la devozione divenne infinita, gioia infinita.

68. Vedendo la bellezza dell’immagine, divenne devoto di sé stesso.

Il Signore si fuse (letteralmente sommerso) con l’immagine.47

45. Muhammad sembra un sinonimo di bhutatma, una concretizzazione dell’informe nella parte (amsa). Lo prendo come un termine tecnico. Dimock osserva: “Ilbhutatma è una parte (amsa) del jivatma… È la parte fondamentale del sé… il mezzo e la consapevolezza della percezione sensoriale”. (1966, pag. 141)

46. L’uso del termine vakya (parola) ha diverse connessioni interessanti. In un certo senso, può essere collegato al concetto mantrico di una parola di potere attraverso cui i mondi vennero in essere. D’altra parte, è molto simile al termine arabo “kalam”, la “parola” con cui Allah creò l’universo.

47. Errore di stampa. Nell’originale hane rasa murti è murtir sahane.

 

Bibliografia

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D. Articoli

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2.      Dr. Ahmad Sharif, “Nathpantha-Sahajpantha-Baulpantha”, Sahitya Patrika, Dhaka University, Vol. 25, No. 1, 1981.

http://www.tradizionesacra.it/agama_jnanasagara.htm

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21 Nov 2010

IL LEONE E IL SOLE SIMBOLI DELL’UNITÀ ISLAMICA E DEI POPOLI

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IL LEONE E IL SOLE SIMBOLI DELL’UNITÀ ISLAMICA E DEI POPOLI

‘Ali appare soprattutto come l’eroe Solare, è il “leone” (Asad o Haydar) di Dio, egli incarna la combinazione di eroismo fisico sul campo di battaglia con una santità completamente distaccata dalle cose del mondo, egli è la personificazione che la Bhagavad-Gita insegna.” (Frithjof Schuon, Islam and the Perennial Philosophy, pag. 101)

Il leone che è il simbolo del potere e della gloria, ha la stessa valenza nella tradizione Musulmana e nella figura di ‘Ali ibn Abu Talib, il cui nome corretto dato da sua madre fu dapprima Haydara (o Haydar), il cui significato è Leone. ‘Ali fu un leone dopo suo nonno che si chiamava pure Asad (leone). Hazrat Fatimah bint Asad(figlia del leone), era la madre del quarto Califfo sunnita e primo Imam sciita, l’Imam Ali. L’Imam ‘Ali fu elogiato dai primi giorni dell’Islam come “il Leone di Dio”, e quindi circondato da numerosi epiteti che indicano le sue qualità leonine; ad esempio, Ghadanfar, leone, o Asadullah, leone di Dio, o nelle aree Persiane ‘Alishir, e sotto l’influenza Turca Aslan ‘Ali‘Ali Arslan (entrambi shirarslan significano leone). Il vero santo, è detto, è come il leone aureo nella selva oscura di questo mondo, e i feroci leoni s’inchinano davanti a lui o lo servono come ubbidienti cavalcature. Forse il ruolo più commovente del leone si trova nel Fihi ma Fihi di Rumi. La gente veniva da vicino e da lontano per vedere un leone famoso e forte, ma nessuno gli si avvicinava per paura; tuttavia, se qualcuno lo avesse accarezzato, sarebbe divenuto la più gentile creatura inimmaginabile. Se la fede è assoluta, non c’è più alcun pericolo.

È nel discorso ventiseiesimo del “Fihi ma Fihi” che Rumi descrive il tema del leone: «la fama di un leone si era sparsa ovunque nel mondo. Stupito da tanto rumore, un uomo partì da molto lontano per giungere a quella radura e vedere il leone. Impiegò un anno intero a percorrere le tappe, sopportando le fatiche del viaggio: ma quando arrivò alla radura e da lontano ebbe osservato il leone, rimase impietrito e non ebbe la forza di farsi più vicino. “Ebbene, che c’è?”, gli dissero. “Hai coperto tutta questa strada per vedere il leone coi tuoi occhi! Questo leone ha una caratteristica: che se qualcuno avanza verso di lui senza mostrare paura e gli passa con amore una mano sul capo, non gli fa del male. Ma se ci si spaventa e si ha timore esso diviene furioso, e a volte attacca pensando che l’altro abbia idee ostili. Per quella creatura hai penato in viaggio un anno intero: perché starsene immobile, adesso? Fai un passo in avanti!” Ma l’uomo non trovò il coraggio di avanzare e disse: “Fu facile percorrere distanze tanto lunghe, eppure ora non riesco a fare un singolo passo.” L’intenzione di ‘Omar, la fede che cercava, era quel passo: muovere unpasso in direzione del leone. Quel passo è una cosa difficile e rara, ed è destinata solo agli eletti e agli intimi di Dio». (Fihi ma Fihi, L’essenza del reale, discorso 26, pag. 148-149)

Sulla “Porta dei Leoni” (Sher Dar) della Madrasa di Samarcanda due leoni sovrastati da una fronte umana dentro un Sole sorgente inseguono due gazzelle. Il significato di questa rappresentazione grafica è spiegato ancora nella poesia di Rumi: “Un leone che sia all’inseguimento di una gazzella, e una gazzella che tenti di sfuggire al leone costituiscono nella realtà dei fatti due esistenze. Ma quando il leone raggiunge la gazzella ed essa, soprafatta dagli artigli dell’avversario e dall’angoscia della fine, viene meno di fronte a lui, allora resta unicamente l’esistenza del leone: l’altra esistenza è scomparsa nell’estinzione. L’immersione (istigrah) consiste nel fatto che Dio, l’Altissimo, riempie del timore di Sé i Suoi amici, ma non nel modo in cui gli altri si spaventano per i leoni, i leopardi o i nemici. Egli rivelaloro che lo spavento proviene da Dio; che la pace, la gioia e il sollievo, come pure il nutrimento e il sonno, a Lui sono dovuti; e mostra loro un’immagine vivida e sensibile di un leone o del fuoco, in stato di veglia e a occhi aperti, perché divenga a essi del tutto chiaro che tale immagine del leone o del leopardo che percepiscono in modo reale non appartiene a questo mondo, ma è una figura del mondo invisibile che ha preso forma di raggiante bellezza. (Fihi ma fihi, L’essenza del reale, discorso 11, pg. 64-65)

“Le mille e una notte” (titolo originale in arabo alf laila wa laila), celebre raccolta di novelle, narra la storia di “Uns al-Wujud” e del leone:

Nella novella “Uns al-Wujud e la figlia del visir, Bocciolo di Rosa”, il soldato Uns al-Wujud* si veste come un derviscio e inizia a vagare in cerca dell’amata. Nel deserto Uns al-Wujud incontra un leone che lo aiuta e gli indica la strada verso il mare dei tesori.

«Dopo aver attraversato le steppe e i deserti spuntò un leone con una criniera aggrovigliata sopra una testa grande come una cupola, con una bocca più larga di una porta e con dei denti simili a zanne di elefanti. Quando Uns al-Wujud lo vide, si diede per spacciato, e voltatosi verso il tempio della Mecca, pronunciò la professione di fede Islamica preparandosi alla morte. Coloro che adulano il leone, aveva letto nei libri, lo distolgono; per questo motivo lo abbindolò prontamente con parole gentili e sdolcinate glorificandolo: “O leone della foresta! O Signore del deserto! O Leone combattente padre dei bravi! O Sultano di tutti gli animali! Ecco, io sono un amante nostalgico, ma il mio amore e la separazione dalla mia cara mi hanno fatto perdere la giusta via; perciò, ascolta il mio discorso e abbi pietà per il mio amore e la mia passione.” Udite queste parole, il leone arretrò accosciandosi sulle sue zampe posteriori, alzò la testa e lo fissò ruzzando coda e zampe.»

Quando Uns al-Wujud vide ciò, recitò i seguenti distici:

“Leone della foresta, vuoi privarmi della vita,

prima che incontri chi mi ha condannato alla schiavitù?

Io non sono selvaggina e non ho alcun grasso;

Per la perdita del mio amore mi sono indebolito;

Allontanandomi dal mio amore il mio cuore si è stancato,

Adesso io sono come un corpo nel sudario.

O Abu Harith*, O leone della guerra,

Non farmi penare per le mie colpe.

Io brucio d’amore, io annego nelle lacrime

Per la separazione dall’amata di dolente infelicità!

E quando la penso nell’oscurità della notte

L’amore fa il mio essere inesistente”.

Quando terminò i suoi versi, il leone si alzò. Shahrazad percepì l’alba del giorno e tacque la sua parola.

*: “Uns” (pronuncia volgare di Anas) “al-Wujud” significa gioia delle cose esistenti, dell’essere, di tutto il mondo. Uns wa jud è un normale gioco di parole amore-intimità e liberalità.

*: Abu Harith fu un familiare pseudonimo del leone. Harith, significa un “raccoglitore di proprietà, bottini”, e il leone, il miglior predatore, era considerato il maggior raccoglitore di cibo. (John A. Haywood, H. M. Nahmad, A new Arabic grammar of the written language, Lund, Humphries, 1967 – 687 pagine)

La fontana con i suoi dodici leoni è un antico simbolo orientale che ha raggiunto l’Alhambra… Il leone che erutta acqua non è altro che il Sole, da cui sgorga la vita, e i dodici leoni sono i dodici Soli dello zodiaco, i dodici mesi presenti contemporaneamente nell’eternità. Essi sostengono un “mare”… e questo mare è il serbatoio delle acque celesti… I baldacchini in pietra ad ovest e a est del giardino, sono anche una parte del giardino paradisiaco descritto nel Corano. (Corano 2 : 22) (TitusBurckhardt, Moorish Culture in Spain, pag. 209)

La tradizione sciita conserva questo rapporto di Juwayriya ibn Mishar che viaggiava con ‘Ali. «Egli racconta: Stavamo cavalcando attraverso una foresta quando improvvisamente ci apparve sulla strada un leone accovacciato, mentre i suoi cuccioli erano dietro di lui. Strattonai la mia cavalcatura per farla girare, ma ‘Ali disse: “Dove vai? Avanza! O Juwayriyya ibn Mashar. Egli è [soltanto] il cucciolo di Dio.” Poi recitò il Corano: “Non c’è nessun animale che cammini sulla terra che Egli non lo tenga saldo pel ciuffo.” [Surat Hud, 11: 56] Il leone improvvisamente si alzò, si avvicinò a Lui e scodinzolando disse: “La pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano su di Te, O Amir al Mu’minin, O cugino del Messaggero di Dio.” ‘Ali rispose: “la pace sia su di te, O Abu Harith. Come glorifichi Dio?” Abu Harithrispose: “Lodo chi mi rivestì di timore riverenziale e incusse di me paura nei cuori dei suoi adoratori.”» [(Dala’il al-Sidq (Qum, 1395/1974), 339-340. Per maggiori resoconti sulla Walaya degli animali e degli uccelli ad ‘Ali e agli Imam, vedere ibid., 2:339-53, al-Majlisi, Bihar, 27: 261-79; al-‘Allama al-Hilli, Minhaj al-karama, 1:190-1; al Mufid, Awa’il al maqalat fi ‘l –madhahib al-mukhtarat, ed. Abbasquli S. Wajdi, (Tabriz, 1371/1951), 37-38.]

Ibn Shahrashub elenca gli eventi in cui il Sole, la terra e altri oggetti espressero la loro fedeltà e ammirazione per ‘Ali. È detto che il Sole abbia parlato a ‘Alì sette volte. In un’occasione, il Sole designò ‘Ali come “leader dei Musulmani” (imam al-muslimin). In un’altra circostanza, il Sole si rivolse a ‘Ali come “fratello del Messaggero di Dio, suo fiduciario e prova di Dio per la Sua creazione” (ya akha rasul allah wa-wasiyyahi wa hujjat Allah ’ala khalqih). Il Sole invertì il suo corso in diverse occasioni per ‘Ali, per esempio, durante le battaglie di al-Khandaq, Hunayn, Khaybar, Nahrawan e Siffin. In un episodio, il Sole al tramonto risorse di nuovo alla supplica del Profeta affinché ‘Ali offrisse le sue preghiere. L’hadith radd (o ruju’) al-shams è presente spesso nella posteriore letteratura agiografica (manaqib), sia sciita sia sunnita riguardante ‘Ali.

(Per esempio, Ibn al-Bitriq, Umda, 2:374-5; Ibn al-Maghazili, Manaqib, 80-81; al-Khwarazmi, Manaqib, 217; Ibn Hajar al-Haytami, Sawa’iq al-muhriqa fifada’il al-rasul, 26; al-Muhibb al-Tabari, Riyad, 3:180-1)

Il Leone e il Sole (Shir-o-Khorshid in Persiano), è un motivo che combina antiche tradizioni Iraniane, Arabe, Turche, Mongole, Ebraiche e Africane.

Il leone divenne popolare in Iran nel 12° secolo, ma affonda le sue radici all’interno dell’Islam. Le tradizioni Islamiche, Turche e Mongole sottolinearonol’associazione simbolica del leone, la regalità nel leone e il motivo del Sole. Queste culture riaffermarono il potere carismatico del Sole, e i Mongoli ripresentarono la venerazione del Sole, specialmente all’aurora.

Proprio come Gesù è chiamato il Leone di Giuda, nelle tradizioni Islamiche ‘Ali ibn Abu Talib è chiamato il “Leone di Dio” dai Musulmani, e Hamzah, lo zio del Profeta Muhammad, era chiamato anche Asadullah (Leone di Dio). Nella Genesi, il patriarca Giacobbe si riferisce a suo figlio Giuda come a “giovane leone.” “Giuda è un giovine leone; tu risali dalla preda, figliuol mio; egli si china, s’accovaccia come un leone, come una leonessa: chi lo farà levare?” (Genesi, 49: 9) Nella tradizione cristiana, il Leone di Giuda rappresenta Gesù. Molte organizzazioni cristiane e ministeri usano il leone di Giuda come emblema o persino il suo nome. La frase compare nel Nuovo Testamento: “E uno degli anziani mi disse: Non piangere; ecco, il Leone che è della tribù di Giuda, il Rampollo di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette suggelli.” (Apocalisse, 5: 5)

Anche Hazrat Krishna (?) dichiara: “Io sono il leone” (Bhagavad Gita, 10: 30); mentre l’Imam Ali (?) recita: “Io sono Haidar,” il Leone di Dio. (RumiMathnawi, I :3788)

Nell’astrologia Islamica, il segno zodiacale del Leone è il domicilio del Sole. Il leone è rappresentato più frequentemente e in maniera diversa rispetto a qualsiasi altro animale. Nella maggior parte delle forme, il leone non ha alcun significato apotropaico e ha uno scopo semplicemente decorativo. Qualche volta ha, comunque, un significato astrologico o simbolico. Una delle forme esplicite e popolari del leone è l’araldica, incluso lo stemma Persiano (il leone e il Sole). Il leone è l’animale nello stemma del Sultano Mamelucco Baybars, forse lo utilizzò anche il Selgiuchide Kilidi Arslan e si trova nelle rappresentazioni numismatiche e nella filatelia.

Abdollah Shahbazi, storico iraniano, suggerisce che i Safavidi interpretarono il leone come simbolo dell’Imam ‘Ali e il Sole come la “gloria della religione”.

Anche in epoca Qajara i simboli del Sole e del leone furono coniati nel 1796 sotto Aqa Mohammad Shah Qajar. La moneta reca il nome del nuovo Shah sotto il Sole e dell’Imam Ali, il primo Imam sciita, sotto la pancia del leone.

L’emblema del leone e del Sole fu adottato ufficialmente dai Qajar sotto Mohammad Shah (1834-48). L’emblema è cambiato progressivamente nel tempo passando da un leone (spesso steso a terra) con un Sole dal volto umano, a un leone eretto con una spada nella zampa destra e col Sole sul suo retro, a un leone eretto con una spada nella zampa destra con un Sole passante sulla sua schiena e la corona Qajara in cima al Sole; si unisce così il doppio simbolo della regalità e del potere reale con quello della corona Qajara. Su entrambi i medaglioni, il Sole ha ancora un volto umano! “Ovunque vi volgiate, ivi è il Volto di Allah.” (Corano, 2: 115)

Nel periodo Qajar l’emblema leone-Sole può essere trovato sui vessilli del lutto sciita del Muharram.

I leoni sono stati a lungo venerati nel Vicino Oriente e furono utilizzati dai vari governanti come simboli del potere reale, proprio come lo erano in Europa. L’autore musulmano al-Ahmad Qalqashandi osserva nel “Subh al-Asha” (Consigli ai dipendenti pubblici), opera del 1412, che ogni Emiro per consuetudine aveva un simbolo colorato, personale o animale sulle porte dei suoi edifici.

La conquista Moghul dell’India apportò nuovi elementi e le influenze Islamiche e Persiane sono visibili. La configurazione dei simboli sociopolitici subì delle modifiche e la mezzaluna all’interno del Sole divenne un simbolo statale.

Questo ritratto raffigura la configurazione dell’Impero Moghul, dello stato e del sovrano, l’Impero è simboleggiato da un Sole raggiante, lo stato da una mezzaluna e il sovrano dalla sua immagine. Il Sole e la mezzaluna hanno le loro origini nell’antica Mesopotamia, poiché fu l’emblema dello stato Imperiale al tempo dell’Impero Selgiuchide (312-64 d.C.). Nell’Impero Ottomano, il Sole e la mezzaluna sono già nel sedicesimo secolo lo stendardo Imperiale.

Il simbolo dell’Impero Moghul fu il Sole. La sua forma più antica si presenta come un Sole raggiante di raggi sottili e lunghi. Questa forma, per esempio, si trova sull’abito Imperiale di Humayun (1530-40, 1555-56).

La miniatura illustra un avvenimento che si è verificato all’incirca nel 1556, anno in cui Humayun morì. Akbar aveva l’età di tredici anni. Il dettaglio è riportato nel “Hamzeh-nama”, 1567 (Museo für Angewandte Kunst, Wien).

Il ritratto di Akbar (1556-1605) che mostra gli emblemi del Sole su petto e ginocchia si trova nel “Akbar-nama”, 1590 (Victoria e Albert Museum, 2.1896.I.S.65.117.) Dopo la restaurazione di Humayun e dal tempo di Akbar (1556-1605), il Sole è raffigurato come un crisantemo simile alle rappresentazioni solari tra il sesto e il nono secolo a.C. Questo disegni del Sole continuarono sotto la dinastia Ilkhanide e Timuride.

Nelle versioni successive, l’emblema del Sole è a volte circondato da un’aureola di raggi brevi e, talvolta, il Sole è “radiante”. Qualche volta è solo un disco dorato. In genere, un alone attorno al capo del sovrano raffigura il Sole. Qualche volta è dipinto sul baldacchino del trono.

L’Imperatore è simboleggiato dalla sua immagine. Ha sempre un alone intorno alla testa ed è vestito con abiti preziosi. La combinazione del Sole con l’immagine significa che è il governante dell’Impero. Questa configurazione fu imitata da altri Principi Indiani che rivendicavano la sovranità. In particolare, si possono trovare inMewar e in Mysore.

In senso lato, il Sole e l’immagine sono paragonabili allo stemma Imperiale tedesco (l’aquila nera a due teste su uno sfondo dorato) e al blasone personale dell’Imperatore.

Per un breve periodo, un leone e un Sole furono simboli dei sovrani Moghul. Furono stampati su una serie di monete coniate da Jahangir negli anni compresi tra il 1020-28 dell’Egira (1611-17 d.C.).

Nella letteratura, questo leone fu interpretato in modi diversi e ha provocato molta confusione. Si pensava, per esempio, che il leone si riferisse al compleanno degli Imperatori. Non c’è alcun dubbio che il leone e il Sole fossero un emblema militare e un modello araldico Indiano.

Si deve notare che il leone in quasi tutte le culture è stato un simbolo militare. Nella gerarchia militare Cinese, il leone è il simbolo di un ufficiale militare di secondo rango, un grado inferiore al Qilin o unicorno. Le bestie della gerarchia militare Cinese sono sempre raffigurate da un Sole rosso, simbolo dell’Impero cinese. Un tempo, nella gerarchia militare Occidentale, il leone simboleggiava un ufficiale di terzo rango sotto l’aquila e il grifone (o toro).

È molto probabile che l’Impero Ilkhanide adottasse i simboli militari Cinesi decorati con dragoni, fenici, leopardi e orsi.  Questi animali occupano la terza e la quinta posizione nella gerarchia militare Cinese. Questa conclusione si evince dalle piastrelle del 13° secolo di Keshan (Cina), oggi conservate nel Museo del Louvre. In questo contesto, possiamo citare anche il leone e il Sole dei governanti Persiani Safavidi, la tigre e il Sole sulla Shir Dar Madrasa di Samarcanda costruita tra il 1619 e il 1635. La Persia, il Sultanato di Delhi e Samarcanda appartennero tutti all’Impero di Tamerlano (1370-1405).

Ecco perché Zahir ud-Din Muhammad (1483 – 1530), il fondatore dell’Impero Moghul, fu soprannominato Babur, il cui significato è “tigre” o “leopardo”, giacché questi animali occupano il terzo e il quarto grado nella gerarchia militare. Babur fu considerato un capo militare di questo rango.

Di conseguenza, il leone e il Sole sulle monete di Jahangir lo classificano come un capo militare di secondo grado; giacché un equivalente del primo rango Cinese mancava nel suo Impero, esso divenne il più alto grado militare in Hindustan.

Inoltre, dobbiamo essere consapevoli che il leone è stato il simbolo dell’Amir al Mu’minin (il Comandante dei Fedeli), un titolo a carico di Akbar, ma non dei suoi successori.

Il leone e il Sole connessi alla figura di Jahangir furono anche osservati da Thomas Roe che visitò la Corte Moghul tra il 1615-19.

Lo stendardo di Jahangir mostra un leone seduto davanti a un Sole raggiante dal viso umano. Lo stesso leone seduto è dipinto sul sigillo nell’angolo superiore destro della mappa dell’Hindustan.

Verso il 1670 questo stendardo fu raffigurato in una collezione di bandiere a sfondo giallo, il sigillo era rosso col bordo blu, il leone dorato.

Lo stemma Imperiale – Sole e Simurg

Il simbolo del governo Imperiale, cioè dello stemma Imperiale, è un Sole sostenuto da due Simurg che sono simboli regali. Una miniatura del diciassettesimo secolo suggerisce che quest’emblema araldico era usato già da Babur (1526-30).

Questo blasone rifletterebbe l’ossessione di Babur per Samarcanda, giacché fu per tutta la sua vita incapace di conquistarla, come anche per i Simurg che sorreggono il Sole poiché furono l’emblema del governo della Transoxiana al tempo di Tamerlano (1370 -1405), la cui origine sarebbe Ilkhanide. Lo stemma deve essere confrontato con l’emblema araldico del Sole e dei Simurg sul Nadir Divan-Begi Madrasa di Bukhara, costruito nel 1622 – 23.

Comunque sia, fu sicuramente l’emblema araldico utilizzato da Shah Jahan e dai suoi successori.

Il Simurg, da una parte è una manifestazione di Allah; dall’altra, è la leggendaria assemblea dei trenta uccelli alla ricerca del re Simurg finché scoprirono di esserlo loro stessi: si-murg significa “trenta uccelli”.

Il significato, pertanto, dello stemma Imperiale è: il governo dell’Impero per grazia di Allah e del popolo.

Bibliografia

Lion and Sun: http://en.wikipedia.org/wiki/Lion_and_Sun

Jalal al Din Rumi, L’ essenza del reale. Fihi-mâ-Fîhi, Psiche Editrice

John A. Haywood, H. M. Nahmad, A new Arabic grammar of the written language, Lund, Humphries, 1967

Asma Afsaruddin, Excellence and precedence: medieval Islamic discourse on legitimate leadership, Brill Publishers

Titus Burckhardt, Moorish Culture in Spain

http://www.tradizionesacra.it/leonesole_unitaislam.htm

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21 Nov 2010

Le malattie respiratorie curate tramite i chakra

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Le malattie respiratorie curate tramite i chakra

In Oriente, agli organi respiratori è accordata un’attenzione enorme, infatti, i polmoni sono i più importanti organi che ricevono l’aria necessaria per il corpo insieme all’energia di Allah. Di conseguenza, le diverse scuole Orientali rivolte allo sviluppo armonico dell’uomo coltivavano le pratiche respiratorie ai più alti livelli.

Il principale canale energetico che regola il sistema respiratorio è un meridiano doppio dei polmoni. Il tempo di lavoro massimo del meridiano varia dalle ore tre alle cinque della notte; mentre la tensione minima nel canale è tra le ore 15 e le 17 quando l’energia aumenta lungo il meridiano della vescica.

Il meridiano dei polmoni è strettamente associato al sistema digestivo, soprattutto all’intestino crasso, essendo il suo meridiano doppio, che secondo i guaritori Orientali svolge la funzione di meridiano doppio dei polmoni.

La bronchite

Ajna chakra

La bronchite si osserva spesso nei bambini e negli anziani dalle ridotte proprietà protettive organiche e, in particolare, dalle limitate caratteristiche protettive della membrana mucosa. La bronchite è sovente accompagnata da disturbi laringei, nasofaringei, polmonari e tracheiti.

Nell’eziologia della malattia diversi fattori giocano un ruolo nell’interruzione del normale flusso energetico nei meridiani di polmoni, intestino crasso, vescica, reni, stomaco, milza e pancreas. A causa di questi malesseri, i polmoni sono facilmente colpiti da infezioni batteriche: stafilococco aureo, polmonite streptococcica, virus dell’influenza e morbillo.

L’andamento normale nei meridiani è fortemente influenzato dal lavoro degli organi digestivi, dalla quantità e dalla qualità del cibo consumato, dalle varie sostanze chimiche contenute nell’aria inquinata. La comparsa della bronchite contribuisce all’insorgenza delle malattie cardiache e renali, come un alcolizzato o un fumatore.

La bronchite acuta inizia intensamente. In genere, il paziente lamenta delle sensazioni fastidiose dietro lo sterno, si ha una sensazione di bruciore o di pesantezza. La tosse, inizialmente è secca, ma poi si espettora della mucosa o del muco purulento. Il paziente sente una debolezza generale. La febbre è normale o sale a 38 °.

Eseguendo la diagnosi energetica, il guaritore sente che l’energia è in eccesso nell’area nasofaringea; mentre è deficitaria nella fossa giugulare presso la settima vertebra cervicale e nello sterno. Il guaritore percepisce anche la mancanza d’energia nei reni e meno frequentemente negli arti del paziente.

Il sintomo più frequente e costante della bronchite cronica è una tosse episodica che emette espettorato, solitamente nella stagione fredda e umida. Alcuni pazienti hanno attacchi di tosse tutto il giorno, a volte accompagnati da vomito, dispnea penosa, cianosi della pelle. La temperatura corporea è di solito normale, ma durante gli attacchi può aumentare.

La progressione della malattia si accompagna a profondi cambiamenti distruttivi dei bronchi, allo sviluppo di bronchiectasie, pneumosclerosi, enfisema polmonare, insufficienza respiratoria, sindrome di cuore polmonare.

L’influenza sugli organi respiratori attraverso Anahata chakra e Vishuddha chakra

Quando la diagnosi del guaritore rileva un’insufficienza energetica lungo il meridiano dei polmoni; ve n’è un eccesso nel meridiano dell’intestino crasso, cioè nella regione degli organi digestivi. Anche i bronchi e i reni provano una mancanza d’energia. Solo nei periodi di crisi, la polarità varia leggermente e apporta un eccesso d’energia nell’area bronchiale.

Il trattamento della bronchite acuta avviene in due fasi. In primo luogo, il guaritore toglie l’infiammazione generale dal corpo, cioè normalizza l’energia dell’organismo e rimuove il calore.

Poi, il guaritore lavora sugli organi respiratori e digestivi. In primo luogo, li influenza a distanza. Il guaritore estrae l’energia già “consumata” o “stagnante” su di sé da Anahata e Vishuddha chakra. Dopo, inviando dell’energia nuova nell’area di Ajna chakra, la dirige nella parte anteriore del corpo fino all’ombelico. Inviando l’energia a Vishuddha chakra, il guaritore la distribuisce lungo le clavicole e le spalle. In seguito, dirigendo l’energia nella regione di Anahata chakra, il guaritore satura di prana il centro energetico “cardiaco”, i polmoni e il cuore.

Si consiglia di terminare la sessione con un contatto manuale. La mano sinistra è sovrapposta alla schiena, mentre la destra è sul torace. I palmi si sovrappongono tra il quarto e quinto centro energetico. Dapprima, l’energia è fatta passare tra i palmi delle mani sotto forma di una “sfera d’energia”. Poi, la “palla” è fermata al centro della cassa toracica, a cui è sovrapposta la “copia energetica” del Sole, che aumenta lentamente le sue dimensioni “bruciando” tutte “ le negatività e i dolori” all’interno del corpo.

Il trattamento migliore per la bronchite cronica e la bronchiolite è il ripristino delle funzioni dei piccoli bronchi attraverso il contatto manuale. In questo caso, i guaritori Bulgari consigliano di tamburellare con i palmi delle mani la cassa toracica e la schiena. Questo tamburellamento prosegue lungo le spalle. Poi, il guaritore invia a contatto “l’energia riscaldata” come descritto in precedenza. Nella fase seguente, il guaritore influenza a distanza. In primo luogo, compie “l’allineamento energetico” lungo le linee “fronte ? ombelico” e “spalla sinistra ? spalla destra”. Inoltre, quest’allineamento deve passare all’interno del corpo umano sentendo la forza energetica degli organi interni.

Inoltre, se lo ritengono opportuno, i guaritori Orientali influenzano durante il trattamento contemporaneamente i reni, riscaldandoli energeticamente. Così, risvegliano la “Kundalini”, stimolando il corpo malato all’autoguarigione.

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1. Una dieta con una piccola quantità di proteine e senza grassi animali, senza carne e uova, zucchero e sale.

2. Una volta ogni due settimane è necessario fare un digiuno da 1 a 3 giorni.

3. Eseguire regolarmente la ginnastica respiratoria (vedere capitolo “Introduzione allo Yoga Musulmano del Volga Bulgaria”)

4. La pulizia del corpo con l’uso di erbe medicinali (vedere capitolo “La Fitoterapia presso i guaritori Bulgari”);

La polmonite

Sahasrara chakra

Per i medici la polmonite non è una malattia specifica, ma un gruppo di affezioni diverse, la cui caratteristica principale è l’infiammazione dei polmoni, soprattutto del loro sistema respiratorio. A secondo del decorso clinico, la malattia si distingue in polmonite acuta, cronica e prolungata.

La polmonite acuta è un’infezione acuta che appare indipendentemente o come una complicanza d’altre malattie. La polmonite acuta è caratterizzata da un forte processo infiammatorio che avviene nei bronchi e negli alveoli, diffondendosi nel tessuto interstiziale che coinvolge il sistema vascolare polmonare.

A seconda del processo, la polmonite si distingue in microfocale, focale, macrofocale e confluente. L’eziologia e la patogenesi della polmonite sono fortemente influenzate da vari microrganismi: polmonite streptococcica, stafilococco, virus respiratori (fino a un centinaio di tipi).

Piccolo circolo energetico

Secondo i guaritori Orientali, i fattori esterni della polmonite (infezione, cause chimiche, ipotermia, disturbi circolatori polmonari, ecc…) sono secondari; questi ultimi insorgono per delle cause interne all’organismo, giacché è infranto l’equilibrio energetico nei meridiani di polmone ? intestino crasso, cuore ? intestino tenue, reni ? vescica urinaria, così come nei meridiani di “controllo ? fecondazione” che regolano la stabilità energetica dell’organismo.

Il quadro clinico di tutte le forme di polmonite acuta (lobare e focale) ha delle caratteristiche comuni: un inizio acuto, brividi e febbre fino a 39 – 40 °C, debolezza generale, dolori al petto, mal di testa. Il malato soffre di tosse secca o rilascia della mucosa accompagnata da espettorato mucopurulento. Appare dispnea. La respirazione è accelerata, il paziente presenta tachicardia. Sul volto della persona appare un colore febbrile. Sulle labbra sono frequenti varie eruzioni cutanee.

I guaritori Bulgari iniziano il trattamento della polmonite acuta prescrivendo all’ammalato un riposo a letto e un digiuno completo, ma il paziente deve bere abbondantemente varie tisane.

L’influsso energetico dei guaritori Bulgari iniziava con la rimozione del processo infiammatorio generale. Allineando la circolazione energetica, creando un “piccolo cerchio d’energia”, l’energia fluisce dal coccige alla corona (lungo la spina dorsale) e da quest’ultima attraverso il viso, il torace, lo stomaco e il ventre raggiunge il coccige, ottenendo una “pura” circolazione indipendente.

Poi, il guaritore lavora sul “circolo medio energetico”. L’energia fluisce dal piede sinistro alla testa e dalla testa al piede destro. L’energia è inviata direttamente per mezzo dei canali interni al corpo, cercando di abbracciare tutti i sistemi del corpo (circolatorio, nervoso, ecc…) e tutti gli organi. Una particolare attenzione è rivolta agli organi “filtranti”: reni, fegato, milza e polmoni.

Circolo medio energetico

La rimozione dell’infiammazione termina con la creazione di un “grande circolo energetico” che aiuta a mantenere l’aura dell’organismo aumentandone la sua immunità. “Un grande circolo energetico” si crea riempiendo la Kundalini quando l’energia passando dalla corona del capo si incanala nella colonna vertebrale lungo i meridiani fino alla vescica e al coccige. Riempiendo la Kundalini, l’energia sale lungo la linea centrale della spina dorsale fino alla settima vertebra cervicale, poi separandosi in due rami e scendendo di nuovo lungo la spina dorsale sale fino al coccige, riempiendo maggiormente la Kundalini.

In seguito, l’energia è innalzata lungo la colonna vertebrale fino alla cima della testa. A questo punto, il guaritore cerca di “accendere” tutti i centri energetici (chakra). Dalla cima, il flusso energetico è portato il più in alto possibile, e come un fiore, si schiudono i suoi molteplici raggi in tutte le direzioni dirigendosi fino ai piedi e creando attorno alla persona un involucro energetico o una fontana d’energia. Dopo, l’energia si riunisce di nuovo, ed entrando nei piedi sale verso l’alto attraverso le gambe riempiendo la Kundalini.

Grande circolo energetico

Dopo la creazione dei circoli energetici, il guaritore lavora subito con le zone colpite dei polmoni applicando una luce verde incantevole sul chakra del “cuore” affinché “bruci” la malattia. L’energia, in questo caso, si dirige tramite un raggio Solare potente e sottile tra i capezzoli del torace, rafforzando il fuoco del chakra, e poi, simile a un raggio laser sonda e lavora su ogni centimetro della zona interessata.

Parallelamente, il guaritore lavora con il cosiddetto “quadrato filtrante” (reni, milza, fegato) che contribuisce alla pulizia del sangue.

La sessione termina riempiendo d’energia vitale il chakra del “cuore”.

La polmonite cronica è un processo infiammatorio progressivo con riacutizzazioni periodiche. Questo processo può essere focale e totale, cioè cattura tutti gli elementi strutturali del polmone, giacché è localizzato nei bronchi, nel parenchima e nel tessuto interstiziale estendendosi ai vasi pleurici.

Nella patogenesi della polmonite cronica sono molto importanti i seguenti fattori: 1) Non è completamente ripristinato l’equilibrio energetico degli organi respiratori dopo la malattia delle vie respiratorie superiori, delle affezioni tracheali acute e croniche, e in particolare dei bronchi. 2) La polmonite acuta e le lesioni polmonari del sistema vascolare conducono a disturbi trofici; 3) Le lesioni dell’apparato toracico-diaframmatico (cifosi, scoliosi, paralisi del diaframma, ecc…) 4) I traumi e le lesioni della pleura infrangono in modo rilevante la funzione ventilatoria polmonare.

Anche l’equilibrio energetico è influenzato dallo sviluppo di anomalie polmonari: ipoplasia polmonare, stenosi della trachea e dei bronchi principali, tracheo-broncomegalia, acidi congeniti (ad esempio, l’acido eicosapentaenoico o EPA), ecc…

Quadrato filtrante

Lo squilibrio dell’equilibrio energetico riguarda soprattutto l’immunità compromessa, cioè il campo protettore dell’organismo che è distrutto all’interno. Il quadro clinico della polmonite cronica è talmente diverso nelle sue manifestazioni che mi concentrerò sui casi più frequenti.

Per esempio, dopo la bronchite acuta perdurano tosse, malessere generale e febbre. A seconda della progressione del processo si manifesta un quadro predominante di bronchite cronica, e in alcuni casi si sviluppa l’asma bronchiale, la bronchiectasia (emottisi, escreato purulento) o la pneumosclerosi (tosse, dispnea). A volte si osservano le combinazioni dei sintomi sopra elencati. Talvolta, queste modifiche conducono allo sviluppo dell’insufficienza respiratoria e alla sindrome da cuore polmonare cronica (cardiopatia polmonare); mentre in casi gravi, la variazione della composizione gassosa nel sangue favorisce l’ipossiemia arteriosa insieme all’aumento di anidride carbonica (biossido di carbonio). Si sviluppa l’acidosi respiratoria.

La cardiopatia polmonare è causata dall’ipertrofia e dall’allargamento del ventricolo destro. Siamo in presenza di ipertensione nella piccola circolazione sanguigna (polmonare) e di stagnazione nella grande circolazione sanguigna (sistemica).

Una diagnosi del malato rivela i seguenti sintomi: cianosi della cute, affanno, frequente rigidità toracica (la respirazione è fatta con l’aiuto dei muscoli ausiliari).

Si osservano dei cambiamenti negli organi del sistema circolatorio: tachicardia, ipertrofia cardiaca, ipercapnia, ipertensione (aumento della massa sanguigna circolante a scapito dell’incremento degli eritrociti).

Il trattamento energetico della polmonite cronica avviene in diverse fasi. Questa cura inizia aumentando la protezione del sistema immunitario dell’organismo. Si influenza direttamente il timo riempiendo Vishuddha chakra. A tal fine, il guaritore influenza a distanza frantumando un batuffolo energetico stagnante che si è formato in Vishuddha chakra. Apre le “porte” del chakra “drenandolo” di energia negativa e poi lo riempie di prana. Il riempimento avviene dapprima a distanza, dopo a contatto si appoggia il dito medio della mano destra nella fossa giugulare. Il calore vivificante riempie il quinto centro energetico, poi si diffonde in tutto il torace. Le parti dei polmoni più lesionate sono difficilmente riempibili di energia calda, ma il guaritore le “penetra” con la mano sinistra inviando del prana dal proprio Vishuddha e Ajna chakra.

L’influsso sulla tiroide attraverso Vishuddha chakra

Il guaritore termina la seduta influenzando gli organi della circolazione sanguigna: fegato, milza, rene e cuore. I guaritori Bulgari consigliano, in questo caso, di influenzare il fegato e i reni a contatto, e la milza e il cuore a distanza.

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1.      Bere decotti di foglie di mirtilli rossi, radice di altea e foglie di edera; molto spesso, i Bulgari utilizzano infusi e decotti di radici di inula e tè a base di origanum vulgare.

2.      Un giorno di digiuno ogni due settimane.

3.      Esercizi di ginnastica respiratoria (vedere capitolo “Introduzione allo Yoga Musulmano del Volga Bulgaria)

L’asma

L’asma è una malattia di natura allergica che si manifesta con attacchi di dispnea espiratoria. La respirazione difficoltosa è dovuta a una violazione dell’equilibrio energetico nei meridiani dell’intestino crasso e tenue, del polmone e del cuore, a causa di un’interruzione della pervietà bronchiale. In altre parole, c’è uno spasmo dei piccoli bronchi accompagnato da un edema della membrana mucosa col rilascio di secrezioni viscose nei lumi ristretti bronchiali.

L’asma si sviluppa a causa dell’alta sensibilità del corpo ai vari allergeni. Gli allergeni provengono dall’ambiente esterno e si sviluppano anche nell’organismo. Il primo gruppo riguarda gli allergeni di origine vegetale, animale, industriale e infettiva, nonché il cibo e le medicine.

Gli allergeni del secondo gruppo insorgono nell’organismo del malato probabilmente in seguito a processi infiammatori infettivi (colecistite, tonsillite, sinusite, ecc…) e a processi non infettivi (ustioni, congelamento, ecc…)

I guaritori Bulgari spiegano gli attacchi di asfissia in questo modo: il corpo dell’ammalato si squilibra energeticamente quando l’energia di alcune sostanze (i futuri allergeni) entra in conflitto con l’energia della persona.

Il quadro clinico della manifestazione si differenzia nei vari tipi di asma.

Nel periodo iniziale, la malattia non rileva attacchi di asma. Tuttavia, i pazienti hanno una respirazione difficoltosa e sibilante durante l’attività fisica in posizione eretta, presentano anche attacchi di tosse abbaiante con espettorato scarso e vitreo, soprattutto di notte.

Il quadro clinico della malattia mostra crisi di soffocamento. Un tipico attacco inizia spesso con una sensazione di chiusura nasale, tosse e respirazione limitata. L’inspirazione e l’espirazione sono sempre più difficili. Si osserva una tensione addominale ai muscoli scaleni, sternocleidomastoidei e pettorali. La respirazione diventa rumorosa e intervallata da suoni rauchi, ronzii e sibili. Si segnala spesso cianosi su labbra, guance e punta del naso. La cianosi può acquisire una tonalità lilla sfumata e anche nerastra. Si osserva un aumento della pressione sanguigna. L’attacco provoca un’emissione rapida di espettorato viscoso e grigio col ripristino della normale frequenza respiratoria. Qualche volta l’attacco non passa per molte ore, giorni o settimane, o dopo una breve pausa inizia una nuova crisi.

Nella fase iniziale del trattamento, i guaritori Bulgari cercano possibilmente di proteggere il malato dall’allergene; inoltre, influenzando principalmente i bronchi e i polmoni eliminano le malattie croniche nel corpo, giacché sono una fonte d’infezione.

La rimozione dell’infiammazione bronchiale e polmonare e la normalizzazione dell’attività cardiaca.

Si prescrivono al malato una dieta e un digiuno per liberare i meridiani energetici dell’intestino, dei polmoni e del cuore dal sovraccarico digestivo dei cibi pesanti.

Sono prescritte delle tisane di erbe “depurative” e “anti-infiammatorie” (vedere capitolo “La Fitoterapia presso i guaritori Bulgari”). I guaritori Bulgari utilizzano anche ampiamente la ginnastica respiratoria (vedere capitolo “Introduzione allo Yoga Musulmano del Volga Bulgaria).

Il trattamento energetico inizia con una diagnosi accurata e col ripristino della normale funzione del tratto gastrointestinale. Il guaritore si “connette” alle mani del paziente a distanza, o più spesso a contatto, e dirigendo l’energia nell’area di Svadhishthana e Manipuraka chakra ottiene una sensazione di leggerezza e di agiatezza all’interno dell’addome. In conformità alla normalizzazione dell’equilibrio energetico intestinale, il paziente avverte una sensazione di calore.

In seguito, il guaritore senza scollegare le mani “pulisce” e “riempie” d’energia calda Anahata e Vishuddha chakra. Una volta che i centri energetici funzionano normalmente, il guaritore rimuove l’infiammazione polmonare e bronchiale normalizzando contemporaneamente l’attività cardiaca.

A tal fine, i guaritori Bulgari sovrappongono il palmo della mano destra sul lato sinistro del petto e il palmo della mano sinistra sul lato destro del torace del paziente. Dopo di che, inviano energia ai bronchi, riempiono di prana i bronchi e gli alveoli, e ripristinano la circolazione sanguigna nella rete capillare polmonare.

Nel malato, durante gli attacchi di asfissia, il sangue scorre fortemente verso l’area toracica. Per facilitare la respirazione, il guaritore faceva defluire il sangue alle estremità del corpo finché ripristinava l’equilibrio energetico tra le mani, i piedi e il torace del paziente eliminando la stagnazione energetica dagli organi respiratori.

L’effetto terapeutico termina quando il guaritore “fa fluire” l’energia in tutti e tre i circoli energetici, creando un’aura compatta intorno al corpo del paziente.

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1. Una dieta a basso contenuto di grassi, proteine e carboidrati;

2. Un digiuno una volta la settimana (1 giorno);

3. L’assunzione obbligatoria di tisane (vedere capitolo “La Fitoterapia presso i guaritori Bulgari”);

4. L’esecuzione della ginnastica respiratoria (vedere capitolo “Introduzione allo Yoga Musulmano del Volga Bulgaria);

5. Mettere le mani in una bacinella di acqua calda per 7-10 minuti al fine di rimuovere il sangue dal petto durante un attacco.

http://www.tradizionesacra.it/malattie_respiratorie.html

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20 Set 2010

Shivaismo Tamil e misticismo Islamico

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Shivaismo Tamil e misticismo Islamico

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“Chi  conosce sé stesso conosce il suo Signore”
~ Hadith ~
“Conosce sé stesso e diventa uno con Shiva”

~ Tirumantiram 2329 ~ (Il Tirumantiram è la decima delle dodici opere canoniche dello Shivaismo Tamil)

1. Introduzione al misticismo

Le differenti definizioni sul misticismo fornite da autori diversi, esprimono l’idea e il desiderio dell’anima umana di conseguire quel sentimento di Unicità che in termini teistici è spesso considerato fusione con l’Assoluto. Fra le varie definizioni in voga, il misticismo è definito il forte desiderio di raggiungere l’Infinito; la scienza dell’unione con l’Assoluto; l’arte di instaurare un rapporto consapevole con l’Assoluto; l’unione della personalità umana col divino; la pratica della contemplazione; l’anelito universale dello spirito umano alla comunione personale con Dio, e così via. L’obiettivo principale del mistico, pertanto, a seconda se è teista, ateo o nichilista, è di cercare l’Unione con l’Assoluto o di stabilire l’identità dell’anima col Principio universale (“Tat Tvam Asi” in Sanscrito o “Tu sei”); in altre parole, l’autorealizzazione è solo nell’Assoluto o in quell’Unità chiamata Unicità. Stiamo parlando, quindi, delle tre principali interpretazioni definitive che sono interconnesse o conducibili l’una all’altra: Unione, Unità e Identità.

Evelyn Underhill descrisse il mistico come una persona che ha raggiunto l’unione con la Realtà di grado maggiore o minore, o chi crede in tale conseguimento. L’Islam e lo Shiva Siddhanta sono entrambe delle religioni teistiche, ma questa definizione vale più per i mistici di ambedue le fedi, cioè per i Sufi e per i Siddha. Hazrat Inayat Khan opina che l’unica differenza tra lo Yogi e il Sufi è che il primo si preoccupa maggiormente per la spiritualità, mentre il secondo più per l’umanità.

Definizione di Walî: Prima di scoprire chi è un Walî (plurale Awliyâ), è necessario definire la Walâya. Le parole Walî e Walâya hanno un’origine Coranica e la loro radice trilittera è wly che significa essere vicino, essere un amico, governare. Questa radice appare in forme diverse nel Corano per oltre 200 volte. Ibn ‘Arabi afferma che la Walâya (la Santità) è “l’ombra della funzione Profetica”, come la funzione Profetica è l’ombra della funzione Divina. La Walâya è l’appropriazione del carattere Divino (takhalluq) perché l’uomo è un’ombra delle qualità di Allah. Il termine Walî appare nella Sura Al-Ma’idah, “La tavola imbandita” (Corano, 5: 55). Ruzbehan Baqlî suddivise la Walâya in diverse stazioni: desiderio spirituale o irâdah, amore solo per Allah o mahabbah se è accompagnato da grazie (karamât), gnosi o conoscenza intuitiva (ma`rifah) accompagnata da stati di contemplazione Divina (mushâhadât). La Walâya presuppone anche l’assistenza divina. La via dell’amore non si oppone alla via della conoscenza nel misticismo Islamico; per cui un Walî è un ‘arif (conoscitore) e un muhibb (amante).

Lo sviluppo del misticismo nell’Islam offre un avvincente parallelo col progresso scientifico nel mondo Islamico. Molti Sufi, non furono soltanto dei grandi poeti (Rumi e Junaid) e dei grandi filosofi (Ibn al-Arabi), ma anche dei grandi scienziati (al-Ghazali, Ibn Sina o Avicenna, Omar Khayyam) nella storia Islamica.

Definizione di Siddha o Sittar (formula Tamil del Sanscrito Siddha): I Siddha furono descritti quietisti nella religione e alchimisti nella scienza. Per sapere chi è un Siddha, dovremmo sapere che cos’è una Siddhi. È come dire, bisognerebbe capire che Islam significa sottomissione, se vogliamo sapere che un Musulmano è un sottomesso a Dio. Un Siddha è un asceta che ha raggiunto la Siddhi. Il termine deriva dalla radice Sanscrita sidh che significa “compimento” o “realizzazione”; così, il sostantivo si riferiva a uno che raggiungeva la perfezione. Il Tirumantiram (Tmt) è esplicito nel descrivere chi è un Siddha. I Siddha sono coloro che vivono in Yoga Samadhi (Tmt: 1490), realizzano il Divino (Tmt: 671) e raggiungono Shiva (Tmt: 2347).

I Santi come Appar, Sambandar, Cuntarar e Manikkavasagar, i filosofi come Meykandar e Arulnandi, e anche innumerevoli Siddha come Agastya, Bhogar, Thirumular e molti altri, hanno i requisiti per essere chiamati mistici. Questi “realizzati” sono dei mistici che praticavano le austerità, lo Yoga, l’alchimia e il tantra.

2. Il misticismo nel Corano e nel Tirumantiram

Il Corano che noi tutti conosciamo è attribuito al Profeta Muhammad (S), mentre il Tirumantiram è assegnato a Yogi Thirumular. Il Tirumantiram è il fondamento su cui la più tarda struttura della filosofia Shiva Siddhanta è stata edificata, mentre il Corano è indubbiamente la scrittura più importante per i Musulmani.

Thirumular non fu solo un membro del gruppo dei Nayanmar (i leader Shivaiti), ma anche un Siddha, i mistici all’interno dello Shivaismo. Anche il Profeta Muhammad (S) nasce in un contesto familiare Yogico. Il suo tutore, Abdul Muttalib, mentre dormiva nella Ka’aba vide in sogno un albero che cresceva fino a raggiungere il cielo. Questo sogno indicava il potere unico della Kundalini del Messaggero (S) dell’Islam. Praticando le esperienze alchemiche e spirituali, Muhammad (S) fu preparato per il suo ruolo divino. Queste esperienze culminarono nel Mi’raj (o Ascesa) attraverso i sette cieli o chakra. Ci sono sufficienti informazioni sul percorso mistico dell’Islam, dell’Irfan e del Sufismo, che sono confrontabili con le esperienze mistiche e gli insegnamenti di Thirumular. Molti Sufi interpretarono la loro condizione estatica al pari dei mistici di altre fedi unendosi a Dio o alla vera Realtà. Al pari dei Sufi, Thirumular non fu mai interessato alla conoscenza Divina non sperimentata in prima persona, ma la volle realizzare personalmente. Il Corano chiede espressamente ai suoi credenti di cercare l’esperienza spirituale di Muhammad (S) praticando la meditazione:

Non mediteranno sul Corano? Hanno forse catenacci sui cuori?” (Corano, 47: 24)

“Un Libro benedetto che abbiamo fatto scendere su di te, affinché gli uomini meditino sui suoi versetti e ne traggano un monito i savi.” (Corano, 38: 29)

I Musulmani credono all’Unicità Divina (tawhid) e si sottomettono alla Sua Volontà. Il Corano sostiene che l’uomo ritorna a Lui, ma quel ritorno è rappresentato dovunque nel Corano come una “Unione con Dio”, sia in questo Mondo sia nell’Aldilà.

L’estinzione nell’Unicità Divina, al-fana fi al-tawhid, è inevitabilmente un’esperienza di morte alla vita terrena, risarcita però con la vita Divina:

“Tutto quel che è sulla terra è destinato a perire, [solo] rimarrà il Volto del tuo Signore, pieno di Maestà e di Magnificenza.” (Corano, 55 : 26-27)

Ecco perché sono Credenti perché sono dei Cercatori dell’esperienza dei saggi. L’idea dell’Unione con Dio o ittihad nel Sufismo è simile all’idea dell’Aikyavada Shivaita . Lo spirito del misticismo nelle tradizioni religiose Shivaite e Islamiche è apprezzabile da queste espressioni identiche di due mistici del secolo ottavo. È detto: “Tutti i mistici parlano lo stesso linguaggio, perché provengono dallo stesso paese” (San Martino).

Disse il Santo Shivaita Manickvasagar (o Manicka Vasagar): “E loro accettano di rimanere anche all’inferno, se questa è la volontà di Dio.” (Tiruvasagam)
Disse Rabi’a al-Adawiyya, denominata la Madre del Sufismo: “O Signore, se Ti adoro per paura dell’inferno, bruciami all’inferno

3. I Sufi nell’Islam e i Siddha nello Shivaismo

Al pari dei Sufi che sorgono all’interno dell’Islam, i Siddha Tamil traggono la loro origine dalla fede Shiva Siddhanta. Sebbene gli ordini Sufi si costituirono nel 12 secolo d.C., le loro radici affondano nel secolo ottavo sotto l’avvento di Santi Sufi come al-Hasan al-Basri e Rabi’ah al-‘Adawiyah.  Allo stesso modo, la maggior parte delle scuole Indiane Siddha non apparve prima del 12° secolo, sebbene la variante meridionale, la scuola Tamil Siddha, ebbe un sistema completo e definito ugualmente nell’ottavo secolo. Sebbene i mistici si tengano lontani da argomentazioni teologiche e da dispute filosofiche, molti Sufi nell’Islam furono anche degli insegnanti, dei filosofi e dei grandi teologi (ad esempio, Ibn al-Arabi, al-Ghazali). I Nayanmar (i capi tribù) occupano nello Shiva Siddhanta la stessa posizione dei Profeti dell’Islam. Thirumular nello Shiva Siddhanta non è soltanto un capo Shivaita (Nayanmar), ma riveste anche la posizione speciale di Siddha. Nell’Islam mistico, il Magistero Profetico è assegnato a Muhammad (S), mentre gli altri sono ritenuti dei Wali (Amico di Dio). Formalmente i Sufi, a parte la loro Santità e le loro conoscenze, non hanno alcuna collocazione nel credo dell’Islam.

I culti Siddha e Sufi traggono, rispettivamente, la loro origine dalle scritture dell’Islam e dello Shiva Siddhanta ortodosso. I Sufi credono che le parole del Corano abbiano un significato ben più profondo di quanto non sia solitamente compreso dal lettore comune, il quale intravede solo gli aspetti esteriori e la natura trascendente di Allah. Diversamente dallo Shiva Siddhanta, la gran quantità di letteratura Sufi non forma alcun canone Islamico, che è detenuto dal Corano e dalla sunnah del Profeta costituita dalla differente letteratura degli hadith. I Siddha non furono frenati come i Sufi, giacché il Tirumurai 1 stesso conteneva dei versi attribuiti ai mistici Shivaiti. Tuttavia, non solo il canone Shivaita, ma le scritture orientali in generale, contengono notevoli elementi mistici provenienti dalle scritture di origine Semitica come la Torah, la Bibbia e il Corano.

L’importanza eccessiva riposta dai mistici su certi aspetti degli insegnamenti scritturali, condusse a divergenza di opinioni, e di conseguenza, entrambi, Sufi e Siddha, dissentirono dai credenti ortodossi Musulmani e dello Shiva Siddhanta. Il rinomato studioso Tamil Kamil Zvelebil disse che gli ortodossi Indù nel Tamil Nadu ebbero sempre un pregiudizio radicato contro i Siddha. Aftab Shahryar nel suo libro “Capire il Sufismo” e Layne Little nel suo articolo intitolato “Introduzione ai Siddha Tamil” descrissero le persecuzioni patite rispettivamente dai Sufi e dai Siddha.

Aftab Shahryar

La persecuzione Sufi degli ulema Musulmani

Layne Little

La persecuzione Siddha dei Siddantin

  • Ibn Taymiya attaccò gli eccessi teosofici dei Sufi e disprezzò la dottrina dell’Unità dell’Essere (Wahdat al-Wujud). I detti fantastici di Abu Yazid al-Bastami furono respinti come espressioni di un ubriacone spirituale.
  • Muhammad Iqbal, il poeta e filosofo Pakistano di origine Indiana, sostenne che il Sufismo non ha mai avuto alcuna relazione con le semplici credenze Islamiche e lo spirito Arabo religioso.
  • Abu’l Faraj Ibn Jauzi (510-599/1116-1200) dichiarò guerra a tutte le espressioni estatiche nel suo libro “Talbis Iblis: Delusion of the Devil” e gli scritti di ‘Ibn Arabi divennero oggetto delle frecciate degli infuriati ortodossi.
  • A volte i Siddhantin furono impegnati in uno sforzo organizzato per eliminare la fazione Siddhar. Per esempio, un movimento nella seconda metà del diciannovesimo secolo, cercò in modo sistematico ogni copia degli scritti del poeta eretico Siddha Sivavakkiyar distruggendoli prontamente.
  • M. Srinivasa Iyangar nel 1914 scrisse che i Siddha sono “soprattutto plagiari e impostori”, e in aggiunta, “essendo dei consumatori di oppio e dei sognatori, la loro presunzione non aveva limiti.”

4. Gli intercessori: Maestri Spirituali (GuruShaik) nello Shivaismo e nel Sufismo

I percorsi mistici, in qualsiasi tradizione religiosa, hanno seguito persistentemente la pratica del Maestro ed il lignaggio del discepolo, che sono chiamati Guru eSeedan nello Shiva Siddhanta, e SheikMurid nel Sufismo, rispettivamente. La venerazione del Guru non è vietata nello Shiva Siddhanta; anzi fu incoraggiata come un percorso di realizzazione del Sé. Questo è specialmente vero in un percorso mistico come lo Yoga che può essere intrapreso solamente sotto la guida di un maestro spirituale.

Al pari del Sikhismo, dove Dio è il Vahiguru (letteralmente il Signore meraviglioso), Shiva nello Shiva Siddhanta è egli stesso un Guru (Tmt: 2066; Tmt: 565). Egli è il Maestro Santo e Parama Guru (Tmt: 2835). Lo Shivaismo, al pari di tutte le tradizioni religiose interne Induiste, insiste sulla necessità di un Maestro Spirituale o Santo per il raggiungimento dell’obiettivo. I Santi Guru possono condurre alla Verità i discepoli, afferma il Tirumantiram (2049). Il Tirumantiram dichiara che un Guru è Shiva stesso, egli è Dio nella forma umana (Tmt: 1581, 1592) e bisogna trattarlo non solo come un Dio (Tmt: 1573), ma adorarLo come lo Stesso Signore (Tmt: 1578). I discepoli possono raggiungere lo Stato Supremo adorando i piedi del Guru con un amore intenso (Tmt: 2059).

Il Corano promuove l’uso di intercessori per raggiungere Dio. Il Tawassul è una pratica religiosa Islamica che avvicina il Musulmano a Dio. Il Tawassul ha origine nel Corano. I Sufi, i Musulmani Sunniti, in particolare i Barelvi, e gli Sciiti praticano questa supplica a Dio attraverso un Profeta (?), un Imam (?) o un Santo Sufi, vivo o morto. I versetti seguenti illustrano senza ombra di dubbio che il culto dei Santi è molto incoraggiato:

“O voi che credete, temete Allah e cercate il modo di giungere a Lui, e lottate per la Sua Causa, affinché possiate prosperare.” (Corano, 5 : 35)

“Quando i Miei servi ti chiedono di Me, ebbene Io sono vicino! Rispondo all’appello di chi Mi chiama quando Mi invoca. Procurino quindi di rispondere al Mio richiamo e credano in Me, sì che possano essere ben guidati.” (Corano, 2 : 186)

“Quello che adorano in luogo di Allah non li danneggia e non giova loro. Dicono: “Essi sono i nostri intercessori presso Allah”. Di’: “Volete informare Allah di qualcosa che non conosce nei cieli e sulla terra?”. Gloria a Lui, Egli è ben più alto di ciò che Gli associano!” (Corano, 10 : 18)

“In verità coloro che invocate all’infuori di Allah, sono [Suoi] servi come voi. Invocateli dunque e che vi rispondano, se siete sinceri!” (Corano, 7 : 194)

“Quelli stessi che essi invocano, cercano il mezzo di avvicinarsi al loro Signore, sperano nella Sua misericordia e temono il Suo castigo. In verità, il castigo del Signore è temibile!” (Corano, 17 : 57)

Questi versetti hanno contribuito nell’Islam allo sviluppo degli ordini Sufi, alle benedizioni (baraka) e alla venerazione degli intercessori. Le tombe dei Santi Sufi apparvero in tutte le regioni Islamiche e dei raduni annuali (urs) sono organizzati in occasione dei loro anniversari di morte. La cultura Islamica al pari del Tirumantiram , insegna di inchinarsi davanti agli Imam. Fu chiesto a Qazi Seyyed Nurullah Shustari, un dotto e pio giurista sciita Indiano: “è politeismo prostrarsi davanti a qualcuno oltre Allah?” Il Qazi rispose: “Prostrarsi davanti a una persona rispettata, non considerandolo Allah, o cadere ai suoi piedi strofinandogli il volto  non è politeismo. È il risultato di un amore intenso”. Qualche hadith sunnita citato da Abu Da’ud e Ahmed e narrato da Hazrat Qais bin Sa’d, suggerisce alla moglie di prostrarsi dinanzi al marito perché Dio ha stabilito un diritto degli uomini sulle loro donne. Basta ricordare, comunque, che Allah chiese ai Suoi Angeli e a Satana di inchinarsi dinanzi ad Adamo (?), il primo uomo (Corano, 2 : 34). Quando la Bibbia dichiara che l’uomo fu creato a immagine di Dio (Gen, 1: 27), significa che ciò che fu creato a immagine di Dio è adorabile.

5. Il linguaggio crepuscolare dei Siddha e dei Sufi

Il linguaggio dei mistici si esprime molto semplicemente, ma i significati sono spesso oscuri giacché l’autore utilizza un simbolismo molto vasto. Le effusioni mistiche sono scritte in un linguaggio crepuscolare, spesso metaforico, e sarebbe un grave errore interpretarlo alla lettera. Tutti i grandi poeti Persiani, tranne poche eccezioni, parlano in un linguaggio allegorico che ha due significati, uno interiore e uno esteriore. Commentando il carattere della letteratura Sufi, Hazrat Inayat Khan affermò: “La maggior parte della letteratura Sufi è scritta in un modo che se qualcuno non ha conoscenza del suo significato interiore e fondamentale, ne resterà molto sorpreso.” Kamil Zvelebil, noto studioso, menzionò che diversamente dagli inni bhakti che sono testi “aperti”, i testi Siddha sono “chiusi” ed il loro significato rimane enigmatico.  TN Ganapathy, riferendosi alla lingua e alla filosofia dei Tamil Siddha dichiarò: “… il linguaggio dei Siddha è definito un “linguaggio spietato” dal momento che esso concepisce una cosa e ne esprime un’altra. Se qualcuno considera la lingua Siddha nel suo valore apparente, sarà simile all’agricoltore che ara i suoi campi aspettando che si formi la nebbia.” Confrontiamo due poesie, una Sufi e una Siddha.

Voi sapete Amici miei, quanto, nella mia Casa

Gozzovigliai per un nuovo Matrimonio:

Allontanai dal mio Letto la vecchia e sterile Ragione,

E presi in Sposa la Figlia della Vigna. (Omar Khayyam, Rubaiyat, XL)

Chiunque legga le quartine di Omar Khayyam si convince che il poeta fosse un materialista rampante, la cui unica missione nella vita avesse per scopo i festeggiamenti. Questa è l’opinione di molti studiosi. Paramahansa Yogananda, invece, ha eseguito una lettura spirituale delle sue poesie interpretando alcune parole chiave nel modo seguente:

Amici significa “desideri Spirituali” e Casa “corpo”,
Nuovo Matrimonio significa “Nuova realizzazione” (unione dell’anima con lo Spirito)
Gozzovigliai significa “celebrazioni divine” (corteggiamento gioioso dello Spirito in meditazione)

Vecchia e sterile Ragione significa “Il ragionamento teologico è anch’esso spiritualmente sterile, poiché è basato su deduzioni attinte da esperienze sensoriali incapaci di produrre la realizzazione Divina.

Letto significa “Il giaciglio della vita su cui riposano i sottili processi della coscienza”.

Figlia della Vigna significa “L’intuizione che rivela lo Spirito, che induce la beatitudine, la progenie della consapevolezza nel profondo della spina dorsale”.

Il Tirumantiram contiene dei versetti di natura analoga e dal significato oscuro:

Nei pensieri confusi le linee sono tre;

Nei pensieri beffardi gli sciacalli sono quattro;

Nei pensieri distinti e ripartiti gli elefanti sono cinque;

Questi sono i nemici della mente antagonista. (TMT: 2214)

T.N. Ganapathy spiega questo versetto nel modo seguente: “I nemici interni ed esterni della mente antagonista sono: I tre leoni – la lussuria, la rabbia e l’ignoranza: I quattro sciacalli – la mente, l’intelletto, la volontà e l’ego; I cinque elefanti – i sensi del gusto, della vista, dell’udito, del tatto e dell’olfatto. Il sadhaka dovrebbe sapere come controllare questi animali all’interno del corpo coltivando il distacco nei loro confronti e sviluppando la cessazione Yogica delle fluttuazioni mentali”.

Perché i mistici scrivono in un linguaggio ambiguo e oscuro? T.N. Ganapathy e Zvelebil osservano il loro proposito deliberato. A volte, i grandi mistici modificano il linguaggio per esprimere la loro esperienza mistica conformandosi all’autorità del Clero. Scrive Zvelebil, “Il loro linguaggio oscuro è un espediente rilevante tramite cui si rivolgono al tempo stesso sia al casuale ascoltatore, sia all’adepto spirituale consapevole delle interpretazioni profonde e mistiche dei loro versi.” Questo è il motivo, precisamente, per cui una personalità del calibro di Sri Paramahamsa Yogananda ha interpretato il Rubaiyat di Omar Khayyam in una giusta prospettiva Yogica.

Il Corano contiene molti versetti che sono interpretabili letteralmente, mentre altri necessitano la spiegazione di coloro che sono radicati nella conoscenza (al-rasikhun fi’l -’ilm). I significati dei versetti nascosti non sono comprensibili dalla gente perversa. Questi rasikhun sono naturalmente gli Imam appartenenti alla Famiglia del Profeta e i Walî Allah.

Egli è Colui che t’ha rivelato (Muhammad) il Libro: ed esso contiene sia versetti espliciti,
che sono la sostanza del Libro, sia versetti allegorici.

Ma quelli ch’hanno il cuore traviato seguono ciò che v’è d’allegorico,

bramosi di causare dissenso spiegandoli.

Mentre la vera interpretazione di quei passi non la conosce che Allah.” (Corano, 3: 7)

6. La Santità del corpo: un microcosmo del macrocosmo

Nello Shiva Siddhanta, il corpo umano è paragonato ad un universo in miniatura. L’atteggiamento positivo dei Siddha verso il corpo umano è del tutto opposto alle opinioni delle altre sette Vediche che disprezzano il corpo umano definendolo difettoso e brutto. Uno dei maestri spirituali più riveriti in India, Ramana Maharishi, disse che l’universo intero è condensato nel corpo. Questo punto di vista è condiviso dai Sufi. Majid Fakhry, riferendosi all’interpretazione delle esperienze mistiche di Ibn ‘Arabi, scrive che l’Uomo Perfetto, dopo esser stato creato a immagine di Dio, è la pietra di paragone della creazione ed una replica dell’universo intero. In altre parole, l’uomo è un microcosmo del macrocosmo. Yusus Emre (1240 -1230), un grande umanista Sufi di origine Turca, ha detto che il corpo è un microcosmo in cui tutte le attività del macrocosmo sono riportate.

“Entrammo nella casa della realizzazione, noi testimoniammo al corpo.
I cieli vorticosi, la terra dai molti strati,
I settantamila veli, noi abbiamo trovato nel corpo.
La notte e il giorno, i pianeti,
Le parole incise sulle Tavolette Sante,
Le colline che Mosè scalò, noi osservammo nel corpo.
La Torah, i Salmi, il Vangelo, il Corano,
Ciò che questi libri narrano, noi trovammo nel corpo.
Tutti dicono che queste parole di Yunus sono vere.
La verità è ovunque la si desideri. Noi la trovammo tutta all’interno del corpo.
(Yunus Emre)

Per Thirumular, il santuario Santo di Dio è il cuore nel corpo carnoso, esso è detto tempio (Tmt: 1823). Questa città di nove porte (Tmt: 470) non è da disprezzare, ma è custodita per l’adorazione (Tmt: 725). Il Signore non ha un’altra dimora diversa dal corpo-casa di Jiva (Tmt: 2650). L’idea del corpo come una dimora di Dio da scoprire non è affatto nuova alla filosofia Induista, giacché è menzionata anche nelle Upanishad. “In questa città di Brahman (il corpo) c’è il palazzo, il piccolo loto (del cuore), e in esso un etere. Ebbene, si deve ricercare e capire ciò che esiste all’interno di quell’etere piccolo.” (Chandogya Upanishad, 8.1.1). Anche nel Cristianesimo, una religione di origine Semitica, il corpo è presentato come il tempio di Dio, perché al suo interno vi è lo Spirito di Dio. “Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (I Corinzi, 3:16) e “glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (I Corinzi 6:20).

Dato che il Sikhismo evolse in un contesto conflittuale e di dissertazioni religiose tra Fachiri Musulmani e Yogi Indù, non è sorprendente constatare che il testo sacro del Guru Grant Sahib considera anche il corpo umano come il Tempio di Dio.

Questo corpo è il Tempio del Signore, in cui il gioiello di saggezza spirituale si rivela.

I caparbi manmukh non sanno niente;

Non credono che il Tempio del Signore è all’interno. (Guru Grant Sahib, Vol. 4, pag. 534)

(Significato di manmukh: http://www.sikhiwiki.org/index.php/Manmukh)

Le discipline Sufi di concentrazione, con le loro fissate e accurate tecniche respiratorie e posturali, aiutano la gente a sperimentare un senso di presenza trascendente interiore. L’intero sistema Sufico ruota attorno a due domande: (1) Come può l’uomo ottenere l’esperienza della presenza Divina interiore? (2) Qual è la relazione di Dio con gli individui e con l’universo? Queste domande si applicano anche al percorso mistico e religioso dello Shivaismo.

7. Guardarsi all’interno e avvicinarsi a Dio

Le essenze sono specchi in cui Dio si riflette (Al Qual Al Jamil)

Lui è dentro di te, anche fino a riflettersi nello specchio (Tmt: 603)

In tutte le religioni teiste, Dio è trascendente ed immanente. Solamente il grado di trascendenza e di immanenza differisce tra le religioni. La parola Kadavul in Tamil è unica, poiché contempla la natura trascendente e immanente della Realtà. Etimologicamente, è una conglomerazione di due parole, “kada” che significa “al di là”, e “ul” il cui significato è “dentro”. È il Manifesto e l’Occulto del Corano (57: 3) e pure del Tirumantiram (Tmt: 1532). Diversamente dal Corano e dalle Upanishad, comunque, il Tirumantiram sottolinea ripetutamente la natura gemella o duale di Dio (Tmt: 2350, 3043) e considera importante l’auto-realizzazione o il ritrovamento di Lui (Dio) nel proprio interno.

Gesù disse: “Eccolo qui, o eccolo là; perché ecco, il regno di Dio è dentro di voi.” (Luca, 17: 21). La caratteristica della fede Induista è la sua ricerca interiore della Realtà divina. Nell’Islam, dopo la morte del Profeta (S), i Santi chiamati in seguito Walî, misero in luce e in pratica la ricerca interiore della Realtà; ma certi mistici, incuranti del retroterra religioso, erano scherniti dai comuni mortali, poiché girovagavano alla ricerca di Dio senza rendersi conto della Sua presenza al loro interno. Entrambi, Sufi e Siddha, affermano:

Che sia familiare il tuo rapporto con Dio! Egli ci è più vicino di noi stessi,

Per ignoranza, noi però vaghiamo da porta a porta alla Sua ricerca.

(Commento gnostico al Corano, 50: 16)

Ininterrotto come il filo dentro uno stelo di loto è Param (Assoluto) all’interno;

Eppure non cercano là, ma girovagano dappertutto. (Tmt: 2562)

La maggior parte delle Sacre scritture proclama il ritorno dell’uomo alla sua fonte paradisiaca originale, di solito dopo la morte. Tuttavia, il misticismo ha come obiettivo la realtà spazio-temporale in cui l’uomo vive. Ecco perché la tradizione spirituale Indiana distingue due tipi di moksha o liberazione: (1) Ante-mortem,Jivan Mukti e (2) Post-mortem, Videha Mukti. Il Tirumantiram dichiara che Dio trascendente può essere attratto in questo mondo di immanenza nel suo vero tempio chiamato cuore (Tmt: 1748). Solo gli sciocchi cercano con la fiaccola ardente mentre dentro di loro v’è la torcia (Tmt: 749). Il Tirumantiram dichiara: “Possa tu incontrare il Signore, ora e quaggiù”.

Passo dopo passo, pratica l’astinenza mentale e guarda all’interno;

Una ad una le tante virtù che vedi dentro;
Puoi allora incontrare il Signore, ora e quaggiù,,
Che l’antico Veda ancora cerca dappertutto.
(Tmt: 578)

O il Signore scende conferendo la Sua grazia o il mistico ascende guardandosi dentro. In entrambi i modi, che si tratti di ascesa o di discesa, è richiesto lo sforzo del soggetto. “Il Signore accordi la Sua grazia e si avvicini quando Lo adorate.” (Tmt: 1526) Pertanto, il devoto deve adorarLo per ricevere la grazia. Sembra che “avvicinarsi a Dio” sia solo una fase lungo il viaggio del mistico verso Dio. Non sorprende che tutti i percorsi mistici, a prescindere dalla loro appartenenza religiosa, descrivano questa fase come un punto importante per l’avvicinamento del devoto a Dio.

Riccardo di San Vittore presenta l’ascesa all’unione con l’Assoluto in quattro tappe di “Ripida Scala d’Amore”: (1) Sete per l’Amato, (2) Visione dell’Amato, (3) Unione in matrimonio e (4) Ritorno o Fusione. I Sufi Hazrat Ali (A) e Hazrat Abd al-Qadir al Jilani descrissero il Sufismo come un acronimo di quattro lettere (TSWF) della parola Tasawwuf . Ogni lettera rappresenterebbe una tappa segreta o una qualità Sufica: (1) la prima lettera “T” significaTawbah, pentimento, (2) la seconda lettera è la fase di pace o gioia, Safa, (3) la terza lettera indica lo stato di Santità degli amanti o amici della Wilaya di Allah, (4) la quarta lettera rappresenta il fana’, l’annullamento del sé. Il Tirumantiram descrive anche le quattro fasi successive per la Completa Beatitudine, vale a dire Saloka, Samipa, Sarupa e Sayujya (Tmt: 1507)

Le quattro fasi di ascesa e di unione, enumerate da Cristiani, Musulmani e mistici Shivaiti

Riccardo di San Vittore

Abd Al Qadi Jilani

Thirumular

(1) Sete per l’Amato

Tawbah, Pentimento

Saloka (Vivendo nel Mondo di Dio)

(2) Visione dell’Amato

Safa, Purezza, pace o gioia

Samipa (Essere vicino a Dio)

(3) Unione in matrimonio

Walî, Amico di Allah

Sarupa (Possedere la forma di Dio)

(4) Ritorno o Fusione

Fana’ Annientamento del sé.

Sayujya (Essere uno con Dio)

8. Rapporto Uomo Dio

Fondamentalmente, ci sono tre parti nel misticismo: la prima parte è il marga o il metodo utilizzato dal mistico, la seconda è l’ascesa spirituale e la terza è la Beatitudine finale. Per quanto riguarda il metodo, un mistico innamorato di Dio può contemplare il Signore come Padre (satputra marga), Maestro (dasa marga), Amico (saha marga), Conoscente (san marga) o Amante (madhura bhava). Il percorso o il metodo scelto, quindi, è influenzato dal retroterra religioso del mistico. Un Cristiano vedrebbe Dio come un Padre in cielo, mentre un mistico Musulmano si ritiene un servitore del suo Padrone. Nonostante questa tendenza generale, nulla impedisce ai mistici di queste tradizioni religiose il percorso alternativo dell’Amicizia, della Conoscenza e dell’Amore. Il Corano raccomanda sempre un rapporto Padrone-Servitore tra Dio e l’uomo (2: 23, 6: 18, 7: 194, 8: 51, 15: 49, 25; 1, 37: 81, 40: 31, 43: 68, 76: 6), ma nell’intento di avvicinarsi progressivamente a Dio (per esempio, Corano, 56: 11, 3: 31). La scrittura Shivaita del Tirumurai sottolinea altre relazioni. Uno studio critico dello Shiva Siddhanta rivelerà che tutti questi marga (strumento o via) sono all’interno della sua congregazione.

Questa caratteristica non è esclusiva solo dello Shiva Siddhanta, ma dell’Induismo in generale. Le confraternite Musulmane, invece, contemplano al loro interno le seguenti relazioni: padre-figlio, maestro-schiavo, guida-viaggiatore, medico-paziente, insegnante-studente, amato-amante, ecc… (Arthur F. Buehler, Sufi heirs of the Prophet: the Indian Naqshbandiyya and the rise of the Mediating Sufi Shaykh, pag. 138)

La relazione Uomo-Dio nello Shivaismo è fondamentalmente una riflessione della relazione tra Padrone e Servitore. Questo rapporto è maggiore nell’Islam che di per sé significa Sottomissione o Abbandono. I credenti Musulmani inclusi molti mistici, si considerano degli schiavi obbedienti di Allah. Allah è dolce con i Suoi servi (42: 19) afferma il Corano. Il Corano 3: 19 menziona espressamente che il Cammino di Allah è “Abbandono o Sottomissione”.

I Sufi credono che il Corano li citi assegnandogli una categoria speciale chiamata Muqarrabu, il cui significato è “I Ravvicinati a Dio”. Il Corano divide gli esseri umani nel Giorno del Giudizio in tre classi  (56: 7-11): (1) I compagni della Mano destra, (2) I compagni della Mano sinistra e (3) I Ravvicinati a Dio (Muqarrabun). L’idea di “avvicinarsi a Dio” si trova nel Tirumantiram , un testo dello Shiva Siddhanta:

Avvicinati al Signore, Egli non ti lascia;

Avvicinati al mondo, ti lascia solo

…… dichiara Thirumular (Tmt: 2811).

Un versetto del Corano paragonabile sottolinea lo stesso concetto:

Chi desidera il campo arato dell’Altra Vita,

Glie ne daremo in abbondanza.

E chi desidera il campo arato del mondo,

glie ne daremo, ma nell’Altro non ne avrà parte alcuna. (Corano, 42: 20)

Il messaggio è molto chiaro in questi versi. I materialisti non avranno alcuna ricompensa nell’Aldilà. I Sufi ritengono che i “Muqarrabun” non siano esattamente una sottocategoria all’interno dei “Compagni della Mano destra” come generalmente interpretano alcuni studiosi; altrimenti Allah non li avrebbe collocati in una categoria particolare.

Come avvicinarsi a Lui? Il Corano recita: “non gli obbedire, ma prosternati e avvicinati (ad Allah)” (Corano, 96: 19). Il Tirumantiram fa anche un’osservazione simile. “Nessuno eccetto chi si pente profondamente si avvicina a Lui” (Tmt: 1623). Il Tirumantiram afferma che il Signore accorderà la Sua grazia e si avvicinerà quando Lo adorate (Tmt: 1526). È prostrandosi, adorando e pentendosi duramente che l’uomo può avvicinarsi a Lui.

Il Madhura bhava, il misticismo dell’amore, detto anche “mistica nuziale”, è uno stato d’animo dolce, è un profondo senso di amore e di devozione scaturente dal cuore dei mistici verso Dio che lo rende uno dei tanti metodi (“marga”) riconosciuti. In questo caso, senza alcuna distinzione di sesso tra uomo e donna, tutti gli esseri eccetto Dio sono donne, e Dio è l’unico maschio “Purushottama” (“Purusha supremo”, “Essere Supremo”). A mo’ della maggior parte dei mistici che sono ebbri di Dio, Thirumular è ben noto per la sua espressione “l’Amore è Dio”. Nel madhura bhava c’è spazio sia per il timore di Dio, sia per il fascino, l’affetto e la nostalgia dell’amato che si unisce con il suo Amante. Nell’Islam, R?bi‘ah al-‘Adawiyah introdusse per la prima volta il concetto dell’amore divino, il quale divenne il punto cardine nella vita religiosa del devoto.

Jalal ad-Din Rumi dichiarò nel suo poema epico mistico il Mathnawi: “La religione dell’Amore è diversa da tutte le altre religioni; Per gli amanti, Dio è la loro religione e la loro fede” (Mathnawi, Libro 2, verso 1770). Al-Hall?j, un Sufi nato in Persia, descrisse “l’essenza dell’unione” (`ayn al-jam’) in cui il mistico e l’oggetto divino della sua ricerca diventano uno. Mahmud Shabistari (1250-1320), uno dei più celebri mistici Sufi di Persia, interpreta l’unione mistica del Sé col Divino per suggerire l’unità di tutte le religioni:

“Io” e “Tu” sono il velo tra cielo e terra;

Solleva questo velo e vedrai come tutte le sette e le religioni sono una.

Solleva questo velo e ti chiederai quando “Io” e “Tu” non esistono. (Mahmud Shabistari, tratto dal poema “Una Luce”)

L’entusiasta Thirumular esclama parole molto simili!

L’ho cercato nei termini di “Io”e “Tu”
Ma Egli non distingue l’Io dal Tu
Mi ha insegnato la verità, “Io” in verità è “Tu”
E adesso non parlo di “Io” e “Tu”
(Tmt: 1441)

Questa espressione d’Unicità di “Io” con “Tu” è abbastanza comune nei testi Indù. L’amore è spesso manifestato tra gli amanti. In questo modo, Radha esprime a Krishna (?) la più grande realizzazione.

Nel momento benedetto della nostra unione

non v’era alcuna coscienza

che io ero la Tua amante e Tu il mio amato.

Affinché la mente cessi di funzionare,

svanisca la distinzione tra “Io” e “Tu”.

Dei 12 Shiva Tirumurai, solo il decimo e il dodicesimo, cioè il Tirumantiram e il Periyapuranam, non hanno canzoni composte in stile madhura bhava. La cosiddetta mistica nuziale, in cui il devoto posto davanti a Dio simboleggia la sposa e Dio simbolizza l’amato, appartiene alla tradizione mistica del Sufismo e dello Shiva Siddhanta. Il noto poeta Persiano Omar Khayyam (1050-1132), autore del famoso “Ruba’iyyat” (in Arabo Quartine poetiche), esprime lo stesso concetto con le seguenti parole:

C’era una porta della quale non trovai la chiave;
C’era un velo al di là del quale non potevo vedere;
Per un po’ un breve discorso su Me e Te
Sembrò esserci, e quindi non più Te e Me!

(Omar Khayyam, Rubaiyat, XXXII)

9. Fasi di ascesa spirituale

La seconda parte del misticismo riguarda il processo o le fasi di ascesa spirituale nelle diverse tradizioni ascetiche. Ci sono diverse fasi della coscienza umana tramite cui il mistico ascende a Dio discendendo nella propria mente. L’esperienza mistica di Dio è una pratica soggettiva che implica un viaggio interiore, non è una percezione oggettiva esteriore. Qualche volta i mistici si riferiscono agli stadi del loro viaggio spirituale verso l’alto usando dei simboli o punti di riferimento. Queste pietre miliari sono descritte in modo diverso nelle differenti tradizioni contemplative. Nella mistica Ebraica, il compito del mistico è di ascendere attraverso i sette “cieli”, detti “heikhalot” (palazzo), al Trono di Dio. Dante espresse gli stadi d’ascensione in una forma cosmica di dieci cieli. Il Profeta Muhammad (S) giunse al più alto livello di presenza divina attraverso i sette cieli. Il Tirumantiram dichiara “Trascendere i sette universi e oltre, è la grande luce” (TMT: 2388).

Ascendendo attraverso i Sette Alti Gradini,

Sei sicuro di raggiungere la Casa. (Tmt: 2905)

In tutte le tradizioni religiose, i mistici compiono un viaggio spirituale e ascendono al trono di Dio o alla Sua presenza nel più alto dei cieli. Questo viaggio simboleggia l’integrazione dell’intero essere mistico col Divino. Thirumular si riferisce a questa ascesa scalando un Albero mistico o una Montagna (Tmt: 625, 626), alla maniera di Platone quando cita le varie scale di ascensione. L’idea che riproduce l’ascesa dell’anima lungo una scala, non tocca solo la tradizione Semitica. Il Tirumantiram mostra che l’anima ascende a Shiva sormontando una scala (Tmt: 1424). Il Profeta Muhammad (S) sperimentò in cielo la presenza divina guidato dall’Angelo Gabriele durante il viaggio famoso di notte o Mi’raj (letteralmente = “ascensione”). Il Corano cita la prima parte di questo evento, il Miraj, il viaggio notturno, nella Sura 17:

Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo
Dal Tempio Santo al Tempio Ultimo

(Corano: 17: 1)

Yusuf Ali scrisse nella sua introduzione alla Sura 17:

Il Profeta (S) fu trasportato dalla Moschea Sacra (di Mecca) alla Moschea Lontana (di Gerusalemme) in una notte, mentre gli furono mostrati alcuni Segni di Allah. Il Santo Profeta (?) fu prima trasportato nel luogo delle prime rivelazioni in Gerusalemme, e poi portato attraverso i sette cieli al Trono Sublime.

Il Mi’raj, l’ascensione, il viaggio alla presenza divina, è il prototipo del cammino spirituale dei Sufi.  Ci sono almeno cinque figure della Bibbia che ascesero al cielo: Enoch (Gen., 5: 24), Elia (2 Re, 2: 11-12), Gesù (Atti, 1: 9), Paolo (2 Corinzi, 12: 2-4) e Giovanni (Apocalisse o Libro della Rivelazione, 4: 1). L’ascensione di Muhammad (S) fu possibile sul Buraq, un cavallo alato; la visione misteriosa di Ezechiele fu resa possibile sulla Merkava, il cocchio divino (Bibbia, Ezechiele, 1: 1), mentre la tradizione Tamil registra l’ascensione del Nayanar (poeta Shivaita) Cuntarar sopra un elefante bianco. Uno scenario somigliante di ascensione attraverso lo spazio cosmico, è stato riferito da molti mistici.

A prescindere dalla tradizione mistica, l’ascensione è suddivisa in tre fasi principali: purificazione, illuminazione e unione. Dante nella sua Divina Commedia la rappresenta in InfernoPurgatorioParadiso. Questo viaggio, tuttavia, è stato tradizionalmente simboleggiato in un passaggio attraverso le sette stazioni interiori raffiguranti i cieli, le residenze, le stazioni, le valli e i palazzi. Alcuni mistici lo immaginarono come un viaggio pericoloso attraverso i sette cieli, mentre altri, ad esempio il poeta Sufi Farid al-Din ‘Attar e il fondatore del Babismo, il Baha’ullah, raffigurarono il viaggio nella forma di sette valli. Nel nono secolo, il Sufi Ahmed ibn Abu al-Hassan al-Nuri (morto il 295/907), nella sua opera “Stazioni dei Cuori” (maqamat al-qulub), descrisse il viaggio nella forma di sette castelli (castelli di corindone, argento, ferro, ottone, ecc…). I praticanti di Yoga Kundalini lo considerano un viaggio attraverso le “stazioni della colonna vertebrale” che chiamano chakra o ruote (dal muladhara al sahasrara), mentre alcuni mistici Shivaiti Tamil come Cheraman Perumal Nayanar e Nampiyandar Nambi compararono il progresso dell’anima ai sette stadi attraversati da una ragazza durante la sua vita.  Nella tradizione Siddha Tamil, le stazioni sono a volte identificate con certe località importanti del Tamil Nadu (Thiruvarur, Kasi, Chidambaram, ecc…). Santa Teresa d’Avila nel sedicesimo secolo descrisse l’avanzamento dell’anima attraverso le “sette Dimore o stanze” nella sua opera “Il Castello interiore.” Gli Ebrei chiamarono i cieli nel loro linguaggio figurativo, palazzi o “heikhalot”. Seppur le espressioni simboliche differiscono, la descrizione di questi stadi mostra una somiglianza sorprendente (vedere la tavola sottostante).

Le sette fasi di ascesa spirituale Sufi, Cristiana e nella mistica Indù

Stadi

Stadi (Haalat) nel Sufismo

Castello Interiore di Santa Teresa d’Avila

Tappe Kundalini nello Yoga

Generale

Farid al-Din Attar

Tappe

Valli

Dimore

Chakra

1

Servizio (Ubudiyat)

Ricerca

Devozione

Muladhara (Coccige)

2

Amore (Ishq)

Amore

Purificazione

Svadhistana (Vertebra sacrale)

3

Rinuncia (Zuhd)

Conoscenza

Sincerità

Manipura (Ombelico)

4

Conoscenza (Ma’rifat)

Distacco

Trasformazione

Anahata (Cuore)

5

Estasi (Wajd)

Unità

Santità

Vishuddha (Torace)

6

Verità (Haqiqat)

Stupore

Santificazione

Ajna (Pituitaria)

7

Unione (Wasl)

Annientamento del sé

Unione Mistica

Sahasrara (Corona)

10. Interpretazione della Beatitudine Finale

La terza e ultima parte del misticismo, ma forse la più importante, è l’interpretazione della Beatitudine Finale. L’interpretazione delle ascensioni dei mistici è culturalmente condizionata dalla loro tradizione religiosa. Per un Advaitista, la Beatitudine Finale è l’identificazione dell’Atman (anima umana) col Brahman (la Realtà Universale); un Cristiano la chiamerebbe “visione dello Spirito per raggiungere il Regno di Dio”; per un Buddista è il raggiungimento del Bodhisatva o il raggiungimento dello stato di nirvana; per uno Yogi Shivaita si tratta di diventare uno con Shiva; il Musulmano Sufi indica questo stato finale col nome di fana’, l’estinzione in Dio (o l’Unità dell’Essere, il Wahdat al-Wujud); mentre un Cabalista Ebreo interpreta questa esperienza nel raggiungimento del trono di Dio.

È interessante confrontare la sommità o lo stadio più elevato del matrimonio spirituale nelle differenti tradizioni religiose. Nel Tirumantiram , Moolar paragona la tappa finale del sahasrara nel Kundalini Yoga al Monte Meru, la sacra e mitica montagna degli Indù, dei Buddisti e dei Giainisti, la quale è spesso identificata col monte Kailash appartenente all’Himalaya Tibetano (Tmt: 1984). Il più basso stadio del muladhara è paragonato alla Terra (Tmt: 1982, 1983). Nella mistica Ebraica e Islamica, il livello più alto è il Trono di Dio. Il Corano indica molti punti riguardanti la sperimentazione del Kundalini Yoga. Il Corano dichiara che Dio trasportò di notte il Profeta Muhammad (S) dalla Moschea Sacra alla Moschea Lontana (Corano, 17: 1). La Moschea Sacra della Mecca indica lo stadio più basso, mentre la Moschea Lontana di Gerusalemme la vetta più elevata. Inoltre, il Corano contiene il versetto che comprova questo evento di ascesa verticale (Mi’raj) attraverso i sette chakra. Il diagramma di uno Yogi in meditazione, indica chiaramente la sinistra, la destra e il canale posto al centro. È sul canale centrale, chiamato nello Yoga sushumna nadi o il Sirat al Mustaqim del Corano (1 : 6), che tutti i chakra (centri spirituali) sono situati. Il Profeta Muhammad (S) indicò di camminare sul sentiero centrale e di non sbandare, né a destra, né a sinistra, rimanendo in equilibrio.

Il Corano contiene, inoltre, il codice che simboleggia i sette chakra.

“E le fu ancora detto: Entra nel palazzo!

E quando essa lo vide lo credette una gran

distesa d’acqua, e si scoprì le gambe.

Ma Salomone le disse: È un palazzo pavimentato

di cristalli! Allora la Regina esclamò: Signore! Io ho fatto

torto a me stessa, ma ora, come Salomone, mi

dò ad Allah, il Signor del Creato!

(Corano, 27: 44)

Saba (Saba’) significa “sette.” La Regina di Saba è la Regina del sette. Questo codice simboleggia i sette chakra.

Nello Yoga, la Regina dei sette chakra è detta Madre Kundalini, essa è ciò che caratterizza Saba nel Corano.

(vedere articolo: http://www.tradizionesacra.it/Kundalini-suraformica.htm)

Un Sufi persegue abitualmente l’abnegazione e la contemplazione fino al fana’ , l’estinzione o l’assorbimento totale nella Divinità. Lo stadio del fana’, perciò, corrisponde allo stato di Mukti nel sistema Indiano. Che cos’è il fana’? Il fana’ è il passaggio finale che conduce alla sommità degli stadi. Il fana’ è uno stato o un potere “mentale” di “morte reale” o di “morte vivente” simile al concetto filosofico Indiano di “Jivan Mukti” (salvezza Ante-mortem), giacché la liberazione si realizza in un’esistenza incarnata essendo opposta al “Videha Mukti”(salvezza Post-mortem), dato che la liberazione è ottenuta dopo la dissoluzione del corpo.

L’interpretazione Sufi del fana’ come molti hanno già evidenziato fu spesso confusa col nirvana Buddista. Il Nirvana è descritto come uno stato in cui l’ego scompare estinguendo l’anima umana e la coscienza. Il suo significato è “soffiare o spegnere una fiamma” o “soffiare o estinguere i desideri.” Il fana’ è con Dio ed è perciò teistico. Se il fana’ è lo stato finale di estinzione che conduce alla vetta del totale assorbimento nella Divinità, si può equipararlo al Samadhi. Per Majid Fakhry questa nozione di autoannientamento o di estinzione è il riflesso dell’influenza nichilista Induista prima che il Sufismo diventasse panteistico o un “misticismo unitario.”

Come si coniuga l’esperienza mistica col Divino? I mistici la descrivono con allegorie. Santa Teresa d’Avila paragona il matrimonio spirituale all’acqua che cade dal cielo in un fiume o ad un piccolo ruscello che si versa in mare, là le acque si uniscono e non si separano più. Thirumular lo confronta alla mistura di acqua e sale, mentre al-Hallaj al vino che si mescola nell’acqua pura.

Versi Siddha Versi Sufi

Come il sale in acqua, nel Signore mi mescolai,

Trascendendo Param e gli stati di Paraparam*, (2945)

Al pari dell’acqua che riforma le bolle,

Al pari della fiamma di canfora* che non lascia traccia,

Così è quando Jiva si unisce in Param. (Tmt: 2587)

Il tuo spirito sta mescolandosi con il mio spirito

Come il vino sta mescolandosi con l’acqua pura

E quando qualcosa ti tocca, mi tocca

Adesso Tu sei me in ogni cosa (al-Hallaj)

* Swami Ramalinga (1823-1874), un leader religioso Shivaita Tamil e fondatore di una religione sincretista nota come il “Samarasa Suddha Sanmarga”, e Sri Aurobindo (1872-1950), composero insieme uno studio comparato intitolato “Arut perum jothi and deathless body”, nel quale spiegarono il significato di Param Paraparam.Para Param” significa il cielo più lontano al di là di Param,  la supermente terziaria. Quindi, vuol dire apprendere supermente. “Para Param” si distingue da “Paraparam” (cioè, para apara il confine del cielo tra il superiore e l’inferiore).

* Gli Indù venerano la fiamma sacra bruciando canfora. La canfora è usata nelle celebrazioni notturne di Maha Shivaratri di Shiva, il dio Indù della distruzione e della rigenerazione.

Sebbene l’esperienza spirituale di tutti i mistici appare identica, l’interpretazione ed il risultato finale della stessa è condizionato stabilmente dalla tradizione culturale in cui hanno vissuto. Il misticismo è parte integrante dell’Induismo e di tutti i testi Indù, specialmente della shruti, che contiene elementi mistici notevoli. Nell’Islam, invece, nonostante le avversità dei teologi ortodossi, molti Musulmani Sufi non hanno esitato a interpretare la loro esperienza religiosa come unione col Divino.

La storia registra che molti mistici, nel loro stato di unità assoluta con l’Assoluto, hanno usato spesso un linguaggio paradossale ed eterodosso per esprimere la loro esperienza mistica. Quando il soggetto diventa uno con l’Oggetto, qualunque espressione del Soggetto può essere considerata proveniente dall’Oggetto. Forse il più audace di tutti i Sufi, al-Hallaj, osò dichiarare che la sua percezione diretta di Dio costituiva la prova più chiara di rivelazione e ragione (nell’analisi dell’Ayatollah Amoli rivelazione e ragione sono complementari). Egli proclamò “Io sono la Verità” (Ana al-Haqq), che nella terminologia Sufi è considerata una dichiarazione di grande umiltà perché afferma la verità. Al-Hallaj evitò effettivamente di dire “Io sono Dio”, che equivale a dire “Io sono Quello” (Io sono Brahman) nel misticismo monistico dell’Advaita di Sankara sottolineato nelle Upanishad. Thirumular dichiarò che avendo realizzato la Conoscenza che conosce tutto, puoi benissimo dichiarare “Io sono Dio”: (Tmt: 2596). Il Chandogya Upanishad 6.8.7 dichiara: “Quello sei tu”, il cui significato non è unione con Brahman, ma solamente che uno si identifica con Quello.  Il mistico Indù non fu mai riluttante ad istituire un’identità completa tra l’ispirazione e Dio stesso. Nei testi dello Shiva Siddhanta, la Beatitudine Finale è interpretata come Unione con Shiva. Il messaggio più ripetuto nel Tirumantiram è Mukti , cioè l’Unione dell’uomo con Shiva.

Il vero obiettivo è di fondersi in uno con Shiva (Tmt: 1546);
Chi ha gustato la Beatitudine di Shiva, sarà uno con Shiva (Tmt: 1644);
Lui/lei diventa uno con Shiva quando Jiva raggiunge l’Autoconoscenza (Tmt: 2331, 2380);
In verità Mukti deve essere uno con Shiva (Tmt: 2475).

Il Tirumantiram utilizza differenti termini per indicare l’unione: “Unione” (2710, 862), “Realizzare l’Unione” (1062), “Fondere” (2943), “Fondersi nella Verità” (1037) e “Processo di cambiamento verso l’alto” (630). Cercando interiormente attraverso la contemplazione e le pratiche Yogiche, gli autorealizzati diventano effettivamente Shiva, afferma il seguente versetto audace del Tirumantiram :

Quando puoi dire: “Io sono la conoscenza che sa tutto”,

Allora puoi ben dire, “Io sono Dio che sa tutto” (Tmt: 2596)

Il versetto successivo significa che “Jiva diventa Shiva” e non si tratta “dell’individuo” come generalmente si presume.

E alla fine raggiunge Jnana

In Sivoham “Io” e “Tu” si ha l’unione

Jiva è diventato lui stesso Shiva. (Tmt: 1469)

* Sivoham: significa “Io sono Quello; Io sono Shiva”. È l’unità fondamentale di Dio e dell’anima.

Kabir, Suhrawardi e molti altri importanti Sufi dissero: “Dio è dappertutto e in ogni cosa”. Questa dottrina del wahdat al-wujud che era alternativa all’interpretazione prevalente dell’ittihad o dell’Unione ricevette la netta opposizione dei teologi ortodossi Musulmani. Questa forma di misticismo panteistico era anche più Indiana nei caratteri e nelle espressioni. Un proverbio Tamil dice: “Dio è nel pilastro e nella scheggia”. Le dottrine Sufi sono indubbiamente panteistiche: l’unione dell’uomo con Dio, l’emanazione di ogni cosa proveniente da Dio e il coinvolgimento finale di qualsiasi cosa nell’Essenza Divina. Ecco perché il misticismo è definito anche come l’esperienza del Tutto nell’Uno e dell’Uno nel Tutto. Un poeta Sufi esprime questa idea panteistica in questo meraviglioso distico:

Il tuo viso è visibile attraverso questo mondo che Ti domanda: sei nascosto?

Se Tu sei nascosto, come venisti al mondo?

La maggioranza dei Musulmani Ismailiti è panteista, o per essere più precisi, panenteista.

11. Una breve descrizione dei Pir Sufi nel sacro panorama Shivaita Tamil

I Pir Musulmani Tamil sono delle figure suggestive nell’immaginario Shivaita Tamil. Tra le molte leggende e le varie biografie, un comune riferimento alla tradizione Shivaita è la comparsa in molti testi tazkira (poesia che permette ai Pir di presentarsi in una posizione di dominio sulle figure del pantheon Indù) Tamil del sacro toro Nandi, mezzo di trasporto e assistente del dio Shiva.

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Questo figura molto amata del pantheon Induista sopporta molte vicissitudini in queste opere. Un Pir, Shah Bheka di Trichy, dopo aver animato la statua di toro in pietra di un tempio vicino, costrinse il governatore (nayaka) locale Indù, la regina-reggente (r?ni in Urdu e Hindi) Magnammal (1689-1704), di assegnarla alla suakhanaqah. Dato che la r?ni non acconsentì inizialmente alla rivendicazione del Santo, il Pir fece galoppare a testa in giù lo sfortunato Nandi per la città, finché la regina cedette alle sue richieste. Nelle tazkira di Nagore, Nandi subisce un affronto maggiore: i discepoli di Shahul Hamid macellano e mangiano il toro divino, e il Santo mostra i suoi poteri miracolosi facendo ritornare in vita le parti digerite.

In questo incidente, il Pir usa il suo potere di intercessione per conto della divinità Indù identificandosi nientedimeno con Nandi e opponendosi ai suoi seguaci.

Questa leggenda non si liquida rigettandola tra le aberrazioni sincretistiche di un Santo eccentrico Tamil. Ci sono numerose varianti della storia, l’uccisione e la rianimazione di Nandi appare più volte nelle biografie dei Sufi dell’India Meridionale. Inoltre, questo tema non è facilmente scartabile, giacché non appare solo nei testi Tamil della regione o nei culti dei Santi di Nagore e dei Pir di Trichy (Tiruchirappalli o Tiruchi); non si tratta di una “Tamilizzazione” operata dal Musulmano Andavar (letteralmente “il Signore”) della regione. Al contrario, la storia di Nandi si distingue nelle opere Sufi in lingua Urdu e Persiana della regione, nonché nei culti tradizionali in cui si ritiene che ci siano pochi “prestiti” dalla più ampia cultura panteistica della regione.

C’è un esempio particolarmente affascinante (di questo) nella collezione dei manoscritti Mackenzie 1803 – un resoconto originariamente composto in Persiano – che racconta la storia di un feroce serpente maneggiato da Pir Baba Fakiruddin. Secondo questo testo, Baba Fakiruddin e i suoi discepoli si stabilirono a Penukonda quando la città era governata dal sovrano Indù “Seringarayar”. Il re ed i suoi cortigiani non li ricevettero rifiutandogli il cibo e violando l’obbligo della pia munificenza, uno dei pilastri principali della regalità Indiana. Quando la divinità di uno dei templi Indù della città ne venne a conoscenza, regalò a Baba Fakiruddin un suo toro sacro affinché i discepoli del Santo lo macellassero e lo mangiassero. La storia si conclude come in tutte le tazkira di Nagore: il Santo batte il suo bastone sul terreno; i pezzi disgiunti e digeriti di Nandi vengono miracolosamente riuniti, e il toro torna di nuovo vivo.

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La storia è gestita in modo molto diverso nel secondo dei due testi di Penukonda: queste varianti della leggenda mostrano come la stessa storia possa per i diversi cronisti Musulmani avere un contenuto simbolico distinto. La collera di Baba Fakiruddin è molto più terribile nel resoconto 1804: 14.000 templi Indù sono sbriciolati quando il Santo batte il suo bastone a terra e recita l’adhan (la chiamata dei Musulmani alla preghiera), mentre un angelo proclama che Nandi deve essere macellato e gettato come carogna in pasto ai cani e agli aquiloni. Si tratta di un atto particolarmente selvaggio, non solo a causa della distruzione dei templi, ma anche per il riferimento agli animali che si cibano di rifiuti e di carogne: i Musulmani considerano i cani immondi e contaminanti.

In questa versione della storia, c’è un senso molto più netto di confronto tra il potere sacro Indù e Musulmano tipico della letteratura Sufi dell’India Meridionale. Ma anche in questa descrizione Nandi è alla fine rianimato: nonostante il loro tono duro, invocando l’immagine di Nandi questi biografi associano ancora il Santo ad una popolare divinità Indù Tamil.

Inoltre, Nandi è particolarmente adatto per essere inserito nelle biografie Sufi, perché i suoi fedeli Indù lo percepiscono come l’incarnazione della potenza maschile in stato inattivo. Il toro di Shiva è una figura che stimola sessualmente la forza virile, ma il suo potere procreativo è stato incanalato e racchiuso esentandoli dalle impurità e dalla lussuria. Il Sufi, inoltre, è una figura sposata che ha un ruolo di contenimento delle energie maschili esplosive. Idealmente, il Sufi è una figura che ha divorziato dalla carne e dal mondo. I biografi dei Pir dell’India meridionale regolarmente li definiscono dei rinunciatari: “Sayyid Ahmad fu noto come Ya Pir. Rinunciò al mondo e divenne il khalifa di Shah Azmatullah Qadiri. Fu un uomo pio.”

Il tema del sacrificio di Nandi deriva probabilmente dal sacrificio eroico (in realtà un atto di autosacrificio) del guerriero-asura (demone) che è macellato dalla dea e trasformato poi in un principe devoto e in un suddito all’interno del suo reame. Secondo il Professor Jan Heesterman, a mo’ di Shiva, questo guerriero costringe la dea a sacrificarlo. Nelle tazkira Musulmane, il Pir agisce da solo; egli è l’essere trascendente che uccide e rigenera la vittima, giacché non ha bisogno di un partner soprannaturale per fondare il suo regno divino. È chiaro che il potere del Sufi dipende da questa rinuncia al mondo e ai suoi piaceri. Il carattere ascetico e rinunciatario del Pir Musulmano lo avvicina alla figura del Signor Shiva nella sua incarnazione, al pari degli asceti della foresta e ai paria.

12. Conclusione

È sorprendente che i teologi Musulmani non classificarono i compositori della “poesia e della letteratura Sufica Tamil” come Sufi, ma come “Siddhan”. Sebbene, abbiano usato parole Urdu e Arabe come Pir, mastan (divinamente intossicato), kamil; e parole Tamil come Gnani, yogin, siddhan, arivali: essi evitarono la parola Sufi.

I Siddha e i Sufi furono mai insieme? Dai poemi Siddha emerge il soggiorno di Ramadeva e di Bogar in terra Islamica. Ramadeva si recò alla Mecca convertendosi, e ritornò in India col nome di Yaqub. Lì, incontrò molti Sufi. Bogar visitò Gerusalemme e la Mecca incontrando il Profeta Muhammad (S). I documenti storici registrano un movimento di persone provenienti dal Medio Oriente per l’India e viceversa; quindi, se Yaqub può essere considerato un “Musulmano Siddha”, Ramadeva è un “Indù-Sufi.”. L’autenticità di questi documenti e di altri riferimenti è stata verificata con facilità da ricercatori Musulmani e Indù.

Ci furono molti dialoghi Siddha-Sufi, riunioni e incontri. Durante il periodo Abbasside molti studiosi Indiani e Pandit tradussero le loro opere in Arabo; mentre i Sufi residenti nel Tamizhagam (area comprendente Kerala e Tamil Nadu) incontrarono i Siddha in molte occasioni, particolarmente durante i secoli 18mo, 19mo e 20mo. I Siddha e i Sufi erano a stretto contatto e interagirono insieme più volte nel Tamizhagam; ciò si evince dai punti seguenti:

1.      I poemi mistici del Santo Musulmano Gunangudi Mastan (1792-1838) contengono molti metodi e spiegazioni di Yoga, Pranayama, Mantra, Yantra, Tantra, nonché effusioni estatiche di Jnana e Bakthi Yoga. Gli Indù lo accettarono come Guru seguendo i suoi metodi ampiamente. I suoi scritti somigliano alla filosofia del Santo Indù Thayumanavar (1706–1744), mentre il suo stile scritturale si accomuna alla tradizione dei diciotto maestri Siddha.

2. L’incontro tra Pir Mohammed Appa e Muthuswamy Thampiran.

3. Il filosofo Advaita Tamil Sadasiva Brimendrar (17mo – 18mo secolo) ebbe due discepoli Musulmani. Quando morirono, due tombe furono erette  e sono ancora note col nome di “Irattai Mastan” (i due Mastan o i due intossicati divinamente) di Tanjore.

4. Al tempo di Sadasiva Brimendrar, un Musulmano si tagliò la mano, ma procedette come se nulla fosse accaduto. Il Musulmano mostrò la sua mano e la rimise a posto in un colpo. Rendendosi conto del potere spirituale del Santo, si scusò, però il venerabile andò via come se nulla fosse successo.

5. Le storie di Sadasiva Brimendrar e Gunangudi Mastan si somigliano molto. Dato che entrambi vissero nello stesso periodo, è probabile che incontrarono altri mistici del loro tempo.

6. Kumara Gurubarar (1686-1779), Tayumanavar (1608-1662/1705-1742), Shiva Prakasar (1680-1746) hanno confutato chiaramente il Cristianesimo. Pure Gunangudi Mastan attaccò vigorosamente il Cristianesimo. Pertanto, sotto questo aspetto, ognuno di questi maestri conosceva l’altro, parteciparono a dibattiti comuni e lavorarono insieme essendo contemporanei.

7. L’opera Tamil “Kaivalya Navanitham” (16-17 secolo) ha avuto un grande impatto su tutti i Santi e i filosofi del periodo materialista. Ha confutato filosoficamente tutti gli altri dogmi religiosi, logicamente e metafisicamente. Siccome i sapienti Musulmani hanno esaminato “l’Advaita Islamico” di Nasrin Mohammadi per contrastare “l’Advaita” della religione Induista, sicuramente gli studiosi Musulmani e Indù coinvolti si incontrarono. Mohammed Abdur Rahman nel suo libro intitolato “L’Advaita Mozhi Musulmano” (Il linguaggio dell’Advaita Musulmano) ha trattato di tali eventualità.

8. Tayumanavar, il filosofo e Santo Tamil che articolò la filosofia dello Shiva Siddhanta e Gunangudi Mastan, il Siddha Musulmano e figlio dello Sheikh Miran, soggiornarono entrambi in Tiruchy, Cadhuragiri, Purumalai, Nagamalai (sobborgo di Madurai), Yanaimalai, ecc… Tayumanavar e Gunangudi Mastan incontrarono i Siddha di quest’area.

9. Melappalayam Shaikbu Ali Shahmadar Alim ha letto le opere come il Kaivalya Navanitham, il Vicara Sagaram, il Gnana Vasittam, l’Ozhivilozhukkam, il Vedapuranam, il Pirappa Padalgal, il Gunangudi Mastan Padalgal e il Manimuttumalai in gioventù; queste conoscenze gli permisero di incontrare i Siddha, altrimenti non avrebbe avuto argomenti di conversazione.

.

10. Alcuni rapporti affermano che un Musulmano anche dopo la morte del Santo Ramalinga Adigal continuava ad ottenere tecniche di Rasavada (scienza alchemica) dal defunto. È affermato, altresì, che Ramalinga fu il terzo discepolo di un Sufi di origine Araba, Thanikai Manippiran.

11. I mistici Musulmani Tamil hanno composto le loro poesie collegando il Sufismo alla dottrina Siddhanta. Takkalai Gnani Pirappa e Gunangudi Mastan hanno utilizzato le idee e le espressioni mistiche di Pattinattar e di Tayumanavar, creando un ponte tra i due misticismi, il Siddha e l’Islamico.

12. Molte relazioni dichiarano che Karaikkal Mastan Sahib Valiyullah incontrò vari Siddha. Sebbene tali riferimenti siano stati distorti, dimostrano chiaramente che gli incontri tra i Siddha e i Sufi ebbero luogo.

13. I Sufi ebbero amici Indù, discepoli e seguaci. Ricercarono i Siddha e ottennero anche il “diksha”, l’iniziazione.

14. I poeti mistici Musulmani conobbero molto bene i “Sattukkavi”, i poemi introduttivi alla natura degli Indù.

In conclusione, la ricerca Divina compiuta dai Siddha Tamil e dai Sufi è comparabile e valutabile in una prospettiva storica. Gli uomini sembrano divisi da molti fattori come religione, lingua, cultura e posizione sociale, ma in realtà sono uniti da quei fattori che sono gli istinti fondamentali dell’umanità. I Siddha Tamil e i Sufi sono uniti, sicuramente, nella ricerca Divina attraverso l’unità nella diversità avvicinando la diversità all’unità. Mahmud Shabistari, nel Golshan-e râz (Il roseto del mistero) verseggia: “Vedi Uno. Dì Uno, Conosci l’Uno.” Il Corano proclama: “Dì: Egli Allah è Unico” (112: 1), mentre i Siddha professano: “Onre Kulam, Oruvane Deivam = Solamente un’umanità ed un solo Dio.”

NOTE

1. Tirumurai, significa Sacro Percorso o Sacra Supplica. È un compendio di canzoni e di inni in lode a Shiva. È il canone dello Shiva Siddhanta, che consiste in 12 libri e con oltre 18,000 versi. Il Tirumantiram occupa il decimo posto.

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  • Shri Guru Granth Sahib, Vol. 4 of 4: Formatted For Educational Interest, by Unknown Petrovna Author (Paperback – May 7, 2008)

http://www.tradizionesacra.it/shivaismotamil_misticismoislamico.html

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08 Ago 2010

LA LETTERA ARABA QAF, IL SESSO MAGICO E IL CHANDRA NAMASKAR

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(IL SALUTO ALLA LUNA)

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L’Egittologo Inglese E. A. Wallis Budge scrisse: “I primi Egizi pensarono che l’Egitto fosse il mondo circondato da una catena montuosa elevata, simile al Gebel Kaf (la montagna in mezzo al deserto) degli Arabi, e forata in due punti, uno a est e l’altro a ovest. Di sera, il Sole passò attraverso il buco occidentale, e itinerante, non sotto la terra, ma nello stesso posto e fuori dalla catena montuosa, andò al buco orientale delle montagne, attraverso cui entrò per iniziare il nuovo giorno sulla terra”.

Così Budge vorrebbe farci credere che una cultura avanzata e scientifica scoprì il Pi greco, elaborò in modo complesso la precessione degli equinozi, comprese i solstizi, studiò le stelle lontane come Sirio e inviò dei missionari su tutto il pianeta. “ L’Egitto si ritenne il mondo” e reputò che il Sole “passasse attraverso” le cavità montane ogni giorno.

È sorprendente che “uno studioso” come Budge non intravide subito in tali analogie delle metafore. Tali descrizioni non contraddistinguono il “pensiero Egizio”. Si potrebbe dire che gli Americani considerino il mondo piatto solo perché alcune delle loro mappe sono pianeggianti per mostrare entrambi gli emisferi?

L’immagine del mondo circondata da una catena montuosa divenne la Montagna di Qaf fra gli Arabi.

La Qaf è la lettera “Q” nell’Alfabeto Arabo.

Non osservano il sama’ [la fascia di asteroidi] 1 sopra di loro
come lo abbiamo modellato e decorato senza

fenditura alcuna?
E la Terra che abbiamo spianata e v’abbiamo lanciato rawaasiy (montagne)
e fatto crescere ogni magnifica e
deliziosa coppia.
Una visione illuminata (tabsiratan) e un Mantra (Dhikra) per ogni schiavo rotante (muniyyb).

(Corano, 50: 6-8)

Qaf è una delle lettere mistiche del Corano. La traduzione di sama’ in “fascia di asteroidi” è un adattamento moderno dell’antica definizione Sumera di “braccialetto martellato” che una volta formò una parte del pianeta gigante Tiamet.

La Terra e il sama’ (la fascia di asteroidi) erano una volta un pianeta (Tiamet). Il Corano afferma che la fascia di asteroidi (erroneamente tradotta “cielo”) e la Terra furono un tempo uniti ed in seguito si separarono. Una testimonianza Sumera fornisce una descrizione dettagliata del processo.

La parola Araba rawaasiy che indica le montagne significa letteralmente “teste”.

La Qaf (equivalente dell’Ebraica Koph) significa “dietro la testa o nuca”, mentre rawaasiy (montagne) significa “teste”. Qaf è anche il nome della sacra catena montuosa. Quivi risiede la relazione tra il retro della testa e le montagne.

(sulla nuca vedi anche: http://en.wikipedia.org/wiki/Qoph)

Per decifrare quest’informazione codificata dobbiamo recarci in Cina. Il Profeta Muhammad (S) ha detto: “Utlub al-‘Ilm wa law fi Sin” ovvero “andate alla ricerca della conoscenza quand’anche fosse in Cina”.

Gli antichi maestri Taoisti hanno chiamato la regione nella parte posteriore della corona, vicino alla ghiandola pineale, la montagna Kun Lun. Questa montagna produce la visione interiore, le ghiandole del cervello e altri importanti processi energetici spirituali.

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Sotto la montagna Kun Lun c’è il Cuscino di Giada o il Piccolo Punto Cerebrale che controlla il respiro.

La montagna Kun Lun di Qaf produce la facoltà di vedere, l’illuminazione, la chiaroveggenza o la visione interiore (tabsirat, Corano, 50, versetto otto)  “per ogni schiavo rotante” (muniyyb).

Uno “schiavo” è il codice per l’iniziato spirituale. Un tempo, un aspirante diventava l’apprendista di un maestro che “serviva” per il tempo necessario. Questo “servizio” era, in realtà, il solo mezzo attraverso il quale l’istruzione avveniva. Di solito, lo studente era più un ostacolo al lavoro del maestro che una vera risorsa, almeno nei primi anni di tirocinio. Così, la parola ‘abd (schiavo) è stata utilizzata per simboleggiare un apprendista-iniziato che studiava e otteneva la trasformazione caratteriale necessaria per diventare un giorno un maestro (“guru” in Sanscrito).

Quando la Bibbia afferma che lo schiavo deve obbedire al suo padrone [“Servi, ubbidite ai vostri signori” (Efesini 6: 5 ); oppure “I servi siano sottomessi ai propri padroni, cercando di compiacerli in ogni cosa, di non contraddirli” (Tito, 2: 9), ecc..], si riferisce sia al disobbediente sia al gentile; non si tratta delle creature vili che furono schiave dei padroni, oppure non si rapporta agli assassini e agli oppressori dei neri, oppure ai bianchi e agli indiani Americani. Quelle creature demoniache non hanno nessuna autorizzazione divina che le esenti dalla legge karmica. Esse sfruttarono questi passi scritturali per applicare la loro condotta criminale, quando, in realtà, non li riguardavano affatto, né contemplavano la loro “istituzione particolare”.

La funzione e la posizione complessiva del guru è stata enormemente abusata dagli uomini di tutti i sistemi spirituali. I “guru” Indiani dello Yoga che si recano in America e nel resto dell’Occidente non valgono un centesimo, e non meritano nemmeno un attimo del vostro tempo prezioso. La maggior parte tra loro, non conosce nemmeno le profondità dello Yoga, giacché lo hanno estorto e distorto dalle popolazioni Dravidiche Indiane.

La stupidità della New Age che presenta ragazze channeling (letteralmente “canalizzazione”) pervase da una gran varietà di fantasmi, alieni e arcangeli, necessita una valutazione. Quale utilità e saggezza avanzata abbiamo ottenuto da tutti i channeler che ci hanno scioccato dai tempi di Jane Roberts, una “personalità” definitasi Seth (l’entità invisibile)? Poche sono, probabilmente, le persone in comunicazione con uno spirito disincarnato. Se qualcuno ha la necessità di conoscere un esorcista competente dovrebbe contattare un prete Africano della sacerdotessa-Yoruba, un religioso Vudù o dell’antica saggezza Camitica.

Si noti che la “vibrazione” di un qualsiasi essere acorporeo non è in armonia con quella di un veicolo fisico. Perciò, “invocare” in modo prolungato o ripetuto tali esseri non è una cosa saggia o buona. Guardate come l’entità Seth uccise Jane Roberts! Nessuno vuole ammetterlo, ma manifestandosi costantemente Seth nella persona di Jane finì per indebolirla, logorò il suo organismo finché annientò la povera donna. Quest’evento sopraggiunse grazie alle sciocchezze ingannevoli di Seth che al suo interno le sussurrava: “i tuoi convincimenti agiscono sulla tua salute.” Non erano i convincimenti di Jane circa la sua salute ad ucciderla, fu la stupidità dello stesso Seth.

Non intendo spaventarvi, ma siete molto probabilmente, a tempo pieno o parziale, vittime di possessione. Lo stile della vita moderna è possessivo per sua stessa natura. Mi dispiace, ma questa è la verità poiché ho sperimentato e resisitito a degli spettri che interferivano con la gente. L’evidenza di tali interferenze è schiacciante.

Vedete, ci sono certe regole del gioco. Alla gente, oggigiorno, non piace più pensare alle leggi, alle norme e a tutto il resto. Vogliamo uno stile di vita spirituale libero. Siamo diventati un gruppo di temerari spirituali alla Evil Knieval. Tuttavia, le regole sono regole.

I balli di gruppo richiamano gli spiriti. Quando si va in un club o in una discoteca e ballate da soli in uno stato di trance eseguendo la cerimonia della libagione con l’alcool, inviate un messaggio ad uno spirito invitandolo ad abitare in voi. Lo so che sembra bizzarro. Non dico di non ballare. Penso che all’inferno il ballo sia obbligatorio! Sto solo dicendo… ( ho sempre voluto scrivere questo). Sto solo dicendo che i balli di gruppo sono stati creati e progettati per la possessione spirituale. Osservate gli Africani, gli Indiani, ecc… che crearono queste danze. Non lo fecero per “divertimento” o per “socializzare”. Realizzarono un rito spirituale avanzato. Oggi, quando una vittima inconsapevole si scuote sulla pista da ballo sperando di attrarre qualcuno, non ha idea di quanti sconosciuti attira. Poveri cuccioli. Si lascia la discoteca portandosi via più carte di credito. Di solito, si porta via qualche demone cattivo. Accidenti, sto probabilmente tuonando come il pastore protestante Jerry Falwell, questo non è il mio tipo di approccio.

Droga, alcool, peyote, funghi, sono tutte sostanze psichedeliche che abbassano le nostre difese per permettere l’ingresso degli spiriti. Non furono concepiti per piacere, per una qualsiasi stupida ragione o per conseguire “un innalzamento dell’umore”. Oh, i miei belli, ma sciocchi amici. State cincischiando con alcune sostanze così potenti che solo i gran sacerdoti dovrebbero utilizzare. Eppure, volente o nolente, vi imbattete in una cattiva strada e non avete idea delle conseguenze.

Sesso deviante, giochi sessuali, bondage o costrizioni e schiavitù sessuale, legamenti, fellatio o sesso orale su di lui; cunnilingus o stimolazione della vulva, in particolar modo la clitoride baciandola o leccandola; spanking o sculacciamento del partner per provocare l’eccitazione sessuale di entrambi o di uno dei due: lo scopo di questi giochi sessuali è di invocare direttamente gli spiriti. Lo dico per davvero. È necessario essere un maestro spirituale per flirtare (disponendo della miglior energia sessuale) con quel tipo di pratiche potenti ed elevate.

Oggi li chiamiamo semplicemente “preliminari” erotici. Affrontiamo una cosa alla volta. Il bondage. Per qualche motivo, le cose che facciamo su questo piano diventano reali su altri piani. Uno scopo della schiavitù consisteva di trattenere uno spirito, di legarlo, affinché eseguisse dei comandi.

Quando una persona, in genere una donna, è legata, lo spirito agisce in schiavitù. Esso diventa, quindi, molto sottomesso ed eseguirà di solito i comandi assegnati.

Prima lo spirito è legato e “catturato” portando la donna al punto ribollente dell’eccitazione sessuale. Quel calore sessuale attira l’entità. Quando le caviglie e i polsi della donna sono legati, il fantasma pensa che è stato catturato. Dopo qualche postura, lo spettro è solitamente sottomesso e diventa molto passivo.

Il sesso con la donna in posizione legata offriva al fantasma il potere di compiere l’ordine assegnatogli “ricompensandolo” per aver adempiuto con successo alla sua missione.

Per la cronaca, non raccomando la promiscuità con gli spiriti in questo modo. Sono troppo complicati.

Per di più, un esperto deve ripulire la donna assicurandola che il suo spirito non si legherà alla forza e ai comandi destinati al fantasma.

Una volta che una donna “risulta” simile al fantasma, gli altri spettri la vedono una facile preda da usare opportunamente. Mantenere fuori da una donna i fantasmi, può diventare un lavoro a tempo pieno.

A proposito, molti poliziotti hanno solide relazioni sessuali con i demoni. Molte poliziotte si cullano con loro. Immagino la violenza, la paura e la negatività sostanziale che attira i fantasmi verso le donne poliziotto.

Le poliziotte possono essere pulite, ma occore un lavoro 10 volte superiore.

Capitemi, non esprimo nessun giudizio morale su qualsiasi cosa possa a chiunque dare un orgasmo. Rapporti con lo stesso sesso, sesso di gruppo, sesso con un lacché… La mia mente ha ottenuto più di qualunque altro mostri segni di grandezza. Al tempo stesso, so quali sono le conseguenze e il peso da sopportare per una semplice scopata. Ci sono spettri e fardelli coinvolti nelle cause per cui l’orgasmo e la sua sensazione è così incredibilmente potente. Ci sono centri e punti psicologici, fisiologici, energetici e spirituali che esplodono durante la “sessualità” deviante.

La coltivazione corretta e scientifica di una simile e incredibile energia, nonché la sua utilizzazione, riguarda il Tantra. Sono molto contento di vedere che il Tantra diviene sempre più popolare in Occidente, anche se molta gente lo pratica in maniera grottesca. Siate cauti. Alla fine, questo comporterà il fardello che ci attende. Per eccellere veramente nel Tantra, bisogna liberarsi dai traumi sessuali, dai blocchi e dai pregiudizi psicologici. In caso contrario, l’intensificazione dei rituali della forza vitale (forza sessuale Kundalini) vi rovinerà peggio di prima.

Supponiamo che una donna sia stata vittima di abusi sessuali quando era ragazza. Una conseguenza abbastanza comune di questo dramma è che la donna inizia ad avere “un’identità sessuale segreta”. Si forma un’immagine “propria”, poi, si crea l’ossessione ninfomane che perdura. La cosa triste è che di solito o “non sperimenta” un orgasmo, o con difficoltà impiega del tempo per raggiungerne uno, o ha bisogno di tutti i tipi di abusi verbali o fisici per averne uno. E questo la lascia in uno stato d’auto-odio così profondo che il suicidio è di rado fuori dal regno della possibilità.

Non dirigerei subito una simile donna verso la pratica del Tantra. In un certo senso, tutto è Tantra, però, io sto parlando direttamente degli aspetti sessuali della pratica spirituale. La forza Kundalini e il calore possono, a quel livello, solo intensificare la sua programmazione esistente (“le sensazioni”/”i desideri”) trascinandola più profondamente nella fase ninfomane d’aborrimento di sé. E poi più robaccia balzerebbe fuori. Così, vestita con un costume in pelle e tacchi a spillo, munita di cinghie, punteruoli e quant’altro, frusta e staffila un malcapitato perché, in fondo, cerca di trovare la forza interiore che le fu strappata un tempo lontano quando era ancora una ragazza.

Prima di introdurre o di raccomandare il Tantra ad una donna, la incoraggerei a lavorare per la creazione della sua vera identità, a scoprire i traumi del passato cancellandoli dalla memoria.2

Per dirla in poche parole, i fantasmi sono convocati da “sesso, droga e rock and roll” tanto che la persona media diventa un fantasma più di quanto essi stessi immaginano.

Per la maggior parte, questi fantasmi non vanno via finché non sono cacciati. E quante persone sanno scacciare le entità negative? Le persone portano i fantasmi al loro interno da quando erano bambini. Questo stato allunga la vita degli spettri per ciascun anno della loro.

Queste entità negative si entusiasmano dall’energia, così premono i pulsanti per eccitare le vostre emozioni e i vostri appetiti affinché alimentiate la loro insaziabile libidine. Talvolta non siete realmente voi a compiere quell’atto orrendo. Certe volte, è l’entità al vostro interno che eccita l’azione ed è per tale ragione, che in seguito, vi sentite così terribili, vuoti e nulli. Ecco perché non siete soddisfatti, giacché il demone al vostro interno si è appagato temporaneamente.

I diavoli logorano la vostra salute. Nelle donne occidentali molte affezioni agli organi riproduttivi, i tumori al seno, ecc… sono in relazione ai demoni sessuali (incubi), i quali si sono inseriti nella loro vita senza che lo sappiano.

Quando si hanno dei rapporti sessuali con qualcuno, il loro fardello spirituale può esservi facilmente trasferito. Può trattarsi di un HIV spirituale. Giacché i fantasmi non governano la nostra dimensione spazio temporale, queste entità spettrali compongono tutta una rete sessuale di fili attraverso cui saltano da persona a persona. Si può fare il seguente esempio. Joe fantastica sulla sua ex-moglie e così un collegamento energetico si stabilisce tra lui e lei. Quando Joe fa sesso con la sua nuova moglie, qualunque cosa capitò alla prima moglie è in grado di attraversare la nuova consorte. Tommy è l’attuale fidanzato della prima moglie, e tutti i suoi demoni sono ceduti più facilmente a Joe, che poi li porge alla sua nuova moglie, la quale li trasferisce ai tizi sul lavoro che hanno un’attrazione sessuale per lei. Alla fine della settimana i fantasmi hanno un’orgia spettrale in corso.

Il rituale minore del bando del pentagramma (RMBP) è un lieve aiuto contro la possessione. La mia esperienza indica che, se avete già qualcosa dentro di voi, avete bisogno di più nettare e protezione, e non del RMBP. Necessitate che qualcuno entri e stermini quegli infestanti.

Ritornando al passaggio Coranico, lo “schiavo rotante” si riferisce alla circolazione dell’energia chi in canali come l’Orbita Microcosmica; sebbene non sia l’unico percorso che il chi attraversa. Ce ne sono molti. I canali delle nadi detti idapingala, vanno dal naso al cervello e poi si incrociano lungo la colonna vertebrale in modo circolare o ondulato (in maniera simile al serpente). Questo movimento del chi corrisponde nel rituale Islamico della salaat allo spostamento circolare della testa dell’orante prima a destra e poi a sinistra mentre recita: “As-salam ‘alaikum wa rahmatullah”. 3

Il solito Imam della moschea vi dirà che state salutando il vostro angelo a sinistra e a destra. Si tratta del simpatico insegnamento della scuola Domenicale per le persone situate ad un livello prescolastico di conoscenza spirituale. Ma oggi, il mondo Islamico ha bisogno molto di più per sopravvivere alla scossa spaventosa che Wolfowitz e i militari hanno in serbo per esso.

Giacché ho accennato agli Imam, mi chiedo. Come si può giustificare e non permettere alle donne di essere degli Imam? Il senso vero della parola Imam deriva da Umm che in Arabo significa madre. Tempo addietro, i maestri spirituali, gli Imam, furono donne e uomini defraudati delle loro funzioni, mentre oggi per confermarsi alla volontà Divina si estromettono le donne.

Dhikra, nel versetto 8, si riferisce al processo ripetitivo di un lavoro di potere (Heka o Mantra) sul cervello rettiliano presso il midollo spinale nel retro della testa. Si tratta della parte di potere del cervello che può produrre miracoli (“saggezza”). Gesù disse: “Siate saggi come serpenti.” (Matteo, 10 : 16)

La visione si compie nel cervello tramite i nervi ottici che trasportano le immagini all’occipite (retro della testa o Qaf). È implicito che questo processo fisiologico era noto all’autore del Corano nella parola tabsirat (visione) del versetto otto.

Il Sole e la Luna sono chiamati i “due occhi” di Dio nelle Scritture del Pert em Hru. La Luna simboleggia la vista spirituale. Così, la carta della Luna dei Tarocchi simboleggia la “seconda vista” o visione spirituale.

Qaf è anche un’unità sonora di potere (Mantra). La padronanza del canto Qaam permette di vedere la parte del Registro Akashico (“Umm al-Kitaab”) che si occupa delle vite passate.

“O forse che quando sarem morti e sarem polvere secca… No, ch’è un impossibil ritorno! Ma noi ben sappiamo qual parte di loro consumerà la terra: presso di noi c’è un Registro Conservato che tutto ricorda”. (Corano, 50: 3-4)

Cantando Qaam 4 si stimolerà anche la montagna Kun Lun e il Cuscino di Giada (retro della testa) per stimolare la visione spirituale o psichica.

Le due aperture nella “catena montuosa” di Qaf si riferiscono ai punti interni ed esterni di quel centro quando il chi (forza solare o “Sole”) circola nell’Orbita Microcosmica.

La carta della Luna nei Tarocchi corrisponde alla lettera Araba Qaf. Questa carta mostra i 15 Yod (lettere Ebraiche) provenienti dalla Luna, la quale emette anche 32 raggi.

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I 32 raggi simboleggiano i 32 gradi Massonici, i 32 percorsi dell’Albero della Vita (comprese le 10 sfere) e le 32 parti Arabe in astrologia.

Dato che il Cuscino di Giada controlla la respirazione, i 15 Yod rappresentano i 15 respiri che gli esseri umani respirano in media al minuto (tra 12 e 20 è normale per adulti e ragazzi). La carta della Luna mostra il collegamento tra la respirazione e la parte posteriore della testa. Quando il Cuscino di Giada è aperto, il modello respiratorio cambia.

Ci sono due cani (Anubis e Apuat) su entrambi i lati di un divisorio che simboleggiano i due emisferi cerebrali. I due cani simbolizzano anche i centri del linguaggio, Broca e Wernicke.

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La carta della Luna è attribuita al segno dei Pesci; così, la grande sfida per i Pesci è interiore in contrasto con quella esteriore, e l’emisfero cerebrale sinistro è in contrasto col destro.

Uno scorpione (il segno dello Scorpione fa parte del trigono d’acqua) è visto strisciare fuori dall’acqua del subconscio. Questo dimostra che la potenza e la capacità di trasformazione è nel subconscio.

Tutte le cose funzionano in coppia. Il cervello grande è considerato Yang ed è il luogo d’immagazzinamento dell’energia sessuale e della forza terrestre. Il piccolo cervello, tra cui il cervelletto e il midollo allungato è Yin, e immagazzina l’energia sessuale raffinata e la forza della terra.

La lettera Araba Qaf è rappresentata dalla serie posturale della Luna nello Yoga (Chandra Namaskar).

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Nota 1: La parola Araba “sama’” significa letteralmente “braccialetto martellato”. Le sue radici risalgono alla cosmologia Sumera quando la cintura d’asteroidi fu formata da Nibiru (dio Marduk) in collisione con Tiamat che frantumandosi formò l’attuale fascia asteroidale e la Terra. Nella maggior parte delle traduzioni in Inglese, il “sama’” è tradotto “paradiso” (il suo plurale, samawaat, è tradotto “Cieli”) o “cielo”. Alcuni perfino lo traducono “nuvola” nei versi che dichiarano: “Ha fatto scendere acqua dal sama’” (Corano, 13 :17). La scienza moderna ha confermato che la cintura asteroidale è piena d’acqua, così la sua espulsione dalla fascia degli asteroidi è abbastanza corretta. Molta confusione deriva da cattive traduzioni di gente ben intenzionata. Il Corano è un libro molto specifico e scientifico che fa avanzare la nostra conoscenza tecnica quando capiamo il suo vero senso. Per esempio, il Corano parla dei “sette sama’” (Corano, 2 :29), cioè, le sette cinture d’asteroidi. Recentemente, gli astronomi hanno scoperto una cintura di asteroidi oltre Nettuno. Abbiamo così proprio due sama’ (braccialetti martellati) proprio all’interno del nostro sistema Solare. O in questo sistema Solare o altrove, ce ne sono probabilmente altri cinque, poiché il Libro Sacro dell’Islam ne cita sette. Oggi, potremmo risolvere alcuni problemi spaziali profondi. Se ci sono cinture d’asteroidi acquose “là fuori”, allora i futuri viaggiatori spaziali potranno convertire il liquido o il ghiaccio in acqua potabile. I metalli possono anche essere ottenuti. 

Nota 2: La meditazione con l’Heka (Mantra o Dhikr) Aum Vam Dhum aiuta la persona a scoprire i condizionamenti che la frenano.

Nota 3: Traduzione: La pace sia su di voi con la misericordia di Allah.

Nota 4: Qaam in Arabo significa alzarsi, risorgere. I Cristiani Arabi lo utillizzano nelle loro omelie. Al-Masih Qaam! (Cristo è risorto!)

Bibliografia

1. Amir Fatir, The letter Qaf.

2. M.P.E.R.O.R., Tribute to the Black Woman.

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08 Lug 2010

I SUFI YOGICI BHAKTI E I PRONOMI DIVINI

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I SUFI YOGICI BHAKTI E I PRONOMI DIVINI

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Ci sono tre livelli in cui l’iniziato sperimenta Dio.

Al primo livello di risveglio, Dio è vissuto corrispondente al pronome “Lui”. L’iniziato si giustappone a quest’essere augusto come uno schiavo (in realtà un iniziato o un apprendista), un servo, un amato o un amico.

I Sufi Yogici Bhakti e altri devoti (come le gopi, le mungitrici o le mandriane che furono amanti di Krishna), sono l’esempio degli amanti di  “Lui”. Le monache e alcuni monaci rientrano anche in questa categoria.

Un po’ più in alto dell’amante affezionato vi è chi diventa amico di Dio. Abramo fu chiamato Khalilu-Allah, cioè, l’amico di Dio.

Ad un livello successivo e superiore d’esperienza, l’iniziato sperimenta sé stesso come un co-creatore di Dio e si riferisce all’Altissimo usando il pronome “Noi”. Costui riconosce che la sua relazione in e con Dio è inseparabile dall’Onnipotente come la goccia d’acqua è un composto inseparabile e sostentativo dell’oceano.

Nelle Sacre scritture è detto:

“Abbiamo infatti creato l’uomo, e sappiamo quanto la sua anima sussurra dentro di lui, e siamo più vicini a lui che la vena giugulare.” (Corano, 50: 16)

“Dio non è lontano da ciascuno di noi, perché in Lui viviamo, ci muoviamo e siamo”. (Bibbia, Atti 17, 27-28)

“Brahman risplende, vasto, auto-luminoso, inconcepibile, il più sottile sottile. Egli è ben oltre ciò che è lontano, eppure qui molto a portata di mano. In verità, Egli è visto qui, dimora nella grotta del cuore degli esseri coscienti.” (Mundaka Upanishad 3.1.7)

Quando l’iniziato al livello del “Noi” ascolta “Facciamo l’uomo” (Genesi: 1: 26) o “Invero creammo l’uomo” (Corano, 95: 4), ricorda che ha il dovere di proseguire e di promuovere la creazione in atto dell’uomo profetico e divino, giacché la creazione è un processo continuo.

Ad un certo punto, l’iniziato è assorbito pienamente. Non resta nessuna traccia della sua identificazione mortale. Non c’è luogo in cui finisce e comincia Dio.

Per questo dell’Uno è detto: “Io e il Padre siamo uno” (Giovanni, 10: 30). L’espressione Persiana “hama man am” significa letteralmente “Tutto io sono; ogni cosa è me.” Il significato esoterico è che Dio è tutto, e tutto è Dio. (1)

A quel punto, non ha volontà. La volontà di Dio è la sua volontà. Avendo consegnato interamente la sua volontà personale alla volontà divina, solo adesso è davvero un Musulmano, è Colui che cede la sua volontà alla volontà di Dio raggiungendo così una pace interiore incrollabile.

Per questo l’Unico Dio cessa di essere vissuto come “Lui” o “Noi”, perché non c’è un “altro”, c’è solo Dio. Per questo, Dio diventa “Io.”

Quando alcuni Sufi si identificavano con Coloro Che Erano Veramente (Dio), la genta immatura che si considerava Musulmana, ma non lo era nemmeno per sogno, uccise quei Sufi accusandoli di blasfemia.

I grandi Sufi che sapevano di non essere mai realmente uccisi, permisero alla gente impreparata di straziare i loro corpi. Questo scempio liberò i Sufi dalla prigione dei loro corpi.

Nota 1: Non significa che Cristo pretenda la natura divina per la propria persona. Quando il derviscio proferisce “hama man am” significa che tutto è Lui e Lui è tutto. Zulfikar Ardistani (noto come Sheikh Mohsin Fani) nel Dabistan i-mazahib riferendosi alle opere di Shankaracharya (ottavo Secolo) paragona i Vedantici ai Musulmani Sufi. Per il Vedantico, c’è solo una realtà eterna, e le anime umane si trovano in relazione ad essa come le onde lo sono in rapporto all’oceano, o la scintilla al fuoco. La conoscenza (gyan) di questa realtà conduce alla liberazione, lo stato in cui il jivatma (l’anima) diventa il parmatma (Dio). Così, Kabir sintetizzò la dottrina dello Yoga, il Sufismo e il pensiero Vaishnava Bhakti.

Bibliografia

Amir Fatir, Divine Pronouns

Hazrat Inayat Khan, Vol. 6, The Alchemy of Happiness, The Struggle of Life

Chahryar Adle, Irfan Habib, and Karl M. Baipakov, History of Civilizations of Central Asia: Development in Contrast : from the Sixteeth to the Mid-Nineteenth Century, UNESCO (March 2004)

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06 Giu 2010

I BANDHA DELL’ISLAM E LA COSCIENZA EGUALITARIA

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C’è un solo essere e tutto ciò che sembra esistere è illusione. Gli Yogi definiscono l’illusione “Maya”. Nel Corano è detta “bâtil”.

Lubeid, il famoso poeta Arabo pre-Islamico che si convertì all’Islam affermò: “Qualsiasi cosa tranne Dio è illusoria (bâtil)”.

La funzione di Maya fa apparire l’unità simile alla molteplicità.

Le religioni che si dichiarano monoteistiche non lo sono realmente. Esse sono dualistiche perché postulano l’esistenza di Dio e di qualcos’altro che non è Dio, vale a dire del diavolo.

Gli antichi maestri che sono denigratoriamente chiamati “pagani”, “politeisti”, o “panteisti”, sapevano che nulla esiste veramente eccetto l’essere originale e se qualcosa sembra esistere, non è altro che Dio abbigliato fino a sembrare un’entità differente.

I monoteisti veri, perciò, sono gli Egizi antichi, i Dravidi, gli Yogi, i Taoisti, i Tantristi, i Buddisti, gli Yoruba, i quali furono perseguitati dagli zelanti Monoteisti che sono in realtà dualisti.

Dietro ogni entità separata ed infinita dimora un unico essere, Colui che vede, rende testimonianza e sente tutte le cose. La parte di coltivazione spirituale coinvolge ignorando la “mente scimmia” (termine del buddismo cinese e dello zen che significa “mente sedimentata, irrequieta, capricciosa, estrosa, fantasiosa, incostante, confusa; indecisa; incontrollabile) dell’emisfero sinistro del cervello per attestare il testimone.

Per questo motivo, il Corano ha così molti versi che dichiarano: “Allah è il Veggente, Allah è il testimone, Allah è Colui che tutto ascolta, Allah è il Sapiente.”

Uno dei significati di Ausar è il Veggente. Gli Egizi antichi simboleggiarono che la funzione basilare dell’essere Veggente è un Occhio.

La parola Araba corrispondente a Veggente è Basir. A dire il vero, si tratta della combinazione di Ba e Sar, cioè Ausar (Osiride), una personificazione di Sar. Per maggiori dettagli, leggete il mio articolo “La lettera Araba Ba e la Dhanurasana.

Il Ba è il vero Sé, l’Atman della scienza Yogica. Questo Sé è l’unico essere esistente. In definitiva, non ci sono molti sé, c’è un Sé. Quell’unico Sé o Nafs al-Mutma’innah è il nocciolo d’ogni essere. Siamo tutti lo stesso Sé. Siamo, perciò, tutti uguali.

Quando ci rendiamo conto che esiste un solo Sé, qualsiasi atto contro un altro è in realtà una sorta d’auto-abuso.

Dato che esiste un solo Sé (Dio), in ultima analisi, non c’è nulla di migliore o di peggiore di qualcos’altro. Tutta la gente è quel Sé, e ogni azione è compiuta con l’energia di Dio (Sakinah o Shakti). Ogni avvenimento, perciò, è l’azione di Dio o la realizzazione delle sue faccende.

Mentre noi, al nostro livello più basso, vediamo il bene e il male, in fin dei conti solo il bene esiste, ed infine faremo tutti questo rinvenimento. Il Corano dichiara che Allah non teme ripercussioni: “li annientò il loro Signore per il loro peccato, senza temere [di ciò] alcuna conseguenza.” (Corano, 91: 14-15)

In altre parole, quando tutto questo Karma (Qadr) è elaborato, ogni cosa tornerà alla sua vera essenza, a Dio. Gli Indù metaforizzano questa nozione nell’inalazione di Brahman ritraendo l’universo richiamato in Sé. L’esalazione di Brahman nella scienza occidentale è definita l’espressione dell’universo.

L’iniziato coltiva un tipo di distacco e non si identifica con le vicissitudini della vita. Qualsiasi cosa succeda fa parte del gioco della Shakti e del dispiegarsi del Karma. L’iniziato (il viandante) fa soltanto il suo dovere, ma si rende conto di non essere l’Agente, ma il Sakinah (Colui a cui Dio ispira pace mentale e tranquillità). Questo concetto è chiamato dai Taoisti Wu Wei, il cui significato è senza azione o non azione.

“Per l’anima e la sua equanimità.” (Corano, 91: 7)

La parola Araba sawwaa significa uguaglianza, proporzione, completamento, equanimità, equilibrio. Così, il Corano in questo punto esprime la coscienza egualitaria.

Le pratiche Yogiche sono progettate per aiutare la realizzazione del nostro vero Io. Un gruppo di questi esercizi è chiamato bandha (i legami), cui appartiene il mulabandha. I bandha chiudono e dirigono il prana (l’energia) nelle ghiandole per raggiungere stati più elevati di coscienza.

“O voi che credete (avendo raggiunto l’Amen)! Preservate voi stessi (fissando la chiusura dei bandha…).” (Corano 66: 6)

Una sadhana (pratica) appropriata con mudra e bandha può aiutarci a raggiungere il Nirvana.

1.      Amir Fatir, Equality Consciousness

2.      The Egyptian Society for Spiritual and Cultural Research

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02 Mag 2010

IL SUFISMO – IL METODO CHE AIUTA L’UOMO A SEGUIRE LA NATURA

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Perch’è il Sufismo?

Ricordate la pantomima rappresentata dalla compagnia teatrale “Lizidei” (“I saltimbanchi”) nella metà degli anni Ottanta? Questa pantomima è stata rappresentata in televisione per cinque o sei anni. Inoltre, la parola “nie-z-zja” (storpiatura russa dell’espressione “non si può”) è saldamente entrata nel lessico durante il periodo della perestroika. “Mamma, posso andare a fare una passeggiata?” “Nie-z-zja!” La trama della pantomima descriveva un personaggio interessato ad una grande palla, mentre un secondo gli proibiva di prenderla dicendo “Nie-z-zja!” Il secondo clown non raccoglieva la palla, ma non intralciava nemmeno la curiosità del primo pagliaccio. Per certi versi, “riacciuffava” l’interesse per la palla e sgolandosi con voce rauca gridava “nie-z-zja”. Infine, questo primo pagliaccio con una mimica urlava “zjà! – zjà! – zjà!” (storpiatura russa di “si può”). Così, afferrava il pallone e scappava via.

Durante il secolo scorso nel territorio dell’ex Unione Sovietica, era difficile impegnarsi nelle pratiche non tradizionali d’auto-guarigione. Qualche Sufi che eseguiva le pratiche, era costretto ad avvolgere i suoi testi in un panno di lana e a nasconderli nei cimiteri perché questi libri erano letteralmente presi d’assalto, non tanto dal governo, ma dai governanti che capivano il loro valore scientifico; quindi, divennero dei pezzi d’antiquariato. Adesso, questi segreti sono diventati accessibili. Molti sono entrati nella Via. Prendete, se potete prendere.

Il Sufismo è un antico orientamento pratico che si basa su un amore attivo per Dio e per la gente: elabora dei metodi, degli esercizi che permettono alla persona d’essere consapevole della natura e dell’amore Divino, stabilisce delle relazioni armoniose col mondo, con la gente, con la natura e con sé stessi. È successo, perciò, che per qualche motivo, il Sufismo non ha occupato il suo legittimo posto nei vari corsi Universitari di storia e di psicologia della religione, nonché negli studi religiosi. I professori delle scuole superiori erano incapaci di “presentare” il Sufismo: è una religione? Una psicotecnica? Una comunità spirituale? Io non sono un accademico per fare delle classificazioni in questo libro. Piuttosto, il Sufismo è un metodo pratico che aiuta la persona a seguire la natura Divina per essere sano, sicuro e felice.

I Sufi hanno molti nomi. Furono chiamati eccelsi, selvaggi, folli, creature celesti, gente comune, cercatori, inebriati, talenti, dervisci, fachiri e saggi.

I Sufi sono gente pratica che studia e vive seguendo le leggi naturali, e trasmette queste conoscenze agli altri. Il Sufismo non è né una parola, né un concetto. È lo stato di una vita armoniosa. Talvolta, i Sufi sono definiti monaci sociali. Io credo che il vero monaco, non è il frate di clausura che esegue incondizionatamente dei rituali, ma è colui che dimora costantemente in uno stato d’unità con l’Altissimo.

L’insegnamento del Sufismo: le regole efficaci per la guarigione

I metodi descritti nel libro sono apparsi nel cuore della tradizione Sufi. Pertanto, il lettore deve conoscere alcune regole dell’insegnamento Sufico. È verosimile che in questo modo pervenga con più rapidità al risultato desiderato.

La maestria di ogni maestro Sufi è trasmessa alla gente da qualche suo allievo. L’allievo è scelto non tra i più ubbidienti, perseveranti e sani, ma tra coloro che hanno la migliore capacità di sviluppare la tradizione Sufica. Sulle relazioni tra insegnante e discepolo, la gente ha inventato una gran quantità di favole: alcuni affermano che bisogna cercare per tanto tempo un maestro, altri sostengono che un maestro Sufi “accetta” solo lo studente che abbia superato qualche prova; si resta seduti alcuni giorni davanti alla porta del maestro, si sale in alta montagna e si trascorre qualche tempo senza parlare con nessuno, e così via. Queste storie hanno poco in comune con la realtà dei fatti.

Chi studia la letteratura “della guarigione naturale” coll’intento di trovarvi qualche cura adatta al loro caso, è scettico verso questi insegnamenti. Si tratta di un approccio equilibrato che io rispetto. Il materiale da me proposto sottintende, però, qualcosa che deve essere applicato in modo incondizionato.

Un allievo zelante di un maestro Sufi, desiderava conseguire sempre qualche risultato prestigioso. Una volta entrando nella stanza del maestro per porgli l’ennesima domanda, ricevette da quest’ultimo la seguente richiesta: “Sii gentile, chiamami per favore Hassan!”

Questo discepolo si recò nel cortile dell’abitazione, ma non vide Hassan nonostante avesse una vista eccellente. Determinato a conseguire il suo obiettivo, controllò tutte le Chaikhanà (casa del tè) sulla strada chiedendo ai visitatori se avessero visto Hassan. Nessuno gli dette una risposta valida. Completamente disperato, verso sera, l’allievo compì l’ultimo tentativo gridando ad alta voce: “Hassan! Hassan! Hassan!” Qualche secondo dopo da un cortile vicino apparve Hassan, che fu condotto dal maestro, mentre l’allievo seduto sopra un banco adiacente rifletteva sul fatto che l’ostinazione conduce sempre alla meta.

I suoi pensieri furono interrotti quando l’insoddisfatto Hassan uscendo dalla stanza del maestro, si rivolse verso l’allievo: “Perché non mi hai chiamato subito, non appena il padrone te lo ordinò?” “Ti ho cercato ovunque, ma invano!” L’indignato Hassan esclamò: “Mio Dio, il maestro ha chiesto realmente di cercarmi?! No. Il maestro ti ha chiesto di chiamarmi una sola volta, non tre volte!”

Nel Sufismo, il concetto di “maestro” ha un significato molto importante. Bisogna ubbidire al maestro senza discutere, come si fa per l’Altissimo.

Nella pratica d’auto-riabilitazione e d’auto-perfezionamento, la guida è semplicemente necessaria. L’iniziativa personale è superflua, troppo spesso porta a risultati negativi. La gente è propensa a creare ulteriori rituali, convenzioni, perdendo il senso del suo operato. Per il Sufi, non conta la fede cristiana, musulmana, ebraica o buddista di una persona. È importante la bontà o la cattiveria dell’uomo; quindi, per non fare demagogia, tutto è relativo, vale il punto di vista della persona. Se una persona crea qualcosa di buono, compie in pratica delle azioni amorevoli verso un’altra persona, egli è un uomo buono e vivrà lungamente. Se consuma solamente dell’energia, il suo lavoro è formale, meccanico; in questo caso diventa una persona cattiva, malata, soffre e muore nella tristezza e nel dolore. Dio è giusto con tutti gli uomini in ogni caso. Se c’è un nemico esterno, la spada può proteggerci, ma che fare se il nemico è situato all’interno dell’uomo? Per questo combattimento è necessario un insegnante.

Il Sufi all’inizio studia sé stesso, e poi un’altra persona. Dapprima si recherà pregiudizio valutando le possibili conseguenze, poi nuocerà a qualcun altro.

Il mio maestro, Haji Ibrahim, ha sempre affermato che, prima di dare un compito, è necessario comprendere chiaramente a chi è rivolto. Ugualmente, uno studente ascoltando le istruzioni, le deve percepire per quello che sono, senza aggiungere ad esse né congetture, né pregiudizi.

Per quanto sia difficile il tema della conversazione, le parole devono essere semplici e chiare, ma nonostante la sua semplicità, ognuno le comprenderà e le accetterà in modo diverso secondo le sue possibilità e desideri. Le persone differiscono le une dalle altre in termini di conoscenze, esperienze, erudizione: esistono i “sempliciotti”, ma anche gli intellettuali. Ci sono pure gli scienziati, la cui esperienza e conoscenza li contraddistingue dalla folla, ma a prescindere dalla formazione e dall’esperienza, chi ha un forte desiderio e interesse a comprendere le parole a lui rivolte, le capirà veramente.

Una volta, con un amico andai dal mio maestro Haji Ibrahim a Kokand. La decisione fu presa all’improvviso, quindi nessuno conosceva il nostro viaggio. Di solito, avvertivo l’insegnante quando andavo a trovarlo, ma questa volta non accadde, giacché le circostanze erano mutate.

La strada era sconquassata, la giornata era calda, il cielo sereno. A metà strada, il radiatore si era surriscaldato. Per circa due ore aspettammo una vettura che ci trainasse alla più vicina stazione di servizio. Al nostro arrivo alla stazione, aspettammo che il padrone tornasse dalla pausa pranzo. Esasperati e silenziosi, proseguimmo ancora il nostro viaggio.

Al nostro arrivo a Kokand, la casa del maestro era vuota perché probabilmente era assente per affari. Ci sedemmo su una panchina vicina e attendemmo. Passò circa un’ora ed una persona sconosciuta si avvicinò domandandoci: “Siete di Jizzakh (detta anche Jizzax, Djizak; in Russo: ??????)?”

- Sì, siamo sorpresi di questa domanda. E come fai a saperlo?

- Questa mattina, Haji Ibrahim, mi ha annunciato che due persone sarebbero venute da Jizzakh e di farle aspettare un po’.

Il mio amico era molto sorpreso.

- Forse doveva arrivare oggi qualcuno per Haji Ibrahim da Jizzakh?

Ben presto arrivò Haji Ibrahim, e dopo i saluti, ridendo, mi chiese: “Avete fatto un buon viaggio? La macchina era a posto?”

Quel giorno, la comunità Sufi eseguiva uno zikr aperto (per maggiori dettagli si veda il capitolo sullo zikr). I Sufi di livello superiore e medio hanno due circoli distinti. Non è né consentito, né comunemente accettato entrare nel cerchio Sufi di livello differente. E a nessuno sorge anche un simile desiderio. Se hai appena preso ieri la patente, puoi subito partecipare alle autocorse? Il livello di un Sufi dipende dai compiti originali che gli sono stati assegnati dal maestro, i quali permettono di ottenere l’esperienza necessaria. Al momento di più non posso dire.

Al mio amico fu permesso di trovarsi nel cerchio del sesto livello, sebbene non frequentasse nessun circolo Sufi, ma fosse semplicemente interessato ai metodi Sufi di guarigione.

Durante lo zikr, non eseguiva le azioni, ma osservava le attività altrui.

Haji Ibrahim gli fece notare: “Non è permesso fare così, è male”.

Poi, mi sono ricordato le sue parole: “Quando si è tra persone intelligenti, bisogna tenere la bocca chiusa, mentre tra gente saggia e illuminata è necessario mantenere per le redini l’anima.”

L’insegnamento Sufi è diverso dai metodi Universitari, in cui lo studente memorizza il maggior numero d’informazioni impartite dal professore. Nel Sufismo è fondamentalmente impossibile arrivare da un maestro e partir subito con un bagaglio di conoscenze di stampo Universitario. Inoltre, l’utilizzo di metodi tradizionali d’apprendimento per lo studio del Sufismo è dannoso.

Questa storia afferma che se anche un individuo ha un obiettivo, una volontà e qualche possibilità di superare gli ostacoli, deve possedere qualcosa che gli permetta di ricevere una formazione vera. Più esattamente, è un qualcosa che deve mancare. Si tratta del Nafs.

La traduzione di Nafs è ego, l’Io animale. Questa sostanza si trova nel nostro sangue, il Nafs non può essere visto direttamente. In quel giorno, Haji Ibrahim raccontò un metodo d’autosservazione esterno (per maggiori dettagli vedere il capitolo sulle traiettorie energetiche). Grazie a questo metodo è possibile osservare esternamente il Nafs che riduce le manifestazioni negative.

Così, la prima pratica adempie in maniera assoluta alle istruzioni del maestro, mentre la seconda osserva i cambiamenti in modo distaccato e senza emozioni durante l’esecuzione degli esercizi. Nello stesso tempo, è necessario abbandonarsi al flusso della forza e della saggezza.

Per quanto riguarda la capacità insolita di prevedere gli eventi, per il Sufi si tratta di una situazione normale. Ecco perché sono andato dal Maestro, senza avvertirlo in anticipo perché sapevo che era informato. Citerò a titolo d’esempio una storia di cui sono stato testimone.

Una volta andammo col mio maestro lungo la Strada Tamerlano (le Porte di Timur) che porta a Jizzakh. Il lettore probabilmente conosce Timur, il gran governatore orientale. Guidavo la macchina. Improvvisamente, fummo sorpassati da una “Ziguli” che viaggiava ad una velocità superiore al limite consentito. Pochi secondi dopo, Haji Ibrahim, disse a sé stesso: “È terribile …”. Poco tempo dopo, ripeté le stesse parole.

Giunti alle porte di Tamerlano (si tratta di uno dei più bei monumenti d’architettura montana, il cui nome è dato alla strada), il maestro domandò di arrestare l’automobile. Usciti dall’abitacolo, Haji Ibrahim si avvicinò alle porte esaminandole per parecchio tempo e leggendo le iscrizioni conservate. Effettivamente, era una bellissima vista. Per inciso, una parte di queste porte, vale a dire un piccolo uscio, si trova nel museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

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Non ostacolavo il maestro e guardavo da una certa distanza la grotta di Timur. Circa mezz’ora dopo, riprendemmo il nostro viaggio. Non chiesi nulla al maestro, perché non è comunemente accettato in Oriente.

Strada facendo vedemmo la “Ziguli” rovesciata in fiamme, il cui fuoco era alimentato dal vento, mentre altre automobili attorno bruciavano ancora circondate da diverse auto della polizia e da ambulanze. Oltre al conducente della vettura che ci aveva sorpassato, sei persone erano morte.

Quella notte non riuscivo a dormire.

Molto spesso ho sentito alcune fiabe dedicate ai Sufi. I cantastorie raccontano rituali e ostacoli, che a loro avviso, bisogna superare per diventare Sufi. Deluderò qualcuno, ma tutto ciò non corrisponde alla realtà. In molti casi, essere un Sufi è un’indicazione, ma se lo dico così, non dirò nulla.

Se una persona, anche molto stimata, si dichiara un Sufi, Dio lo giudicherà. In alcuni ospedali ci sono persone che si reputano Napoleone, profeti, alieni. Essere un Sufi, non è una scelta personale. Diciamo così. Una persona può essere definita Sufi, solamente se è accettata da un circolo Sufi e da un maestro Sufi. Naturalmente, ci sono dei criteri più importanti, ma non voglio confondere il lettore, descrivendo a parole ciò che in linea di principio può percepire solo l’esperienza.

Le stazioni del percorso Sufi

Le nostre malattie sono collegate al nostro sviluppo spirituale.

Una persona nel suo sviluppo spirituale passa attraverso una serie di tappe, stazioni. Queste tappe sono chiamate nel Sufismo Maqam, cioè stazioni. I Sufi della linea Naqshabandiyya evidenziano quattro stazioni: il Nafs (l’egoismo, gli istinti animali), il Qalb (il cuore, l’emotività), il Ruh (lo spirito) e il Qurb (la prossimità all’Altissimo). Talvolta, si aggiunge anche il Sirr, la stazione dei segreti divini. In genere, i Sufi della linea Naqshabandiyya non inseriscono la stazione Sirr nella descrizione delle tappe. I segreti divini si rivelano alla stazione dello spirito (Ruh). Ugualmente ad altre correnti del Tasawwuf (il Sufismo era chiamato così fino al XIX secolo, seppur continua ad esserlo denominato in questo modo in molti paesi orientali) la stazione Sirr è inclusa, ed io vorrei dire qualcosa su questa tappa. La parola “Sirr” significa “segreto”, il quale è nello stesso tempo gradito e molto pericoloso. È impossibile conoscerlo ed esprimerlo a parole, ma è possibile fondersi e unirsi ad esso interamente. Vi è, tuttavia, il pericolo di bruciare nel fuoco misterioso. La persona che ha raggiunto la stazione Sirr non aspira a niente: né alla gloria, né al successo. L’uomo che si trova al livello del Sirr è intriso di tristezza, poiché è al confine tra il mondo materiale e i mondi divini. Si tratta del rimpianto inevitabile del viaggiatore, la cui casa desiderata è a mezza giornata di viaggio, ma sospirando torna indietro proseguendo nel suo cammino. Lui prosegue senza girarsi indietro, mentre il mondo circostante sospira e si rattrista insieme a lui…

Ciascuna stazione comprende un certo insieme di malattie tipiche che le sono caratteristicamente inerenti. Conoscendo le stazioni del Sufismo, il lettore capirà le cause d’alcune malattie.

La maggior parte dei nostri lettori, perdonino la mia onestà, si trovano alla stazione del Nafs. Forse, non hanno bisogno di sapere che in genere c’è qualche stazione! Per tal motivo, descriverò in dettaglio, seppur brevemente questa tappa, per chi vuole saperne di più sul Sufismo. Mi è difficile spiegare ai non adepti la pratica del Sufismo, le differenze tra le diverse stazioni. Questo capitolo si rivolge, piuttosto, non alla vostra ragione, ma alla vostra intuizione.

Le stazioni del Nafs.

Le malattie generate dal falso Io

Il concetto di “Nafs” è di solito tradotto in forza animale dell’organismo, ego, egoismo. Il Nafs è insito in tutte le persone, cioè è parte integrante della natura umana. Il primo passo verso la comprensione di Dio nella pratica Sufi è il superamento del Nafs, insomma dell’egoismo.

A questo proposito, vi racconterò una parabola Sufi.

Una volta, un viaggiatore che camminava da molti giorni nella steppa deserta, trovò un sacchetto di monete d’oro ed era felice per questo ritrovamento straordinario. Quando l’entusiasmo iniziale passò, si guardò attorno impaurito per vedere se qualcuno l’avesse visto. Dietro ad ogni cespuglio, scorgeva occhi ostili. Nella sua testa correvano le immagini di un malfattore che avendolo scoperto e catturato, lo uccideva per recuperare la refurtiva concessa da Dio. Forse non dovevo prenderla per allontanarmi dal peccato?

Tormentato da sentimenti contrastanti, in piedi, non aveva il coraggio di chinarsi sul sacco. Una voce al suo interno sussurrava: “Prendi il tuo dovuto! Non hai sofferto abbastanza? Fino alla fine dei tuoi giorni vivrai agiatamente, ben vestito e calzato, andrai sopra un bel cavallo e non camminerai dissanguandoti i piedi!”

“Effettivamente, ciò non ti appartiene!” – obiettava un’altra parte della sua personalità.

Probabilmente il viaggiatore sarebbe rimasto così per lungo tempo, se un maestro Sufi non fosse sbucato dal nulla proferendo: “Prendilo se lo hai trovato. Se scopri chi ha perso il sacco restituisciglielo senza chiedere alcun compenso, ma se dopo un mese il proprietario non si fa vivo, dividi la refurtiva con altri bisognosi come te”.

Il lettore è in errore se ritiene che la voce del primo Nafs abbia persuaso il viaggiatore a prendere il sacco d’oro, perché il suo vero Nafs lo tratteneva da tale atto. Il Nafs non è una cosa così semplice. Entrambe le voci appartengono al Nafs. La vera soluzione Sufi consiste nel trovare la via mediana che mantiene la persona in equilibrio. Il compito del Nafs è di indebolire con successo quest’equilibrio usando mezzi molto diversi e contrari: l’amoralità e le norme sociali accettate comunemente.

Una volta Muhammad, la pace sia su di lui, riportò una straordinaria vittoria in battaglia con un esercito ben superiore alla sua armata. “Evviva, la nostra guida ha sconfitto il nemico nella più gran guerra conosciuta della storia!” Esclamarono i suoi compagni. “Amici – disse il Profeta – devo disilludervi. Questa guerra non è niente in confronto alla guerra che stiamo combattendo col Nafs. Ecco la grande guerra.”

L’uomo, poiché possessore dei bisogni vitali, si trova alla stazione del Nafs fin dalla nascita. Essendo dei bambini, siamo completamente in balia di questa stazione e c’incapricciamo per il mancato ottenimento dell’auspicato mostrando un’ostinazione irragionevole. Col tempo, il bambino si abitua alle norme sociali e può controllare i suoi desideri. Purtroppo, molte persone restano alla stazione del Nafs per tutta la vita, poiché sono alla mercé degli istinti animali, dei divertimenti e dei piaceri. Nel capitolo dedicato alle cause della malattia, abbiamo ricordato ancora una volta la stazione del Nafs. Senza una disciplina, non impariamo ad opporci a quest’influsso nefasto e ci trasformeremo infine in un essere irritabile, permaloso e piagnucoloso tormentato da varie malattie. Il Nafs può condurre all’infarto, alle malattie del tratto gastrointestinale, all’epatite e persino al cancro. Tuttavia, le persone sono disposte a pagare anni di paura e di malattia per pochi minuti di piacere illusorio!

Quando vedo ai seminari i partecipanti che vengono per guarirsi, e, talvolta, per salvarsi dalla morte imminente, ma non sono disposti a sacrificare l’abitudine di dormire 8 ore, comprendo quanto sia difficile combattere contro sé stessi.

La persona che si trova alla stazione del Nafs è esposta a tutte le malattie familiari al lettore: alcolismo, tossicodipendenza, dolori cardiaci, cancro, epatite, vista debole, eccesso di peso, depressione, ansia, capricci, malattie veneree, ecc… Il Nafs è insidioso, obbliga l’uomo a lottare contro sé stesso e a combattere lo stesso Nafs, ma il risultato saranno i rimorsi di coscienza e le malattie. Ad ogni modo, per controllare con successo il Nafs tramite i metodi presentati in questo libro, il lettore dovrà molto impegnarsi.

Praticando gli esercizi che sviluppano la volontà e la capacità di governare sé stessi, l’uomo si sbarazza dell’influenza nociva del Nafs e passa alla stazione del cuore.

La stazione del cuore (Qalb)

Anche se una bellissima coppa

è coperta di uno strato fangoso,

le sue incisioni non lo troverai……

Prima di iniziare il trattamento di una ferita, bisogna pulirla perché è una condizione necessaria per guarire rapidamente. La zona del cuore (Qalb) è disposta nell’area del plesso solare, del cuore e del fegato. La stessa parola “Qalb” è traducibile anche con anima, comprensione, cordialità, sincerità e purezza.

La stazione del cuore, in sé, si caratterizza per l’amore assoluto della vita e per la piena accettazione del mondo così com’è.

Esteriormente sembra che l’uomo dimorante alla stazione del cuore non sia turbato da nulla. “Un ottimista incorreggibile” diremmo. Per quanto strano possa sembrare, questa stazione può anche essere la causa di malattie, perché l’amore impetuoso per il mondo è simile al fuoco incontrollato che brucia tutto attorno. A questa stazione, l’uomo inizia a litigare con gli altri, “esplode”, perde l’amicizia. Non senza motivo, questa gente è detta cieca di felicità. Si estasiano così che non si accorgono della gente circostante, dei loro bisogni e desideri.

Compaiono i disturbi nervosi, il lavoro dei reni è disordinato, il mal di testa è frequente. Ciò dipende dalla pronunciata instabilità mentale delle persone che si trovano alla stazione del cuore. Le malattie causate dall’influenza del Nafs sono difficilmente curabili, ma le persone che hanno il loro sviluppo spirituale situato alla stazione del cuore possono essere guarite.

Senza l’aiuto di un maestro è in pratica impossibile salire al livello superiore della stazione del cuore.

Il cuore deve essere pulito, poi sarà ricettivo e tranquillo. In antichità, le donne che avevano ricevuto una brutta notizia o custodivano nel cuore un sentimento amaro, andavano alla riva del fiume a raccontare il loro dolore rivolgendosi alla corrente burrascosa. L’acqua corrente portava via tutto il nero che c’era sull’anima. È molto importante non tenere nel cuore dei sentimenti negativi. Un uomo che non sa come sbarazzarsi correttamente delle emozioni negative, s’irrita per qualsiasi motivo, si infastidisce, si offende e danneggia in primo luogo sé stesso e la sua salute.

La stazione dello spirito (Ruh)

Anche se uno dei tuoi piedi è già all’inferno,

non perdere la speranza e la presenza di spirito.

Le traiettorie energetiche descritte in questo libro, sono rivolte all’educazione dello spirito. La malattia reale e le sensazioni soggettive del malanno sono due cose diverse. Lo spirito rende possibile ascoltare che cos’è il corpo e l’anima.

Un giorno Dio chiamò l’angelo della morte e gli disse:

- Parti per questa città: là, negli ultimi tempi la gente si è abbandonata eccessivamente al peccato, uccidi cento peccatori e portami le loro anime.

L’angelo partì a tutta velocità per eseguire l’ordine. Passò qualche tempo e gli abitanti della città peccaminosa subirono epidemie di peste e di febbre. L’angelo della morte si presentò nuovamente davanti all’Altissimo. Dietro la sua schiena cinquemila anime scintillavano di bagliore post-mortem.

- Perché così tanti? – Dio era perplesso. – In effetti, la nostra discussione riguardava solo cento! Tu pagherai per la violazione dell’ordine!

- Permettimi di giustificarmi, – chiese l’angelo della morte. – Ho eseguito l’ordine – Ho ucciso esattamente cento anime – né più, né meno, – mentre gli altri hanno lasciato il mondo terreno a causa della paura. Alcune persone, guardando i malati, hanno sperimentato una forte paura che la malattia è comparsa in loro spontaneamente. Volevo guarirli per non disubbidire al Tuo ordine, ho eseguito solo il Tuo comando.

Molto dipende dal nostro atteggiamento davanti alla malattia. Se l’ammettiamo nel nostro cuore, facendo esattamente tale scelta, le conseguenze potrebbero essere molto tristi.

Alla stazione dello spirito, la persona diventa caritatevole, compassionevole.

La stazione della prossimità all’Altissimo (Qurb)

Uno Zar, dopo aver raggiunto i vertici nell’arte del governare, rivolse il suo interesse alla ricerca della verità. Molti famosi pensatori e filosofi esposero allo Zar le nozioni d’essenza vitale, delle forze cosmiche naturali e della potenza Divina. Qualche enunciato gli sembrava opinabile, seppur era interessato al riguardo, ma essendo saggio, si accostava con l’attenzione dovuta a qualsiasi opinione. Per questo motivo, invitò a pranzo un materialista convinto che gli accadimenti terreni provengano dalla sostanza materiale tramite l’evoluzione e la selezione naturale, ed un saggio credente che l’Altissimo Dio è l’inizio del principio.

Il materialista sostenne l’inesistenza dell’Altissimo, perché i suoi metodi riconoscono solo l’osservazione oggettiva che è definita tramite gli organi sensoriali: il tatto, l’udito, la vista, e così via. Il saggio ascoltava umilmente le argomentazioni del suo interlocutore, e usando gli stessi metodi del materialista replicava con dolcezza: “In effetti, è impossibile credere che un mondo così complesso, ma creato secondo delle regole, sia apparso conseguentemente ad una successione d’eventi casuali e per il naturale sviluppo della materia.”

Il pranzo volgeva al termine, ma la discussione non vedeva la fine. Dato che lo Zar aveva la sua agenda di lavoro, propose di rinviare la discussione a mezzogiorno del giorno successivo, ma supponendo che gli argomenti fossero gli stessi, chiese ai suoi ospiti di preparare degli argomenti convincenti. Il sovrano, inoltre, prevedendo che gli interlocutori difendano ostinatamente le loro opinioni, promise la decapitazione pubblica per colui che non apporti degli argomenti irreprensibili.

Arrivò il mezzogiorno del giorno seguente. Il sole era allo zenit e, né una persona, né un oggetto proiettava un’ombra. Il tavolo della sala da pranzo era apparecchiato, come ieri, ma nessuno aveva voglia di mangiare – non lontano deambulava il carnefice, gettando di tanto in tanto delle occhiate verso i suoi potenziali “clienti”. Finora, solo il materialista era giunto sicuro della vittoria, per anni aveva dimostrato la superiorità in materia, e la sua vita glielo confermava dandogli ragione. Invece, il saggio per qualche motivo era in ritardo.

Lo Zar ebbe il tempo di arrabbiarsi, calmarsi ed incollerirsi di nuovo. Il materialista e il boia aspettavano impazientemente di dimostrare le loro capacità. Dopo due ore e mezza nella sala senza fretta entrò il saggio, pieno di pace e di dignità, come se nulla fosse accaduto. Chiunque al posto dello Zar avrebbe espresso la sua indignazione, ma il sovrano decise prima di sentire la persona entrata.

- Giacché tu sei il potente Zar, nessuno può contraddirti, e soprattutto obbligarti ad aspettare un indegno come me, – disse il vecchio con mitezza. – Ascoltami, per carità, e poi – che si compia il dovuto necessario.

- Bene, ti ascolterò, – lo Zar accettò e con un’occhiata ordinò al carnefice di farsi da parte.

Questa mattina mi sono alzato, e dopo aver lodato Dio in preghiera, volli recarmi al vostro nobile cospetto, ma come sapete la mia strada si trova dall’altra parte del fiume. Per mia delusione, sull’approdo non c’era né il traghettatore, né la barca. Dopo aver atteso invano per qualche tempo, ero completamente disperato: non si vedeva il trasportatore. Prevedendo la vostra collera, ho implorato: “Mio Dio, aiutami, sono colpevole!” Non so quanto tempo ho trascorso in preghiera, ma all’improvviso un fragore ha distratto la mia concentrazione dalla preghiera.

Ho visto poco lontano cadere un grande albero. È caduto da solo, si è segato autonomamente e dalle tavole ottenute si è assemblato in un battello, mentre i rami si sono trasformati in solidi remi e confortevoli sedie. Non mi crederà, ma la stessa imbarcazione decise di scendere in acqua e salpare! Incantato, mi sedetti sopra, e i remi hanno remato verso l’altra sponda. Sono in ritardo, e sono pronto per essere punito, se è la vostra volontà, sono qui davanti a voi, per volere Divino…

- Questa prova non sostiene la critica, osservò il materialista, sebbene la storia sia interessante … per gli appassionati del misterioso e dell’impossibile.

- Non devi criticarmi, mio caro, sorrise l’uomo saggio, ti è sufficiente costatare la mia presenza, verificare se c’erano delle imbarcazioni libere nei pressi del luogo in cui vivo, e guardare ciò che è situato nel posto occupato recentemente dall’albero.

- Tutto questo è contrario al buon senso! – Esclamarono i servi che stavano ad una certa distanza dallo Zar. Non è possibile che un’imbarcazione abbia agito da sola, è necessario che qualcuno la guidi!

- Sì, è impossibile, acconsentì lo Zar, preparati a morire.

Sono pronto a morire, mio sovrano. Mi rammarica solamente che non abbiate fiducia per la barca che possa crearsi da sola, però non v’imbarazza che questo mondo magnifico, da cui dipartirete probabilmente presto, si sia creato da sé, senza l’ingerenza di qualcuno…

Lo Zar rifletté per qualche minuto mentre nessuno osò rompere il silenzio.

- Sì, sarà fatto il dovuto necessario! – Così lo Zar si pronunciò dopo essersi consultato. – Tutti rimarranno in vita, ma tu, rivolgendosi al materialista, vorrei suggerirti di attrezzarti meglio.

- Sono ben attrezzato! La mia arma è la logica e i dati scientifici, – rispose orgogliosamente il materialista.

- E ciò conferma ancora una volta la presenza dell’Altissimo! In caso contrario, da chi dovresti difenderti? Vai in pace. – Rispose lo Zar.

Il materialista abbandonò la sala in preda all’indignazione per l’ignoranza delle persone. Lasciato libero, cercò di dimostrare ai presenti che se passa molto tempo l’imbarcazione potrebbe apparire anche da sola, come pure le montagne, i laghi, gli animali e le persone. Lo ascoltavano per la sua sincerità e per l’interesse che sempre suscitava, anche se si sbagliava. Affermavano che sebbene non fosse stato giustiziato, era impazzito…

Alcune persone che chiedono aiuto ai Sufi, a volte insistono molto per la gravità della loro malattia e per la sua incurabilità, cosicché il guaritore non ha altra scelta che narrare parabole. Dio gli conceda il buon senso e la ragione!

L’inizio della guarigione -

L’ottenimento della conoscenza necessaria

Ogni opera che porta al successo, inizia con un’affidabile e comprovata conoscenza. La guarigione Sufi si basa sulla conoscenza delle leggi dello sviluppo umano, dal primo all’ultimo giorno della vita, e sulle conoscenze dei cambiamenti che accadono ogni giorno. Dopo aver avuto cognizione profonda della teoria secolare presente nelle opere Sufi della nostra linea, ad esempio di Ibn Sina (Avicenna), il caro lettore comprenderà le cause delle sue malattie e dei suoi insuccessi, ma poi applicherà consapevolmente i metodi proposti per la sua vita.

Età e salute: i cicli Sufi della vita umana

Gli obiettivi del risanamento per ogni età

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La vita intera è suddivisa in una serie di cicli settennali (Fig. 1). Al termine d’ogni ciclo sperimentiamo un certo peggioramento della salute che è legato al rinnovamento del nostro organismo. “I germi” di parecchie malattie croniche appaiono proprio al limite d’ogni sette anni della vita umana. Questi dati si accordano con la scienza moderna secondo cui le persone cambiano ogni cinque-sette anni. Se nella fase di declino temporaneo s’inizia ad assumere farmaci alimentando la malattia, c’è il rischio che essa diventi una compagna per l’intera vita. Non ha senso, naturalmente, restare a braccia conserte: in questo libro ho cercato di raccontare le più efficaci pratiche Sufi, che consentono al lettore di sostenere nei momenti più difficili il suo corpo.

Fino a 40 anni una persona utilizza il potenziale energetico che è stato fornito dai suoi genitori.

Verso i 42 anni iniziano i problemi legati al calo energetico, cosicché l’individuo non riesce a riempire le sue riserve energetiche a causa “di blocchi” e per l’incapacità di armonizzare la vita. Nel migliore dei casi, vi è un leggero affaticamento, mentre nel peggiore arrivano malattie e depressione.

La maggioranza della gente che ha superato il limite dei 42 anni, conserva i comportamenti acquisiti durante la sua vita passata, persino l’espressione facciale.

Solo il bisogno di mantenere un rapporto accettabile con l’ambiente (lavoro, famiglia, cane, auto) permette alle persone di “portare la croce della propria vita” fissando delle abitudini (bene, farò tutti gli esercizi, ma per adesso guardo il calcio, anzi è meglio che li inizio domani a mente fresca…).

Pertanto, più una persona è anziana, più tempo dovrà lavorare per il ristabilimento dell’armonia. L’esperienza suggerisce che bisogna lavorare attivamente per altrettanti giorni corrispondenti agli anni dell’uomo. Questa formula proviene dagli antichi Sufi, ed è ancora usata nella pratica per l’armonizzazione della vita umana.

La malattia in qualche modo ricorda una cattiva abitudine: danneggiamo l’organismo, ma nello stesso tempo riceviamo dolci minuti di piacere. Avete visto l’espressione di una persona malata che ha messo in bocca la sua solita pasticca? Non era una smorfia di piacere, era almeno un sollievo?

Adesso spero, giacché in vita gli individui sperimentano inevitabilmente fiacchezza e perdita di forze, che il caro lettore utilizzi i metodi Sufi per reintegrare le riserve della sua forza vitale.

I medici sanno che la maggioranza della gente può vivere fino a 110-112 anni. Infatti, proprio la maggioranza, perché alcune persone sono in grado di vivere più a lungo. 112 anni è il limite cui tutti possono sperare, ma a causa dello stile di vita scorretto e per l’ambiente nocivo, la maggior parte della gente non raggiunge la durata di vita assegnatagli dalla natura.

Questi 112 anni sono divisibili in quattro grandi fasi vitali di 28 anni. A sua volta, ciascuna di queste quattro fasi è divisibile per quattro cicli settennali.

Bisogna conoscere il ruolo di questi cicli per rapportarsi intelligentemente al processo di ripristino della salute.

Ogni ciclo della vita umana nelle rappresentazioni degli antichi Sufi ha il suo scopo. Assomiglia un po’ al viaggio compiuto lungo un tratto di strada che da stazione a stazione, ha il suo compito, il suo scopo. Per raggiungere quest’obiettivo, il viaggiatore deve prepararsi nel modo dovuto: conoscere le caratteristiche del percorso e le condizioni di vita dei luoghi che attraversa nel suo cammino. Se sa che passerà in una zona naturale con un alto tasso d’umidità, avrà con lui un ulteriore cambio di vestiti e avvolgerà i piedi con del tessuto impermeabile. Se dovrà visitare delle terre aride e non coltivabili, in cui il cibo scarseggia, imparerà a digiunare e a gestirsi con poco.

Tempo di crescita

Tempo di stabilità

Tempo di prosperità

Tempo di saggezza

Fig. 2. Le quattro fasi della vita umana

Il nostro cammino esistenziale ricorda i lunghi viaggi del derviscio. Esso è diviso in 4 grandi tappe di 28 anni, di cui ognuna è suddivisa ancora in 4 piccole parti di sette anni (Fig. 2). Non tutti attraverseranno questo cammino dall’inizio alla fine: dipende dalla volontà Divina. Ognuno di noi può conoscere ciò che ci attende in questo cammino per essere preparato alle varie evenienze. Se conosci te stesso, conoscerai l’Altissimo!

La prima tappa Sufi è chiamata il tempo della crescita. Essa rappresenta i primi 28 anni. Il tempo della crescita si caratterizza dal contenuto eccessivo d’acqua nell’organismo. L’acqua è il simbolo dell’incostanza e della variabilità. Fino all’età di sette anni ai bambini piacciono innumerevoli giochi, ma spesso è difficile gestire questi bambini. L’equilibrio non sopraggiunge nemmeno più tardi: fino a 28 anni le persone sono alla ricerca di qualcosa a cui aspirare.

Il tempo della crescita

Il primo ciclo di vita finisce a sette anni. Questo è un tempo di crescita attiva, si forma lo scheletro e i sistemi principali dell’organismo. Si costituisce il temperamento e la parola del bambino.

Se durante questo periodo il bambino è troppo tutelato, si sviluppa lentamente. Abituato a continui riguardi, si sforzerà d’attirare l’attenzione su di sé con i suoi piagnucolii. È utile ricordare ai genitori che il pianto non è nocivo in sé stesso. Un bambino di quest’età, in media, piangerà almeno una volta al giorno. Il piagnisteo è utile per il rafforzamento dei polmoni. È necessario, naturalmente, distinguere il pianto che serve per attirare l’attenzione dal piagnucolio per la sofferenza.

Un bambino di tre anni che cade, dovrebbe rialzarsi da solo, mentre un bambino che giocando si sporca, non commette un guaio. Il gioco in questa fascia d’età è un modo per comprendere il mondo circostante. Alla fine dei primi sette anni, il bambino si allontana gradualmente dai giochi: gli studi riempiono la sua vita e s’interessa agli interrogativi degli “adulti.” Inoltre, simbolicamente, la caduta dei denti da latte a 7 anni rappresenta il primo passo verso il mondo degli adulti.

Il secondo ciclo di vita di solito si completa a 14 anni. In ogni epoca, questo periodo che comporta una maturazione fisica-sessuale ed un mutamento di voce, è stato sempre difficile per la persona. Spesso, quest’età è chiamata il periodo dell’esplosione ormonale. Si tratta di un importante periodo per la formazione della mentalità della persona.

A 21 anni si conclude la formazione del sistema riproduttivo e delle caratteristiche sessuali secondarie. I giovani diventano villosi, la costituzione fisica si è formata. Inoltre, la formazione delle funzioni intellettive è completata.

A 28 anni una persona s’impadronisce di una professione, mette su famiglia e passa in una fase di sosta.

Più sotto, sono schematicamente mostrate le immagini dei cambiamenti nell’uomo dalla nascita fino a 28 anni. Ovviamente ad ogni ciclo, la parte da aggiungere al piano psico-fisico è sempre minore rispetto al suo stato iniziale.

Il tempo della stabilità

Il tempo della stabilità è un periodo in cui si ritrova l’equilibrio, l’auto-realizzazione. Se durante questo periodo la persona distribuisce armoniosamente le forze, raggiungerà un gran successo. Sbalzi bruschi del tenore di vita e d’attività possono danneggiare considerevolmente la salute. Per alcuni uomini moderni è di norma vivere alti e bassi, tempeste e bonacce. Ad un simile approccio della vita è perfino dato il benvenuto. Di conseguenza, osserviamo uomini calvi a 30 anni e donne incapaci di avere una vita intima, solamente perché non hanno tempo.

Nel tempo della stabilità, la salute della persona è determinata dal modo uniforme e armonioso in cui si sviluppa in tutti i campi della vita: famiglia, lavoro, vita pubblica, rapporto con gli amici e con la natura. Se qualche ala “si abbassa”, il nostro volo diventa impetuoso, a scatti, e ci immerge occasionalmente nella zona di malattia e d’insoddisfazione della nostra vita.

A quest’età, il corpo di una persona non può crescere e, di norma, l’individuo è autosufficiente. Per il mantenimento della propria esistenza e del suo sviluppo personale, non ha bisogno dell’aiuto d’altre persone. Invece, ogni spinta eccessiva che altri vogliono apportare alla nostra “felicità”, può solo spingerci nel baratro della sfortuna e del dispiacere; poiché non sono delle emergenze che richiedono un aiuto necessario, ma si tratta di soccorsi superflui.

Il nostro corpo nel periodo della stabilità non richiede speciali esercizi, medicine e terapie. Dovrebbe essere così, ma poiché la gente non conosce le leggi dell’esistenza, non tutti riescono a vivere in armonia.

Rispetto alla prima fase della vita umana, questa tappa ha meno calore. Ciò non significa che la temperatura del corpo diminuisce, in media è sui 36° C. Si può affermare che la sua “luminosità” si riduce. Mi viene in mente un’analogia con la lampadina elettrica. Con una diversa incandescenza, ma a pari temperatura, la sua luminosità varia: maggiore nella prima, minore nella seconda.

Avviene lo stesso nelle fasi della vita. Nel periodo di stabilità è sufficiente dormire 6-7 ore al giorno. Va ricordato che si ferma solo lo sviluppo dell’organismo, mentre la mente continua a migliorare: una persona diventa più saggia e ragionevole.

Il tempo di prosperità

Il periodo di prosperità (56-84 anni) richiede all’uomo del movimento e dell’attività, soltanto in questo caso potrà garantirsi una condizione armoniosa. Vi è un crescente desiderio di vivere, l’uomo diventa più forte nello spirito. A quest’età, diminuisce il contenuto d’acqua nel corpo. L’organismo, inoltre, avverte la mancanza anche d’altre sostanze; quindi, cominciano a farsi sentire differenti “disturbi” conosciuti. È necessario riguardare particolarmente gli organi interni, osservare un’attività lavorativa ed il riposo, regolarmente e ogni giorno. Bisogna fare più ginnastica e lavoro fisico, muoversi maggiormente. Assumere cibo più spesso, ma in piccole dosi, pulire l’intestino sovente. Ho già dichiarato che a quest’età molti si ammalano per vari acciacchi. Questa gente prende molto seriamente tali disturbi “alimentandoli” con medicinali e fantasticherie. Un malanno comparso in età precoce guarisce abbastanza rapidamente, mentre la guarigione dello stesso in età avanzata avviene molto più lentamente. In questa fase d’età, come per la successiva, dormire 4-5 ore al giorno è sufficiente per recuperare le forze.

Il tempo di saggezza

Il tempo della saggezza cade negli ultimi 28 anni. L’uomo ritorna bambino. In maniera analoga al bambino, cade spesso, è capriccioso e bisognoso d’attenzione. Le ossa diventano fragili e rigide. Iniziano a crescere nuovi denti e capelli, simili a chicchi di riso. La persona diventa somigliante ad un albero vecchissimo, sul quale appaiono freschi germogli. Dal ciclo undicesimo inizia la seconda infanzia. Un proverbio dice: “Un vecchio simile ad un piccino”. Chiede attenzione, carezze, ha più bisogno di sostegno spirituale che di supporto fisico. Senza parenti e amici, quest’uomo non è in grado di soddisfare la maggior parte delle sue necessità, ma i vecchi hanno una qualità magica. I loro desideri riguardanti altre persone spesso si avverano, così in Oriente è conveniente chiedere la benedizione degli anziani. Non v’è alcun miracolo in esso, coloro cui giunge il tempo della saggezza vedono in ogni individuo la condizione del suo raggiungimento. La loro benedizione, se volete, è una specie di programma vitale. Il vecchio saggio vede ciò che è ancora inaccessibile agli altri.

Alla fine d’ogni ciclo settennale vi è una ricostruzione nell’attività dell’organismo, che può condurre al peggioramento temporaneo della salute. Se durante questo periodo non eseguiamo gli esercizi specifici, la malattia si stabilizza ed il corpo può abituarsi. Le psicotecnologie Sufi per molti aspetti sono orientate proprio per superare queste difficoltà temporanee nel modo meno doloroso.

Il ciclo giornaliero Sufi

La legge della vita armoniosa e sana

I Sufi del passato hanno descritto il ciclo giornaliero (24 ore) su cui hanno distribuito l’attività umana, poiché esso contribuisce alla guarigione e alla massima realizzazione personale (Fig. 3).

Alcuni lettori potrebbero spaventarsi per la rigorosità esteriore del ciclo quotidiano, ma non essendo terminata la lettura del libro, adesso inizia la strada che conduce al successo e alla salute.

È raccomandato svegliarsi circa mezz’ora prima del sorgere del sole. Se vivete in una regione in cui, secondo la stagione, l’alba comincia verso le ore 9-10 della mattinata, fissate per il primo crepuscolo le 6 del mattino. Il cibo e il sonno sono le due ali che fanno volare il Nafs direttamente nelle nostre anime, distruggendo ogni cosa sul suo cammino.

Dopo essersi svegliati, per 10-20 minuti eseguire gli esercizi di respirazione (leggere il capitolo corrispondente). Eventualmente, è possibile fare un sonnellino per altri quindici minuti. I Sufi chiamano questo periodo di sonno kaylula, che può essere tradotto “sonno leggero, siesta o pisolino.”

Dopo esserci risvegliati definitivamente, eseguiamo gli esercizi riabilitativi per 15-30 minuti, poi facciamo una doccia e la colazione. La prima colazione si deve fare insieme alla famiglia e agli amici conversando piacevolmente; in questo modo, la vostra giornata proseguirà gradevolmente. Non si tratta solo di creare del buon umore, poiché alcuni se lo procurano con una bottiglia di birra, “cento grammi di vodka” o un caffè e una sigaretta; il mio scopo è di offrirvi completamente una vita sana. Al risveglio, entrate nuovamente nella vita, e questo deve avvenire gradualmente e lentamente senza “percuotere l’organismo”, ascoltandosi, sperimentando non solo la gioia corporale, ma gioendo anche con le persone intorno a voi.

Fino a mezzogiorno la gente osserva un aumento dell’attività, giacché questo tempo richiede il maggior dispendio energetico per le principali attività. Se qualcuno si permette in questo periodo un pasto abbondante, si espone al rischio di contrarre disturbi gastrici. Sulla colazione non digerita, si depositerà la nuova porzione che la farà marcire avvelenandola.

Nel pomeriggio si può fare uno spuntino con gli amici, mai da soli, perché chi gusta il cibo da solo, condivide un pasto con Satana! Durante la giornata, in genere, è possibile astenersi da alimenti duri da masticare preferendo pasti liquidi. Qualche volta, Nasreddin Hodja andava in ufficio e sulla strada incontrò un povero musicista che con canto rauco tentava di guadagnarsi qualche spicciolo. La sera, quando il mullah stava tornando a casa, fu sorpreso dalla sonorità della voce che affascinava dei curiosi ammassati intorno al povero. Hodja era impietrito. Dopo aver atteso la fine del concerto tenutosi in strada, si avvicinò al musicista: “Perché questa mattina eri stonato?!” Il musicista fece un sorriso di scusa e rispose: “All’inizio della giornata ho fatto una colazione particolarmente abbondante, e adesso, forse, mangerei qualcosa! Lo strumento pulito suona in modo diverso, non è vero?” Bisogna mangiare il giusto necessario e quando il corpo è pronto. Pulirsi con un piccolo digiuno non è una moda. Nessuno vi chiede delle prodezze, almeno tre giorni al mese fate un favore all’organismo!

Nel pomeriggio l’attività umana diminuisce gradualmente. Se vi stancate rapidamente, attivate gli esercizi respiratori (si veda il capitolo sul respiro).

Tra le ore 8 e 9 serali, il Sufi raccomanda un sonnellino di 15-20 minuti, cui segue prima una respirazione rilassante, e poi un’attivante. È possibile, dopo gli esercizi, gustare una deliziosa cena in compagnia di amici o di persone care. Dopo la cena si può passare a qualche studio interessante, o a lavorare un po’ con piacere. Il pasto deve avvenire circa mezzora prima del tramonto.

Generalmente ad un adulto basta dormire 4 ore. Fino alle due del mattino, pertanto, si può tranquillamente fare qualcosa. Prima di andare a letto, fate una doccia, eseguite gli esercizi di respirazione rilassante, poi lo zikr interno (che è stato intitolato in questo libro per comodità “le traiettorie luminose dei Sufi”).

Addormentandosi, è consigliabile meditare su eventi piacevoli che accadranno il giorno successivo. Se conducete uno stile di vita armonioso, molto probabilmente, vi sveglierete senza sveglia verso le ore due o tre della notte; per questo auguriamo successo a chi inizia il processo d’auto-guarigione, ma lo avvertiamo che non sarà in grado subito di seguire il ciclo giornaliero. Al risveglio, bisogna fare qualche esercizio respiratorio per la pulizia; infatti, proprio alle due di notte i reni iniziano attivamente a ristabilirsi. Le persone hanno gli incubi proprio in questo momento!

È necessario fissare correttamente l’obiettivo. Lo scopo del trattamento, il risanamento, la salvezza o il lavoro con l’immagine del risultato

Quando siamo impegnati in qualcosa, volenti o nolenti, nella testa si forma un’immagine del risultato finale del nostro lavoro. Di solito, la gente ha per scopo quest’immagine. Lo scopo è un’immagine ideale del risultato finale dell’attività. Se l’obiettivo è negativo (vale a dire, non è necessario all’organismo), allora la persona non ha il piacere delle sue realizzazioni. Gli obiettivi umani, frequentemente, sono prodotti del Nafs. Non siamo noi a proporli, c’è qualcuno che vuole farci soffrire, innervosire, ammalare ed infine, a dispetto di tutte le ferite, raggiungiamo l’obiettivo! Bisogna ricordarsi che il Nafs è una struttura energetica inerente alla natura peccaminosa dell’uomo. I Sufi ritengono che esso sia veramente alimentato dalle nostre emozioni negative: delusione, rancore, stanchezza. Il Nafs rompe il nostro equilibrio per raggiungere il suo scopo. Quando non siete in sintonia con voi stessi, ricordate ciò che avete appena letto.

Subito sorge la domanda: “Come capire qual è il mio scopo personale e dov’è l’influenza del Nafs?” La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo. Se avete deciso troppo in fretta, senza riflettere, molto probabilmente si tratta dell’influenza del Nafs. È necessario, ovviamente, elaborare mentalmente i nostri obiettivi, ma significa anche che dobbiamo avere emozioni.

L’influenza del Nafs si riconosce in un’immagine che è nella nostra immaginazione. Se vogliamo fare qualcosa, ma pensiamo di danneggiare o di offendere qualcuno, si tratta dell’influenza del Nafs. Pensate bene e riflettete sul vostro scopo.

Altrimenti, quest’obiettivo appartiene al Nafs e non a voi, seppur sembra socialmente utile, ne conseguiranno solo problemi: sensi di colpa, ripugnanza, aggressività, alcolismo o gioco d’azzardo.

Non tutto è così negativo, naturalmente. Alcuni cercano di comprendere il senso degli accadimenti e sé stessi, la Divina essenza e il principio della creazione.

Quindi, cominciando il processo d’armonizzazione della vita denominato trattamento, riabilitazione o salvataggio, è innanzi tutto necessario impostare e concepire il proprio scopo. Ancora una volta leggete attentamente, senza passare alla proposizione seguente: impostate e concepite il vostro scopo. Se desiderate “perdere” un paio di chili in eccesso (dal vostro punto di vista), chiedetevi sette od otto volte se sia necessario. Alla terza o alla quarta tappa di quest’intervista col proprio Io salterà fuori: “È piacevole soddisfare sé stessi!” Finalmente avete capito qual è il vostro obiettivo! Amare la vita, sé stessi, gli altri e ottenere un piacere veramente divino da tutto questo! Per quanto riguarda l’obesità, i denti malati, la vista debole, i calcoli renali, l’osteocondrosi e l’impotenza, sono la conseguenza del disamore per voi stessi e per l’ignoranza delle leggi vitali e della sostanza energetica, che considerate il vostro organismo. Pertanto, l’essenziale è fissare l’obiettivo!

Nella seconda fase, è necessario seguire la successione definita dei movimenti, delle azioni. È importante eseguire le operazioni corrette al momento giusto, nel posto conveniente e con le persone appropriate. Ci auguriamo che questo libro vi offra un insieme di metodi e di stati d’animo spirituali per realizzarli.

Dopo un qualsiasi lavoro, siamo affaticati. Molto spesso, la percezione della fatica è indesiderabile, questa condizione vogliamo evitarla. La fatica è una condizione umana normale. La vita corporale è la sostituzione costante degli sforzi e del rilassamento. La nostra reazione negativa alla comparsa della fatica significa che maltrattiamo l’elemento necessario per il conseguimento dell’obiettivo. Per ottenere il risultato desiderato, dobbiamo solo sapere come sforzarci e rilassarci correttamente.

Nel tempo, la triade “obiettivo ? azioni – fatica” diventa un’abitudine. L’abitudine è l’attività automatica accompagnata da uno sfondo emotivo favorevole. Non importa se un’abitudine sia cattiva o utile, in ogni caso deve essere dipinta d’emozioni affermative. L’abitudine ad agire in maniera insensata, la scelta di azioni casuali e la paura di sforzi intensi, spiega perché la malattia è piacevole per coloro che si autocommiserano, giacché muoiono prima del tempo piacevolmente. L’utilizzo con successo dell’eredità Sufi passata, pertanto, consiste nella formazione di nuove abitudini in rapporto alle azioni. L’obiettivo deve essere compreso, le azioni devono essere subordinate ad uno scopo costruttivo basandosi sulle leggi vitali dell’organismo, il rapporto con la fatica deve essere affermativo: bisogna essere in grado di lavorare con gli stati d’affaticamento. Qualsiasi stanchezza “si cura” in 2-3 ore di sonno consapevole (con una respirazione consapevole) o con 20-30 minuti di esercizi respiratori e fisici.

Il ciclo d’azione si conclude con il conseguimento dello scopo desiderato. Avendolo raggiunto, bisogna gioiosamente apprezzarlo, accarezzarsi sulla testa, ballare, cantare.

In questo modo, il processo di conseguimento dello scopo è rappresentato nel modo seguente (fig. 4).

Fig. 4. Il processo di raggiungimento di un risultato

I numeri indicano le tappe per raggiungere il risultato finale desiderato.

1 – Si tratta dell’immagine del risultato desiderato. Può essere motivato o immotivato, sensato o insensato, principale o secondario. In un modo o nell’altro, dirige l’attività umana.

2 – Sono le azioni che l’uomo compie per raggiungere l’obiettivo. Conducono allo scopo, ma non sono collegate ad esso. I nevrotici spesso commettono delle azioni che non hanno nessun collegamento con l’obiettivo, ecco perché sono chiamati nevrotici, sono delle persone che hanno infranto i rapporti con il mondo e le persone. Alcuni non riescono ad uscire di casa se non controllano ossessivamente il contenuto delle loro tasche più volte o se il gas è acceso. Molte persone cosiddette normali assomigliano spesso ai nevrotici: pur di godersi la vita soffrono per le diete e per le procedure mediche arrabbiandosi con loro stessi e con gli altri. Dopo un disturbo, ne appare un altro. Diminuisce il peso, appare il mal di testa. Guarisce il mal di testa, diminuisce la potenza sessuale. Curata la libido, litiga al lavoro con il capo. Litigato col capo, aumenta di peso. È un circolo vizioso.

3 – Si relaziona alla stanchezza. Certi “curano” la fatica col cibo, col sesso, con la musica ad alto volume, guardando la TV. Si forma così un atteggiamento negativo nei confronti della fatica, si ha l’opinione che la stanchezza debba essere “sopportata”, è necessario fuggire da essa, distrarsi, “sganciarsi”. Che cosa accade effettivamente? Coltiviamo la stanchezza, la prolunghiamo artificialmente, ecco perché non dormiamo 5 ore, ma ben 8-10 ore, non mangiamo quanto il corpo ha bisogno e così caschiamo davanti al televisore immobili per due ore. Non abbiamo tempo per goderci la vita, gioire e per l’attività creativa ovviamente! Siamo stanchi e adesso ci riposiamo!

4 – Si tratta dell’abitudine. Se la cattiva abitudine si è già formata, trascorrerà del tempo per rimuoverla e per formare delle nuove abitudini. Le vecchie abitudini sono dure a morire. Nei nostri corsi incontriamo una forte resistenza difficilmente superabile. Anche la semplice richiesta della doccia mattutina e prima di dormire, genera delle proteste furiose di alcuni partecipanti ai seminari: “Non ho l’acqua calda!” – “Fatela bollire!” “La mia doccia è rotta!” – “Bagnate un asciugamano e asciugatevi bene!” “E che succederà se lo si dimentica?” – “Non succederà proprio nulla (nel senso che nulla imparerai)!”

5 – Riguarda il risultato finale. Per i Sufi “1” e “5” rappresentano approssimativamente la stessa cosa, ecco perché certi maestri Sufi possono raggiungere i loro obiettivi in un batter d’occhio. Per non causare inutili agitazioni, non affermeremo che insegniamo ai nostri corsi la magia, la levitazione, la materializzazione e altre mistificazioni. Se prima un uomo non poteva leggere senza occhiali l’insegna di un negozio, e adesso riesce grazie ai miei insegnamenti a leggere un libro (senza occhiali), non è questo un miracolo? Per noi, sì! Mi sento oltraggiato fino alle lacrime perché pur avendo corretto la vista, anche se ho fatto perdere del peso eccessivo e ho guarito il fegato malato… non se ne sono nemmeno accorti! “Beh, sì, questo è normale, fatemi vedere qualche miracolo, loro affermano.” Se non vi rallegrate per i più piccoli miglioramenti, allora non avete bisogno dei miracoli, è meglio che compriate un qualsiasi medicinale!

In virtù del suddetto schema, il raggiungimento del risultato si presenta nel modo seguente (fig. 5, 6).

Quando un giovane lavora, è meglio che segua lo schema quadrato, cioè deve spesso ricordare il risultato, altrimenti “andrà” in un’altra direzione. Lo schema a forma triangolare è più adatto per le persone di mezza età. Quando una persona perde il suo scopo, quando l’immagine del risultato diventa sfocata, indistinta, vi è un senso d’incertezza. Il risultato di quest’insicurezza sono le malattie del tratto gastrointestinale. Questa circostanza ricorda ancora una volta al lettore che nell’uomo tutto è interconnesso: il suo lavoro, l’attitudine lavorativa e le malattie. L’attività emotiva eccessiva comunica i disordini ormonali e si riflette nella funzione renale.

Nei nostri corsi ebbimo un caso particolare. Un uomo venne per sbarazzarsi della sua inquietudine. Avendolo esaminato, arrivammo alla conclusione che aveva i reni malati. I raggi X non avevano dimostrato nulla. Un’indagine più accurata scoprì che la malattia si stava solo manifestando. La causa di questo disturbo erano le emozioni eccessive. Può darsi che esista lo slogan “Tutto è oltre misura!”; ma esso è usato dai giovani che agitano le mani ai concerti, noi siamo persone adulte!

È il movimento consapevole il segreto del successo curativo. L’esecuzione di azioni insensate ci rende simili alle scimmie che girano e gridano incapaci di compiere un lavoro creativo, adattandosi temporaneamente alle mutate condizioni.

Per questo motivo, è necessario eseguire consapevolmente gli esercizi respiratori e fisici.

Il Sufismo assegna all’anatomia umana diciotto articolazioni principali (Fig. 7).

Ogni articolazione è una porta originale dell’organismo grazie alla quale l’energia circola liberamente in esso. Se qualche articolazione “scricchiola”, vi è un malfunzionamento. Il complesso degli esercizi è volto al coinvolgimento d’ogni articolazione. Per esempio, “la riduzione dello sforzo” che il lettore apprende dettagliatamente dalla descrizione degli esercizi riabilitativi, dà una vibrazione che si propaga nel corpo riempiendolo tramite la sua forza vitale d’energia.

Lavorare con le articolazioni sblocca l’energia del corpo, ripristina lo scambio energetico nell’organismo e armonizza la nostra vita fino alla guarigione.

Bisogna ricordare che le attese che riguardano i risultati delle nostre azioni, sono in contrasto con le effettive necessità dell’organismo. Per questo motivo, spesso, non si ottiene il risultato immaginato. A volte, questo accade solo perché lo scambio energetico è turbato. Aiutate a ripristinarlo con l’esercizio le “Ali dell’Angelo”. L’attuazione degli obiettivi, come sappiamo, dipende in gran parte dalla motivazione. In psicologia, si separano le motivazioni interne ed esterne. La motivazione interna è collegata all’attività dell’anima, all’amore e al suo processo in sé. La motivazione esterna è condizionata da premi e punizioni. Gli studi dimostrano che se l’uomo agisce sulla base d’esigenze interiori, la qualità del suo lavoro si eleva notevolmente rispetto a quando agisce sotto costrizione.

Un mio collega presso l’Accademia Sufi di Medicina e Psicologia “Ivan Sergevich Fedorenko”, ha raccontato una volta la storia di un vecchio di San Pietroburgo che viveva in una vecchia casa.

In uno dei bei cortili di San Pietroburgo, ogni giorno si radunavano e saltellavano un branco di ragazzini chiassosi. Quando erano occupati in attività non rumorose modellando delle torte di Pasqua, giocando a nascondino o raccontandosi storie terrificanti, gli adulti non gli prestavano attenzione; ma, se all’improvviso iniziavano a litigare, a piangere e a ridere fragorosamente, dalle diverse finestre giungevano dei minacciosi commenti. I bambini sono bambini!

Di tanto in tanto, i bambini erano allontanati dal cortile, in altre occasioni le lamentele giungevano fino ai loro genitori che li riaccompagnavano a casa. Sarebbe andato avanti così per molto tempo, probabilmente, se un giorno da questi bambini non fosse arrivato un anziano. Era di piccola taglia, sorrideva e scuoteva un po’ la testa.

- Ragazzi, guardo con piacere dalla finestra come giocate e ascolto piacevolmente le risate dei bambini. Non vorrei che gli adulti vi scaccino nel cortile vicino. Vi pagherò 50 rubli al giorno. Scalpitate a tutta forza!

- Perbacco! – Esclamò il più grande dei bambini, il quale conoscendo già le moltiplicazioni e le divisioni, calcolò in fretta le porzioni di gelato che potevano comprare in un giorno. – Va bene!

- Beh, stringiamoci le mani, – disse il vecchio porgendo ai ragazzi la prima parcella.

Il giorno seguente i bambini andarono nuovamente nel cortile, ma non urlavano forte perché potevano attrarre i bambini di un cortile adiacente con i quali avrebbero rischiato di spartire i 50 rubli. Dopo aver atteso il vecchio, i bambini lo circondarono con l’intenzione di ricevere una seconda paga.

- Grazie, ragazzi, – disse il vecchio guardandoli con occhi lacrimanti. – Giocate molto bene, ma oggi non posso darvi cinquanta rubli. Ho una piccola pensione e ho bisogno di comprarmi le medicine. Oggi, vi pago solo venticinque rubli. Scusatemi, e se non volete lavorare per questi soldi, lo capisco.

I bambini furono dispiaciuti per il nonno, ma accettarono 25 rubli.

Il giorno successivo i bambini andarono in cortile gridando senza nessun interesse per qualche minuto, poi attesero il vecchio. Dopo circa un’ora non appariva nessuno. Stavano per tornare a casa, quando sentirono il fruscio dei passi del loro datore di lavoro.

- È un bene che abbiate aspettato – Il vecchio sorrise con discrezione. – Ecco prendete. – Porse ai bambini due monete da 5 rubli. – Oggi, avete gridato solo per dieci rubli. Non ho intenzione di pagare per delle deboli grida. Voglio sentire delle vere e proprie risate di bambini!

Perché così poco? – Chiese qualche bambino indignato. – Abbiamo gridato per un’ora intera!

Il vecchio voltò le spalle ai fanciulli e, barcollando, si ritirò nel suo portone.

Il giorno dopo, i bambini gridarono così forte e a lungo che la donna del terzo piano li minacciò di chiamare la polizia. Il chiasso cessò alla solita ora, mentre i bambini si riunivano per incontrare il vecchio nel posto abituale. Passò un’ora, poi un’altra. Qualche bambino fu riportato a casa dai genitori. In strada restarono solo i due bambini più pazienti.

Quando stavano per rincasare dal portone uscì il vecchio con portamento altezzoso. Passò davanti ai bambini senza guardarli.

- Oggi ci pagherete? – Chiese un ragazzino cautamente.

All’inizio, il vecchio fece qualche passo ignorando la richiesta, poi si voltò e tagliando corto disse:

- Non sapete far niente, non vi pago.

I bambini in preda all’indecisione lo guardavano allontanarsi. In seguito, si sparpagliarono e tornarono alle loro case.

In questo cortile, più nessun bambino giocò allegramente e fece chiasso. Perché? Dopotutto, per lo schiamazzo non paga nessuno.

In questa parabola, il vecchio incarna la società che abitua la gente fin dall’infanzia a fare qualcosa solo per ricevere un premio o per evitare una punizione. Si tratta di una motivazione esteriore. Così, la persona è insoddisfatta dal lavoro e dal risultato.

Tra l’altro, quest’enunciato è vero non solo per l’uomo. Un delfino divenne un partecipante involontario di un esperimento. Gli piaceva fare le capriole e inventare diversi tipi di salti. Il delfino era contento ed appagato! Per consolidare il risultato, come si suole dire, l’allenatore gli regalava un pesce ogni volta che tagliava un nuovo traguardo acrobatico. Che ne risultò? Il delfino perse l’interesse per dei nuovi salti. Era diventato un professionista, cioè un lavoratore qualificato che esegue un ordine piacevole o sgradito. Al pari dei bambini della parabola, quest’allenatore ha insegnato al delfino che le cose belle e interessanti sono fatte solo per compiacere qualcuno o per ottenere qualcosa.

Se l’immagine del risultato è rigidamente connessa alla ricompensa materiale, la persona può acquisire dei vantaggi, ma perde la soddisfazione lavorativa e, di conseguenza, sarà infine un perdente.

Stato Mukashafa – la chiave per il raggiungimento del benessere

Nella pratica guaritoria è molto importante capire che l’immagine della salute dovrebbe essere, con l’aiuto di Dio, creata dall’uomo. Molto spesso nei seminari, chiedo ai partecipanti di percorrere mentalmente la propria vita. Bisogna immaginare dalla nascita fino ad oggi gli eventi più piacevoli trascorsi in ogni fase della vita: le mani calorose dei genitori, il primo amore, la fortuna negli affari, la nascita dei figli, e così via. Grazie a questa meditazione “raccogliamo”, in senso figurato, l’energia vitale salubre dispersa dalla nostra biografia, ogni qualvolta ne siamo consapevoli. Questi ricordi formano un certo stato di salute e di benessere verso cui ci orienteremo (i Sufi lo chiamano Mukashafa), e senza il quale tutti i nostri metodi sono quasi inutili. Facciamo quest’esercizio adesso.

Meditazione “forza e salute”

Rilassatevi, assumete una posizione comoda. Normalizzate la respirazione. Ricordate la vostra fanciullezza quando eravate completamente indifesi. Quali ricordi felici affiorano nella vostra mente? Forse vi hanno regalato qualche giocattolo? O avete imparato a leggere? Forse ancora qualcos’altro? Ecco state andando a scuola, conoscete nuove persone, avete nuove relazioni. Che cosa ricordate? Quali ricordi vi causano un fremito piacevole? A quale evento della vita è connesso?

L’adolescenza. I cambiamenti nel corpo, le nuove sensazioni, i programmi per la vita, i sogni … Li condividete con gli altri, raggiungete un certo successo, avete veri amici e amiche … Ricordate queste sensazioni, vivetele di nuovo.

La gioventù. Imparate un mestiere, cominciate a lavorare, pensate per la prima volta alla vita familiare, cercate di affermarvi. Qual è l’avvenimento di questo periodo che ricordate piacevolmente desiderandolo ancora sperimentare?

E così via. Ricreate nella coscienza gli eventi completi della vostra vita dipingendoli gioiosamente e riempiendoli di significato e di forza, ma tali avvenimenti sono accomunati dalla condizione che lavorando con questo libro, sarete in grado di suscitare voi stessi. Scegliete dalla vostra lista compilata, l’evento che meglio ricordate e col qual è più facile connettersi.

È molto importante imparare a creare un’immagine di salute e di successo. Se la vostra salute non è stata creata da voi, non avrà neanche per voi un valore.

Una volta Abramo si infuriò con i suoi sudditi che erano dei gran peccatori. “Signore, – si rivolse all’Onnipotente – colpisci a morte e con ferocia i figli di Israele come punizione per le loro azioni!”

- Fa’ per me prima mille brocche. Poi, rivediamo la tua richiesta, – Dio rispose.

- Eccole! – Ammira le brocche. Dopo un mese Abramo mostrò il risultato del suo lavoro.

- Eccellente! E adesso rompile! – Disse il Signore.

- Come posso romperle? Si tratta del frutto delle mie fatiche!

- Non puoi rompere qualche recipiente morto, e mi chiedi di annientare un numero molto maggiore di vasi viventi!

Dovete creare da soli la vostra salute affinché non abbiate la minima idea di distruggerla!

La realizzazione degli obiettivi vitali

e l’accettazione delle decisioni importanti:

l’approccio Sufi

L’approccio proposto più in basso, per il conseguimento degli obiettivi e per il superamento degli ostacoli, si collega non solo alla pratica della guarigione, ma anche al coronamento dei problemi quotidiani lavorativi, familiari e generali (Fig. 8).

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Questa strategia riflette l’approccio Sufi alla pratica della meditazione valutando la situazione; non si tratta solamente di una guida che aiuta a muoversi nella giusta direzione, ma è anche un metodo che consente di agire in modo intelligente.

I metodi degli antichi Sufi sono volti a migliorare la sensibilità dell’uomo. Perché sono necessari? Se un problema sorge a livello di coscienza, ma non è né compreso né interpretato, si sposta al livello delle emozioni: l’uomo prova tristezza, sofferenza o ride istericamente, ecc… Si può riflettere sulle emozioni e capire la loro causa, anche se bisognerebbe affrontarli preliminarmente attraverso un lavoro mentale di lunga durata. Se un problema non è visualizzato a livello di coscienza può “abbandonarsi” alla malattia quando la persona è già alla ricerca di una terapia, o piuttosto dei sintomi. Di conseguenza, diventa più sensibile ad ascoltare le sensazioni e i dolori. Discute del trattamento con gli amici e i familiari; in pratica cambia lo stile di vita del malato. I livelli mentali ed emotivi, nondimeno, rimangono nella stessa condizione. Esteriormente la persona appare completamente realizzata, ma nella sua vita gli manca la creatività ed il piacere che ognuno di noi desidera. Le opportunità di creare gli sono bloccate. Alcuni psicologi, generalmente, considerano la capacità creativa un indicatore necessario della personalità sana e matura. Mi si potrebbe obiettare che molte persone seriamente malate sono creative. In verità, obietterei che in questi casi un forte potenziale creativo possa vincere la malattia. Possiamo solo supporre quanto proficua sarebbe stata la vita creativa dello stesso Dostoevskij se avesse sconfitto la sua malattia.

Come può una persona risolvere i problemi quotidiani dal punto di vista Sufi?

Tutto inizia con l’apparizione dell’immagine, di una certa idea. Non sempre si tratta di una nostra idea. A volte, la scelta dell’obiettivo deriva dall’influenza di qualche familiare, parente o mass media. Per questo motivo, i Sufi consigliano di ripensare e di elaborare l’idea che porta alla formulazione dello scopo. È necessario descrivere l’immagine del risultato al meglio e più in dettaglio: vi provvederà del dovuto necessario, e così via. Questa è una fase molto complessa; sarebbe auspicabile passare velocemente ai fatti, sperando che qualcosa accada! Tuttavia, bisogna fermarsi e guardarsi intorno. Il mio insegnante raccomanda prima di prendere una decisione che bisogna sedersi in una certa posizione.

Sedersi sul pavimento, appoggiando la gamba sinistra sotto di voi. Perché sul pavimento? Perché l’uomo è più vicino alla terra e può ricevere maggior energia. Le mani sulle ginocchia, la testa chinata sul petto. Respirate regolarmente e con calma: riposate per alcuni minuti. Valutate senza fretta le vostre idee, i vostri obiettivi. Lasciate che l’intuizione vi suggerisca in quale direzione riflettere (Fig. 9).

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La posizione per le donne è un po’ diversa dalla maschile (Fig. 10).

In tal modo, dall’idea iniziale (indipendentemente dallo stato in cui avete preso la decisione) emerge l’obiettivo. Lo scopo può essere cosciente, oppure inquieto, vago e poco chiaro. L’esperienza dimostra che la comprensione dell’obiettivo risparmia notevolmente tempo.

Allorché la persona inizia il suo cammino verso l’obiettivo, compaiono le emozioni, ed in funzione del modo in cui si valuta la situazione ? buona o cattiva ? le emozioni saranno affermative o negative. Certa gente è così eccitata dalla sensazione di prossimità allo scopo e dall’apparente facilità di raggiungerlo che si avvicinano ad esso pretestuosamente: valutano erroneamente il tempo e le forze necessarie sperimentando serie difficoltà. Di conseguenza, l’immagine dell’obiettivo è persa ed il lavoro diventa caotico simile ad una corsa lungo un cerchio. L’obiettivo è raggiunto a scapito di salute, stress e fallimento della vita privata. Ho visto un uomo d’affari realizzato lamentarsi per problemi riguardanti la virilità, lo stomaco, il cuore, e così via. È il prezzo pagato per il raggiungimento dei suoi scopi attraverso un lavoro tenace! È chiaro che senza sforzo non si agguanterà il pesce nello stagno, ma chi vi chiede di immergervi per ogni pesce in acqua?

Se l’immagine dello scopo è connessa a qualche tipo di paura, timore, la persona può sperimentare molti dubbi – le sue azioni saranno incerte, un po’ incomplete e, di conseguenza, commetterà nuovi errori, perderà le forze; tutto si ripete come se la persona agisse sotto l’influenza d’emozioni instabili e fugaci.

I metodi proposti al lettore di questo libro affrontano le emozioni, le gestiscono e trovano alcune varianti per il raggiungimento dello scopo. Questo percorso di conseguimento dell’obiettivo è chiamato dai Sufi Ciari-Sharif (la luce Divina). In questa via non ci sono dubbi, ma nemmeno “strattoni in avanti”. Tutto procede costantemente in direzione dello scopo similmente al sole sorgente…

Se il lettore si chiede: “Che cosa c’entra col risanamento?!”, allora gli citerò gli esempi di parecchi partecipanti ai seminari che lavoravano con zelo e, come spesso accade, raggiungevano i risultati in tempi rapidi: coloro la cui vista era meno di sette gradi la correggevano completamente; chi era tormentato da dolori stomacali riprendeva a mangiare qualsiasi cosa. Col passar del tempo, l’intensità dei loro sforzi diminuiva e, naturalmente, alcuni risultati peggioravano un po’. Queste stimate persone erano sconvolte (!!!) e abbandonavano gli esercizi. Poi, riprendevano ancora (nuovamente con la stessa tenacia!) a fare gli esercizi, e così via. Infine, la maggioranza tra loro raggiungeva lo scopo, ma a quale prezzo?

L’approccio Sufi alla nutrizione

I Sufi fanno molta attenzione alla nutrizione, quindi, affinché il cibo apporti giovamento, bisogna conoscere non solo le sue qualità speciali, ma anche quale alimento abbisogna il vostro corpo in un determinato momento. Ad esempio, perché i Sufi non mangiano il cibo troppo caldo? Il contatto con tali alimenti nell’organismo aumenta la tensione e, di conseguenza, si rafforza il dissenso contro l’assimilazione.

Una volta a Samarcanda mi sedetti in una casa da tè con uno scienziato lettone che aveva studiato i riti popolari religiosi. Afferrò la ciotola col tè caldo e soffiò su di esso. Era una procedura abituale, ma fu interrotto improvvisamente da un vecchio venerabile seduto vicino a noi: “Non bere – hai guastato questo tè!”. “Perché lo hai rovinato?” – disse stupito il nostro ospite. “Forse il tè era buono, ma poiché gli hai soffiato sopra, non arrecherà nulla di buono al tuo corpo”.

Quando il lettore familiarizza col ciclo giornaliero formulato molti secoli fa dai Sufi, ha certamente notato quanta attenzione ho prestato alla necessità di conversare piacevolmente durante i pasti. In tale conversazione, il piacere del cibo è raddoppiato.

Per quanto riguarda i prodotti “adatti e inadatti”, formulerò l’opinione seguita non solo dai Sufi, ma anche dai medici. Bisogna mangiare ciò che cresce nel clima e nella terra in cui si è nato o vissuto per gran parte della vita.

Sì, si! Le banane, i mandarini, le noci di cocco, il mango, i kiwi, e l’elenco potrebbe continuare, non è adatto per la maggior parte degli abitanti della Comunità degli Stati Indipendenti. Non vi suggerisco di rifiutarli completamente, ma la loro presenza nella vostra dieta non sia eccessiva. Ad esempio, i miei conoscenti di Tashkent volevano applicare nella loro vita lo slogan “bisogna mangiare più vitamine!” Cominciarono a mangiare mandarini e arance ogni giorno, non fui sorpreso quando vennero da me lamentandosi per le frequenti vertigini e per gli sbalzi di pressione. Di conseguenza, quest’esperienza suggerisce che i Pietroburghesi devono mangiare i mirtilli e lo sperlano, mentre gli Uzbeki devono mangiare il pilaf!

Il ruolo degli organi interni durante i pasti: il punto di vista Sufi

Ogni esercizio meditativo diretto all’attivazione delle risorse interne umane (vedi capitolo sulle traiettorie energetiche) ha una base, una sua struttura iniziale.

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Nella pratica Sufi, questa sostanza fondamentale è rappresentata dallo sviluppo degli embrioni umani (Fig. 11); ad essi si riferiscono le raccomandazioni Sufi riguardanti l’assunzione degli alimenti nella condizione ottimale.

Inizialmente si forma il sistema nervoso centrale: il cervello, il midollo spinale, poi inizia lo sviluppo del cranio e della colonna vertebrale. L’embrione situato nel posto della futura spina dorsale ha la forma di trattini piccolissimi simili a morsi. Poi, si costituiscono gli occhi e dopo si formano i polmoni.

La struttura degli organi è dissimile tra loro, ma ognuno ha i propri canali, una sorta di tubi. Ad esempio, nel polmone sinistro ci sono due canali, mentre nel polmone destro tre canali collegano quest’organo con gli altri. Solo dopo la formazione dei polmoni si costituisce il cuore.

Alla base di tutto vi è la spina dorsale, su di essa giacciono i canali di comunicazione più importanti del cervello con tutti gli organi del corpo umano. A questo proposito, bisogna ancora una volta sottolineare l’importanza di mantenere la colonna vertebrale in buone condizioni (postura del corpo, tono, mobilità, ecc…)

Alla nascita, il bambino si trova in un nuovo ambiente aggressivo. La prima “botta” la ricevono i polmoni ed il neonato compie di riflesso il primo respiro condizionato. Quest’inspirazione per lui è nuova (prima della nascita non respirava come l’uomo). Conseguentemente alla paura di questo respiro, la seconda “botta” la prendono i reni; la paura è un’emozione basilare.

Spesso lo spavento è accompagnato da un grido. L’urlo simboleggia l’inizio di una nuova vita e del suo ambientamento.

Poi, il bambino inizia ad inghiottire: nel momento della deglutizione chiude la laringe, attiva lo stomaco dando impulso all’attività del tratto gastrointestinale. Perché un bambino ha così tanta saliva? La saliva aiuta a digerire il cibo giacché non gli è sufficiente il succo gastrico. In generale, dai 4 mesi fino ai 7 anni, il bambino ha una crescita molto rapida delle ghiandole.

Così, fin dall’inizio dello sviluppo umano c’è il cranio, il cervello e la spina dorsale. Il tratto gastrointestinale appare in seguito.

Per esperienza personale, il lettore sa che lo stomaco ha tre funzioni: accettare, conservare e rimettere (Fig. 12).

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La deglutizione è una conseguenza della funzione d’accoglienza dello stomaco. Queste forze sono concentrate intorno al plesso solare. I polmoni, il cuore, il fegato ed il cervello “lavorano” sul processo di digestione.

In una rappresentazione Sufi, il contenuto dello stomaco di una persona adulta si compone approssimativamente di tre parti uguali.

Nella prima parte si deposita il cibo morbido (liquido, purè di patate e così via). La seconda parte contiene del cibo duro, mentre nella terza parte vi è dell’aria. Il troppo mangiare porta poca aria nello stomaco, per questo motivo gli ingordi soffrono d’affanno.

Dato che lo stomaco non sopporta di essere stracolmo, è meglio la denutrizione alla sazietà. Bisogna mangiare lentamente, percepire il sapore del cibo, così si favorisce il rapido emergere del senso di sazietà. Se siete tormentati dalla sete, non è necessario inghiottire l’acqua d’un fiato, ma occorre bere lentamente, a piccoli sorsi, sentendo ogni sorso. In questo modo, si beve di meno e si appaga prima la sete. Quando i Sufi dicono che bisogna bere come si mangia e mangiare come si beve, trattasi del processo esatto d’assunzione del pasto.

Durante il pasto non si deve sottoporre il lato sinistro del corpo ad un carico troppo pesante: non appoggiatevi sul lato sinistro. La pressione cade sullo stomaco, e le sue pareti evidenziano il succo gastrico supplementare che sarà impiegato per altri scopi.

È molto importante capire il processo nutritivo. Se il cibo non è ben riuscito, per esempio se il kasha (pappa di cereali) è un po’ bruciato o è salato eccessivamente, non affliggetevi. Se è successo, è successo… Se mangiate il kasha con una sensazione di disgusto, sarebbe meglio non mangiarlo, perché fate male unicamente a voi stessi. Invece, mostrategli interesse dicendo: “Che gusto nuovo e originale! Se fossi affamato da tre giorni, avrei mangiato questo cibo con gran piacere!”

I sovraccarichi fisici e psichici turbano le funzioni del tratto gastrointestinale. Se sei stanco, nervoso e affamato, dapprima calmati, e poi mangia, lasciando da parte tutte le preoccupazioni.

L’olfatto è un dispositivo preparatorio che informa il cervello circa le proprietà degli alimenti.

L’organo degli occhi partecipa secondariamente alla digestione. Gli occhi rinforzano la valutazione gustativa del cibo che è realizzata nel cervello. Proprio dalla vista l’organo riceve un comando necessario all’accettazione del cibo. Sotto la lingua è secreta la saliva.

I denti sono progettati per mordere il cibo, schiacciare e rompere in pezzi affinché agisca il succo gastrico. Una volta che il cibo è introdotto in bocca, i denti lo schiacciano producendo la saliva, mentre lo stomaco crea i succhi gastrici. La lingua determina se l’uomo assuma il cibo in maniera attiva o passiva: se gli alimenti siano deliziosi o meno, disgustosi o avariati, freschi o guasti, ecc…

La zona Sultano, in cui risiede il cervello, invia un comando allo stomaco, all’intestino e al fegato per prepararli al ricevimento del cibo: “Preparatevi! Arriva per voi un ospite!”. La zona Sultano avverte se si tratta di un ospite gradito o sgradito. La persona affamata sente questo comando in modo forte e persistente, ma se è sazia, il segnale è lasciato passare, si dice che faccia l’orecchio da mercante.

Successivamente lo stomaco secerne il succo gastrico, mentre il fegato la bile. Il pancreas fornisce anche il succo. In generale, la bile è sempre prodotta, si accumula nella cistifellea e durante l’assunzione del pasto entra nell’intestino.

Gli organi, pertanto, iniziano ad operare a turno, uno dopo l’altro.

Nasreddin Hodja entrò una volta in un caffé di San Pietroburgo e chiese al cuoco se preparano un pilaf. Il cuoco annuì ed il nostro Mullah gli chiese un giudizio sul suo pilaf. Il cuoco con un’eloquenza indescrivibile dichiarò che cucinava il miglior pilaf di San Pietroburgo! “Allora, continuò Nasreddin Hodja – fammi sentire … l’odore del pilaf. “È impossibile”, – sorrise il cuoco. “Ti pagherò!” – esclamò l’irrequieto visitatore. “Bene”, – ne convenne il cuoco che condusse Hodja presso il pilaf in cucina. Nasreddin respirò a sufficienza il profumo del pilaf e per qualche ragione rifiutò di acquistarne una porzione.

“Devi pagare! – Gridò il cuoco. – Lo hai promesso!”

«Certamente» – sorrise Nasreddin Hodja e … fece tintinnare delle monete d’oro vicino all’oreccho del cuoco.

Questa parabola suggerisce che il corpo dovrebbe mangiare solo quando è predisposto, cioè com’è stato descritto nella precedente allegoria. Nasreddin Hodja non ha ritenuto che il suo corpo fosse pronto ad ingerire questo particolare alimento, ecco perché non ha pagato il pasto.

Bisogna adesso sapere come comportarsi dopo un pasto. Il Sufi che dava una particolare importanza alla cena, ritenne che dopo il suo termine bisogna appoggiarsi prima sul lato sinistro, poi sul lato destro ed in seguito sulla schiena finché non arrivi il sonno. Bisogna considerare che il ciclo Sufi circadiano implica un’alimentazione molto povera durante tutto il resto del giorno (eccezion fatta per la cena).

Non bisogna coricarsi in nessun caso prono dopo i pasti. Se studiamo lo stomaco, apprendiamo che il cibo lo riceve dal lato sinistro. È noto che all’interno della mucosa gastrica dello stomaco vi è una parete molto sottile, un involucro, attraverso il quale, come per un tovagliolo, passa il succo gastrico. Vi sono tutt’intorno delle ghiandole situate nelle pareti. Una delle possibili cause dell’apparizione delle ulcere è che quest’involucro sia troppo sottile. Lo stomaco svolge la funzione digestiva. Il succo gastrico è un liquido chimico pronto. Gli scienziati chiamano questo liquido pepsina ­? il contenuto di tale succo nel corpo di una persona che non si sa con certezza se sia malata o sana è di 4 litri, mentre in una persona sana raggiunge i 5 litri.

Il processo digestivo dipende dal proprietario dello stomaco: come, quando e quanto mangia.

Il Profeta Muhammad, la pace sia su di lui, disse che ognuno dovrebbe assumere il cibo nella quantità richiesta dal corpo. È necessario fermarsi quando si vuole mangiare ancora un po’. È vietato raggiungere il limite della sazietà.

Se l’alimentazione è eccessiva, il corpo sarà sovraccaricato. Inoltre, si abituerà all’esperienza di volta in volta. I Sufi credono che se la persona si abitua a mangiare molto, sviluppa un’intolleranza verso la condizione di fame, che di per sé non è un male. Quando si mangia gradualmente, si forma un atteggiamento tollerante verso il digiuno. Quest’atteggiamento permette alla persona di mangiare lo stretto necessario per mantenersi in forza e in salute. Alcune persone sembrano sofferenti e scontenti solo perché sono abituate a mangiare molto. Di solito, soffrono di disturbi intestinali. In tal modo, si rimpinzano di tutto, trasgredendo la digestione.

Quando la persona prende nuovamente il pasto, il nuovo cibo si mescola con quello non digerito, ed in questo stato entra nell’intestino tenue apportando dolori allo stomaco e in altre parti del tratto gastrointestinale. Il danno dell’eccesso di cibo consta che lo stomaco non ha il tempo di digerire il pasto.

Quasi tutto il cibo digerito scende nell’intestino tenue. È in questa transizione che appaiono le malattie intestinali.

Avete visto come i gatti dopo aver mangiato si stirano, allungano la colonna vertebrale e tirano all’interno lo stomaco? Perché questo succede? Tali movimenti attivano il sistema nervoso e, di conseguenza, la circolazione sanguigna. E, tra le altre cose, favoriscono l’assimilazione delle sostanze nutrienti attive.

Il fegato è associato alla cistifellea. Durante il ciclo circadiano, dal fegato all’intestino passano 0,5-1,5 litri di bile ed essa offre l’opportunità di purificare il corpo. Se mangiate troppo, il corpo non ha il tempo di digerire tutto.

Il fegato è la zona Ruh (zona dello spirito). Per bilanciarsi il fegato ed il cuore si trovano in due parti del corpo opposte, giacché i due organi sono caldi. Bisogna ricordare che mangiare o bere in fretta è un colpo assestato al fegato.

L’abitudine di mangiare si forma fin dalla più tenera età. Molto dipende da come il bambino è nutrito nella prima infanzia. L’esperienza generazionale ha stabilito che il bambino sia nutrito col latte materno per 30 mesi. In tal modo, si immunizzerà contro le malattie. In caso contrario, si genera l’attaccamento al biberon che in età adulta si trasforma nel legame alla bottiglia di birra o di liquori. Questo fenomeno è chiamato imprinting (etologia), effetto. Il bambino imprime letteralmente nell’anima tutti gli eventi dei suoi primi anni di vita.

Lo stesso fenomeno si ripete nel caso della nutrizione. Nell’infanzia, il bambino incarna uno schema non corretto di accettazione del cibo, e poi, quando cresce, raccoglie i frutti di questa abitudine: ulcere, cirrosi e così via.

In Brasile, finora, raccontano un caso.

Il re del Brasile aveva una predilezione particolare per un piatto di frutti di mare, detto itopoa. Una volta, quando il re pranzava, arrivò un messaggero da lontano con una notizia. Ma le guardie non l’ammisero per il seguente motivo: “Quando il re mangia l’itopoa, non si può interrompere il suo pasto. “Ma ho portato una notizia molto importante!” – esclamò l’inviato. Tuttavia, le guardie erano abituate ad eseguire irremovibilmente gli ordini del re. Dopo che il re finì di mangiare l’itopoa, accolse lo straniero. Il messaggero riferì che le truppe del figlio del re si preparavano ad occupare il suo paese. “Rimuovete le portate dal tavolo e preparatevi alla guerra” – gridò il re, ma era troppo tardi – le truppe fecero irruzione nel palazzo, i soldati nemici catturarono il re e lo trascinarono in prigione. Vedendo nella folla il suo cuoco, il re gridò: “Domani nella mia cella servi l’itopoa, ma prepararalo meglio – oggi l’itopoa era molto dolce.”

L’itopoa fino adesso è definito il piatto più costoso. È detto: “Per questo piatto il re consegnò tutto il regno.”

Il cibo gioca, certamente, un ruolo nella nostra vita, ma per alcuni mette in ombra tutta l’esistenza intorno.

Alcuni piatti e

Ricette curative

Il Pilaf

Giacché sono nato e cresciuto in Uzbekistan, prima di tutto voglio dare la ricetta del vero Pilaf, invece della minestra di riso con fette di carne!

È possibile mangiare il pilaf per scopi curativi poiché rinforza lo stomaco.

Voglio raccontarvi una storia riguardante mio suocero. Una volta si lamentava per i dolori allo stomaco e così gli furono prescritti dei farmaci, non mangiava carne e cibo piccante, seguiva una dieta ed era molto angosciato per la situazione. Una volta, mentre era in montagna, incontrò un Kirghiso che poi scoprì essere un Sufi. Seduto davanti ad una tazza di tè, consegnò a questo mio parente una ricetta molto semplice: una volta alla settimana mangia a sazietà il più comune dei pilaf! Ora, mio suocero non si lamenta più per lo stomaco.

La preparazione del pilaf abbisogna dei seguenti ingredienti: 250 grammi di riso tondo, circa 100 grammi di grasso di montone, 200 grammi di carote, 100 grammi di cipolla, 250 grammi di montone e approssimativamente 25 grammi di “cumino”.

Al riso bisogna pulire la buccia e lavarlo tre volte in acqua fredda. Lasciatelo in acqua tiedida per una ventina di minuti. Le carote devono essere tagliate a pagliuzze, la cipolla a grandi anelli e la carne a cubetti.

Il calderone deve essere ben riscaldato sulla fiamma. Il grasso nel calderone è scaldato finché assuma la caratteristica colorazione marrone a macchia d’olio. Quando il liquido ottenuto comincia a fumare leggermente, friggere le cipolle. Quando anche la cipolla sta diventando dorata, mettere i cubetti di carne e friggere per circa cinque minuti. Quindi, aggiungere le carote, mescolare e friggere il tutto per ancora cinque minuti.

Riempire con acqua il contenuto del calderone finché non si copra tutto il preparato. Attendere che l’acqua bolli. Aggiungere del cumino. Sopra il preparato appoggiare tre teste d’aglio sbucciate e poi copriamo il tutto col riso. Aggiungere dell’acqua bollita per coprire appena la superficie del riso. Aggiungere un cucchiaino di sale.

Cuocere il riso fino a quando non assorbe l’acqua.

Adesso arriva il momento cruciale! Quando il riso ha assorbito tutta l’acqua, assaggiatelo. Assaggiate gli strati inferiori. Per fare questo, bisogna mischiare il riso (solo il riso!) Se il riso è ancora duro, aggiungere un po’ d’acqua bollente e fate cuocere fino alla cottura. Se all’interno il riso è cotto, ma lo strato superiore non lo è ancora, non significa che il pilaf è pronto. Rimestare il pilaf, e lasciarlo per altri dieci minuti sotto il coperchio a fuoco spento.

Quando il pilaf è pronto, mescolate dal basso verso l’alto e servite a tavola. Buon appetito!

Il Dari

Questo piatto cura la tosse e tutte le malattie della gola, compresa la raucedine.

Prima parte. Prendere il rafano verde e grattugiarlo di sera, aggiungere un cucchiaino di miele, coprirlo e conservarlo coperto fino al mattino.

Seconda parte. Al mattino grattugiare circa 100 grammi di radicchio verde, aggiungere due cucchiai di miele, circa 20 chicchi di uva passa nera e 5-6 noccioli di noci.

Così, si ottengono due piatti: un primo e un secondo. Riscaldateli leggermente e mangiateli a turno. Bisogna mangiarli assolutamente a digiuno al mattino e poi fino a pranzo è necessario astenersi dal cibo.

In poco tempo la tosse vi abbandonerà.

Scirguruch (crema di riso)

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Per preparare questo piatto sono necessari 100 grammi di riso rotondo, mezzo litro di latte, 5 grammi di uva passa bianca, un cucchiaino di sale, 5 grammi di zucchero cristallino (semolato) e 50 grammi di burro.

Dopo aver pulito e lavato il riso in acqua fredda, lasciatelo riposare per quindici minuti in acqua tiepida per favorirne l’assorbimento. Poi, si bolle il latte e non appena si agita in superficie, aggiungere il riso facendolo cuocere per dieci minuti. Dopo 10 minuti lo saliamo e dopo altri 5 minuti si aggiunge l’uvetta. Il burro si scioglie separatamente ed è aggiunto al piatto pronto.

Questo piatto aiuta a normalizzare il metabolismo. Si consiglia di cenare a giorni alterni. È particolarmente indicato per la diarrea.

Ashkadi

Questo piatto apporta benefici alla tosse secca e aiuta a pulire le vie respiratorie.

Composizione dell’ashkadi: 100 grammi di riso rotondo, 200 grammi di zucca, 5 grammi di menta, mezzo litro di latte, 2 cucchiaini di miele e salare a gusto.

Lessare il riso in acqua. Mentre il riso cuoce grattuggiamo una zucca che conserviamo da parte. Separatamente bolliamo il latte a cui aggiungiamo il riso facendo cuocere il tutto per dieci minuti. Poi, aggiungiamo la zucca grattugiata precedentemente che cuciniamo per circa 5 minuti fino a cottura. Dopo 5 minuti, si aggiunge la menta e il sale facendo cuocere il tutto per altri cinque – sette minuti.

Appena il piatto pronto diventa tiepido, si aggiungono due cucchiaini di miele. A scopo terapeutico, è necessario mangiare l’Ashkadi tiepido, a stomaco vuoto e in quantità a vostro piacere.

Una persona che generalmente tossisce gli sono controindicate le foglie di insalata e il cavolo.

Le Noci

La noce è usata come un antibiotico e rinforza le cellule del corpo. È utilizzata nel trattamento delle malattie cardiache e vascolari, per la normalizzazione della pressione e per il miglioramento del diabete. Aiuta anche i disturbi di stomaco, le malattie renali, i disturbi epatici, le nevrosi, l’aumento dell’irritabilità e il rachitismo. Le noci contengono il 19% di proteine e il 16% di carboidrati. Inoltre, hanno un sacco di vitamine, di sali minerali e di acidi. I guaritori Sufi, perciò, consigliano di mangiare tutti i piatti a base di noci.

Ricetta

5-6 noccioli di noci, 20-25 chicchi di uva passa nera, 100 grammi di ricotta.

Mescolare tutto e mangiare prima di colazione a digiuno. Si raccomanda, inoltre, mangiarla la sera prima di addormentarsi. Il ciclo di trattamento è di 20-25 giorni.

Ricetta per la purificazione del sangue

Al mattino prima di colazione bere 100 grammi di succo di melograno. A pranzo, bere cipolle bollite e aglio, e la sera prima di andare a letto un tè verde caldo a cui si aggiunge un cucchiaio di miele e un cucchiaino di aceto di mele.

Questo regime alimentare deve osservato per 10 giorni.

Ricetta per la pulizia di fegato, reni e stomaco

Versare 5 grammi di cumino macinato in 20 grammi di acqua bollita. Coprire con un coperchio e lasciare infondere per 15 minuti. Assumere l’infuso a stomaco vuoto al mattino e dopo ogni pasto per 15 giorni.

Come ho detto molte volte, una persona può guarire solo se pratica contemporaneamente le traiettorie energetiche, gli esercizi fisici e la corretta alimentazione. È importante rispettare il ciclo circadiano Sufi ed eseguire azioni consapevoli. Al fine di una maggiore comprensione, suggerisco di leggere il capitolo “i Sufi e le cause della malattia.

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17 Apr 2010

Hikayat Seri Rama: un breve studio comparato sull’Islamizzazione Malese del Ramayana

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Hikayat Seri Rama: un breve studio comparato sull’Islamizzazione Malese del Ramayana

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La storia della vita di Rama è interessante ed avvincente non solamente per gli Indù, ma anche per i fedeli d’altre religioni che ne sono influenzati. È stato giustamente affermato da Brahma (l’Abramo dell’Islam, la pace sia su di Lui) nel Valmiki Ramayana, la più vecchia versione del Ramayana: “finché le montagne ed i fiumi esisteranno sulla terra, la storia di Rama sarà predicata in tutto il mondo”.

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Per questo motivo, il Ramayana del saggio Valmiki è l’unica e potente creazione letteraria che ha avuto un’evoluzione affascinante, trasformandosi nel tempo e nei popoli. Il Ramayana ha cambiato forma, contenuto e spirito da lingua a lingua e da paese a paese; a volte, persino nella stessa lingua ha riflettuto differenti approcci culturali attraverso fertili immaginazioni. Questo è certamente vero per le innumerevoli versioni del Ramayana in Sanscrito, per i Ramayana Giainisti e Buddisti, e per i suoi adattamenti nelle versioni Islamiche.

Lo scopo di questo documento è di presentare un breve studio comparato tra la versione Indiana e un Ramayana Malese, la Hikayat Seri Rama. Alcuni degli aspetti della discussione tratteranno i valori e gli ideali Induisti e Islamici trasmessi nei due poemi epici, gli stili con i quali sono stati scritti, ed infine, alcuni casi ed i punti in cui la versione Indiana del Ramayana è stata Malesizzata. In generale, le fonti Malesi sono utilizzate in questo studio con l’ausilio di traduzioni. Il Ramayana di Valmiki ha plasmato ed inspirato profondamente la tradizione letteraria classica delle culture con le quali ha interagito. La diffusione di questo poema epico Indù, puro nel suo implicito significato, non avvenne solamente in tutta l’India multiculturale, la sua patria, ma si propagò parallelamente all’Induismo e al Buddismo in una vasta parte del Sud Est Asiatico.

Ciononostante, il Ramayana si diffuse subendo un processo d’acculturazione, e si assimilò ai popoli e alle culture che l’accolsero come parte integrante della loro letteratura classica. Alcuni assegnarono un nome nuovo al poema epico, altri lo alterarono totalmente, e modificandogli la trama lo vivificarono ulteriormente. In questo modo, ricevette l’approvazione dei loro valori culturali.

In Thailandia, questo poema epico risalente nella sua forma scritta al 18° secolo, è chiamato “Ramakian” o “Ramakrti”, e Rama è presentato in tratti Siamesi. Le versioni Birmana e Khmer del Ramayana sono chiamate “Rama-ya-kan” e “Reamker” rispettivamente, ed entrambe furono influenzate in larga misura dal Buddismo. (Abadi, 1979, pag. 30).

Il mondo Malese aveva condiviso questa tradizione antica fin dal primo secolo d.C. Il popolo Malese, come il Dott. William Fredericks dell’Università dell’Ohio ritiene, “adotta la filosofia in voga”, vale a dire l’Induismo e il Buddismo, sostituendo, o piuttosto migliorando il codice d’etica morale animista conservato fino a quel momento.

È in questo periodo, probabilmente, che i poemi epici Indiani, il Ramayana e il Mahabharata furono lentamente incorporati nella tradizione letteraria Malese. Sebbene la versione del Ramayana tradotta in quel tempo non proveniva da Valmiki (la versione standard), ma si trattava di una variante dell’India Meridionale, questo poema epico subì inevitabilmente un processo d’acculturazione.

La letteratura classica Malese, o la “hikayat Melayu tua”, infatti, è stata notevolmente influenzata ed inspirata dal Mahabharata di Vyasa e dal Ramayana di Valmiki. (Abadi, 1979, pag. 23) È in questo periodo dell’Induismo che avvenne la Malesizzazione dei poemi epici Indiani, in particolare di queste due grandi opere letterarie.

Il Mahabharata fu adottato e modificato per essere intitolato “Hikayat Pandawa Lima” (l’epopea dei cinque Pandava) o “Hikayat Pandawa Jaya”, mentre il Ramayana fu cambiato per essere chiamato “Hikayat Seri Rama” (L’epopea di Sri Rama). Il tema centrale di quest’articolo è la Malesizzazione del Ramayana, le sue differenze con la versione Indiana, ed in particolare, “l’Islamizzazione” del poema epico dopo che la nuova religione modificò i valori dell’era Induista Malese.

È stato accennato che esistono varie differenze tra la “Hikayat Seri Rama” e la versione Indiana presa a modello per il Ramayana Malese.

Questa Hikayat conteneva gli elementi Induisti dell’India meridionale, settentrionale e orientale. A Giava, le tracce di quest’epopea furono trovate nel tempio di Lara Jonggrang in Prambanan. Nell’anno 925 d. C. circa, Yogiswara tradusse il poema epico in Giavanese classico. Tale versione non era popolare poiché questa stessa lingua non era più usata. Poi, giunsero altre versioni della Hikayat, per esempio il “Serat Rama” e il “Rama Kling.” Da queste versioni nacque l’arte drammatica. Le versioni Malesi pubblicate da Roorda Van Eysinga, Shellabear e Maxwell, si relazionano alle versioni drammatiche menzionate. (Abadi, pag. 61)

Quest’articolo analizza i modelli del Ramayana Malese di Shellabear e di Maxwell per compararsi alla Hikayat Seri Rama. La versione di W.E. Maxwell, redatta alla fine del diciannovesimo secolo, fu estrapolata, raccolta e trascritta dal Ramayana orale di un cantastorie famoso di romanzi popolari, Mir Hassan. Questo testo rivela la chiara origine Induista della Hikayat, la quale s’ispira alla terminologia Malese appartenente alla sua tradizione popolare.

La versione di Shellabear, per contro, è diversa dalla narrazione dedotta di cui sopra, mentre la letteratura e la trama di quest’adattamento si avvicinano al poema epico Indiano originale. (Ahmad, 1981, pag. 113) Per la versione Indiana, d’altra parte, i riferimenti saranno effettuati sulla rivisitazione del Valmiki Ramayana di William S. Buck perché, come ha osservato nella sua “Introduzione” B.A. Van Nooten, l’autore ha catturato la nota più rilevante della storia di Rama dettagliandola in modo variegato: “Egli ha agguantato la più importante caratteristica del Ramayana ed il semplice tono religioso che pervade il testo originale Indiano.” (Buck, 1976, pag. XXII)

Da questo momento, la nostra dissertazione riguarderà la Malesizzazione/Islamizzazione del gran poema epico Indiano, riferendosi ad alcuni dei principali elementi della versione Malese citata. Perché avvenne la Malesizzazione del Ramayana? La risposta coinvolge l’Islamizzazione della popolazione, la cui fede si radicò ben più profondamente delle precedenti religioni.

L’Islam è giunto in questa regione tra il 13° e il 14° secolo cambiando il sistema di valori del popolo Malese. Portato da commercianti Indiani e Persiani, questo “rinnovato ordine morale” non ha solo introdotto una “nuova religione”, ma ha presentato i valori culturali Islamici Persiani e Indiani ai Malesi.

I Malesi, molto ricettivi nei confronti della natura e abituati ad essa, assimilarono col tempo le idee e i valori stranieri nella loro esistenza. Le virtù Islamiche non potevano, però, erodere completamente la pregiata cultura Malese del periodo pre-Islamico. Così, i valori Induisti e Buddisti si adeguarono all’Islam, mentre molte parole Sanscrite si conservarono.

Per esempio, nella lingua Malese l’uso di parole Sanscrite come “puasa” (digiuno), “neraka”, (inferno), “syurga” (paradiso o cielo) e “agama” (religione) spiega i concetti devozionali Islamici e le pratiche religiose della sua popolazione. Forse, il maggiore contributo dato dalla civiltà Islamica alla Malesia è la scrittura Araba, nota come “calligrafia Jawi.”

Pressoché senza eccezioni, la letteratura Malese classica compresa l’Induista, fu scritta all’inizio in questa forma di scrittura. La versione Malese del Ramayana, la “Hikayat Seri Rama” fu redatta in “caratteri Jawi.” Si potrebbe dire, quindi, che la letteratura classica Malese pervenutaci in manoscritti, proviene in maniera considerevole dal periodo Islamico. (Ahmad, 1981, pag. 110)

La popolarità del Ramayana e d’altri poemi epici Indù, al momento dell’arrivo dell’Islam, preoccuparono indubbiamente i predicatori Musulmani del tempo. Infatti, un’ordinanza religiosa compilata da uno studioso Musulmano del Gujarat (India) in servizio presso il Sultanato di Aceh nella prima metà del diciassettesimo secolo, condannò la lettura della “Hikayat Seri Rama” dichiarandola inadeguata per i seguaci dell’Islam. Sir Richard Winstedt, un critico della letteratura classica Malese dimostrò che il primo compito dei predicatori Musulmani era di sostituire gli eroi dell’epica Indiana con i guerrieri Musulmani. (Ahmad, 1981, pag.110)

L’espansione Islamica in questa regione fu così intensa che dell’Induismo si conservarono solamente alcune usanze sociali: matrimonio, nascita e cerimonie funebri. Di tanto in tanto, le credenze Indù furono sostituite dai costumi caratteristici dell’Islam. È detto in un altro poema epico classico Malese, la “Hikayat Merong Mahawangsa”, che gli idoli Indù furono occasionalmente distrutti. L’Induismo, quindi, divenne molto debole.

Questa situazione è proseguita durante lo sviluppo della letteratura Malese; infatti, gli elementi Induisti del Ramayana e del Mahabharata che glorificavano Vishnu, Shiva, Brahma ed altre divinità, furono rimpiazzati dal concetto Islamico dell’Essere Supremo. (Hamid, 1974, pag. 77-78)

Per illustrare il punto di cui sopra, confronteremo alcuni passaggi del poema epico Indiano (rivisitato da William S. Buck) con l’esemplare della “Hikayat Seri Rama” di Shellabear. Questi passaggi si occupano dell’ascesa al potere del Re Rakshasa Ravana, il demone nemico del dio Rama che conquistò i poteri incredibili in grado di dominare anche gli dei!

Bisogna sapere che alla fine d’ogni millennio, Ravana tagliava in sacrificio una sua testa. Nove delle sue teste erano già state mozzate. Mancava un giorno per recidere l’ultima. Quel giorno stava passando. Diecimila anni erano passati e la vita di Ravana stava concludendosi.

Ravana teneva il coltello alla sua gola, quando Brahma apparve e disse: “Fermati! Chiedimi un favore subito!”

“Sono felice di accontentarti”disse Ravana.

“Accontentami!” disse Brahma. “La tua determinazione è terribile, troppo forte per essere trascurata, è una brutta malattia che devo trattare. Le tue ambizioni mi feriscono. Chiedi!”

“Possa io esser indicibile e mai sconfitto dagli dei o da un qualsiasi cielo, dai diavoli Infernali o Asura o spiriti demoniaci, dai serpenti dell’oltretomba o Yaksha o Rakshasa”.

“È permesso!” disse Brahma frettolosamente. Restituì a Ravana le sue teste bruciate che guardavano meglio di prima. Si colorarono di rosa vivo dalle ceneri e si fissarono sui colli di Ravana. Ravana sorrise e allisciò in basso i suoi baffi neri.

Brahma disse a Vibhishana (fratello minore del demone Ravana), “Chiedi!”

“Possa non dimenticare mai il mio Dharma in pericolo o in piacere, in tutta comodità o in distrazione”.

Brahma disse, “Sì; sarai immortale sulla Terra, esente da morte o da oblio; la mia verità non conosce deviazione”.

(Ramayana, Buck, 1976, pag. 23)

In questa versione Indiana, il Signor Brahma, il Creatore, è Colui che si avvicina al Re Ravana. Nella versione Malese, è un uomo di mezza età che si occupa dei desideri di Ravana, è il Profeta Adamo, il primo uomo sulla Terra.

“Ogni nazione ha avuto il suo Profeta” (Corano, 10: 47)

Con la benedizione e il potere d’Allah, il Profeta Adamo discese dal cielo sulla terra per un determinato tempo. Una volta, all’alba, il Profeta camminava sulla Terra quando incontrò Ravana che meditava a testa in giù. Il Profeta, la pace sia su di Lui, domandò:

“O Ravana, perché fai questo? Da quanto tempo ti trovi in questa posizione?”

Ravana rispose: “O Profeta di Allah Misericordioso. Sono stato così per dodici anni.” Adamo allora disse: “O Ravana, quale supplica rivolgi ad Allah agendo in tal modo?” Ravana rispose: “O Mio Signore, O Profeta di Allah, se potessi intercedere presso Allah per un mio desiderio, ne proclamerei la sua natura.” Il Profeta Adamo allora replicò: “O Ravana, dimmi qual è il tuo desiderio”. (Shellabear, 1964, pag. 3) Ravana svelò al Profeta  il desiderio di ottenere i quattro regni: la terra, il cielo, l’oltretomba e i mari. Il Profeta allora replicò a Ravana:

“Da questo momento, devi promettermi, che quando commetterai dei peccati o degli atti riprovevoli o i tuoi sottoposti compiranno simili azioni, invocherai la protezione di Dio, non giudicherai, ed accetterai la collera del tuo Signor Allah. Ritengo che accetti questa promessa. In questo modo, presenterei ad Allah per i tuoi umili auspici.” (Shellabear, 1964, pag. 2) I suddetti passaggi evidenziano le seguenti differenze:

(1) Il concetto del Creatore Brahma nel Valmiki Ramayana è rimpiazzato dal Profeta Adamo, il quale si avvicinò a Ravana.

(2) Nel Valmiki Ramayana, Brahma, il Dio Creatore, è rappresentato debole e minacciato dagli atti meditativi di Ravana.

“Accontentami!” disse Brahma. “La tua determinazione è terribile, troppo forte per essere trascurata, è una brutta malattia che devo trattare. Le tue ambizioni mi feriscono. Chiedi!” (Buck, 1976, pag. 23)

Nella “Hikayat Seri Rama”, appena Ravana ascese al potere, chiese al Supremo Allah di concedergli i quattro regni. Il suo desiderio non poteva giungere direttamente ad Allah, piuttosto, al Profeta Adamo fu affidato il compito di trasmettere il suo desiderio. Il concetto del Creatore Supremo, quindi, tra Brahma e Allah si differenzia, la supremazia di Brahma è scossa dall’atto meditativo di Ravana, e perciò, Brahma accorda qualsiasi cosa al Rakshasa che voleva salvarsi.

D’altra parte, l’Islam non vede la potenza e la forza del Supremo Essere. Allah non è ritratto come Brahma da nessuna parte. Il Dio Indù è diviso in tre divinità: (1) Brahma, il Creatore, (2) Vishnu, il Preservatore e (3) Shiva, il Distruttore.

Questa concezione condusse all’idolatria e al culto delle immagini di queste divinità. (Akhbar, 1983, pag. 52) Il concetto del Dio Islamico è tale che, Allah è “Uno e indivisibile”. Egli non è nato da nessuno e non ha generato nessuno, e nessuno partecipa alla sua autorità, Egli è il Creatore, Colui che provvede e il Sostentatore di tutto l’Universo, ha la piena sovranità su ogni cosa che può distruggere e ricreare. (Akhbar, 1983, pag. 71)

Pertanto, i passaggi e commenti di cui sopra hanno mostrato la differenza del pensiero Divino in entrambi i poemi epici; tra l’originale Indù ed il conseguente Hikayat Seri Rama, la cui impronta è tipicamente Islamica. La differenza principale tra i due poemi risiede nel modo in cui sono scritti. Il Ramayana Sanscrito originale è in poesia, mentre la versione Malese è in prosa.

In Giava, esiste una versione diversa del Ramayana, mentre il Mahabharata in poesia è denominato “Kakawin”; si tratta di un adattamento Giavanese alla poesia Sanscrita. È probabile che la differenza tra la versione Malese e la Giavanese dipenda dall’influenza Induista che fu notevolmente inferiore sul Malese.

I Malesi, quindi, non adattarono la loro epica alla forma poetica Sanscrita. Inoltre, l’esistente poesia Malese, il “pantun”, non era utilizzabile per raccontare storie e, di conseguenza, la natura dell’epica Indiana non si adattava al “pantun” Malese. Il “syair”, la poesia melodica non era ancora nota prima che l’Islam giungesse dalla Persia (Hamid, 1974, pag. 58-59). Le “Hikayat Seri Rama” pubblicate da Maxwell e da Shellabear erano in prosa.

Le due principali differenze esistenti tra la versione Indiana del Ramayana e la Hikayat Seri Rama riguardano la rappresentazione concettuale del Creatore e la forma scritta, in poesia nel Ramayana e in prosa nella Hikayat.

Gli ultimi aspetti di quest’analisi comparata sono la caratterizzazione, gli eventi ed il tema in entrambe le opere letterarie.

Certamente tra le due versioni Malesi, l’adattamento preso in considerazione da Maxwell ed estratto dalla narrativa di Mir Hassan, è molto Malesizzata e Islamizzata; le varie trame e le leggende sono Musulmane, per non citare i nomi cambiati e modificati dei personaggi, i quali furono aggiunti alla versione Indiana per adattarlo allo stile del romanzo popolare Malese. In questa versione folclorica tradizionale, sorprendentemente, l’eroe principale non è più Rama, ma è il figlio di Rama che si manifesta nella forma di una scimmia. È molto simile al Serat Kanda (uno dei Ramayana Indonesiani) avendo poche affinità col Valmiki Ramayana. Invece, nella versione di Shellabear si conserva ancora l’eroe Rama.

Senza dubbio, si tratta della potente scimmia guerriero Hanuman. Espulso dal padre (Rama) per il suo aspetto ripugnante, Hanuman divenne un vagabondo. Le sue avventure, tuttavia, includono le trame presenti nel Ramayana Indiano; per esempio, Hanuman aiutò il dio Rama a liberare la sua consorte, Sita, dal Re Rakshasa Ravana. È citato anche l’incendio del palazzo del Re Rakshasha.

Le trame, però, in questa versione furono presentate in un modo appropriato per i romanzi popolari Malesi. Per esempio, in un’avventura l’eroe Hanuman incontra una principessa che sposa dopo aver assunto la forma umana. Hanuman, in seguito divenne un Re, e come nei tipici romanzi tradizionali Malesi, visse felice e contento.

I nomi dei personaggi in questo romanzo sono combinazioni desunte da varie tradizioni letterarie. L’espressione locale Malese “Tuan Puteri Sekuntum Bunga” indica Sita; mentre l’appellativo “Shah Numan” che designa Hanuman ha evidentemente una natura Persiana. Tuttavia, le parole “Seri Rama”, “Ravana” e “Raja Laksamana” sono sicuramente attinte dal Ramayana. I nomi dei luoghi come “Negeri Tanjung Bunga” sono locali, o traduzioni corrotte come nel caso di “Kachapuri” per “Langkapuri”. Maxwell ritiene che Kachapuri sia Kanchipuran, il sito storico e monumentale dell’India meridionale. Inoltre, suggerisce che Kachchi è presente nella letteratura Tamil.

L’impostazione della Hikayat è sicuramente Malese. Il Re Seri Rama risiede in un Palazzo Malese, una “istana” con un giardino d’alberi di mango. Gli alberi di cocco che sono familiari ai Malesi, sono coltivati attorno al palazzo di Ravana. Probabilmente, l’intenzione dei cantastorie tradizionali era di narrare agli ascoltatori le grandiosità e la potenza terrena dei Re; al contrario, si manifestò l’immagine serena e semplice dell’ambiente locale.

In questo testo, al matrimonio reale presenziano i dignitari religiosi locali, i “lebais” (insegnanti) e gli “haji”. Si trova anche un anacronistico uso delle armi da fuoco e della bandiera bianca per indicare la resa in battaglia. Questi elementi, evidentemente, furono aggiunti di volta in volta all’epica, perché la ricerca dimostra che questi simboli non si trovarono mai nel “Weltanschauung” Malese prima del diciottesimo o diciannovesimo secolo.

Questo romanzo popolare che si è forgiato combinando elementi indigeni e stranieri, è diventato un inestimabile bene letterario dei Malesi. (Ahmad, 1981, pp. 113-114) Quindi, com’è già stato accennato, la versione di Shellabear della Hikayat non subì le notevoli modificazioni del Ramayana di Maxwell, detto anche “Cerita Seri Rama”.

Le differenze si riscontrano nelle lievi modifiche apportate ai nomi dei personaggi principali: Rama fu chiamato Seri Rama e Sita divenne Sita Devi. In un altro esempio, la cerimonia matrimoniale di Rama con Sita nell’opera Indiana è descritta solennemente, mentre il testo Malese non le presta molto risalto. Ciononostante, la Hikayat ha senza dubbio un sapore Islamico, giacché è menzionato il Profeta Adamo e l’Essere Supremo Allah che sostituiscono i tratti caratteristici Induisti.

Con la venuta del Valmiki Ramayana nel mondo Malese, la sua epica si modificò di volta in volta per soddisfare la filosofia Islamica e la cultura popolare; così, la Malesizzazione e l’Islamizzazione del poema epico divennero sinonimi.

L’acculturazione del poema epico si trova in entrambi i testi delle Hikayat menzionate; si tratta dello stile in cui le opere sono scritte: in poesia Sanscrita nella versione Indiana, in prosa nell’adattamento Malese. La Hikayat di Maxwell mostra estesamente l’entità della Malesizzazione del Ramayana.

Questa relazione, certamente, non analizza in modo esauriente le differenze tra il gran poema epico Indiano e le versioni Malesi, poiché è impossibile considerare i molti aspetti e gli ambiti d’applicazione coinvolti.

Per non parlare poi dei numerosi Ramayana esistenti in India e in Malesia; quest’esposizione si occupa solamente delle Hikayat di Maxwell e di Shellabear, ma rileva che la prima è più Malesizzata della seconda.

In conclusione, ad un certo punto della storia e della civiltà Malese, ci fu un periodo Induista che con altre civiltà straniere plasmò la tradizione letteraria e popolare di questa regione. Questo periodo ha innegabilmente giocato un ruolo indicativo nel processo di cui sopra.

Non solo il Ramayana e il Mahabharata sono stati adottati dalla letteratura classica Malese, ma in seguito ispirarono altri due classici della letteratura Malese, il Sejarah Melayu e la Hikayat Hang Tuah.

In quest’ultimo, il protagonista, Hang Tuah, è un idolo e un archetipo della classe guerriera appartenente al glorioso Sultanato di Malacca. In uno degli episodi dell’epica, è narrato che da bambino giocando a duello con i suoi amici d’infanzia, qualcuno fra loro esclamò: “Ecco, Laksamana, il mio nemico!” (Hamid, 1974, p. 61)

“Laksamana” non è altro che il fratellastro di Rama; così, l’eminente guerriero Malese dopo scelse questo nome per glorificare la classe dei marinai guerrieri Malesi. È degno di nota che fino ad oggi, il popolo Malese onora con questo termine l’esponente più elevato della marina militare Malese. L’influenza del Ramayana è perenne!

Bibliografia

1. Azly Rahman, enculturalization of the ramayana and the mahabharata, “The Ramayana and the Hikayat Seri Rama: A Brief Analysis of Some Comparative Aspects.”

2. Ahmad, Jamilah Haji, Kumpulan Esei Sastera Melayu Lama. Kuala Lumpur: Dewan Bahasa dan Pustaka, 1981.

3. Abadi, Drs. Jihaty; Rahman, Azran; Abdulhamid, Amida, Sari Sejarah Kesusasteraan Melayu-Indonesia. Kuala Lumpur: Adabi, 1979.

4. Hamid, Drs. A. Bakar, Diskusi Sastera Jilid 1: Sastera Tradisi. Kuala Lumpur: Dewan Bahasa dan Pustaka, 1974.

5. Akbar, ‘Ali, God and Man: The Holy Quran and Modern Science. Petaling Jaya: Maricans, 1983.

6. Shellabear, Rev. W.G, ed, Hikayat Seri Rama. Singapore: Malaysia Publishing House Ltd, 1964. 6. Buck, William, retold, Ramayana. Ontario: New American Library, 1978.

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12 Mar 2010

I SOVRANI MOGHUL DIVINITÀ SOLARI INDIANE

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I SOVRANI MOGHUL DIVINITÀ SOLARI INDIANE

Il Profeta Muhammad (S) disse: “Io sono il Sole e i miei compagni sono simili a stelle.” 1 , “L’odio dei pipistrelli è la prova che sono il Sole.” 2

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Indipendentemente da casta, credo e religione, la personalità divina umana ha sempre adorato il Sole come fonte d’energia, salute e prosperità. La natura del Sole è la più potente, immutabile e brillante. Da quando la terra ebbe inizio, il Sole protesse sempre la razza umana. Per questo motivo, l’umanità ha adorato il Luminare diurno traendone moltissimi benefici. In India, si trovano numerosi templi dedicati al Sole e sono situati in vari punti. Molte popolazioni e civiltà presenti e passate, come i Romani, i Greci, i Cristiani, gli Indù e i Musulmani adorano il Dio Sole e gli costruiscono dei templi per venerarlo nella loro preghiera quotidiana.

In India, esistono molti riferimenti di Re Musulmani e di complete comunità che adoravano il Dio Sole. Il Re Aurangzeb era un fervente adoratore del Sole. È detto che guarì una sua malattia della pelle adorandolo.

L’Ain-i-Akbari (gli Istituti di Akbar), registro dettagliato dell’amministrazione dell’Imperatore Akbar e redatto dal suo visir, Abu’l-Fazl ibn Mubarak, riferisce che l’adorazione al Sole in Kashmir era diffusa tra i Musulmani.

Mirza Haidar Dughlat (1499 o 1500-1551), cugino di Babar, annotò nel suo famoso libro “Tarikh-i-Rashidi” che una fetta importante della popolazione ancora adorava il Sole. Questo gruppo si chiamava Shamsuddin (in Arabo “il Sole della religione”) e pretesero di ricevere questo titolo dal cielo. Nella lingua Kashmiri furono chiamati Shammasi. Il loro credo è così sintetizzato: “Il fenomeno della luminosità Solare dipende dalla purezza della nostra fede: il nostro essere deriva dalla luminosità del Sole. Se contaminiamo la purezza della nostra fede, il Sole non potrebbe più esistere, e se il Sole ritira da noi la sua generosità, non avremmo più nessun essere. La nostra esistenza dipende da lui, egli è sopra di noi. Senza di noi non ha esistenza, senza di lui non siamo nessuno. Finché il Sole è visibile, le nostre azioni gli sono visibili, e nulla, eccetto la sua verticalità è legittima. Quando cala la notte, non ci vede o ci conosce..” Poiché il Sole non è a conoscenza di ciò che avviene nella notte, essi non sono convocati a spiegare le loro vicende notturne.

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Nel 1583, Akbar rifiutò molti rituali ortodossi Islamici, come la preghiera pubblica, e iniziò pubblicamente l’adorazione del Sole eseguendola quattro volte al giorno. L’origine esatta e le dirette influenze che portarono Akbar a adorare il Sole sono discutibili, ma la maggior parte degli studiosi ritiene che fosse un prodotto del suo fertile intelletto. Abu’l-Fazl fornisce una breve giustificazione asserendo la divinità del Sole, perché ogni fiamma deriva dalla luce divina, ed il fuoco Solare è la fiaccola della sovranità divina. Fazl legittima l’adorazione al Sole del Sultano nell’Akbarnama attraverso la trasmissione dinastica della luce divina nascosta. Questa luce fu trasmessa attraverso cinquantadue generazioni del lignaggio di Akbar, ed il Sultano che la possedeva, era la persona vivente più vicina a Dio. Babur possedeva l’illuminazione divina, e la sua conquista dell’Hindustan con un esercito di appena 13.000 uomini fu la prova di questo “soccorso divino.”

Babur (1526-1530) proseguì la teoria della dottrina Timuride invadendo il subcontinente Indiano e istituendo l’Impero Moghul nel 1526. Babur credeva di possedere il mandato divino per governare secondo le regole della tradizione Mongola e dei metodi governativi Musulmani. Quando invase l’Hindustan, scoprì che nell’usanza Bengalese chi uccide il sovrano usurpandogli il trono, riceve un tributo dai funzionari ufficiali e dai sottoposti. Babur, proprio come Timur e Ghengiz Khan, non credeva nella divisione dell’autorità Imperiale. Questa credenza in un’autorità centralizzata influenzò anche il metodo con cui Akbar governava il suo Impero. Le ricerche di Humayun sull’oltremondo lo portarono ad aggiungere un nuovo concetto mistico alla dottrina Timuride: “Proprio come il Sole che è il centro del mondo materiale, il destino del Sultano è strettamente associato a questo potente Luminare diurno; così egli è il centro del mondo umano.”

Sebbene la breve durata del governo di Humayun, figlio di Babur e secondo Imperatore Moghul, fu tormentata da fallimenti politici e da una morte precoce, egli ricevette la luce divina che poi passò al Sultano dei Sultani, Akbar. Nel tentativo di estendere legittimamente il suo potere alla maggioranza Indù, molti Mullah ortodossi presso la corte Imperiale considerarono Akbar un distruttore di Allah, e la sua prostrazione al Sole un’apostasia. Tuttavia, Sri Ram Sharma sostiene che Akbar non adorava la divinità Sole, ma pensava che fosse la manifestazione più potente di Dio: questa è la dimostrazione che Akbar rimase un Musulmano.

Akbar credeva ancora nel culto e nella supremazia di Allah, ma non concordava con le sentenze giuridiche dei leader ortodossi o con l’ortoprassi Islamica. Akbar, in un’occasione, volle scoprire quale dottrina, tra la Cristiana e la Musulmana, fosse superiore. Propose ai Padri Cristiani e ai Mullah Musulmani, sorretti rispettivamente dalla Bibbia e dal Corano in mano, di entrare insieme nel fuoco. I sopravvissuti alla prova sarebbero stati considerati i veri possessori della Legge. Abu’l-Fazl nell’Akbarnama (Vol. III, pag. 215) offre un resoconto di quest’evento, ma afferma che all’inizio i Cappellani proposero la dimostrazione ai Mullah nella corte di Akbar, ma quest’ultimi rifiutarono.

Infine, né i Mullah, né i Preti, fecero seguito alla richiesta, e dichiararono che la presunzione non può tentare Dio. Akbar giunse, quindi, alla seguente conclusione: “La professione di fede esteriore e il puro titolo Islamico, senza una convinzione sincera, non giovano a niente.”

Quest’evento dimostra il disinteresse di Akbar per l’ortodossia Islamica, giacché questi religiosi arroganti non applicano i loro dogmi di fede. Akbar dichiarò: “Io ho costretto molti Bramini a adottare la religione dei miei antenati, ma ora che la mia mente è illuminata dai raggi della verità, sono convinto che la vostra elevata autostima vi ha annebbiato, cosicché non si compie un passo senza la fiaccola della prova”. Queste parole segnano il momento critico di Akbar ed il suo allontanamento dal Sultanato e dalla guida Musulmana pluriculturale.

La fede di Akbar nell’Islam fu stabile ed evidente conformemente al suo ruolo di Sultano, poiché sostenne sempre il credo nell’Unico Dio ritenendosi un Musulmano, indipendentemente dalle opinioni altrui. La sua fede monoteistica è confermata dal numero di volte in cui durante la vita verificò la volontà divina sfidando deliberatamente la morte. Akbar spiega il suo comportamento affermando che se siamo sgraditi in qualche modo a Dio, “l’elefante può annientarci, perché non sopportiamo il fardello della vita dispiacendo ad Allah.” (Akbarnama, II, 152)

Gli oppositori religiosi di Akbar rilevarono che il suo studio delle altre religioni combinato al culto del Sole, costituirono le azioni rivoluzionarie che l’allontanarono dall’Islam. Eppure, la curiosità di Akbar ed il suo interesse per il pensiero Musulmano eterodosso non gli erano esclusivi. Non era il primo Moghul a riconoscere l’importanza spirituale del Sole. Le credenze mistiche di Humayun e le sue conoscenze astrologiche lo portarono a sintetizzare l’idea del Sole con la luce divina.

Vari storici tentarono di scrivere la storia del lignaggio Moghul; una versione anonima del 16 ° secolo gli attribuì delle origini mitiche, sostenendo che essa iniziò quando una vedova appartenente ad una famiglia reale, chiamata Alanquwa, si era impregnata di raggi Solari.

LA TEORIA DELLA REGALITÀ SOLARE MOGHUL

Babur credeva fermamente nel fondamento della monarchia ereditaria – questa nozione era in conflitto col mandato elettivo del sovrano del mondo Islamico. Ne consegue che lo Stato appartiene alla famiglia del sovrano. Babur proclamò la sua supremazia assumendo il titolo di Padshah, e non si considerava subordinato al Khalifa, il cui ufficio era passato al Sultano Turco nel 1517. L’idea del potere sovrano di Babur visualizzava un potentato del Khalifa e non limitava il potere del sovrano. Sotto Humayun il precetto era completamente separato dalla pratica, la teoria dalla realtà, l’idea dalle istituzioni. Sebbene fosse ridotto in una triste condizione, si riteneva designato divinamente a governare lo stato. Rivendicò la sua divinità essendo il centro del mondo degli esseri umani, così come il Sole era il centro dell’universo. Fu celebrato dal suo storico di corte come la personificazione della sovranità spirituale e temporale, il cui significato era che anche lui, come Babur, era libero da qualsiasi controllo, politico o religioso. Secondo Khwandamir, l’autore del Qanun l-Humayuni, Humayum era “l’ombra di Dio”, il “Sole del potere e la sovranità del cielo” ed il “valoroso e nobile Badshah.” Riferendosi alla corona e al vestito del Re, Khwandamir dichiara che la domenica “il Re, il Signore in pompa magna, indossava un abito giallo… e simile al Sole, che illumina il mondo, il Re sedeva sopra un trono elevato come nei cieli emettendo la radiosità della giustizia.

La teoria Moghul della regalità fu sviluppata completamente sotto il governo di Akbar.

I cambiamenti apportati nella teoria tradizionale Islamica della regalità furono resi necessari tanto dalle condizioni temporali sia dalla speculazione del sovrano, giacché entrambe conducevano allo stesso risultato – un potere sovrano assoluto.

Colpito dalla lealtà dei principi Rajput, disgustato dai recalcitranti nobili Musulmani, spinto, soprattutto, dai suoi poteri intuitivi, Akbar ruppe soprattutto, con le tradizioni passate, accantonò audacemente l’autorità degli Ulama, e formò una propria idea del potere sovrano. L’Akbarnama insieme all’Ain-i-Akbari è un aiuto immenso alla comprensione della teoria regale sviluppata da Akbar.

Il concetto di Akbar del potere sovrano si basa sul principio della sovranità secolare, sulla sua presunta discesa dal Sole e sulla supposta manifestazione del potere divino nella persona del Re. Esso rifiuta la teoria della regalità considerata affettuosamente da Balban e da altri, impostata sulla razza e sul sangue, e condanna il principio dell’ereditarietà accettata dai Mongoli e fondamento del loro potere sovrano.

La teoria Islamica della regalità che poggiava sull’interpretazione ordinaria del Corano e d’altri testi dell’Islam, era una teoria che rendeva il sovrano un semplice naibdel Khalifa, e lo poneva in una posizione debole, giacché non poteva esercitare i pieni poteri di regnante, si trattava di una teoria in cui solo i Musulmani erano considerati i veri cittadini del dar-ul-Islam; cosicché fu rimpiazzata da una teoria illuminante del potere sovrano che allargava i diritti a tutte le comunità religiose oltre ad essere assolutamente divina.

L’idea della regalità fu caratterizzata ulteriormente da paternalismo, magnanimità, benevolenza, altruismo, giustizia e imparzialità. Nell’Ain-i-Akbari (Ain 1, pag 3-4), Abu-l-Fazl afferma che la vera appartenenza ad una famiglia reale fu “una luce proveniente da Dio e un raggio di Sole, l’illuminatore dell’universo.” Il Sole fu considerato il rappresentante “visibile di Dio e la fonte immediata della vita.” Molte delle qualità eccellenti che sgorgano continuamente dal possesso di questa luce sono: 1. Un amore paterno verso i subalterni. 2. Un gran cuore generoso. 3. L’aumento giornaliero della fiducia in Dio. 4. La preghiera e la devozione. (Ain 1, 3)

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Il suo potere sovrano significa che i sottoposti sono un deposito divino che il governatore tratta con amore e affetto vincendo i loro cuori. La conclusione inequivocabile è che la regalità si fondava sull’idea dello stato sociale o welfare ai tempi di Akbar. Allo stesso tempo, il potere sovrano fu innalzato al massimo, non essendo ritenuto un’istituzione umana ordinaria, ma una manifestazione del potere divino e una progenie del Sole abbagliante.

Dopo che il concetto della regalità divina si era evoluto, Akbar volle colpire duramente il potere esclusivo che gli Ulama avevano dell’interpretazione Coranica. Nel 1579 rilasciò un Mahzar (decreto infallibile) in cui dichiarava che gli Ulama non possono imporgli la loro interpretazione della legge, essendo libero di scegliersi qualsiasi esegesi proposta dai giuristi Musulmani, a condizione che essa non sia in contrasto col Corano e con il benessere del popolo. Sebbene ridusse il controllo dei giuristi esercitando l’autorità regale, ammise la supremazia della Legge Coranica. In breve tempo, però, anche questa restrizione sul potere del sovrano fu rimossa, la regalità fu concepita come un’istituzione divina ed il Re agì secondo il proprio intuito.

Il potere sovrano privato dei suoi elementi terreni, divenne una delle più potenti istituzioni sovrumane e fu concepito come “un emblema del potere divino che illumina tramite i raggi di questo Sole dell’assoluto.”

Questa teoria finale della regalità ha due particolarità: la divinità di Dio e la luminosità del Sole. La prima significa che il Re, a differenza di altri essere umani, è dotato di qualità divine; la seconda, lo conferma che si tratta del sostentatore dei suoi sudditi anche quando il Sole illumina il mondo.

Il Sole fu anche un potente simbolo nello Zoroastrismo Persiano e nella sua visione di un universo polarizzato e oscuro. Abu-l-Fazl ammette l’influenza dell’Ishraqi, la scuola della filosofia Orientale, specialmente delle dottrine Sufi di Suhrawardi Maqtul, per quanto riguarda l’interpretazione del significato dell’illuminazione.

Abu-l-Fazl narra che la luce del Sole appare nel mondo nella forma di Akbar dopo aver attraversato molte fasi. E poiché questo Sole fu il Sole dell’assoluto, esso fu eccetto che Dio stesso. Tracciando la sua discesa dal Sole, Akbar fu influenzato dalle idee dei Re Persiani, dei principi Rajput Indiani (Sisodia e Rathod) e dalle tradizioni tramandate dai suoi antenati materni. I Mongoli sostengono che la loro progenitrice Alanquwa, fu benedetta insieme alla sua stirpe dal Sole, proprio come Kunti, la madre dei Pandava in India, fu glorificata con un figlio (Karna) dal Dio Sole. Una notte, una luce gloriosa entrò nel grembo di Alanquwa dalla sua bocca, e divenne gravida dando alla luce tre figli. I discendenti di questi tre figli di Alanquwa sono conosciuti come la stirpe di luce o i nati nella luce, i Nairun. Dato che questo Sole fu il Sole dell’Assoluto, la luce che entrò nel suo corpo era la luce divina, ne risultò che la progenie di Alanquwa furono i figli di Dio. La famiglia di questi Nairunfu considerata la più nobile casata, ed è a questa dinastia che Gengiz Khan e Akbar appartennero. Secondo Abu-l-Fazl la luce che entrò nel corpo di Alanquwa dopo aver attraversato molte fasi, finalmente si manifestò pienamente nella forma di Akbar.

L’idea del potere sovrano Moghul sviluppatosi sotto Akbar, incarna il concetto della divinità Indù del Re ed il pensiero Europeo del diritto divino dei regnanti. Se il concetto Indù mette in risalto le funzioni del Re, il concetto Europeo rileva i diritti del monarca. Akbar, è già stato osservato, evidenziò la visione paterna della regalità. Per lui, i poteri regali bisognava esercitarli solo per il benessere del popolo. Quest’idea di un monarca paterno, sempre impegnato a curare il benessere popolare, fu espressa magnificamente dai teorici Indù. Manu, per esempio, dichiara: “Lasciate che il Re emuli l’azione energica di Indra, del Sole, del Vento, di Yama, di Varuna, della Luna, del Fuoco e della Terra.” (Manu, IX, 303, p. 396)

Ingiunge al monarca di svolgere le funzioni delle suddette divinità dinanzi ai suoi sudditi. Il Re deve, secondo questi legislatori, promuovere il benessere sociale, il progresso economico e culturale dei suoi sudditi. Inoltre, il suo primo dovere è di mantenere la pace e l’ordine nel paese. Al pari di un Rajaput, ha tracciato la sua discesa dal Sole. Il concetto Indù del Chakravartin (nelle religioni Indiane indica un governante ideale universale) forse ha influenzato il concetto della sovranità universale insito nell’idea regale di Akbar.

LA POLARIZZAZIONE DEL SOLE NELL’ARTE MOGHUL

I governanti Musulmani costruirono i loro palazzi in modo che da ogni pensiero potessero trarre la massima quantità d’energia Solare. Un esempio è il Forte Rosso.

Questa facciata di marmo del Forte Rosso sulla sponda Sud Occidentale del fiume Yamuna riceve l’effetto della polarizzazione Solare.

Nel Forte Rosso tutte le camere delle famiglie reali furono spalancate verso Est. Il Forte Rosso che è situato sulla sponda Sud Occidentale del fiume Yamuna (a quel tempo lo Yamuna si riversava sulle mura Nord-Orientali del Forte Rosso) e le stanze delle dinastie regie, furono aperte verso oriente come ad esempio il Diwan-i-Khaas (Sala del Pubblico Privato), il Moti Mahal (Palazzo della Perla), il Khaas Mahal (le contrade del Re), ecc… Si tratta di una condizione benefica e suprema del Vastushastra che indica la salute e la prosperità dei governanti Musulmani. Tutti i membri reali che non furono assassinati durante i sabotaggi ebbero una vita lunga. Questo fu reso possibile perché adoravano il Sole. Il Dio Sole è il Re e il Signore di tutti i pianeti.

Anche la luna trae la sua luce dal Sole. I raggi lunari contengono gli elementi dell’energia Solare. Venendo a contatto con la luna che è il luminare del tempo, si attinge l’energia del Sole. Non ha il dito del Profeta (?) diviso la luna nel Corano 54: 1? Questo miracolo indusse il Re Indiano Shakravarti Farmad a convertirsi all’Islam.

L’adorazione al Sole fu adottata con altre simboliche decorazioni dall’Imperatore Jahangir appena salì al trono nel 1605. In quel tempo Jahangir si diede il titolo di Nur al-Din Jahangir Padshah, “la Luce della Fede, il Conquistatore di Mondo, il Signor Supremo,” perché, dichiarava spudoratamente, che “la mia postura sul trono coincide col sorgere e con lo splendore sulla terra della gran luce (il Sole).” Quest’immagine del Sole divenne ancora più evidente quando Jahangir coniò delle monete d’oro che chiamò in quell’anno, secondo valori decrescenti, nurshahi (100 tola), nursultani (50 tola), nurdaulat (20 tola), nurkaram (10 tola), nurmihr(5 tola) e nurjahani (1 tola). Nello stesso tempo, Jahangir stampò sulle monete dei distici scritti da nobili poeti che relazionavano il regno dell’Imperatore alla brillantezza del Sole.

La rappresentazione dell’alone Solare nelle miniature d’ogni principe e sovrano Moghul, fu un marchio caratteristico da Jahangir in poi. Akbar stesso era un devoto del Sole e cominciava la sua giornata col Surya Namaskar, il saluto al Sole sorgente, una pratica Yogica importante. Abu-l-Fazl si riferisce alla continua luce che brucia sulla e tra le sopracciglia (Ajna Chakra) di Akbar. L’adorazione al Sole fu anche introdotta nel suo harem. Akbar, inoltre, aveva fatto incidere un versetto in lode al Sole del poeta Faizi sulla più gran moneta d’oro del suo regno, il cui peso era di circa 1.200 grammi.

Jahangir adottò il titolo di Nur al-Din (la Luce della Fede) accedendo al trono per due ragioni: Nur era in associazione al Sole e i saggi Indiani predissero che un Nur al-Din sarebbe succeduto a Akbar. Le 46 magnifiche illustrazioni del Padshah Nama, nella biblioteca della Regina a Windsor Palace, si aprono con una rappresentazione squisita del Sole su due pagine. È detto che Aurangzeb stesso abbia coniato il cronogramma seguente salendo al trono: l’Aftab-i-Alamtab, il Sole che illumina il mondo. Un dato molto interessante secondo l’Abjad è il valore numerico della frase Aftab-i-Alamtab che equivale a 1027, l’anno Egirico di nascita di Aurangzeb. Una superba miniatura Moghul lo ritrae in vecchiaia, egli tiene il Corano rispettosamente nelle due mani ed un alone Solare marcato in rilievo è posto di profilo. L’immagine del Sole era divenuta una prerogativa Imperiale Moghul.

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I PRINCIPI DEI SETTE RAGGI SOLARI

Tra le migliaia di raggi Solari, i sette seguenti hanno la maggiore potenza per proteggere l’essere umano.

Sushumna: durante il Krishna paksha (luna calante), il Sole energizza la luna debole, e nello Shukla paksha (luna crescente), la luna trae energia dal suo raggio e l’ambrosia è disseminata sulla terra.

Uddanwasu: la luna ha origine dal Sole. La luna protegge l’ambrosia [Amrita Kunda] che è creata dai raggi del Sole per dissetare gli Dei e le Dee.

Sanyadwasu: questo raggio Solare controlla la circolazione di tutti gli animali e dell’uomo sulla terra. Fornisce l’energia vitale, la salute e la prosperità. Sanyadwasu alimenta il pianeta Marte.

Vishwakarma: questo raggio controlla direttamente il Buddha [pianeta mercurio] che influenza l’intelletto dell’uomo. L’uomo diventa la pace della mente quando entra in contatto con questo raggio.

Uddawasu: questo raggio crea Guru [Giove]. Giove è un pianeta che controlla il progresso umano. Offre degli effetti positivi e aiuta a fiorire.

Vishwavyacha: questo raggio Solare crea Saturno e Venere. Venere migliora Ojas (brillantezza). Saturno governa la morte. Una volta che si entra in contatto con esso, questo raggio protegge dagli effetti negativi di Saturno. La parte sottile del sistema sperma si trasforma in Ojas (brillantezza) conferendo forza e salute alla struttura umana.

Harikesh: tutte le costellazioni ottengono nutrimento da questo raggio. Tutte le Nakshatra (dimore lunari) sono controllate da questo raggio Solare. L’uomo riceve Teja (bagliore), Bala (potenza) da questo raggio di Sole.

Considerando l’importanza di questi raggi Solari, l’adorazione al Dio Sole è adatta a tutte le persone giacché ne deriva prosperità.

Note

1.Io sono il Sole e i miei compagni sono simili a stelle.” Le stelle guida per coloro che vivranno dopo che il Sole è tramontato. (Ahadith-i Mathnawi, Furuzanfar)

2.L’odio dei pipistrelli è la prova che sono il Sole.” – il contrasto dei pipistrelli notturni, nemici del Sole e della vera fede, è un concetto spesso elaborato, per esempio nelle deliziose favole Persiane di Suhrawardi Maqtul. Tradotto in Wheeler M. Thackston (1982), The Mystical and Visionary Treatises of Suhrawardi.

Bibliografia

1.      Harbans Mukhia, The Mughals of India, Oxford : Blackwell Publishing, 2004

2.      Annemarie Schimmel, Deciphering the signs of God: a phenomenological approach to Islam, Albany : State University of New York Press, 1994

3.      Krishnaji Nageshrao Chitnis, Medieval Indian history, Atlantic Publisher, 2003

4.      Ellison Banks Findly, Nur Jahan, empress of Mughal India, New York ; Oxford, 1993

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15 Feb 2010

KARBALA LA CONTROPARTE ISLAMICA DEL RAMAYANA E DEL MAHABHARATA

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KARBALA LA CONTROPARTE ISLAMICA DEL RAMAYANA E DEL MAHABHARATA

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IL MUHARRAM INSIEME ALL’EPICA RELIGIOSA INDÙ

Con l’animosità, il fervore e l’emotività del Ram Lila, la rappresentazione teatrale della vita di Rama e la sua vittoria su Ravana nel Ramayana, il Muharram in India indica la vittoria del bene sul male. Si ricorda il martirio di Hazrat Imam Hosseyn (?), il nipote del Profeta Muhammad (?). In India, è venerato da tutte le comunità, in particolare dagli Indù di Varanasi, Lucknow, Allahabad, Amroha, Indore, Nagpur, Jaipur, Phagwara nel Punjab, Bhopal e Kanpu.

Il Muharram non è una festa da celebrare, piuttosto è una ricorrenza solenne da osservare come un giorno di lutto. Nel 10 ° giorno del mese Muharram, Hosseyn (?) con i membri della sua Famiglia e con altri 72 fedelissimi, fu martirizzato per ordine di Yazid ibn Muawiah a Karbala.

Il Dussehra detto anche Vijayadashami, Dashain, Dasserra, Navaratri e Durgotsav, è una festa celebrata in forme diverse tra Nepal e India. È commemorato nel decimo giorno della “metà luminosa” (Shukla Paksha) o luna crescente del mese di Ashvin o Ashwayuja, giacché culmina nel decimo giorno del festival annuale di Navaratri. Gli Indù festeggiano la vittoria della Dea Shakti su Mahishasura e del Signor Ram su Ravan.

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Nell’Islam, il giorno di Asciurà, che in Arabo significa decimo, è il decimo giorno del mese di Muharram, una giornata di lutto per i Musulmani Sciiti, e spesso anche i Sunniti celebrano l’Asciurà con un digiuno.

Khwaja Hasan Sani Nizami, il sajjadanashin (il responsabile) della Dargah Nizamuddin, riferisce che a Varanasi, la terra dei famosi ghat (le gradinate al fiume) e dei Santi Vedici, il Muharram è “Indianizzato” armoniosamente in una tradizione di comunalismo religioso che permette a molte famiglie Indù l’osservanza del digiuno insieme ai loro confratelli Musulmani.

La Shivala Mohalla di Varanasi vanta le più artistiche Tazia’ (repliche in miniatura della tomba dell’Imam Hosseyn a Karbala). Essendo Shivala una contrazione di Shiva e Allah, il cui significato è la casa del Signor Shiva, Shiva e Allah significano la stessa cosa, il Supremo, e la Mohalla, termime Punjabi di origine Araba è l’area religiosa in cui il dramma del Muharram è solennizzato.

La rappresentazione rituale della Tazia’ ricorda le effigi dei demoni bruciati durante la festa Indù di Dussehra (abbreviazione Sanscrita di Dasa-bidha pap hara, il distruttore dei dieci tipi di peccati). La Tazia’ differisce dal Dussehra, sebbene siano identici nello spirito, giacché la prima è sepolta, mentre le effigi di Ravana, Meghnad e Kumbhkarna sono arse.

La Tazia’ ha un altro punto in comune con questa celebrazione Induista nel rituale del fiume che risale all’epoca Moghul. L’Imperatore Akbar faceva scortare dai soldati le Tazie’ durante il Muharram a cui seguiva l’immersione di idoli Indù.  Ancora oggi, le Tazie’ sono immerse nel fiume per essere poi smontate e riutilizzate. Si tratta proprio dell’usanza Induista di immergere gli idoli delle divinità dopo la cerimonia del Durga Puja o del Ganesha Utsav. L’acqua è un elemento chiave del Muharram, poiché ricorda lo stato di sete patito dall’Imam Hosseyn (?) sulle rive del fiume Eufrate.

L’artista italiano Bruno Cabrini ha raffigurato le processioni compiute dagli Indù nel mese di Muharram con i rath (i carri Indù) a forma di Tazia’ durante il diciottesimo e diciannovesimo secolo in Rajasthan, Gujarat e Maharashtra. Esternò pubblicamente il suo stupore: “Come mai questi Bramini osservano il Muharram con tanta devozione e sincerità nonostante non permettano la macellazione degli animali secondo le prescrizioni Islamiche?”

La festività del Durga Puja è celebrata in tutta l’India in vari stili propiziando la Devi Shakti in tutti i suoi aspetti di potere, e nel giorno di Vijayadashami, l’immagine della Devi è portata in processione per tutte le strade dei villaggi e delle città. Molte coincidenze, le processioni e varie analogie indicano che vi è un’unica origine divina che accomuna l’epica Islamica al genere poetico ed eroico Induista.

Bellissimi Imambara (in Arabo Hussainia: è un sacrario costruito da Musulmani Sciiti per l’Azadari, il lutto del Muharram) furono eretti dai governanti Indù dell’Impero Vijayanagar (India Meridionale) durante il sedicesimo ed il diciassettesimo secolo, anche se le prime moschee furono costruite dall’Impero Rashtrakuta entro l’anno 1000, mentre la fede Musulmana nel XIV secolo era già ben radicata lungo la costa di Malabar.

Un aspetto del cosmopolitismo della capitale Vijayanagara è la presenza di un gran numero di edifici Islamici. Seppur la storia analizzi solamente il confronto politico tra la potenza dell’Impero Vijayanagara e i Sultanati del Deccan, l’architettura riflette segnali di una maggior collaborazione tra le due fedi e civiltà. Sopravvivono ancora un gran numero d’archi, cupole e volte rimaste come prova di questo scambio culturale, oltre ai resti di padiglioni, stalle e torri, che suggeriscono come gli stessi governanti promuovessero la coesistenza delle due religioni. Si ritiene che l’influenza fosse stata particolarmente forte all’inizio del quindicesimo secolo, in coincidenza con il regno di Deva Raya I e Deva Raya II, noti per aver avuto un buon numero di Musulmani all’interno dell’esercito, fra i propri giudici e fra gli architetti.

http://it.wikipedia.org/wiki/Impero_di_Vijayanagara#Religione

Anche gli Scindia, la famiglia regnante Marata d’Ujjain e di Gwalior, e i Maharaja Holkar di Indore, primo Stato Indiano adesso appartenente al Madhya Pradesh, eressero e condussero in speciali majalis (assemblee) le congregazioni del Muharram.

Una moltitudine di meriti va ai santi Sufi, i quali fanno del Muharram un’occasione che demolisce i falsi dogmi religiosi, di casta e le barriere di classe; perciò, questo giorno simboleggia l’amnistia e l’umanità somigliando al Dussehra.

Il vice cancelliere della Jamia Millia Islamia, Shahid Mahdi, dichiarò che i discepoli del Muharram sono venerati dalla maggior parte degli Indù come i seguaci delle processioni del Ram Lila. I Santi Sufi hanno sempre distribuito delle missive ragionevoli e savie ai feudatari che divisero le comunità lungo linee di demarcazione religiose, di casta o di credo.

Vi fu un tentativo di spaccare l’Islam in due sette principali, lo Sciismo ed il Sunnismo. È ben noto che la tragedia di Karbala è il risultato della feudalizzazione dei concetti Islamici, una procedura sfortunata avviata dopo la morte del Profeta (?), che si consolidò con la designazione al trono di Yazid figlio di Muawiah.

I Santi Sufi insieme agli Ulema Sciiti incoraggiarono una mistura d’elementi indigeni appartenenti alla ricca eredità culturale Indiana con il Muharram Islamico; poiché entrambi i credi portano un messaggio di convivenza pacifica. Il modo in cui il Signor Rama ha combattuto contro il tirannico Ravana è simile alla battaglia condotta dall’Imam Hosseyn (?) contro Yazid; ma mentre l’Imam Hosseyn (?) fu martirizzato, Rama sconfisse Ravana, ecco l’unica differenza!

Munshi Premchand (1880–1936), una delle più grandi figure letterarie della letteratura Hindi ed Urdu moderna, scrisse un dramma intitolato Karbala, in cui con gusto utilizza valori etici che ispirano l’unificazione della comunità nazionale Indiana.

Nell’introduzione alla tragedia, l’autore è triste per l’ignoranza che molti Indù hanno della storia Musulmana, essendo essa all’origine dell’incomprensione nelle relazioni tra questi due gruppi religiosi. Il più interessante episodio nel dramma è la menzione di alcuni Indù che combattono a fianco di Hazrat Hosseyn (?). Premchand lo rivendica come un fatto storico. Egli scrisse: “Alcuni credono che dopo la battaglia del Mahabharata, i discendenti di Ashwatthama si siano stabiliti là (in Irak). Altri suppongono che si tratta della posterità degli Indù catturata da Alessandro Magno e deportata in Arabia.

Amrit Rai, figlio di Premchand, dichiara che si potrebbe discutere sulla storicità della partecipazione Indù alla battaglia di Karbala, ma la comprensione per il passato è animata dalla preoccupazione per il presente: da questo momento, la battaglia di Karbala rappresenta la metafora della lotta Indiana per la libertà. Non c’è da meravigliarsi se gli Indù combattano per Hosseyn (?), è come se cantassero un inno di lode all’India.

La versione in lingua Hindi di Karbala fu seguita da un adattamento in lingua Urdu che fu serializzato per due anni sul giornale Zamana. Il suo editore, Munshi Daya Narain Nigam era molto favorevole al dialogo Indù-Musulmano. Khwaja Hasan Nizami, un importante sapiente dell’Islam, scrisse nel 1928 sull’iniziativa di Zamana:

Non conosco nessun giornale in India in cui gli scrittori Indù e Musulmani abbiano scritto congiuntamente in ogni singolo numero, anno dopo anno. Questa distinzione di Zamana dovrebbe essere innalzata al più alto livello nella storia della lingua Urdu.”

Nizami, elogiando ulteriormente questo giornale, dopo che la serializzazione Urdu di Karbala fu completata, definisce Premchand “uno spregiudicato Indù che, dopo aver estratto la spada della sua penna, ha agito sul campo per salvare la comunità Induista da pregiudizi letterari.

Premchand, in ogni caso, incorse in alcune critiche anche da parte di Syed Ahsan Ali Sambhi, un critico di Zamana, che definì il suo dramma un banale intrattenimento, un tentativo per manipolare la comunità Musulmana. Premchand fu particolarmente sensibile alle critiche dirette contro ogni aspetto di Karbala, e replicò agli editori prima della pubblicazione del suo dramma in Urdu:

Sarebbe meglio che non pubblichiate Karbala. Non ho nulla da perdere, e non sono preparato a queste inutili seccature. Ho letto la vita di Hazrat Hosseyn (?). Il suo entusiasmo per il martirio mi ha commosso e ho sentito il dovere di rendergli omaggio. Il risultato è questo dramma. Se i Musulmani non concedono agli Indù nemmeno il diritto di pagare un tributo ai califfi Musulmani e agli Imam, non ne ho voglia nemmeno io. Non è consuetudine, perciò, rispondere alle lettere che sconsigliano la pubblicazione del dramma. Io desidero, però, dire alcune cose riguardo alla lettera di Ahsan Sambhi. Egli afferma che i Musulmani Sciiti non gradiscono un dramma scritto sulle loro guide religiose. Se i Musulmani Sciiti leggono o ascoltano avidamente le storie e le elegie sulla vita delle loro guide religiose contenute nel Mathnawi, perché hanno delle obiezioni per un dramma che riguarda quest’argomento? Oppure dipende che questa Karbala è scritta da un Indù … Storia e dramma storico, voi sarete d’accordo, sono due cose diverse. Nessuno può introdurre dei cambiamenti nelle principali maschere di un dramma storico…. Il dramma non è la storia. Non riguarda i principali personaggi storici. Lo scopo del dramma riguarda il ritratto del personaggio principale, si tratta di far pagare agli Indù un tributo a Hazrat Hosseyn (?). Ecco perché questo dramma, oltre ad essere religioso, è anche politico… Khwaja Hassan Nizami, per inciso scrisse una biografia del Signor Krishna (?), proprio perché un Musulmano divino ha pagato il suo tributo al Signor Krishna (?). I critici Indù lodarono il tentativo. La mia intenzione fu identica. Hassan Nizami ha la libertà di pagare il suo tributo a qualcuno di un’altra religione, ma se la stessa intenzione mi è negata, allora dico solamente che sono dispiaciuto. Gentilmente, restituitemi il manoscritto.

L’allegoria Karbala di Premchand diffonde un sentimento di legame transreligioso, giacché in un ideale immaginario correla lo status della minoranza Indù nell’Arabia del settimo secolo con quella dei Musulmani dell’India, unificando in una sintesi la costruzione morale della nazione Indiana. Questa nazione Indiana, abbastanza interessante, non individua solo il suo prototipo nel lontano passato, ma anche nello spazio geografico che ospita l’Eufrate, piuttosto che l’Indo e il Gange. L’Islam e l’Induismo diventano così degli ideali liberati dalle catene geografiche: gli Indù diventano Musulmani attraverso la loro determinazione di salvaguardare gli ideali Islamici, mentre i Musulmani si legano all’India, poiché è in questa terra che fiorì il primo monoteismo.

Premchand, in ogni modo, non diffuse mai l’idea di una cultura condivisa o sincretica per affrontare i problemi delle minoranze. Un’opera come Karbala soppianta definitivamente le fantasie nazionaliste ed isolazioniste elaborate da Partha Chatterjee:

L’idea della singolarità della storia nazionale, ha inevitabilmente portato ad una fonte unica di tradizione Indiana, vale a dire, la civiltà Indù antica. L’Islam, o è la storia della conquista straniera, o un elemento che si è adattato alla vita quotidiana popolare. L’eredità classica dell’Islam rimane estranea alla storia Indiana.

Premchand rimuginava contro gli atteggiamenti anti-Musulmani e le loro azioni, che a suo parere, spezzavano i vincoli dell’unità nazionale. Per cavalcare una campagna di successo contro il comunalismo e per “rinsaldare i vincoli dell’unità tra Indù e Musulmani”, Premchand scrisse KarbalaKarbala fa appello ai non Musulmani, poiché il Muharram e l’Imam Hosseyn (?) hanno storicamente occupato gli spazi interreligiosi e interculturali in molte regioni del subcontinente Indiano. Ancora oggi, in alcune parti del subcontinente, molti Indù commemorano il decimo giorno di Muharram con specialità culinarie ? cucinano cibi particolari come offerte votive che dopo aver benedetto, sono distribuiti nel loro quartiere in memoria dei martiri di Karbala. Non è insolito vedere i Musulmani Sciiti eccitati insieme agli Indù. Quest’ultimi con in mano un alam (bandiera che replica la battaglia di Karbala) dimostrano la loro devozione all’Imam Hosseyn (?) camminando su carboni ardenti. Gli Indù testimoniano e commemorano quest’evento distribuendo dolci al latte mentre attraversano il fuoco, giacché secondo loro l’Imam Hosseyn (?) e suo fratello l’Imam Hassan (?) furono dei devta, divine incarnazioni. Il Muharram, secondo questi Indù, è la più onorevole manifestazione del divino che supera qualsiasi connessione con l’Islam.

Un opuscolo pubblicato dalla Missione Imamita in Lucknow, intitolato Imam Husain and India, conferma che gli “Husaini Bramini” abitanti nella città di Pushkar in Rajasthan, partecipano agli eventi di Karbala con scene tratte dalla letteratura classica Indù:

«Essendo il custode del sacro Islam, l’Imam Hosseyn (?) preferì la morte e non una vita vergognosa. Il suo sacrificio è stato in linea col consiglio dato da Krishna (?) ad Arjuna nel Mahabharata: “Ma se non continuerai questa guerra giusta, getterai via il tuo onore ed incorrerai nel peccato.”»

I discorsi del Muharram, specialmente a Lucknow, sono spesso cosparsi da una nostalgia per una passata cultura sincretistica.

Sfidando quegli Indù che volevano eliminare dalla loro comunità qualsiasi legame col Muharram, Premchand decise di fare di Karbala un dramma allegorico e nazionalistico. Karbala fu concepito come un atto di resistenza, e per gli Indù la loro principale platea pubblica: “Lo scopo di questo dramma è di far pagare agli Indù un tributo a Hazrat Hosseyn (?), perché questo dramma oltre ad essere religioso, è anche politico.”

L’apparizione di Karbala in Hindi e in Urdu ha un significato. Seppur il quadro narrativo e la trama sono identici in entrambe le versioni del dramma, vale la pena di rilevare alcune differenze. La tragedia in Hindi fu scritta in caratteri Devanagari e contiene più parole Sanscrite del dramma in Urdu, compilato nella scrittura Araba-Persiana. La quantità di Hindi sanscritizzata è legata al valore dei caratteri di segno religioso ? i caratteri Musulmani utilizzano meno parole sanscritizzate rispetto alla scrittura degli Indù. Premchand afferma nella prefazione della sua versione in Hindi che, per essere realistici, non poteva mettere troppe parole sanscritizzate nella bocca dei Musulmani; quindi, ha cercato un linguaggio comune per i seguaci di entrambe le fedi. Nel fare il punto linguistico della situazione, Premchand suggerisce che l’identità religiosa in Asia meridionale si lega al linguaggio.

Il 1920 fu l’anno delle rivalità linguistiche tra l’Hindi e l’Urdu, siccome entrambe le lingue avevano una valenza religiosa. I Musulmani rivendicavano l’Urdu dal tardo Ottocento fino ai primi del Ventesimo secolo, mentre gli Indù intravedevano in esso una lingua straniera modellata in caratteri Arabi-Persiani, un idioma appartenente allo spazio Musulmano. Premchand, fin dalla sua prima pubblicazione di Karbala in Hindi nel 1924, avvalora la polarizzazione Hindi-Urdu ad un livello; ma su un altro piano, riprende questo spazio articolandolo in Hindi un’allegoria Islamica, già riverita da molti Indù. Attraverso la versione Hindi di Karbala, Premchand postula la plausibilità di un nesso affettuoso tra l’Hindi e l’Islam, tra la storia Islamica e la storia Induista, cercando di snervare la presa dell’Urdu sull’Islam, l’ascendente dell’Islam sull’Urdu, la stretta dell’Induismo sull’Hindi e l’influenza dell’Hindi sull’Induismo. Nella prefazione del dramma, Premchand descrive la battaglia di Karbala come la controparte Islamica delle lotte epiche del Mahabharata e del Ramayana. Invocando una tale analogia sin dall’inizio, Karbala è familiarizzato e spogliato della sua estraneità, ed è reso più comprensibile ed attraente per gli Indù. Dato che la concettualizzazione storica non comporta più uno spirito comune, Premchand tira in ballo il conflitto tra Indù e Musulmani. “Ogni volta che un Re Musulmano è ricordato, invochiamo Aurangzeb.” Per Premchand, il Musulmano Indiano esiste, in linea di massima, all’interno di continue e preconcette congetture Induiste che utilizzano le espressioni idiomatiche Aurangzebiane: quindi, è necessario contrastare questa narrativa. Premchand archivia e supera le relazioni tra Indù e Musulmani del tempo di Aurangzeb e si lancia verso una zona temporale che riflette un Islam più pluralistico. Nell’archiviare la relazione Indù-Musulmana in tal modo, Premchand evidenzia anche le differenze presenti all’interno di una comunità religiosa: s’identifica come un Indù, ma dissente dagli Indù che non intravedono le virtù Islamiche; tuttavia, non fornisce alcuna scusa all’intolleranza religiosa di Aurangzeb e si rifiuta di vedere nell’imperatore Moghul, il seguace ideale dell’Islam Indiano. Fratturando ideologicamente le comunità religiose, egli mina la biforcazione comune ed antagonistica all’interno dell’ambiente coloniale che postulò gli Indù e i Musulmani come nemici secolari, le cui Sacre Scritture determinarono il loro modo di pensare e di vivere.

Il racconto di Sahas Rai e i sette fratelli nell’opera di Premchand

Premchand inserisce nella marsiya (poesia elegiaca) popolare del suo tempo una sottotrama che rafforza la figura dell’Imam Hosseyn (?). Il nipote del Santo Profeta (?) è dipinto come un eroe Universale che trascende i confini d’ogni tradizione. La storia presenta una mescolanza di conoscenze e di verità Indù e Musulmane che sono impersonate da “Sahas Rai” e da Hosseyn (?). Questo racconto è tramandato da una comunità antica di Bramini, i Dutt Bramini o Mohiyal, che si recarono in Arabia per assistere l’Imam Hosseyn (?) a Karbala. Molti di questi Bramini persero la vita e i sopravvissuti ritornarono in India. Talvolta, questi Bramini sono anche chiamati Hosseyni Bramini perché rimasero affezionati a Hosseyn (?) nonostante si considerassero degli Indù.

Sahas Rai e i suoi sette fratelli, devoti Indù originari dell’India, vivevano in un villaggio Arabo. Turbati dalle notizie dell’ascesa di Yazid al califfato, Sahas Rai e i suoi fratelli partirono per aiutare Hosseyn (?). Arrivarono a Karbala, resero omaggio a Hosseyn (?) e brandirono le armi contro l’esercito di Yazid. Dapprima protessero Hosseyn (?) ed i suoi compagni dalle frecce nemiche mentre l’Imam (?) eseguiva le preghiere rituali; successivamente Hosseyn (?) ricambiò il favore benedicendo questi Indù che l’avevano protetto insieme ai suoi seguaci:

Amici! Miei amati simpatizzanti! Queste preghiere rituali saranno ricordate nella storia dell’Islam. Se questi servitori coraggiosi di Dio non avessero salvaguardato le nostre spalle dalle frecce ostili, non avremmo finito le preghiere. Oh sinceri credenti! Noi vi salutiamo, sebbene non siate Musulmani ? l’Islam è la religione della vera adorazione, che si sacrifica per la giustizia poiché comprende la futilità della vita ed i suoi seguaci sono pronti a farsi mozzare la testa per difendere gli oppressi. Essa è certamente una religione vera e giusta. Possa questa religione rimanere sempre nel mondo. Possa il fulgore della luce Islamica diffondersi in tutte quattro le direzioni.

Quando Sahas Rai chiese il permesso a Hosseyn (?) di affrontare le forze di Yazid, Hosseyn (?) rispose che gli ospiti appena arrivati non devono lanciarsi in battaglia.

Sahas RaiSignore, non siamo i tuoi ospiti, siamo i tuoi servitori. Il principio fondamentale della nostra vita è di morire per la verità e la giustizia. Questo è il nostro dovere, non è un favore che facciamo a chiunque.

HosseynCome posso dirvi di andare [nel campo di battaglia]. Dio ha disposto che siano gettate le fondamenta su questa terra col nostro ed il vostro sangue, che essa sarà protetta dal malocchio e questa fondazione non sarà mai rovinata. Possano i suoni delle canzoni gioiose sorgere da essa e possano i raggi solari splendere su di essa (tutti i sette fratelli, cantando encomi all’India [Bharat], entrarono nel campo di battaglia).

Abbas [fratello di Hosseyn]Guerrieri incredibilmente forti! Adesso la verità mi è chiara, l’Islam esiste anche al di fuori del regno Islamico. Questi sono i veri musulmani ed è impossibile che il Santo Messaggero non interceda in loro favore.

Da adesso in avanti, i sette fratelli della famiglia di Sahas Rai raggiunsero il martirio, dopo aver valorosamente difeso la causa di Hosseyn (?). Hosseyn (?) preparò anche la pira funebre per i suoi compagni Indù e pronunciò un toccante elogio in loro onore:

Queste persone provengono da quel puro paese in cui la dichiarazione dell’unità di Dio fu per prima coltivata. Prego Dio che ricevano una stazione elevata fra i martiri. Quelle fiamme sorgono dalla pira. Oh Dio! Possa questo fuoco non estinguersi mai dal cuore dell’Islam. Possano i nostri coraggiosi sempre versare il loro sangue per la comunità [Indù]. Possa questo seme, che è stato seminato oggi nel fuoco, fiorire fino al Giorno del Giudizio Universale.

Hosseyn (?) elogia la determinazione degli Indù nella difesa della causa della verità e della giustizia al cospetto dei più grandi ostacoli. Le parole di Abbas testimoniano che gli Indù sono trasformati in Musulmani ideali, ma la loro identità Induista non è cancellata. Premchand promuove una sensibilità che accomoderebbe la confluenza delle due religioni – permettendo ad entrambe di cullarsi teneramente, se non abbracciarsi nelle loro differenze.

I fratelli Indù non compiono le preghiere rituali col drappello di Hosseyn (?), ma lo proteggono durante la loro preghiera congregazionale. Hosseyn (?) stesso sorveglia i riti crematori che non sono approvati dall’Islam scritturale.

La modellazione rigidamente binaria del comunalismo resta irrisolta come lo fu nella gran parte della poesia Perso-Indiana. Dopo tutto, Premchand era un devoto di Ghalib (il poeta insignito d’onorificenza presso l’ultima corte Moghul):

vadafari ba shart-e ustavari asl-e iman hai

marebutkhane men to ka’be men garo barhaman

La fedeltà con la forza della determinazione è il nucleo della fede

Se il Brahman muore nella casa degli idoli, lo si seppellisca nella Ka’ba

Un altro scrittore, Nathanvilal Wahshi (deceduto nel 1950), scrisse delle elegie che non includevano solamente dei racconti armoniosi di comunalismo simili a quelli di Premchand, ma rimaneggiavano Karbala rimodellando l’epica sacra del Ramayana. Nella prima parte dell’elegia, enfatizza un religioso ecumenismo:

«Il predicatore che distrugge un edificio è in errore

I doni del Signore non hanno confini

I raggi del sole splendono su ogni casa

Quando una nube decide di grondare in abbondanza

Non chiede di vedere se “questo è un giardino, quello è un deserto sabbioso

Questo è il campo di un Musulmano, quello appartiene ad un Indù.”»

Wahshi narra l’arrivo di un aiutante per la causa dell’Imam (?) nell’ottavo giorno di Muharram. L’Imam (?) gli porge il benvenuto e subito conferma la sua identità Indiana. Hosseyn (?) poi passa a lodare l’India e la sua gente:

La fragranza profumata entrò nel regno dell’amore dal tuo paese

La brezza fresca è giunta a mio nonno da quel giardino.

Indagando maggiormente sull’ospite, l’Imam (?) scopre che si tratta di un commerciante Indiano residente nella vicina città di Bassora; suo padre unitamente al bottino di guerra fu affidato solo all’Imam Ali ibn Abi Talib (?). Per questo motivo, si ritenne moralmente responsabile di assistere Hosseyn (?) in ogni modo possibile, qualora si fosse trovato in difficoltà. Hosseyn (?) apprezza il gesto, ma lo dissuade dal prendere le armi.

Fratello, a mio avviso tutti ti amano,

In questo paese tu sei il tesoro dell’India.

Al pari dei sette fratelli nel dramma di Premchand, inizialmente questo mercante si accorge della diffidenza dell’Imam Hosseyn (?) nei suoi confronti (perché era un Indù). Con gli occhi pieni di lacrime, il viaggiatore disse:

Sono un Indù. Forse la mia fedeltà non è convincente.

Signore! Sebbene questo cuore sia la lampada del tempio idolatrico

In esso si illumina anche la luce dell’affetto.

L’Imam (?) tranquillizzò il nuovo arrivato elevandolo alla stazione del guerriero veritiero:

«Il Re (Hosseyn) disse: “Che cosa dite in preda alla passione

Perché dovrei dubitare della vostra fedeltà?

Il mio Signore conosce la mia coscienza, qual è la differenza tra un Indù e un Musulmano nella ricerca della verità

Questo è stato il principio guida per il popolo del mantello:

Per noi, il mondo è la famiglia di Dio.”»

In modo simile alla falena innamorata della “candela guida”, l’Indù si immola nell’amore per l’Imam (?). In questo processo d’immolazione è come se affrontasse l’esercito di Yazid, mentre canta le glorie passate del suo compatriota, la divinità Indù di Rama (?):

Il suo slogan era:

«Perché sei qui stupefatto,

Tu sei la progenie di Ravan, io sono, il figlio di Ram,

Ancora una volta, oggi, appare quello stesso tumulto di virtù e vizio,

Quale paura hanno gli uomini veritieri degli assalti menzogneri

Con la nostra spada fulminante, noi metteremo tutto in fiamme?

Non solo Kufa, ma anche Damasco saranno ridotti a Lanka.»

Wahshi chiarisce il significato della battaglia di Karbala evocando il Ramayana, ma estende le peculiarità insurrezionali dell’Imam Hosseyn (?) al conflitto tra il bene e il male. La polarità Hosseyn -Yazid riecheggia quella di Ram-Ravan, quando il Signor Ram (?) sconfigge Ravan appiccando il fuoco all’ultima base di potere, Lanka. Dato che Damasco e Kufa furono entrambe centri di potere sotto il regno di Yazid, il mercante Indù vuole distruggere queste città nello stesso modo in cui Lanka fu annientata. Il commerciante, benedetto da Hosseyn (?), combatte con tutte le sue capacità fisiche e spirituali facendo riecheggiare il seguente grido di battaglia:

La Casa di Dio ha ricevuto assistenza dal tempio idolatrico

Lo spirito di Krishna (?) sta sbirciando dal cielo.

La giustapposizione haram-kanisht (Ka’bah-tempio), così onnipresente nella mistica estetica, è ancora una volta inadatta ad impersonare le forme di Hosseyn (?) e del mercante Indù; infatti, è il Signor Krishna (?) stesso che testimonia in questo dramma con quella voce di saggezza dall’epica Indù del Mahabharata. Dopotutto, Krishna (?) appoggia la giusta lotta affrontando gli ostacoli che conferiscono alla Bhagavad Gita il suo fervore morale.

MUHARRAM, ADORAZIONE COMUNE E FRATELLANZA INDÙ-MUSULMANA

Nandamuri Taraka Rama Rao, Primo Ministro dell’Andhra Pradesh, in un’intervista pubblicata sull’Indian Express nel 1989 dichiara:

Il primo ministro N. T. Rama Rao nel messaggio rivolto al Muharram, afferma che esso cade nel decimo giorno del primo mese lunare dell’Egira, ed è osservato per commemorare il sacrificio eroico e supremo reso dal nipote del Profeta Muhammad, Hazrat Imam Hosseyn, la pace sia su di Loro. Egli sostiene che si tratta di un giorno luttuoso per i fratelli Musulmani, ed il Muharram ricorda ad ognuno di noi che possiamo seguire le sue assemblee e la sua fede senza paura, a condizione di avere uno spirito di sacrificio. Il Signor Rama Rao afferma che il sacrificio, indipendentemente dalla casta e dal credo ci lega tutti insieme come un solo uomo che lavora per l’evoluzione dell’umanità. Il sacrificio dell’Imam Hosseyn (?) dovrebbe ispirare anche oggi l’avanzamento dell’unità e della fratellanza tra tutte le comunità.”

Nel 1991 lo stesso messaggio risuonava nel discorso sull’Asciurà pronunciato a Hyderabad dal nuovo Primo Ministro N. Janardhan Reddy, che invitava la gente ad osservare il Muharram in maniera grandiosa, giacché è il giorno della lotta per la rettitudine e la giustizia. Nel suo messaggio, il Primo Ministro affermò che Hazrat Imam Hosseyn (?) sacrificò la sua vita per la giustizia sociale e la verità comune, poiché questo giorno sarà ricordato da tutta la gente. Il Primo Ministro dichiarò che il Muharram deve essere osservato in città da centinaia di migliaia di persone, indipendentemente dal loro credo religioso, dato che è il vero simbolo dell’armonia e dell’integrazione nazionale.

Altresì, numerose pubblicazioni Indiane, hanno elogiato rispettosamente il Muharram, esso è uno strumento d’unione per Musulmani ed Indù, poiché riconcilia le loro differenze settarie in un atto d’adorazione comune. Un censimento governativo del 1971 sul Muharram in Hyderabad, rileva che il suo svolgimento oggi riflette il carattere composito della cultura metropolitana elevandolo a monumento di fratellanza universale.

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28 Gen 2010

LA MAGIA TANTRICA ISLAMICA LAVORA CON ELEMENTO ARIA

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LA MAGIA TANTRICA ISLAMICA LAVORA CON L’ELEMENTO ARIA

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30 Dic 2009

BUDDISMO TANTRICO E BEKTASHISMO OTTOMANO

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TEMI E SIMBOLI COMUNI TRA IL BUDDISMO TANTRICO E LA TRADIZIONE DEI BEKTASHI OTTOMANI

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05 Dic 2009

LA TEORIA TURCA DELLA LINGUA SOLARE E LA LINGUA SURYANIYYA

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LA TEORIA TURCA DELLA LINGUA SOLARE (Güne? Dil Teorisi) E LA LINGUA SURYANIYYA

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25 Nov 2009

Il Trono di Allah sull?acqua e la forza Kundalini

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Il Trono di Allah sull’acqua e la forza Kundalini

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21 Nov 2009

Fatimah al-muhaddathah (l?ispirata) e il suo mushaf

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10 Nov 2009

ZIKR, IL METODO SUFI SEGRETO DELLA GUARIGIONE

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ZIKR – IL METODO SUFI SEGRETO DELLA GUARIGIONE

 

Chi mi ricorda, io lo ricordo.

 

Santa Pelagia di Diveevo, Oblast

 

L’età, i cambiamenti dello sfondo emotivo e l’attività fisica cambiano sia il ritmo della palpitazione cardiaca sia della respirazione, e modificano il tono del sistema vascolare e muscolare, nonché il lavoro degli organi interni. Il ritmo del cuore è un buon indicatore della condizione della persona. Pertanto, è importante tener conto dei cambiamenti e comprenderli, come pure conoscere il vostro ritmo individuale. Per questo scopo, bisogna osservare le pulsazioni nei diversi momenti della giornata, prima e dopo gli esercizi fisici e respiratori.

I Sufi credono che l’uomo possa ascoltare il battito del cuore non solo dal polso, ma anche i ritmi del suo corpo in determinate aree (zikr) dell’organismo. Così, le variazioni ritmiche si riflettono in ogni zona. Queste zone sono cinque e rappresentano i cinque zikr (fig. 19):

 

 

  • Sultano (“il reggente supremo”);
  • Akhfa (“la zona nascosta”);
  • Sirr (“l’area segreta”);
  • Makad (“la sede”);
  • Markab (“lo strumento di movimento”).

Ogni malattia è in qualche modo legata ad una particolare zona del corpo. Queste zone i Sufi le chiamano zikr, poiché ciascuna di esse è connessa alla pratica del ricordo (è la traduzione della parola “zikr”). A volte, i ricercatori confondono i seguenti significati del termine zikr: metodi pratici d’armonizzazione corporea, zone del corpo o pratica spirituale Sufi esercitata nel mondo intero. Tutto quanto anzidetto per i Sufi possiede una natura divina, ma per semplicità questi zikr dell’organismo li chiamerò zone, mentre alcuni zikr nascosti li denominerò traiettorie energetiche; invece, la pratica di collegarsi alla divinità suprema la nominerò zikr. Ancora una volta, voglio ricordare che per il Sufi tutte queste accezioni sono zikr.

Zikr Sultano

Questa zona è responsabile degli organi sensoriali (vista, udito, gusto e olfatto) per il discorso. La vista porta la maggior parte d’informazioni provenienti dal mondo. Gli scienziati hanno dimostrato che quando un fascio di luce cade sugli occhi, la sensibilità generale diminuisce. Una delle funzioni principali della vista è il controllo del pericolo. Essendo la vista utilizzata nella sua più ampia estensione attraverso la televisione, i giornali, i libri e altri strumenti visivi, gli altri canali sensibili non sono sviluppati.

Il significato della meditazione consiste proprio nel ridurre il ruolo della vista, ed in solitudine e al buio è preferibile risvegliare la sensibilità d’altri zikr, d’altre zone, per armonizzare le condizioni generali.

Le malattie oculari sono all’inizio provocate per il sovraccarico dello zikr Sultano: una lunga percezione d’episodi indesiderati, i litigi tra i genitori, gli sguardi cattivi dei compagni di classe, il lavoro mentale troppo prolungato, ecc…

La terapia oculare della tradizione Naqshabandiyya non si è mai dedicata al rafforzamento dell’occhio, ma all’armonizzazione di tutto il sistema zikr, in altre parole alle zone del corpo umano. Chi ha inventato gli occhiali, era guidato probabilmente da buone intenzioni, così rivolgiamo un saluto a tutti coloro che lavorano nel campo dell’ottica. La scelta del lettore consiste in questo: o aiutare gli ottici o non aiutarli.

Zikr Akhfa (controllo)

La parola “Akhfa” significa “zona nascosta” o, “cancelleria segreta”, che è più vicina alla comprensione europea. Questa zona si occupa responsabilmente delle azioni dell’organismo. Si estende dalla fossa giugulare (alla base del collo) fino al plesso solare (processo xifoide).

Zikr Sirr

La traduzione di questa parola è “area segreta”. La terza zona si estende dal plesso solare fino al vertice della rogatina sotto l’ombelico (dito indice e medio sollevato in segno di vittoria, questa rogatina è il vertice della V che forma un triangolo con due dita, l’indice ed il medio. I polpastrelli delle due dita si trovano all’altezza dell’ombelico). Questa è una “rogatina”. Questa zona si associa all’autostima ed è legata all’attività intestinale e del fegato.

Zikr Makad

Questa zona si estende dalla fine della zona precedente – la ragotina sotto l’ombelico – fino al ginocchio compreso. È responsabile della potenza dell’area inguinale. Psicologicamente, essa rispetta il corpo umano.

Zikr Markab

L’area Markab è responsabile per l’articolazione della caviglia, e per il movimento del corpo. Tutte le micosi (malattie fungine), la comparsa dei dolori ai piedi e così via, appaiono in questa zona.

Adesso, dopo aver studiato il significato d’ogni zona, stabilite quale area dovete ripristinare. In sostanza, sarete in grado di eseguire il ripristino grazie al capitolo sulle traiettorie energetiche. Per l’armonizzazione totale dell’organismo, si raccomanda l’apprendimento di uno degli zikr Sufi più usati, lo zikr attorno al proprio asse.

Lo Zikr attorno al proprio asse

Solo all’uomo due forme specifiche di movimento energetico sono inerenti: in linea retta e a spirale simultaneamente. Esse creano una certa vibrazione nel corpo, volta al risanamento. Questa vibrazione contribuisce allo sviluppo dell’intuizione.

Eseguiamo l’esercizio seguente, che è stato creato dai Sufi, diverse centinaia d’anni fa. Fino a poco tempo fa, questa pratica era nascosta ai non iniziati, ma la situazione ora è cambiata. Haji Ibrahim (possa Dio accordargli una vita lunga), il Pir (il maestro dei maestri) della fratellanza Naqshabandiyya, in seguito ad una visione interiore, comprese che era il momento di infrangere il segreto della rotazione Zikr attorno al proprio asse. Per i moderni Sufi, nessun segreto dovrebbe impedire la guarigione di una persona, poiché l’uomo deve essere sano per glorificare Dio e lavorare per amor Suo. Per padroneggiare questo Zikr, bisogna acquisire disciplina e costanza.

La preparazione

Prima della parte principale dello zikr, è necessario, stando in piedi, dondolarsi un po’ da un lato all’altro, avanti e indietro. Poi, ci dondoliamo facendo un cerchio: la nuca è come se scrivesse un ovale, e la persona stessa ricorda un imbuto con l’apice ai piedi. Soltanto dopo una libera rotazione armoniosa, passiamo alla parte principale, in pratica all’esecuzione dello zikr.

La parte fondamentale dello zikr

Eseguire lo zikr attorno al proprio asse esattamente. La schiena è dritta. I piedi sono uniti. Questa postura è simbolicamente associata alla cifra 1. Il numero uno rappresenta l’integrità e l’unicità, la salute e l’autostima. Il corpo dondola un po’. L’attenzione si concentra sulla sensazione d’integrità dell’organismo. Dopo qualche tempo, l’ampiezza dell’oscillazione aumenta leggermente. La testa descrive un piccolo cerchio attorno al suo asse. Il corpo compie dei movimenti circolari. Esteriormente sembra che siamo sul posto, ma al nostro interno sentiamo che creiamo un “imbuto”. Si ha una sensazione generale di dondolio più interiore che esteriore (fig. 20).

Permettete alla vostra attenzione di concentrarsi sul pollice e sull’indice del piede sinistro. Immaginate che il pollice sia incollato al pavimento. La linea immaginaria lungo la gamba sinistra simboleggia l’asse del cuore. Proprio attorno ad essa adesso ci muoveremo.

Alzate un po’ il piede destro e colpite col tallone la superficie del pavimento. Non bisogna farlo troppo forte. Fate alcuni tentativi fino a sentire la vibrazione attraverso il corpo dal basso all’alto: dai talloni alla sommità del capo e sopra di esso. Se sentite uno sforzo eccessivo, significa che bisogna ancora lavorare. Le sensazioni devono essere piacevoli, si deve percepire un solletichio sul corpo intero. Questa vibrazione solleva leggermente il corpo, ma il piede sinistro non si stacca dalla superficie. Ricordiamoci che il nostro alluce del piede sinistro è come se fosse incollato al pavimento!

Se sentite qualche tipo di vibrazione, muovetevi in senso orario attorno all’asse del cuore.

La vostra attenzione è rivolta all’area del cuore, i pensieri bisogna fermarli e sentire una pace assoluta.

Il concetto di zikr significa anche il ricordo del nome di Dio nel cuore. Immaginate qualcosa di sublime, scintillante. Respirate liberamente. Ascoltate le sensazioni del corpo.

Quando padroneggerete questo complesso di movimenti, dovrete compierli ad occhi chiusi. In tal modo, il concetto rimarrà fissato nel corpo e così svilupperemo la sensazione del movimento corporeo. Ricordiamo il principio: “Dov’è posta l’attenzione, là si dirige l’energia.”

Questo massima è semplice da ascoltare, ma non da applicare. Non tutti possono fare i movimenti in modo appropriato e immediato. Dopo aver fatto un paio di giri, leggete ancora una volta attentamente la descrizione dello zikr, immaginate in dettaglio i movimenti del corpo ed eseguite l’esercizio di nuovo.

 

                      

fig. 20.  Preparazione allo Zikr

 

L’intuizione è una percezione interiore, una conoscenza interiore, necessaria per procedere. Questa sensazione riguarda l’organismo intero, e non solamente la conoscenza razionale. Compiendo questo zikr, non soltanto eseguite il massaggio originale energetico corporale, ma anche sviluppate la capacità di ascoltare i consigli del corpo, che sa ciò che vuole e come operare. Eseguendo lo zikr, “scolleghiamo” la testa.

Se vi dondolate, non potete rimanere in equilibrio; se in qualche modo saltellate sullo stesso posto durante l’esecuzione dello zikr attorno all’asse, allora c’è ancora molto da lavorare. Se sul lato sinistro provate disagio, significa, che fate qualcosa di sbagliato. Per sfortuna, un articolo non permette all’autore di suggerirvi personalmente qualcosa. In questo campo l’istruttore è necessario. Se non si ha la possibilità di partecipare ai corsi, si prega di leggere attentamente le norme d’esecuzione, ascoltare il corpo e seguire il suo ritmo. Ricordate l’antico detto: ”Chi conosce sé stesso, conosce il suo Signore (Dio)”.

Nella vita quotidiana spendiamo un sacco d’energia per le cose esteriori, insignificanti. I metodi dei Sufi antichi si volgevano proprio alla creazione dell’armonia interiore, con l’aiuto di Dio.

Perfezionandosi nell’esecuzione dello zikr, creiamo la vibrazione lungo l’asse “tallone – sommità del capo”. La vibrazione meccanica è assolutamente inutile, il sobbalzo vuoto dell’organismo può anche essere dannoso se è fatto frequentemente. Dovete sentire le vibrazioni a livello energetico. Qualcuno le compara alla sensazione del risveglio mentre una persona si stira, altri alla sensazione della “pelle d’oca.” Trovate l’immagine originale, il nome adatto per questa vibrazione.

Nella parte superiore del cervello sono concentrate le zone attive di tutti gli organi del corpo umano, lo conferma anche la scienza moderna. La vibrazione attiva queste zone. Chi sa come migliaia d’anni fa è stata trovata questa relazione?

I moderni sistemi diagnostici e computerizzati dello stato di salute, possono rilevare esattamente i cambiamenti dell’attività di queste zone durante l’esecuzione dello zikr. Con l’aiuto dello zikr ci sono dei cambiamenti positivi, ma come conservarli? Uno dei metodi migliori è la meditazione prima di dormire, poiché consolida l’originale benessere. Addormentandosi, un uomo a livello inconscio prova delle sensazioni piacevoli che allungano armoniosamente la durata del suo stato dopo il risveglio.

La procedura dello zikr ripristina l’aura della persona. La stessa parola “aura” è tradotta come “soffio”. Questo soffio può essere effettivamente percepito compiendo lo zikr intorno al proprio asse, come se una brezza sfiori il vostro viso.

Zikr aperto

Lo zikr yassavi proviene dal nome di Ahmad Yassavi, questo zikr è una pratica Sufi molto antica. La sua tomba è ancor oggi oggetto di pellegrinaggio per i musulmani di tutto il mondo che la compiono due volte l’anno.

Quindi, adesso conosceremo il cosiddetto zikr formale. Lo chiamano anche zikr aperto o ad alta voce. Durante la fase preparatoria, eseguiremo lo zikr lungo un piccolo cerchio: nel corso degli 11 colpi descriveremo una circonferenza attorno al proprio asse. Gli occhi sono socchiusi, la respirazione regolare, ritmica.

Ripetiamo gli esercizi preparatori. Una ripetizione è fatta eseguendo un gran cerchio: 33 passi li eseguiamo dal lato destro in senso antiorario, e 11 passi attorno al proprio asse in senso orario.

Si ritiene che sia necessario fare circa 8 ripetizioni (33 + 11). Le ripetizioni sono compiute seguendo una velocità mediocre. È meglio eseguire quest’esercizio facendo un gran cerchio di 11 persone e ponendo 1 altra persona al centro della circonferenza (per un totale di 12 persone).

La persona che è dentro al cerchio conta, e mentre ruota attorno al suo asse ad occhi aperti dà 11 colpi al passaggio del cerchio, frattanto la sua attenzione è concentrata sul fegato. Poi, sempre colui che è all’interno del cerchio dà 11 colpi ad occhi chiusi ponendo l’attenzione sull’area del cuore.

Vi abbiamo descritto lo zikr aperto per gli interessati alla pratica del Sufismo. Invece, chi legge questo libro solo per guarirsi, può non leggerlo.

Zikr nascosto

Se lo zikr aperto è comparabile convenzionalmente alla ginnastica, lo zikr nascosto è simile alla meditazione. I Sufi della mia linea, la Naqshabandiyya, praticano proprio lo zikr nascosto o silenzioso. Questa caratteristica è specifica di quest’indirizzo Sufico. Lo zikr nascosto o silenzioso, è un dono offerto alla gente dai Sufi della linea Naqshabandiyya, che è una via unica di armonizzazione delle sfere spirituali e fisiche della vita, la quale dona un’esperienza indescrivibile delle relazioni con l’Altissimo.

Zikr nascosto 1

Inspirazione – espirazione nell’area del plesso solare. Inspirazione – espirazione nell’area del cuore. Inspirazione – espirazione nell’area del rene sinistro, del rene destro, del fegato, del plesso solare.

Generiamo un sentimento di riconoscenza, gratitudine e ammirazione nell’area del plesso solare. Inspiriamo normalmente, ma quando espiriamo lo facciamo dalla zona del cuore. Inspiriamo normalmente, ma quando espiriamo lo facciamo tramite la regione del rene sinistro. Inspiriamo normalmente, ma quando espiriamo spostiamo le nostre sensazioni nell’area del rene destro. Inspirando solleviamo le sensazioni di riconoscenza, gratitudine e ammirazione nella regione del fegato, espiriamo dalla zona del plesso solare (fig. 21).

 

Zikr nascosto 2

Zikr nascosto del plesso solare – fossa giugulare – plesso solare – cuore – rene sinistro – fegato – rene destro (fig. 22).

 

Gli zikr sono associati a tutte le funzioni vitali dell’organismo. La respirazione, per esempio, è percepibile in ogni zona. Le dita corrispondono ai cinque zikr e anche ai cinque organi sensoriali. Il sesto senso, l’intuizione, si trova tra le dita.

In Asia Centrale amano molto il pilaf e lo mangiano con le mani. L’assaggio del pilaf inizia prima di giungere alla bocca, cioè avviene quando le dita sentono il suo calore, il naso odora il profumo straordinario del piatto e l’odore è percepito dai sensi delle dita. Con nessuna posata tipica Europea è possibile gustare questo piatto. Il pilaf, mangiato con l’aiuto del cucchiaio o della forchetta, è un pilaf parziale, che ha perso il suo gusto completo.

A differenza dei chakra yogici, lo zikr non si connette alla colonna vertebrale. I componenti dell’organismo: sangue, stomaco, organi del corpo, ecc… sono più o meno indipendenti e non si sottomettono agli ordini “Divini”. Lo stesso si può dire per i componenti “immateriali” del corpo: le idee, i valori, i sentimenti. La persona stessa quando si trova in una situazione spiacevole non ne comprende le motivazioni. Un proverbio russo dichiara “il diavolo ti aiuta, il diavolo te lo fa pagare” (in Puglia si direbbe “il diavolo la fa, il diavolo la scopre.”). Una volta turbata l’armonia, ogni organo comincia “a dichiararsi” (la sua infermità). Dopo qualche tempo inizia la malattia. Con le tecniche Sufi armonizziamo l’intero organismo.

È possibile conoscere altri tipi di zikr nel capitolo sulle traiettorie d’energia.

La preparazione del lavoro con la zona Sultano

L’esecuzione dello zikr Sultano favorisce la normalizzazione, l’attivazione e la sincronizzazione dell’attività degli emisferi destro e sinistro del cervello. Quest’esercizio ottimizza la funzione visiva, le terminazioni nervose che appartengono agli occhi e migliora il funzionamento del cervello.

Inoltre, quest’esercizio migliora il coordinamento dei movimenti, attiva le orecchie e stabilizza l’attività dell’apparato vestibolare.

 

 

  1. Comodamente seduti, rilassati, coprite gli occhi. Mentalmente immaginate di muovervi sopra una traiettoria triangolare: da entrambi gli occhi contemporaneamente verso la glabella (“terzo occhio”). Inspirando alzate lentamente il triangolo risultante fino al sincipite. Espirando ritornate alla posizione di partenza. Eseguite quest’esercizio più volte nell’arco di 3 minuti. Ognuno percepisce questo movimento a suo modo, in particolare, si può provare ad immaginare lo sfarfallio del triangolo.
  2. Create mentalmente il movimento lungo il contorno: occhio destro – occhio sinistro – glabella. Inspirando sollevate ed allargate questo triangolo fino al livello del sincipite e estendetelo nello stesso tempo fino alle orecchie. Poi, eseguite un movimento dall’orecchio destro al sinistro passando sulla superficie del cranio. Espirando ritornate lentamente nella posizione di partenza. L’espirazione è realizzata tramite “le orecchie”. Proprio come nel precedente esercizio, i movimenti sono compiuti più volte nell’arco di 3 minuti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta ritornavo con il mio amico Muhsin Khan da Kokand a Dzhizak via Tashkent. Un amico di Muhsin Khan di nome Rustam Abid, che era un giornalista ed un sensitivo, mi propose di andare nell’area Bahmansky (??????????) poiché v’erano molti fenomeni straordinari. Per esempio, in questa località c’è un luogo in montagna in cui si osservano spesso dei fenomeni atmosferici straordinari. È una strana zona. Per qualche ragione sconosciuta, tutti gli animali domestici scomparsi dai villaggi circostanti, prima o poi arrivano lì.

Raggiungemmo dopo un lungo viaggio la nostra meta in auto, ma un paio di chilometri prima che la strada terminasse, un fiume ci bloccava il passaggio. Era necessario lasciare la macchina e continuare il nostro viaggio a piedi. Quando raggiungemmo il luogo, era già notte. Nel cielo c’era una gran quantità di stelle, ma oltre a loro brillavano alcune strane luci simili a stelle. Se le facevi un segnale con una piccola torcia, queste luci scintillavano rispondendoti. Dopo qualche tempo, si verificò un fenomeno insolito: qualche decina di queste strane luci si erano spostate formando un circolo stellare; ma Muhsin Khan aveva ripreso tutto con una videocamera. Il fenomeno di stelle e di luci si prolungò per circa mezz’ora. Era già tardi ed era tempo di ritornare alla macchina.

Quando tornammo indietro, la macchina non la trovammo al suo posto, sebbene avessimo ripercorso lo stesso tragitto. L’auto, che era stata abbandonata vicino al fiume, si trovava lontano. Nonostante i nostri sforzi, non trovammo nessuna traccia delle ruote della vettura sul terreno.

Tornando a Tashkent, in casa di Muhsin Khan provammo a rivedere ancora una volta i movimenti delle stelle e delle luci catturati sulla pellicola, ma invano perché il film era vuoto.

La natura e l’essere umano hanno molte opportunità manifeste e nascoste, sebbene parecchie volte l’uomo le impedisca di rivelarsi. È necessario fare attenzione alla propria interiorità, stupirsi e gioire di sé stesso, comprendersi e rianimarsi completamente nel proprio interno. Nessuna bellezza esteriore, nessun elegante “imballaggio” può aiutare se si è scuri e sordi interiormente.

Lo zikr è una grande opportunità per la conoscenza e la comprensione di sé stessi. È l’occasione per aprirsi a qualcosa di nascosto che riempie la vita di significato, portando salute e prosperità. Il segreto totale dello zikr si compie solo se si vive nel presente, al posto di pensare ai vantaggi che esso porterà nel futuro. Se pensate al futuro, sarete simili ad un uomo che registra la danza delle stelle su una videocassetta, invece di godere questa danza qui e ora.

Di solito, l’attenzione principale durante l’esecuzione dello zikr è diretta alla regione del cuore e del fegato. Ma è anche consentito fare attenzione alle aree che necessitano di cure, alternandole alle aree del cuore e del fegato.

È necessario effettuare lo zikr almeno una volta la settimana. In Asia Centrale si esegue ogni Venerdì.

L’organismo della persona è diviso in parte sinistra e destra. È una delle ragioni della sua scontentezza quando, metaforicamente parlando, l’occhio destro diventa il nemico del suo occhio sinistro. Una divisione simile è condizionata dalla disposizione degli organi (il cuore si trova soltanto nella parte sinistra). Secondo la dottrina Sufi, nella zona sinistra si accumulano le emozioni e le esperienze negative. Se questa parte predomina eccessivamente, è infranta l’integrità dell’organismo, il suo nucleo interiore collassa.

La procedura dello zikr ha lo scopo di armonizzare l’uomo, e grazie ad esso il suo lato sinistro si attiva. Questa parte è un po’ più lontana dall’asse del corpo, pertanto gli organi che sono più lontani, causano problemi. Per questo motivo, si raccomanda ai mancini occasionalmente di mangiare, scrivere e lavarsi con la mano destra; e ai destrorsi, al contrario, di usare la sinistra.

Lo zikr è un rito del ricordo Divino, dunque, alla sua esecuzione partecipano le parole. Così come un discorso può essere suddiviso in verbale (usando le parole) e non-verbale (tramite mimiche, gesti, intonazioni, posture, tono della voce e così via), ugualmente si possono classificare le parole che partecipano all’assolvimento dello zikr.

Lo zikr è un dialogo col Dio interiore.

Lo zikr è un dialogo col Dio circostante.

Lo zikr è un dialogo col Dio altrui.

 

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23 Set 2009

La Yoni dell’Islam

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La Yoni dell’Islam

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20 Set 2009

LA WILAYAT SOLARE, LUNARE E STELLARE NEL PENSIERO DI RUMI

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27 Ago 2009

La lettera Araba Dâl e la Adho Mukha Svanasana

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La lettera Araba Dâl e la Adho Mukha Svanasana

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11 Ago 2009

INDRAPRASHTA NEL MAHABHARATA E NELL?ISLAM

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INDRAPRASHTA NEL MAHABHARATA E NELL’ISLAM

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04 Ago 2009

Le malattie dell’apparato digerente curate tramite i chakra

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Le malattie dell’apparato digerente curate tramite i chakra

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17 Lug 2009

LE MALATTIE RENALI CURATE ATTRAVERSO I CHAKRA

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LE MALATTIE RENALI CURATE ATTRAVERSO I CHAKRA

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10 Giu 2009

India Sacra Terra Islamica

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Traduzione dall’Arabo di Carl W. Ernst

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06 Giu 2009

MADRASE BENGALESI, PROGETTO EDUCATIVO PER NON MUSULMANI

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LE MADRASE BENGALESI (INDIA) UN MODELLO DA IMITARE

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25 Apr 2009

Madre Kundalini e la Sura della Formica nel Corano

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Madre Kundalini e la Sura della Formica nel Corano

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23 Apr 2009

Dillu Ram kausari, il poeta indù che amò il Profeta Muhammad (S)

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Dillu Ram Kausari, il poeta Indù che amò il Profeta Muhammad (la pace sia su di Lui)

 

 

Nel 1940 gli Inglesi governavano ancora l’India, e a Delhi viveva un noto poeta Indù di nome Dillu Ram Kausari. Questo poeta, sebbene fosse un Indù, scrisse encomi e poemi [Qasida/Na'at] in lode al Profeta Muhammad (le benedizioni e la pace siano su di Lui), detti "Aab-e-Kausar". Egli divenne famoso per aver scritto queste poesie. I suoi poemi furono così ben conosciuti che scandalizzarono persino i suoi amici Induisti, i quali abbordandolo gli chiesero:

 

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11 Apr 2009

ZOROASTRO INFLUENZA LA PREGHIERA DEI MUSULMANI SUNNITI

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"Un Nyayi è una preghiera supplichevole, al contrario del Sitayi, che è una preghiera d’encomio. È un termine particolarmente applicato alle cinque preghiere (namaz) rivolte al Sole, a Mithra, alla Luna, alle Acque e al Fuoco. Ogni chierico in età superiore agli otto anni è obbligato di recitare il Nyayis stando in piedi…" "Possa la mia anima arrivare alla regione del Sole!" (traduzione dal Pahlavi.) Zend Avesta, Parte II (SBE23), James Darmesteter, traduzione [1882]

zoroastro.jpg

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04 Apr 2009

Politica e introduzione dello Yoga nelle madraseh

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Lo Yoga in sincronia con l'Islam: proposta di inserirlo nelle madraseh

Bisogna ammettere che l'Islam e lo Yoga hanno in comune molte cose, è laconclusione di un seminario tenutosi Giovedì 6/3/2009 a Giacarta.

Il titolo del seminario era: "Lo Yoga e il pluralismo nella prospettiva islamicaper la Pace" e il forum si è tenuto presso l'ufficio della Fondazione Bali-Indiaa Denpasar.

Il seminario faceva parte del "International Bali-India Yoga Festival". SalmanHarun, professore presso l'Università Islamica Syarif Hidayatullah e notostudioso del Corano, ha dichiarato che la preghiera Islamica potrebbe esserepercepita come una forma di yoga.

Egli ha sostenuto che oggi, la maggior parte delle forme di yoga praticate nonsono Induiste, ma sono semplicemente degli antichi metodi creati dagli uominiper connettersi alla forza cosmica.

"Così, i vari movimenti della preghiera, la posizione eretta, il ruku (ilpiegamento in avanti con le mani sulle ginocchia), il sujud (la prostrazione sulpavimento) e la postura seduta (julus) durante la preghiera sono postureyogiche" afferma.

"Inoltre, la maggior parte dei musulmani è d'accordo che i movimenti della salatsiano benefici per la nostra salute."

Egli afferma, nonostante che la cultura popolare colleghi il metodo yogicoall'Induismo e al Buddismo, questo ha poco a che fare con il modo in cui questadisciplina sia praticata nel mondo intero.

Inoltre, sostiene, gli esercizi di respirazione yogica sono implicitamentecitati nel Corano.

Cita la sura Al-Qaf, versetto 16, che afferma: "In verità siamo stati Noi adaver creato l'uomo e conosciamo ciò che gli sussurra l'animo suo. Noi siamo alui più vicini della sua vena giugulare", e aggiunge che lo yoga insegna questatecnica".

Le osservazioni di Salman possono un po' unire lo yoga e l'Islam, dopo che hannocozzato l'uno contro l'altro in seguito alla fatwa (editto) emanata dalConsiglio Indonesiano Ulema (MUI), in quanto contenente elementi di Induismo.

L'editto del MUI è stato rilasciato dopo che i loro omologhi malesi avevanovietato lo yoga.

Mentre il consiglio malese aveva vietato completamente lo yoga, il Consiglioindonesiano ha permesso alcune forme di Yoga puramente fisiche.

Salman sostiene che il MUI è stato costretto a dichiarare quest'edittoosservando le varie forme di yoga, alcune delle quali comprendono incantesimi epratiche puramente rituali.

Ha esortato il MUI e i suoi funzionari a fornire delle spiegazioni sulla recentefatwa, asserendo che la maggior parte della gente non è in grado di capire ladifferenza tra lo yoga nella cultura popolare e lo yoga che incorpora il canto.

Dichiara di non vederci nulla di blasfemo se i musulmani pratichino lo yoga,inoltre suggerisce che lo yoga dovrebbe essere introdotto nelle madrasah (scuoleislamiche) affinché i musulmani familiarizzino con lo yoga.

"Lo Yoga invita la gente a credere in Dio". Di quale Dio si tratti, dipendedalla persona, ma la pratica in sé è in linea con gli insegnamenti islamici",sostiene.

Il Dr. Martin Ramstedt, un ricercatore tedesco della Max Planck Society, che èstato tra i promotori del convegno, concorda con Salman, anche se si spinge piùlontano, affermando che la fatwa del MUI è stata più motivata da ambizionipolitiche ed economiche che da motivazioni religiose.

"In questo momento c'è il vertice di Giacarta sui paesi islamici, cosìl'Indonesia ha potuto mostrare per ragioni economiche e politiche il suocarattere islamico", egli ha detto, riferendosi al World Economic Forum islamico(WIEF), tenutosi a Giacarta tra il 2 e il 3 marzo.

"Ho capito che certe misure come la fatwa contro lo yoga, contro la pornografiainfantile e l'alcolismo hanno un collegamento col Forum islamico. Almeno questoè quello che penso".

Più tardi in serata, l'Associazione Yoga Indonesiana è stata costituita da 20membri, soprattutto maestri di yoga, unendoli al consiglio.

AA Ayu Shri Sri Wariyani è stato eletto come presidente dell'associazione eSalman, Ramstedt, Ratu Bagus, Ida Pedanda Made Gunung, Acharya Laxmi Narayan,Stefan Denarek sono stati nominati consulenti.

http://www.thejakartapost.com/news/2009/03/06/yoga-insync-with-islam-experts-say

.html

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29 Mar 2009

Shah Datta o Dattatreya – Una divinità Indù in abiti Musulmani

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a cura di Dusan Deak. È lettore presso il Dipartimento d’Etnologia dell’Università di Trnava, Slovacchia. La sua ricerca si focalizza sui testi Marati e Marati-Indostani riferiti alle contigue tradizioni Indù-Musulmana dell’altopiano del Deccan. Il suo interesse include anche il Sufismo, la religione comparata, e la storia culturale dell’India medievale.

Dattatreya: il Guru Immortale, Yogin e Avatara

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25 Mar 2009

IL RAMAYANA NELL’ISLAMICO BANGLADESH

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Nel verde entroterra del Bangladesh Islamico, il Ramayana è la più popolare forma d’arte recitata, dice un famoso drammaturgo del paese.

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25 Mar 2009

I SUFI E LE CAUSE DELLA MALATTIA

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I SUFI E LE CAUSE DELLA MALATTIA

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14 Feb 2009

LA RESPIRAZIONE SUFI

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LA RESPIRAZIONE SUFI

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14 Feb 2009

Gli ulema indonesiani del MUI permettono lo Yoga

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Gli ulema indonesiani del MUI si sono dissociati dal bando dello Yoga
e non hanno seguito i loro colleghi malesi.

Umar Shihab, vicepresidente del MUI dichiara:

"Va bene se è uno sport. Noi lo permettiamo qui (in Indonesia).

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14 Feb 2009

Lo yoga volano di dialogo tra indù e musulmani

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Yoga e religioni: la sua pratica ora fa discutere l’Islam
 

Della questione se la pratica dello yoga sia compatibile o meno con la
spiritualità cristiana e di come sia possibile integrare il primo
nella seconda, si dibatte ormai da anni e le posizioni in merito sono
ormai sufficientemente ben definite nelle loro linee generali.

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14 Feb 2009

L’AGNI YOGA ISLAMICO

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Molti eruditi musulmani concordano sul fatto che il fuoco è un metodo di purificazione. Il fuoco divora tutte le impurità, asciuga lo sporco annientando ogni sensazione sgradevole di gusto e odorato. Alcuni studiosi musulmani affermano che se la terra o qualsiasi altra materia diventa impura (conservando il colore e l’odore della lordura), esponendola ai raggi del sole, al fuoco o all’aria essa si purifica. Alcuni hadith della tradizione Islamica confermano questa realtà. Per maggiori dettagli, ad esempio, si consiglia di consultare i capitoli sulle "Impurità" nei libri della scuola Malikita e Hanafita: il "Hashiat al-Dassuqi ala al-Sharh al-Kabir" della scuola Malikita e la spiegazione del "Fath al-Qadir" di Ibn al-Humam della scuola Hanafita. Secondo questi studiosi, un coltello contaminato dal maiale può essere utilizzato se è stato purificato dal fuoco.

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02 Feb 2009

IL DASA AVATARA DI PIR SHAMS

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IL DASA AVATARA DI PIR SHAMS

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31 Gen 2009

Gli ulema indiani approvano la pratica dello yoga

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Mercoledì, 28 gennaio 2009. 12:36pm 12:36 pm

By: Vishal Arora. By: Vishal Arora.

New Delhi: Mentre i leader religiosi malesi hanno bannato la pratica
dello yoga per i musulmani della Malesia quest’ultimo anno, gli
studiosi Musulmani in India non hanno nulla da ridere su questa forma
tradizionale di disciplina fisica e mentale che è nata in India.

Gli studiosi musulmani indiani approvano i musulmani che praticano yoga.

Parlando ad un quotidiano nazionale, un leader della Darul Uloom
Deoband, ha detto che lo yoga è una buona forma di esercizio fisico.
Se alcune parole, che sono state concepite per essere cantate durante
la sua esecuzione hanno connotazioni religiose, i musulmani non hanno
bisogno di pronunciarle. Essi possono invece recitare i versetti dal
Corano o lode ad Allah o rimanere in silenzio ", ha detto Maulana
Abdul Khaliq Madrasi, vice-cancelliere della Darul Uloom.

Alcuni esercizi di yoga che includono i canti mantrici come ‘OM’ hanno
significato religioso.

Fondato nel 1866, il seminario islamico si trova nella città di
Deoband, nello stato settentrionale dell’Uttar Pradesh. Nel maggio
dello scorso anno, i teologi del seminario hanno emesso una fatwa
(editto) contro il terrorismo, dicendo: "L’uccisione di persone
innocenti, non è compatibile con l’Islam".

Anche la Jamiat Ulama-I-Hind, una organizzazione islamica che si era
opposta l’anno scorso al piano del governo dello stato del Madhya
Pradesh per introdurre lo yoga nelle scuole, ha approvato la pratica
dello yoga. Il portavoce della Jamiat Maulana Abdul Hameed Nomani ha
detto che "esercizi simili allo yoga si trovano nelle pratiche sufi
(la dimensione mistica ed interiore dell’Islam) e non v’è nulla di
male nel praticarli.

L’India è il terzo paese al mondo per popolazione musulmana, dopo
l’Indonesia e il Pakistan. I musulmani indiani rappresentano il 13,4
per cento della popolazione totale, che è più di 1 miliardo di fedeli.

http://www.religiousintelligence.co.uk/news/?NewsID=3736

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31 Gen 2009

I Musulmani possono benissimo praticare yoga secondo gli ulema

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Gli Ulema del Darul Uloom hanno dichiarato che i Musulmani possono
benissimo praticare yoga. La notizia apparsa su più siti
d’informazione, è riportata sopratutto dal sito dello stato indiano
del Kerala. Qari Usman, un esperto di Hadith del Darul Uloom, dichiara
al telefono: "L’Islam non vieta a nessuno di praticare lo yoga o un
qualsiasi altro tipo di esercizio fisico. L’unica cosa è credere che
lo si sta facendo per motivi salutistici… Se si sta facendo ciò per
per motivi di salute, non vi è assolutamente nessun problema nel
praticare lo yoga o di qualsiasi altro esercizio." Persino il grande
Guru indiano di religione Hindu, Swami Ramdev (la foto del guru è
nella pagina del nostro sito
http://www.tradizionesacra.it/islamyoga.htm) suggerisce che i non
Hindu possono dire Allah al posto della Om. Straordinariamente
interessante. Gli effetti della Om possono essere ottenuti recitando
Allah!!!!!!!!!!!!!!!!

Ecco il testo in inglese tratta dalla fonte del Kerala.

New Delhi : Going against Indonesia’s ban on Muslims practicing yoga,
India’s best known Islamic seminary says there is nothing wrong with
any exercise done for health reasons. Clerics at the highly revered
seminary in Deoband town in Uttar Pradesh said that yoga was fine as
long as no non-Islamic religious rituals were involved. "Islam does
not prohibit anyone from practicing yoga or any other kind of physical
exercise. Only thing is that with what belief you are doing it… If
you are doing it for health reasons, there is absolutely no problem in
practicing yoga or any other exercise," Qari Usman, an expert on
Hadith at Darul Uloom, said over telephone. "In fact the Prophet had
laid stress on people leading a healthy life. Historically there have
been traditions of different kinds of exercises in Muslim
civilizations," added Usaman, also a former pro-vice chancellor of the
seminary that attracts thousands of students mainly from India. Yoga
guru Swami Ramdev has suggested that non-Hindus can chant Allah in
place of `Om’ while doing yoga.

Qari Usman reacted to this: "Exercises are done for physical fitness,
why include religious mantras?" India is home to about 140 million
Muslims – the third largest Muslim population after Indonesia and
Pakistan. Indonesia’s Ulema Council also known as MUI met Saturday and
issued a `fatwa’ asking Muslims to stop practising yoga saying it
included chanting of Hindu mantras. The Indonesian fatwa follows a
similar ban imposed by Malaysia’s top Islamic body in November.

http://www.prokerala.com/news/articles/a29491.html

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06 Gen 2009

Esercizi oculari sufi 2

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Esercizi oculari sufi 2

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06 Gen 2009

Esercizi oculari SUFI 1

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Esercizi oculari SUFI 1

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06 Gen 2009

IL MASSAGGIO SUFI

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21 Dic 2008

Il Ruh: pranayama e scienza respiratoria Islamica

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Il Ruh: pranayama e scienza respiratoria Islamica

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09 Dic 2008

Anatomia Energetica Umana

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"E temete il Giorno in cui nessun’anima potrà alcunché per un’altra, in cui non sarà accolta nessuna intercessione e nulla potrà essere compensato. Essi non saranno soccorsi." (Corano, 2 : 48)

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09 Dic 2008

LA DEA KALI UNISCE INDÙ E MUSULMANI

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LA DEA KALI UNISCE INDÙ E MUSULMANI

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28 Nov 2008

IL NUOVO YOGA ISLAMICO DALL ‘ INGHILTERRA

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20 Nov 2008

LA DEA KALI UNISCE INDÙ E MUSULMANI

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LA DEA KALI UNISCE INDÙ E MUSULMANI

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20 Nov 2008

LA LUCE DEL SOLE NEL CORANO E NEI VEDA

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"Allah è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella di una nicchia in cui si trova una lampada, la lampada è in un cristallo, il cristallo è come un astro brillante; il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco. Luce su luce. Allah guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore. Allah è onnisciente." (Corano 24:35) 

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20 Nov 2008

IL SOLE (PINGALA NADI) E LA LUNA (IDA NADI) DELL’ISLAM

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“la Ka’bah è solo il centro dell’orbita,

perciò, se ti fermi, sposta la tua posizione o gira la testa, tu sei “fuori” dalla

tua orbita! Ancora una volta, non fermarti e non andare a destra o a

sinistra. La Qibla è di fronte a te; guarda avanti e procedi.

Attratto dalle forze del Sole del mondo (Ka’bah), tu sei sulla sua orbita.

Tu fai parte di questo sistema universale.”

(Dr. Ali Shariati, The Hajj)

“La ragione è l’ombra di Dio; Dio è il Sole, come potrebbe l’ombra resistere al suo Sole?” (Jalal-ud-Din Rumi, Mathnawi, libro IV, verso 2111).

Al-Shahristani riferisce che i filosofi Arabi credettero che le sette circumambulazioni attorno alla Ka’bah rappresentino il moto dei pianeti attorno al Sole.

… il famoso storico persiano Mas’udi (896-956 d.C.) stimò che le scienze celesti dei Caldei si diffusero in Africa, in Europa e specialmente in Asia. Per scienze celesti Caldee non si intende una dottrina cosmologica particolare, ma una psicologia simbolica in cui gli oggetti celesti ed il loro comportamento apparente rappresentano lo sviluppo interiore della psiche umana. Mas’udi dichiarò ulteriormente nell’opera “Murudj adh-dhahab” (I Prati d’Oro) che il culto Caldeo del Sole, della Luna e d’altri Pianeti si diffuse dappertutto. Ad Est e ad Ovest, in Egitto, in Grecia, in India ed in Cina furono eretti dei templi magnifici per adorarli. Alcuni di questi templi ebbero una fama internazionale:

Il Tempio Solare della Ka’bah alla Mecca

Il Tempio di Isfahan (Iran) sulla cima del monte Marbin

Il Tempio di Sa’na nello Yemen fu consacrato a Venere

Il Tempio Lunare della Roccia a Gerusalemme

Un Tempio in India

Un Tempio in Cina

Due Templi in Afghanistan: uno chiamato Kawusan dal nome del re Kawus, suo fondatore, era un edificio di una bellezza straordinaria e fu consacrato al Sole. Questo tempio si trovava a Farghana, nel Khorasan. Un altro a Balkh, nel Khorasan, era consacrato alla Luna.

Nella città di Balkh nella Bactria (un regno nell’odierno nord dell’Afghanistan) c’era anche un tempio Zoroastriano al Sole, che i Sabei Aramaici chiamavano Shemsh-i-Balkh (letteralmente il Sole di Balkh), che potrebbe essere l’etimo del nome Shambala. Dopo la conquista Musulmana, Balkh fu Persianizzata col nome di “Shamh-i-Balâ” (la luce della Candela Superiore), ma che gli Arabi chiamavano Shams-i-Balkh (Il Sole di Balkh).

In questo contesto geografico molto tempo dopo nacque Rumi, il Sufi che fu ispirato direttamente dal Sole. Anche Zoroastro, era nativo di Bactria (Balkh), circa 500 anni prima di Gesù Cristo. È molto probabile che il sapere di Zoroastro, legato alle forze del Sole, si trasmise a Rumi. La riforma operata da Zoroastro tra il culto Solare e la pratica astrologica semita-Babilonese, era facilmente adattabile ad un musulmano di lingua Persiana come Rumi. Lo Zoroastrismo è stato per secoli la religione dominante in quasi tutta l’Asia centrale, dal Pakistan all’Arabia Saudita.

Inoltre, Sham (fuoco della candela in Persiano e in Arabo) e Shambala sono collegate sia al Dio indiano Shiva, sia al termine Sumero Shamash “Sole”, da cui deriva la parola Araba “Shams” che significa Sole. Così, a parte il dio Sole Sumero, Shambash, il cui tempio fu vicino a Babilonia, ci furono altri templi dedicati al Sole chiamati Shams o Shamba in Balkh, l’antica capitale della Bactria.

Secondo Al-Biruni, a Multan, nell’attuale Punjab Pachistano, ci fu nell’era pre-Islamica un altro tempio al Sole chiamato Shambha-pura (La città della visione del Sole). Il tempio fu distrutto dopo che Al-Biruni lo vide. La strada dei commercianti che andava in Tibet attraversava Multan e Balkh, e così i nomi Shams, Shamh o Shambha sono arrivati in Tibet dal mondo Musulmano attraverso l’Himalaya.

Nella visione Mediorientale, Shambala, significa “la luce del Sole” o “la visione del Sole”, mentre nel Persiano orientale Sham-i-balâ significa la luce superiore, o il Sole di sopra, la luce di tutte le luci.

Nella stessa letteratura Sanscrita, Shambala potrebbe trovarsi nell’attuale Afghanistan, più esattamente nello Swat-Kashmir. Nel dizionario Sanscrito di Monier-Williams “Sham-kara” significa “in relazione a Shiva” e Bala in Sanscrito significa “bambino, infante”.  Shambala significherebbe “il bambino di Shiva”.

I culti del Sole e della Luna sono vecchi quanto le stesse religioni Medio ed Estremo-Orientali…

Il dio Luna potrebbe esser stato una divinità della fertilità durante il primitivo paganesimo Accadico. Un’immagine incisa su di un sigillo cilindrico appartenente al periodo Babilonese e conservata in un museo, ritrae il dio Luna (il dio Sin degli Accadi) con un bastone dal pomo a mezzaluna, mentre sta in piedi sulle schiene di due tori.

I primi Accadi del sud della Mesopotamia notarono il collegamento esistente tra la Luna piena e l’ingrossamento dei due fiumi, grazie ai quali irrigavano i loro campi e pascoli. Per questa ragione, il dio Luna, oltre ad essere il luminare della notte, è concepito come una divinità femminile responsabile della fertilità dei bovini, che aravano le terre coltivate dagli Accadi. Adesso, è chiara la relazione che si mette in atto tra il dio della fertilità (la Luna) e i due tori (il Tigri e l’Eufrate) nell’immagine del sigillo.

Il toro fu considerato l’animale domestico più virile, e per tale motivo fu associato alla fertilità e alla fecondità (è probabile che l’Accadica sacralità del toro sia stata esportata in India). Più tardi, il toro fu sostituito dal maiale che divenne sacro fino a quando l’Ebraismo e l’Islam non vietarono la sua carne. È interessante osservare che il termine islamico “Haram” (vietato) significa anche “Sacro”. Da qui l’espressione “Bayt-ul-Haram” (la Casa Sacra).

Secondo Ibn Nadim, un gruppo di Sabei sacrificava e consumava carne di maiale – una volta all’anno durante le notti illuminate dalla Luna.

Molti Musulmani oggi, ignorano che il nome Allah fu usato nell’epoca pre-islamica per indicare il dio Luna della fertilità associato in primo luogo al toro, e poi al maiale, mentre gli ebrei ignorano che il nome Yawhé potrebbe esser stato inizialmente la divinità Midianite della guerra!

Nel sud della Mesopotamia, i Mandei come i loro fratelli Sabei, gli abitanti di Harran e gli Hunafa’ Arabi, erano conosciuti come i seguaci del culto della Luna e del Sole… Tra i primi Hunafa’ (i veri credenti) dell’antica Arabia, Allah, fu la suprema divinità lunare maschile da cui deriva il simbolismo della mezzaluna Islamica, mentre Allat fu la suprema divinità solare femminile (in Arabo la parola Sole è femminile, mentre la Luna è maschile).

“Nell’epoca pre-Islamica, per gli Arabi pagani, il Sole era una dea femminile e la Luna un dio maschile. Il dio Luna era chiamato Allah, il padre di al-Lat, al-Uzza e Manat.”

La mezzaluna  è detta in Arabo “Hilal” ed è un perfetto anagramma di “Allah”.

La Luna ed il Sole essendo i due oggetti più grandi e luminosi nel cielo, sono la principale fonte di luce, d’energia e d’approvvigionamento d’acqua (si ritiene che la piena luna provochi lo straripamento dei fiumi) per l’agricoltura. Simbolizzarono la vita e la fertilità tra gli antichi Accadi prima di diventare i simboli dell’illuminazione spirituale e gli dei della luce. Nell’uomo, rappresentano il più elevato stato della mente o super-coscienza del tardo periodo Babilonese o Caldeo. Quest’idea sta dietro alla teoria greca delle emanazioni psico-cosmiche adottate dai neoplatonici e dagli Ishraqi Musulmani. Henry Corbin, nella sua traduzione del “Wâridât wa Taqdisat” (Le strofe liturgiche e gli offici Divini) di Yahya Sohravardi, riporta le invocazioni liturgiche da rivolgere al Sole, alla Luna e ai Pianeti.

(Henry Corbin, Yahya Sohravardi, L’Archange Empourpré, Fayard Editore, pag 483-498. Trad. italiana, Suhravardi – L’arcangelo purpureo. Racconti mistici persiani, Luni Editore)

Il grande storico Persiano Mas’udi (896-956) scrisse: “I templi Sabei di Harran erano consacrati alle sostanze intellettuali e agli astri (rappresentano “stati differenti di pensiero o coscienza”). Alcuni di questi templi furono chiamati il “tempio della Causa prima” o il “tempio della Ragione”… Inoltre, i Sabei avevano il tempio dell’Autorità Politica (Siyasa), quello della Necessità, quello dell’Anima; questi tre edifici avevano una forma circolare. Il tempio di Saturno descriveva un esagono; il Tempio di Giove, un triangolo; il tempio del Sole (la Ka’bah), un quadrato; quello di Mercurio, un triangolo inscritto in un rettangolo; quello di Venere, un triangolo inscritto in un quadrato; il tempio della Luna era ottagonale. Questi templi possedevano per i Sabei, dei simboli e dei misteri che non divulgarono mai.”

(Mas’udi, Kitab Murudj adh-dhahab, trad. Les Prairies d’Or, Tome II, pag 535, Società Asiatique, 1962, Paris)

Il “Tempio della causa Prima” rappresentava il più alto stato di coscienza, mentre il “Tempio della Ragione” era il più elevato pensiero rappresentato dalla sfera del Sole e della Luna. La Ka’bah ha una struttura quadrata come il tempio del Sole Sabeo, mentre la pianta ottagonale della Moschea della Roccia ha una struttura simile al tempio della Luna Sabeo.

Perciò, l’uomo che ha raggiunto il più alto stato mentale, rappresenta la coppia degli dei Sole-Luna, ed i suoi templi corrispondenti sono il tempio del Sole e della Luna.

Mas’udi dichiara che il tempio Solare è a base quadrata, mentre il tempio Lunare è a base ottagonale. Il Profeta (?) dell’Islam narra che la Ka’bah della Mecca fu costruita dal Profeta Abramo (?) e da Suo figlio Ismaele (?) che erano dei veri Hunafa’ (veri credenti) Sabei. Il modello cosmologico che adottarono era quello del regno Sabeo, un crocevia culturale e commerciale fra Europa, Cina e India.

Il tempio Solare dei Sabei era a base quadrata, la parola Araba Ka’bah significa cubo, e il cubo ha per base il quadrato. Talvolta, il termine Ka’bah si riferisce ad un qualsiasi edificio a forma cubica. Perciò, Mas’udi definì esattamente il tempio del Sole una Ka’bah.

Hisham Ibn Al-Kalbi, cultore di studi archeologici e genealogici, che aveva scritto un libro di genealogie Arabe e una monografia sugli idoli, importante per i successivi studi della società pre-islamica, cita un altro tempio del Sole a Taif, contenente una pietra cubica simile alla pietra nera della Mecca e chiamata “la pietra quadrata di Taif”, in onore alla dea Solare Allat.

Il tempio della Mecca è uno dei più antichi luoghi di pellegrinaggio e d’adorazione del mondo. I Babilonesi che vissero circa 2000 anni a.C. lo conoscevano. Fu, per un millennio, l’unica costruzione nel mezzo del deserto e solo qualche tempo prima del Profeta (?), attorno al 5-6 secolo d.C., la tribù dei Coraisciti lo eresse a struttura cubica, essendo divenuta la Mecca un centro commerciale tra la Siria e lo Yemen.

L’originale forma del nome “Mecca” è “Maqrab”. Era usata per indicare un qualsiasi tempio Arabo. Nell’era Islamica fu rimpiazzata da Masjid o Moschea (Masjid significa letteralmente “luogo di prostrazione”. La radice della parola “m-s-g-d” si ritrova già nell’Aramaico del 5 secolo a.C. ed anche sulle iscrizioni Nabatee. In Aramaico significava “stele” o “Pilastro Sacro”). “Maqrab” letteralmente significava “luogo di vicinanza”, e gli Hunafa’ erano anche conosciuti col termine Coranico di “al-muqarribin” dalla radice Q-R-B, il cui significato è “gli approssimati: cioè gli approssimati all’adempimento. Gli Hunafa’ sono quindi associati all’adempimento dei rituali della Mecca. La radice semita Q-R-B ha origini antichissime. J.A. Loader le ha dedicato un interessantissimo studio.

J.A. Loader, An Explanation of the Term Proselutos, Novum Testamentum, Vol. 15, Fasc. 4 (Oct., 1973), pp. 270-277, Edizioni Brill.

Sembra non esserci nessun fatto storico o reperto archeologico che indichi l’esistenza di un qualsiasi tempio Lunare attorno alla Mecca, malgrado che il dio lunare Allah ebbe un’importanza enorme per gli Arabi. L’importanza della divinità femminile Solare Allat diminuì all’aumentare del potere maschile nella società Araba. Così, il tempio Solare di Allat alla Mecca fu ereditato da Allah.

lo Yantra Tantrico Cit Kunda della Ka’bah

che integra la mezzaluna o Shishu nel Sole

(vedere l’articolo “Il Tantra della Mecca”)

Per gli gnostici monoteisti, la divinità maschile e femminile si fuse in un’unica deità chiamata Allah, che assunse l’elemento femminile all’interno della nuova simbologia. Questo simbolismo Lunare, fu conservato dai mistici Musulmani nella ricostruzione della Moschea della Roccia (la pianta ottagonale resta uno dei più bei capolavori del genio umano e uno dei suoi tesori architettonici meglio conservati) a Gerusalemme, durante il regno del Califfo ‘Abd al-Malik ibn Marwan.

la struttura lunare che definisce la pianta della Moschea della Roccia

La Luna e il Sole erano per i Sabei il principio maschile (attivo) e femminile (passivo) al suo più elevato stato mentale, li consideravano dei sosia o l’altra metà, complementari l’uno rispetto all’altro.

Talvolta il quadrato (simbolo della divinità Solare) è raffigurato da una stella a cinque punte, mentre l’ottagono (simbolo della divinità Lunare) è dipinto a forma di mezzaluna. Entrambi, insieme, sono l’emblema disegnato sulla bandiera di molti paesi musulmani.

Nell’architettura moderna e classica dell’Asia centrale e Indiana, l’ottagono è definito “al-Musamman al Baghdadi” (l’ottagono di Baghdad) perché si pensa che provenga originariamente dalla regione Babilonese e Caldea.

Abu-l –Fida e molti altri scrissero che i Sabei di Harran rispettavano e compivano il pellegrinaggio annuale alla “Casa di Dio” della Mecca, al tempio di Gerusalemme e al tempio del Sole di Harran. L’Islam mantenne il rito del Pellegrinaggio alla Mecca e la visita alla Moschea al-Aqsa di Gerusaleme. Conservò anche il rituale delle abluzioni, della preghiera e del digiuno. Per esempio, il rito di “prendere a sassate il diavolo” a Mina significava originariamente allontanare gli ‘ifrit’ che bloccavano le radiazioni spiritualizzanti del Sole.

“Maimonide fu il primo a dare un significato mantico al rituale del lancio delle pietre a Mina. Ma qual è il vero senso simbolico di questo rito tre volte triplo e dieci volte settuplo? Pur restando nell’impossibilità di chiarire la portata precisa delle cifre 3 e 7, intravediamo gli indici di un culto planetario. Queste due cifre fanno spontaneamente pensare, la prima, alla triade Sole-Luna-Venere, la seconda, ai sette pianeti.”

(Toufic Fahd, La divination arabe, Sindbad, pag 191 e 193)

La tradizione spirituale Sabea si diffuse nel mondo antico fino all’India e alla Cina. La lingua franca del tempo, l’Aramaico, dette un apporto considerevole a numerosi sistemi alfabetici asiatici, tra cui l’alfabeto Indiano Devanagari.

“La notte e il giorno, il Sole e la Luna sono fra i Suoi segni: non prosternatevi davanti al Sole o davanti alla Luna, ma prosternatevi davanti ad Allah che li ha creati, se è Lui che adorate.” (Corano 41:37)

Bibliografia

1.      Mas’udi, Kitab Murudj adh-dhahab wa-ma’adin al-djawhar, tradotto da Barbier de Meynard et Pavet de Courteille, Les Prairies d’Or,

Società Asiatique, 1962, Paris

2.      Ali Shariati, The Hajj

3.      Henry Corbin, Yahya Sohravardi, L’Archange Empourpré, Fayard Editore

4.      Saccon Silvia, La religiosità preislamica: Ibn al-Kalbi e il suo “libro degli idoli”, Tesi di laurea

5.      N. A. Faris, The Book Of Idols: Being A Translation From The Arabic Of The Kit?b al-Asn?m By Hish?m Ibn Al-Kalbi, 1952, Princeton

Oriental Studies – Volume 14, Princeton University Press: Princeton (NJ), p. 23.

6.      J.A. Loader, An Explanation of the Term Proselutos, Novum Testamentum, Vol. 15, Fasc. 4 (Oct., 1973), pp. 270-277, Edizioni Brill.

7.      Toufic Fahd, La divination arabe, Sindbad

http://www.tradizionesacra.it/Il_Sole_e_la_Luna_del_Islam.htm

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20 Nov 2008

LA SVASTICA SIMBOLO SOLARE DELL’ISLAM

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Moschea Xiguanshi.jpg

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20 Nov 2008

KRISHNA E LA SUA TRASFORMAZIONE A DIVINITÀ SUPREMA

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03 Nov 2008

IL DIWALI IN PAKISTAN E KASHMIR

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02 Nov 2008

I Musulmani Indiani celebrano il Diwali (la festa delle luci)

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Ahmedabad, 8 novembre 2007: gli studenti musulmani del Gujarat occidentale celebrano il Diwali, la festa indù delle luci. Gli studenti dell’Anjuman Islam High School, nella città di Ahmedabad vogliono diffondere la tolleranza religiosa tra indù e musulmani per combattere la minaccia del terrorismo. Celebrando la vittoria del bene sul male, il Diwali simboleggia l’eliminazione delle tenebre spirituali. I MUSULMANI DISPONGONO LE LUCI NELLA FORMA DELLA MEZZALUNA ISLAMICA. UN ECCELLENTE DIWALI ISLAMICO.

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30 Ott 2008

I GRANDI MUSULMANI INDIANI CHE AMANO L’INDIA

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In India non c’è solo conflittualità tra musulmani e Indù. L’Islam ha dato anche delle grandi personalità all’India che presentiamo in questo video. Abdul Kalam, musulmano, ad esempio, è stato il padre dell’atomica indiana. Qui, la sua biografia.

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25 Ott 2008

Maestro internazionale di Yoga chiede di Islamizzare questa disciplina

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Kairana (Uttar Pradesh): Esperto Yoga di fama internazionale, il
fratello musulmano di nazionalità Indiana, il Dr. Badrul Islam sostiene
che bisogna islamizzare lo Yoga, per evitare il rischio che i giovani
Musulmani vengano intrappolati da altri. Poiché lo Yoga non si
relaziona a nessuna religione, il metodo di insegnamento può differire,
egli afferma.

Una notizia riportata sul quotidiano in lingua Urdu "Hamara Samaj",
narra che il Dott. Badrul Islam ha lavorato presso il Ministero della
Sanità compiendo un lungo viaggio all’interno nello Yoga. Su
insistenza del noto ed ex-funzionario di polizia, Kiran Bedi, ha
addestrato i detenuti del carcere di Tihar Jail per diversi mesi. Nel
1986, ha mostrato la sua arte alla festa (Mela) della salute
organizzata nello stadio Nehru. Nel 1985, ha rappresentato l’India in
qualità di esperto di Yoga presso la Conferenza Mondiale Medica svoltasi
in Italia. Ha allenato gruppi in Egitto, Bangladesh e in parecchi
stati Indiani. Il maestro di Baba Ram Dev, il Dott. Ishwar Bhardwaj, è
stato un suo allievo. Ha anche scritto due voluminosi volumi di Yoga e
ha spiegato lo Yoga in molte video cassette.

Il Dott. Badrul Islam afferma che lo Yoga mantiene un uomo anziano in
salute e aiuta la concentrazione mentale. Prosegue…

tratto da:
http://www.indianmuslims.info/news/2008/aug/04/need_islamize_yoga_dr_badrul_isla
m.html

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22 Ott 2008

“LA TERRA SAREBBE MORTA SE IL SOLE AVESSE SMESSO DI BACIARLA” HAFEZ

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"La terra sarebbe morta se il sole avesse smesso di baciarla" Hafez

"Il Sole mai dice alla terra, anche dopo tutto questo tempo, "mi devi qualcosa…" Hafez

"Sì, l’uomo che riesce a padroneggiare le tendenze della sua natura inferiore può, come il sole, estendere i benefici a tutta l’umanità." (Omraan Aivanhov)

"E’ necessario che ci siano sempre più esseri sulla terra capaci di consacrarsi a questo lavoro con il sole, perché solo l’amore e la luce trasformeranno l’umanità." (Omraan Aivanhov)

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18 Ott 2008

Bayram Shatliqi – la danza della felicità dei musulmani uiguri (video)

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La felicità è un dono da coltivare. Il Bayram Shatliqi è la danza della felicità dei musulmani uiguri. E’ una avventura tra gli spiriti della natura. Chiedere la loro intercessione per ottenere la felicità è un rituale obbligato, sopratutto per l’amore.

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17 Ott 2008

Le malattie intestinali

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Le malattie intestinali

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01 Ott 2008

Om Nada Brahma: un mantra indù musulmano

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Un estratto del Om Nada Brahma. A cura di GIOVANNI M. D’ERME. E’ professore ordinario di lingua e letteratura persiana, direttore del dipartimento di Studi asiatici, vicepresidente dell’Istituto per l’Oriente, preside della facoltà di lettere dell’Istituto Orientale di Napoli. Ha pubblicato numerosi articoli linguistici e letterari e un libro intitolato "Grammatica neopersiana". Si occupa anche dello studio di iconografie persiane.

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28 Set 2008

Il Profeta Muhammad fu un dio Indù e 24 avatar di Vishnu (VIDEO)

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Il Profeta Muhammad () fu il 24 avatar del dio Vishnu

Video importato

YouTube Video
 
Speriamo di poter dare una traduzione italiana al più presto, in sha Allah.

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24 Set 2008

La diagnosi, le sensazioni e le visioni dei guaritori

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La diagnosi, le sensazioni e le visioni dei guaritori

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24 Set 2008

La cura delle malattie femminili lungo i chakra e la kundalini

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La cura delle malattie femminili lungo i chakra e la kundalini

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24 Set 2008

Le cause della malattia

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Le cause della malattia

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24 Set 2008

LA PROTEZIONE PSICHICA PRESSO I MUSULMANI DEL VOLGA BULGARIA

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23 Set 2008

La nutrizione Sufi

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La nutrizione Sufi

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23 Set 2008

La pulizia dell’intestino

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La pulizia dell’intestino

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23 Set 2008

Il Profeta Muhammad nelle Scritture Indù

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Il Profeta Muhammad () nelle Scritture Indù 

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21 Set 2008

La scienza delle donne ed il gioiello

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La scienza delle donne ed il gioiello: la sintesi del tantrismo e del sufismo in un corpus di testi mistici in Aceh (Sumatra)  

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21 Set 2008

LA LETTERA ARABA MIM, IL TAO YOGA E LA CHAKRASANA

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LA LETTERA ARABA MIM (م), IL TAO YOGA E LA CHAKRASANA

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21 Set 2008

La Sakinah: il Tantra Yoga del Corano

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La Sakinah: il Tantra Yoga del Corano

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20 Set 2008

LA CUPOLA TANTRICA DELLA MOSCHEA

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LA CUPOLA TANTRICA DELLA MOSCHEA

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20 Set 2008

INTRODUZIONE ALLO YOGA MUSULMANO DEI BULGARI DEL VOLGA

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         INTRODUZIONE ALLO YOGA MUSULMANO DEI BULGARI DEL VOLGA

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20 Set 2008

IL SOLE, DIMORA ARTICA DI ALLAH E DEI VEDA

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20 Set 2008

L’IMAM ALI, KRISHNA E VISHNU

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12 Ago 2008

RIFLESSIONI SULLA DEA MADRE NEL CORANO

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Il nome di Dio, in arabo Allah, presenta una certa ambiguità. Esso termina con la consonante “Ha” (il suo suono è “h”) che assomiglia nella forma e nella pronuncia alla consonante finale e femminile araba, detta “Ta marbuta”. La “Ta marbuta” è di solito silente come la “h” in fin di parola, sebbene risuoni come una “t” quando è vocalizzata. La “Ta marbuta” ha la forma di una “Ha”, eccezion fatta per i due punti che si trovano sopra ad essa. Tuttavia, la convenzione di porre i segni diacritici sulla “Ta” e sulla “Ta marbuta” fu istituita parecchi secoli dopo la rivelazione del Corano. Prima dell’istituzione dei punti diacritici, l’ultima lettera del nome Allah rimase indistinguibile dal genere femminile. La Dea “ALLAT” citata nel Corano (53: 19) termina con la lettera finale “Ta” che si pronuncia “t.” I lettori di Arabo comprendono meglio questo punto. Ci sono due parole in Arabo, Allah e Allat, che significano Dio e Dea, rispettivamente. L’ultima lettera di Allat – la “Ta” – è strettamente imparentata alla “Ta marbuta”, che è la consonante usata normalmente per indicare il singolare femminile (infatti, la “Ta” è la lettera classica nelle declinazioni del plurale femminile). A sua volta, la “Ta marbuta”, se scritta senza i segni diacritici, è identica all’ultima lettera della parola Allah – la “Ha” – e, al pari della “Ha”, non è di norma pronunciata in fin di parola. Perciò, il nome Allah suonerebbe ugualmente in entrambi i modi, e senza i punti diacritici, non sarebbe molto dissimile da un Allah con la “Ta marbuta” finale e di genere femminile. Inoltre, i segni diacritici non furono scritti in Arabo per secoli dopo la morte del Profeta Muhammad (?). Qualcuno potrebbe domandarsi se il vocabolo Allat si sia trasformato in Allah, un nome che evoca la femminilità, ma non è femminile, per disingannare la gente dalla falsa nozione che un Lei/Lui abbia generato una donna?

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10 Ago 2008

Sri Krishna – Profeta di Allah

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25 Lug 2008

IL PARADOSSO DELLA VACCA INDIANA: CIBARSI DI MANZO NELL’INDIA ANTICA

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A cura di Dwijendra Narayan Jha. Storico Indiano Indù, è specializzato in Storia Antica e Medievale Indiana. È Professore all’Università di Delhi e membro del consiglio Indiano della ricerca Storica. Questo nostro fratello Indù è un vero difensore della verità. Contrario all’ideologia fondamentalista Induista è stato minacciato di morte.

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28 Giu 2008

IL BHAKTI YOGA ISLAMICO DELLA DEDIZIONE

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   Il Bhakti è lo yoga della dedizione. Il Bhakti yogi consacra sé stesso ad una dea o a un dio, e attraverso il servizio devozionale cerca di ottenere l’unità col divino.

Dal momento che la divinità è un simbolo per ogni attributo divino all’interno dello stesso yogi, il Bhakti yogi cerca effettivamente di unificare il suo sé inferiore (jivan) col suo sé superiore (atman) (Madhusudandasji, 8-10).

I versetti Coranici riguardanti la pietà e la dedizione forniscono la base per il Bhakti Islamico (devozionale) del Tauhid/Yoga.

Il Bhakti yogi raramente si dedica direttamente alla sua divinità prescelta. Di solito, è devoto al suo guru, che considera un’incarnazione divina. Analogamente, i preti cattolici sono ritenuti i rappresentanti di Dio nell’assolvimento delle loro funzioni sacerdotali.

Abramo (ﻉ) fu discepolo (chela) del guru Malik Saddiq (Melchisedec) (Genesi 14 :18-19). Mosè (ﻉ) ebbe un simile rapporto con Jethro (Shu’aib) (Esodo, capitolo 18).

In Medio Oriente un guru fu a volte chiamato “Rabbi”, mentre si credette che Dio fosse il supremo Rabbi o “Signore dei mondi” (Corano 1:1).

Il Rabbi/Guru/Imam è a dire il vero un maestro, una guida ed un iniziatore. Il guru è chiamato talvolta “padrone”, che significa una guida-insegnante e non un padrone dello schiavo. Quando la Bibbia raccomanda ai suoi schiavi di essere ubbidienti nei confronti dei loro padroni, vuole dire che questi studenti-iniziati (“gli schiavi”) devono ubbidire ai loro padroni o guru spirituali. Lo schiavo dovrebbe essere il più ubbidiente possibile verso il suo padrone.

Gli yogi Indù sottolineano abitualmente che “il guru è dio.” Beh, forse in un senso onorario. Il guru offre agli studenti ciò che ottenne dal suo padrone, il quale l’acquisì dalle Sacre Scritture o dai Tantra. Questi sacrosanti testi furono scritti da rishi provenienti da divinità (Deva). Quindi, un guru è un “dio” che ha percorso o superato pressapoco un milione di epoche.

L’iniziato o lo “schiavo” (‘abd), è l’apprendista di un affermato padrone dal quale apprende la conoscenza, praticando, lavorando, osservando e ascoltando. Ma l’addestramento supera il puro apprendimento o la semplice lettura (l’ottava sfera è il livello più basso d’apprendimento).

Eventualmente, il Bhakti yogi è dedito all’opera nell’ambito di un sistema di coltivazione spirituale associato alla divinità.

Un Bhakti devoto di Mert-Sekert (la dea protettrice delle necropoli), detta anche Mertseger nella mitologia Egizia, corrispondente alla dea Kali dell’Induismo, persevera e si sforza trascorrendo il proprio tempo nella coltivazione dell’energia Shaktica, e forse pratica anche le tecniche sessuali del Tantra.

Possibilmente, diventa un sacrario vivente o un’incarnazione di Kali condividendone i Suoi poteri.

Seppur il principale obiettivo di un Bhakti è la dedizione, questi può far uso di tutte le tecniche impiegate da altri sistemi yogici. Può salmodiare (yoga di mantra) i mantra per Kali praticando il Mantra Yoga. Medita sull’immagine di Kali esercitandosi nel Jnana yoga. È probabile che applichi determinate austerità e prescrizioni (niyama).

Presumibilmente, le visioni della dea sarebbero delle rivelazioni che quest’ultima accorda occasionalmente.

“E per certo Abramo fu una ummah*, devoto ad Allah, onesto, e non fu un idolatra.” (Corano, 16:120)

La dea Iside è il divino archetipo Camitico del Bhakti yoga. La dedizione che presta al marito Ausar, è una metafora per la devozione di un Bhakti a Dio.

Qualche volta, come nel Cantico dei Cantici di Salomone, la devozione di un Bhakti è descritta romanticamente, persino eroticamente.

Quando Ausar (Osiride) fu assassinato da Set (Satana) e tagliato in 14 pezzi, Auset (Iside) ricompose faticosamente tutte le membra del marito Osiride, il quale una volta rianimato, illuminò la moglie con un raggio generando un figlio di nome Oro.

Nonostante le battute d’arresto, le contrapposizioni e le persecuzioni, un Bhakti rimane costante e paziente (in arabo Sabr).

Il tipo Semitico corrispondente a Iside è Maryam (Maria).

“O Maria, sii devota al tuo Rabbi.” (Corano, 3:43)

“E Maria figlia di Imran, che custodì la sua

vagina. Così noi insufflammo in lei del Nostro Spirito e attestò

(saddaqat) il Verbo del suo Rabbi e delle Sue

Scritture, e fu una delle devote.

(Corano, 66:12)

Un Musulmano Bhakti si dedica ad uno dei 99 Nomi (attributi/aspetti) di Dio, e segue le procedure di quell’espressione divina.

Potrebbe diventare un miliardario dedicandosi all’attributo al-Ghani (il ricco), ma deve servire al-Ghani per assistere finanziariamente gli altri.

Va sottolineato che l’attributo al-Ghani è un’ulteriore prova del debito Islamico verso i concetti spirituali Africani. Al-Ghani, l’Arricchito, si rapporta alla parola Ghana che significa “oro”.

Al pari delle suore cattoliche, le donne Bhakti qualche volta sono considerate le mogli di coloro a cui sono devote. Alcuni falsi guru che si dichiarano delle incarnazioni divine, ingannano le giovani donne Bhakti, e approfittando di loro sessualmente, profanano questo rapporto. Questa è pura molestia.

Un iniziato che passa più tempo a guardare la televisione che a coltivare il suo spirito, indica col suo comportamento, che il dio a cui si vota è la televisione, e non Ausar, Het-Heru, ecc…

Un Bhakti dedica il suo tempo alla pratica spirituale. Si trattiene dai comportamenti che ostacolano il suo sviluppo e la realizzazione del suo vero sé.

 

Bibliografia

1.      Amir Fatir, The Bakhti Islamic Yoga of Devotion

2.      Madhusudandasji, Dhyanyogi Shri. Shakti: Hidden Treasure of Power, Pasadena: Dhyanyoga Centers, Inc., 1979.

3.      Muhammad Hamidullah, Le Saint Coran, publié par Amana Corporation, 1989. Muhammad Hamidullah traduce correttamente: “Abraham c’était tout un peuple”, cioè era una ummah, un popolo. Abramo (ﻉ) condivise i valori del popolo di Ur, che era politeista, ma non fu un idolatra.

 
Riferimenti:
 

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31 Mar 2008

L’origine egizia della marichyasana

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Come potete vedere lo yoga ha anche un’origine egizia. Gli studi di un trasferimento dello Yoga dall’antico Egitto all’India stanno prendendo piede.. 

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28 Mar 2008

IL MAHABHARATA ISLAMICO – IL PANDUN KA KARA

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Appartengo allo stesso Mewat che il Mahatma Gandhi aveva elogiato nel 1933, dicendo: ‘Posso far conquistare all’India la sua libertà in 24 ore se l’intero paese riuscisse ad emulare la comunità Meo del Mewat nel suo valore, coraggio e fervore patriottico.’ Ho trascorso i miei anni d’oro tra i Meo. Sono seguaci dell’Islam, ma nelle occasioni sociali inscenano e recitano con fervore l’opera poetica del "Pandun Ka Kara", che si basa sul testo Indù classico del Mahabharata" (Bhagwan Dass Morwal, scrittore indiano)

 

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12 Mar 2008

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A cura del Dott. Zakir Naik

GLI ARTICOLI DI FEDE (IMAAN) ISLAMICI CONFRONTATI CON I DOGMI PRESCRITTI DALLE SACRE SCRITTURE INDÙ

L’Onnipotente Allah dichiara nel Glorioso Corano:

“La pietà non consiste nel volger la faccia verso l’oriente o verso l’occidente, bensì la vera pietà è quella di chi crede in Dio, e nell’Ultimo Giorno, e negli Angeli, e nel Libro, e nei Profeti” (Corano, 2: 177)

È riportato nel Sahih Muslim:

“… Un uomo giunse dal Profeta (?) e gli domandò: Oh Messaggero d’Allah, che cos’è l’Imaan (la fede)? Egli [il Profeta (?)] disse: È dichiarare la propria fede in Allah, nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi Messaggeri e credere nella Resurrezione, nella Vita futura, e nel Qadr, cioè nel destino.”

(Sahih Muslim, Vol. 1, Libro di Imaan, Capitolo 2, Hadith 6)

Così, i sei articoli di fede Islamica sono:

I) Il concetto di Dio (il primo articolo di fede Islamica è il “Tawhid”, vale a dire credere in un Solo ed Unico Eterno Creatore).

II) I Suoi Angeli

III) I Suoi Libri

IV) I Suoi Messaggeri

V) La Vita Futura dopo la morte

VI) Qadr o il destino

Studieremo il punto di vista Induista in rapporto a questi sei articoli. In questa seconda parte, invece, esamineremo il concetto di Dio in queste due importanti religioni alla luce delle loro rispettive scritture osservandone le somiglianze.

CONCETTO ORDINARIO DI DIO NELL’ISLAM E NELL’INDUISMO:

I laici Indù hanno opinioni diverse sul numero delle loro divinità, alcuni credono che siano trentatré, altri mille, altri sosterranno trentatré crore, in pratica 330 milioni. Invece, se ponete questa domanda agli Indù istruiti e versati nelle sacre Scritture, vi risponderanno che credono ed adorano un Unico Dio.

LA DIFFERENZA TRA L’ISLAM E L’INDUISMO STA IN QUEL “DI”…

(Ogni cosa è di “Dio” – Ogni cosa è “Dio”)

La differenza principale tra l’Indù ed il Musulmano è che il semplice Indù crede nella filosofia Panteista, in altre parole che “ogni cosa è Dio, l’Albero è Dio, il Sole è Dio, la Luna è Dio, il Serpente è Dio, la Scimmia è Dio, l’Essere Umano è Dio”; mentre tutti i Musulmani credono che “ogni cosa è di Dio”.

I Musulmani credono che tutto è di Dio. DIO preceduto dalla preposizione “di”, che esprime una relazione d’appartenenza. Ogni cosa appartiene al Solo ed Unico eterno Dio. L’albero appartiene a Dio, il sole appartiene a Dio, la luna appartiene a Dio, il serpente appartiene a Dio, la scimmia appartiene a Dio, l’essere umano appartiene a Dio.

Quindi, la principale differenza tra gli Indù ed i Musulmani è quella relazione d’appartenenza. L’Indù afferma: “Tutto è DIO.” Il Musulmano dichiara: “Tutto è di Dio”, DIO preceduto dalla preposizione “di.” Se riusciremo a risolvere la differenza costituita da quel “di”, gli Indù e i Musulmani saranno uniti.

Il Glorioso Corano dichiara:

“addivenite ad una dichiarazione comune tra noi e voi”, (Corano, 3: 64)

Qual è il primo termine?

“che non adoreremo altri che Allah” (Corano, 3: 64)

Cosicché, addiveniamo ad una dichiarazione comune analizzando le scritture degli Indù e dei Musulmani.

UPANISHAD

Le Upanishad sono una delle sacre Scritture Indù.

I. Chandogya Upanishad

È citato nella Chandogya Upanishad:

Ekam Evadvitiyam” (“È Uno solo senza un secondo.”)

[Chandogya Upanishad, Prapathaka (Capitolo) 6, Khanda (Sezione) 2, Shloka (verso) 1]

“I sad eva, saumya, idam agra asid ekam evaditiyam, tadd haika ahuh, asad evedam agra asid ekam evadvitiyam, tasmad asatah saj jayata”

“All’inizio, mio caro, ci fu un solo Essere, Uno senza un secondo. Alcune persone dicono che al principio ci fu solamente un non Essere, Uno solo, senza un secondo. Da quel non-Essere, l’Essere fu prodotto”

(The Principal Upanishad by S. Radhakrishnan pg. 447 & 448)

(Sacred Books of the East Volume 1, the Upanishads Part I Page 93)

Non sono questi dogmi di fede simili al seguente versetto del Santo Corano?

“Dì: Egli, Dio, è Uno” [Corano, Surah Ikhlas, capitolo 112, versetto 1]

II. Shwetashvatara Upanishad

È citato nella Shwetashvatara Upanishad:

“Nacasya kascij janita na cadhipah”

“Lui non ha né genitori, né pari.”

(Shwetashvatara Upanishad, Adhyaya (Capitolo) 6, Shloka (verso) 9)]

“na tasya kascit patir astiloke, na cesita naiva ca tasyalingam, na karanam karanadhipadhipo na casya kascij janita na cadhipah.”

“Non vi è padrone al suo posto nel mondo, nessun governante, né alcun segno (che lo sostituisca). Egli è la causa, il signore dei signori degli organi sensoriali; Lui non ha né genitori, né pari.

(The Principal Upanishad by S. Radhakrishnan pg. 745 and in Sacred books of the East volume 15, the Upanishads Part II Page 263)

Il Santo Corano racchiude un simile messaggio nel seguente versetto della Surah Ikhlas: “Non generò, né fu generato, e nessuno Gli è pari.” [Corano, 112: 3]

III. Shwetashvatara Upanishad

È citato nella Shwetashvatara Upanishad:

“Na tasya pratima asti” (“Niente somiglia a Lui”)

(Shwetashvatara Upanishad, Capitolo 4, verso 19)

“Nainam urdhvam na tiryancam na madhye na parijagrabhat na tasy pratime asti yasya nama mahad yasah.”

(Niente somiglia a Lui il cui nome è gran gloria).

(The Principal Upanishad by S. Radhakrishnan pg 736 & 737 and in Sacred books of the East Volume 15, the Upanishads part II, Page no. 253)

Confrontiamo i suddetti versetti con i passi del Santo Corano:

“E nessuno Gli è pari.” [Santo Corano, 112:4]

“non v’ha simile a Lui cosa alcuna.” [Santo Corano, 42:11]

IV. I seguenti versetti delle Upanishad alludono all’incapacità umana d’immaginare Dio in una particolare forma:

È citato nella Shwetashvatara Upanishad:

“na samdrse tisthati rupam asya, na caksusa pasyati kas canainam”.

La sua forma non può essere vista, nessuno Lo vede con l’occhio.”

[(Shwetashvatara Upanishad, Adhyaya (Capitolo) 4, Shloka (verso) 20]

“Na samdrse tisthati rupam asya, na caksusa pasyati kas canainam. Hrda hrdistham manasa ya enam, evam vidur amrtas te bhavanti.”

La sua forma non può essere vista, nessuno Lo vede con l’occhio. Chi tramite il cuore e la mente Lo conosce stabilmente diverrà immortale.”

(The Principal Upanishad by S. Radhakrishnan pg. 737 and in Sacred books of the East Volume 15, the Upanishad part II, Page no. 253)

Il Santo Corano si riferisce a quest’aspetto nel seguente versetto:

Gli sguardi non lo raggiungono, ma Egli scruta tutti gli sguardi. È di sguardo sottile e tutti gli sguardi afferra.” [Corano, 6: 103]

BHAGAVAD GITA

La più popolare fra tutte le sacre scritture Indù è la Bhagavad Gita.

La Bhagavad Gita menziona:

“Coloro la cui l’intelligenza è stata sottratta dai desideri materiali adorano divinità minori.”

(Bhagavad Gita, 7: 20)

Questo passo significa: “Coloro che sono materialisti, adorano i semidei”; in altre parole, venerano altre divinità all’infuori del Vero Dio.

È citato nella Bhagavad Gita:

Colui che Mi conosce come il non-nato, Colui che non ha inizio, il Signore Supremo di tutti i mondi…”

(Bhagavad Gita, 10: 3)

Il “non nato”, non si riferisce all’essere individuale. Il Signore resta sempre il non-nato; Egli si distingue perché non fu creato insieme all’universo materiale.

YAJURVEDA

Il Veda è la più sacra fra tutte le Scritture Indù. Ve ne sono principalmente quattro: Rig Veda, Yajur Veda, Sam Veda, e Atharva Veda.

I. È citato nel Yajurveda Bianco:

“na tasya pratima asti” “Non c’è nessun’immagine di Lui… ” Ed è aggiunto: “Poiché Lui non è nato, Egli si merita la nostra adorazione.” (Yajurveda, Capitolo 32, Verso 3)

Non c’è nessun’immagine di Lui, la cui gloria è in verità grande. Egli sostiene in sé stesso tutti gli oggetti luminosi come il Sole, ecc… Possa (Lui) non nuocermi, questa è la mia preghiera. Essendo non nato, Egli si merita la nostra adorazione.” (The Yajurveda by Devi Chand M.A. pg. 377)

II. È citato nel Yajurveda Bianco:

“Egli è il luminoso, il senza corpo, l’invulnerabile, la fonte della potenza, il puro che il male non ha trafitto. Lungimirante, saggio, onnicomprensivo, autoesistente, ha prescritto l’intenzione nelle richieste convenienti per l’Eternità.” (Yajurveda Bianco, Capitolo 40, Verso 8)

(Yajurveda Samhita by Ralph I. H. Griffith pg. 538)

III. È menzionato nel Yajurveda Bianco:

“Andhatma pravishanti ye assambhuti mupaste”

“Profondamente nell’ombra e cechi nel buio cadono gli adoratori di Asambhuti. Sprofondano nell’oscurità più profonda coloro che sono assorti su Sambhuti.” [Yajurved, Capitolo 40, verso 9]

(Yajurveda Samhita by Ralph T. H. Griffith pg. 538)

(Sprofondano nell’oscurità più profonda coloro che sono assorti su Sambhuti, vale a dire coloro che adorano gli elementi naturali quali l’aria, l’acqua, il fuoco, o le cose create come il tavolo, la sedia, l’idolo, ecc… Qui la parola Sambhuti è un’aferesi per Asambhuti)

IV) Lo Yajur Veda menziona anche una preghiera, la cui ripetizione ci conduce sul percorso vantaggioso, che rimuove il peccato evitandoci di deviare ed errare.

“Percorso bello da indurci a ricchezze, Agni, Oh Dio, che conosci tutte le nostre opere e la nostra saggezza. Rimuovi il peccato che ci fa deviare e vagare: meriti la nostra più abbondante adorazione.” [Yajurveda, Capitolo 40, Verso 16]

[The Yajurveda Samhiti by Ralph T. H. Griffith pg 541]

Una preghiera simile si trova nella Surah al-Fatiha del Glorioso Corano:

“Guidaci per la retta via, la via di coloro sui quali hai effuso la Tua Grazia, la via di coloro coi quali non sei adirato, la via di quelli che non vagolano nell’errore.” [Corano, 1: 6-7]

ATHARVA VEDA

I. È citato nell’Atharva Veda

“Dev Maha Osi” (“Dio è realmente Grande.”)

[Atharva Veda, Libro 20, Inno (capitolo) 58, verso 3]

“In verità, Surya, la Tua opera è grande; veramente, aditya, la Tua opera è grande. Essendo la tua opera grande, in verità è la tua grandezza da ammirare: sì, veramente, la tua opera è grande, Oh Dio”.

(Atharvaveda Samhita Vol. 2, William Duright Whitney pg. 910)

Un simile messaggio è dato nel Corano, nella Surah Rad:

“il Grande, l’Eccelso”. [Corano, 13: 9]

RIGVEDA

I) Il più antico ed il più sacro tra tutti i Veda è il Rig Veda. Il Rig Veda afferma che i Saggi (dotti Sacerdoti) chiamano l’Unico Dio con molti nomi.

È detto nel Rig Veda:

“Ekam sat vipra bahudha vadanti”

“I Saggi (i dotti Sacerdoti) invocano l’Unico Dio con molti nomi.” (Rig Veda, Libro 1, Inno 164, verso 46)

Il versetto completo è il seguente:

“Lo chiamano Indra, Mitra, Varuna, Agni, ed è Garutman, il paradisiaco nobilmente alato. A colui che è Uno, i Saggi (i dotti Sacerdoti) invocano l’Unico Dio con molti nomi tra cui Agni, Yama, Matarisvan.” [Rig Veda, Libro 1, Inno 164, verso 46, by Ralph T.H. Griffith, 1896]

(L’uccello celestiale Garuda domina la scena religiosa ed indiana da tempo immemorabile. Nei primi testi, era noto col nome di Garutman. Matarisvan è il respiro cosmico)

Un simile messaggio è dato in un altro passo del Rig Veda:

“Lui, con le ali fiere, sebbene solo Uno in natura, Lo modellano saggi cantanti, con canti, in molte figure (e nomi).”

(Rig Veda, Libro 10, Inno 114, verso 5)

II) Il Rig Veda assegna non meno di 33 differenti attributi all’Onnipotente Dio, parecchi dei quali sono citati nel Rig Veda, Libro 2, Inno 1. Tra i vari attributi citati nel Rig Veda, uno dei più belli è “Brahma.” ‘Brahma’ significa ‘il Creatore’ in Sanscrito, sebbene abbia anche altri significati. Se si traduce Brahma in Arabo, il suo significato è ‘Khaliq’. I Musulmani non hanno nessun’obiezione se l’Onnipotente Allah sia chiamato ‘Khaliq’ o ‘Creatore’ o ‘Brahma’. I Musulmani, però, dissentono completamente dall’idea che ‘Brahma’ sia l’Onnipotente Dio con 4 teste incoronate e con 4 mani (“nauzubillah mina ash-shaytani ar-ragim” ci rifugiamo in Dio da Satana il malvagio). L’Islam si oppone decisamente a questa descrizione perché l’Onnipotente Dio non può essere raffigurato. La visione antropomorfica di Dio non è proposta nemmeno dallo Yajurveda: “Na tasya Pratima asti’ (Non c’è nessun’immagine di Lui) [Yajur Veda, 32: 3]

Un altro attributo leggiadro citato nel Rig Veda, Libro 2, Inno 1, Verso 3, è Vishnu. Uno dei significati di ‘Vishnu’ è “colui che sostiene e governa l’universo.” Il significato di questa parola in Arabo è ‘Rabb’(equivale a governare, signoreggiare, ecc…) L’Islam non fa nessun’obiezione se qualcuno chiama l’Onnipotente Allah col titolo di ‘Rabb’ o ‘Sostentatore’ o ‘Vishnu’, ma se qualcuno sostiene che Vishnu è l’Onnipotente Allah, e che Vishnu ha quattro braccia, due destre e due sinistre, di cui una mano destra sostiene un disco che rappresenta il “chakra”, mentre una mano sinistra regge una conchiglia, o che Vishnu cavalca un uccello o è disteso sopra un serpente, allora, l’Islam si opporrà a quest’immagine di Vishnu associata all’Onnipotente Dio. Simili descrizioni sono anche in contrasto con l’insegnamento dello Yajurveda:

“Egli è il luminoso, il senza corpo” (Yajurveda, Capitolo 40, verso 8)

III. È citato nel Rig Veda:

“Ma Chidanyadvi Shansata”

“Oh amici, non glorificate niente all’infuori (di Lui); così non avrete pene e preoccupazioni. Lodate ripetutamente solo il potente Indra quando il succo è sparso” [Rigveda, Libro 8, Inno 1, verso 1, by Ralph T.H. Griffith, [1896]]

[Significa che gli amici non devono adorare nessuno eccetto Lui, l’Unico Dio. Eviteranno di essere afflitti dal dolore. Lodate solo Lui, il raggiante, il signore della folgore, Indra, il grondante di benefici. Durante la realizzazione del sé (quando il succo è sparso), inneggiate ripetutamente in Suo onore”]

(Rig Veda Samhiti Vol. IX, pg. 1 & 2 by Swami Satyaprakash Sarasvati & Satyakam Vidhya Lankar)

IV. È citato nel Rig Veda:

“I suoi sacerdoti, l’alto prelato ben qualificato ad inneggiare controlla i loro spiriti, sì, controlla i loro santi pensieri. Solo lui che conosce le opere assegna gli uffici sacerdotali. Sì, maestosa è la lode al Dio Savitar.”

(Rig Veda, Libro 5, Inno 81, verso 1, by Ralph T.H. Griffith, [1896])

“Il saggio yogi concentra l’attenzione delle loro menti; e concentra il loro pensiero anche nella Suprema Realtà, che è Onnipresente, Grande e Onnisciente. Egli solo, conoscendo le loro funzioni, assegna agli organi sensoriali i loro rispettivi compiti. Certamente, grande è la Gloria al Divino Creatore.

(Rig Veda Samhiti, Libro 5, Inno 81, verso 1, Vol. 6, pg 1802 & 1803 by Swami Satyaprakash Sarasvati & Satyakam Vidhya Lanka)

Confrontiamolo col seguente versetto della Surah Fatiha:

“Sia lode ad Allah il Signore dei mondi.” [Corano, 1: 2]

V. È citato nel Rig Veda:

“Ya Eka Ittamushtuhi”

“Le lodi siano per Colui che è Impareggiabile ed Unico.”

(Rig Veda, Libro VI, Inno 45, verso 16)

(Hymns of Rig Veda by Ralph T. H. Griffith pg. 648)

VI. È citato nel Rig Veda:

Il Generoso, il Dispensatore.” [Rig Veda, Libro 3, Inno 34, verso 1]

[Hymns of Rig Veda, volume 2, page 337, by Raplh T. H. Griffith]

Non è simile alla Misericordia d’Allah nel Corano?

“Il Clemente, il Misericordioso.” [Corano, 1: 3]

BRAHMA-SUTRA (O VEDANTA-SUTRA)

Nel Brahma Sutra del Vedanta è detto:

‘Ekam Brahm, dvitiya naste neh na naste kinchan”

“Bhagwan ek hi hai dusara nahi hai, nahi hai, nahi hai, zara bhi nahi hai”.

“C’è solo un Dio, senza un secondo, per niente, per niente, nemmeno in piccola parte.”

I versetti Coranici sopraccitati ed i passaggi delle Scritture Indù chiariscono il concetto d’Unità e d’Unicità dell’Onnipotente Allah, il Creatore di tutto il Creato. Inoltre, essi negano l’esistenza d’altre divinità all’infuori dell’Unico Dio. Questi versetti essenzialmente propongono il monoteismo.

Chi studia attentamente le sacre Scritture Indù, comprende che l’Induismo autentico ha una corretta e sana concezione di Dio.

3 commenti

21 Gen 2008

LE SCRITTURE INDÙ INGIUNGONO DI MANGIARE LA CARNE BOVINA

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Nel Nome di Dio, il Clemente il Misericordioso

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24 Apr 2007

L’ATTENZIONE RIVOLTA ALLE DEE YOGINI NEI TESTI PERSIANI E ARABI

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L’ATTENZIONE RIVOLTA ALLE DEE YOGINI NEI TESTI PERSIANI E ARABI”

In Performing Ecstasy: The Poetics and Politics of Religion in India,

ed. Pallabi Chakrovorty e Scott Kugle (forthcoming).

a cura di Carl W. Ernst

Università del Nord Carolina – Chapel Hill

Quando il viaggiatore Italiano Pietro della Valle si fermò nella città dell’India occidentale di Cambay nel 1624, ebbe l’occasione di visitare un tempio fuori città che era il ritrovo di numerosi Yogi. Rimase affascinato da queste pratiche particolari, da quel momento le cercò ininterrottamente fuori dell’India occidentale e meridionale. Dopo averle descritte dettagliatamente nelle sue memorie, aggiunse una lunga relazione sulle loro pratiche:

“compiono gli esercizi spirituali e d’apprendimento secondo i loro costumi (li riunii in un libro che tradussi in Persiano e lo intitolaiDamerdbigiaska, un repertorio raro). Gli esercizi intellettuali e d’apprendimento consistono nell’arte della divinazione, nei segreti delle erbe e in altre cose naturali, nella magia e negli incantesimi; ad essi si dedicano molto vantandosi di destare gran meraviglia. Io includo qui i loro esercizi spirituali, perché secondo il libro suddetto, pensano che da questi esercizi, preghiere, digiuni e varie superstizioni giungano le Rivelazioni; in realtà, si accordano col Diavolo, che appare e li inganna in forme diverse, preavvertendoli di qualche evento futuro. In verità, talvolta hanno rapporti carnali con lui, non credendo, o almeno non professando, che si tratti del Demonio; pensano che siano degli esseri Immortali, Spirituali, delle Invisibili Donne, il cui numero ammonta fino a quaranta [sic]. Esse sono conosciute e distinguibili in varie forme, nomi e comportamenti, sono venerate come Divinità e adorate in molti luoghi con dei rituali strani… E le Scienze dei Gioghi [Jogi o Yogi] ed i loro esercizi spirituali, specialmente quelli dall’atteggiamento curioso, più superstizioso che comune, di predire con la pratica respiratoria, hanno permesso di compiere moltissime e sottili osservazioni, dalle quali ho tratto delle prove autentiche, e anche più di esse, che riporto nel Libro citato sopra, il quale sarà una rarità in Italia, e, se converrà, un giorno soddisferò il curioso facendone una traduzione.”[1]

La relazione di “della Valle” riguardante i testi Persiani di Yoga e contenente le tecniche respiratorie per invocare le divinità femminili e per la divinazione, è di una curiosità impressionante. Quale tradizione Yogica Indiana incarnerebbe questo libro? In quali circostanze scrisse in Persiano questi libri di Yoga tecnico che includono le invocazioni rivolte agli spiriti femminili? Come potrebbe un traduttore preparare il lettore Persiano a questo tipo di soggetto? Quale disciplina Islamica avrebbe potuto meglio presentare lo Yoga e le Divinità femminili?

“Della Valle” fu fluente in Turco, Arabo e Persiano; cosicché il suo piano di tradurre il lavoro dal Persiano all’Italiano avrebbe prodotto il primo studio europeo di un’interpretazione di Yoga Islamico. È straordinario che, nonostante la sua critica teologica agli Yogi, si rese conto che la divinazione e le pratiche respiratorie da loro eseguite fossero efficaci. Sotto quest’aspetto, la sua ambivalenza rivaleggia con quella di molti studenti Musulmani di Yoga. Sfortunatamente “della Valle” sembra non avere adempiuto a questo progetto di traduzione, perché si limitò solamente ad una breve corrispondenza della sua raccolta di manoscritti Orientali con altri studiosi Europei.[2] Il testo Persiano appena descritto fu tra i codici che portò in Italia; l’elenco dei suoi manoscritti orientali fu gentilmente donato al Vaticano nel 1718 dal successore di “della Valle”, Rinaldo de Bufalo, che descrisse questo testo come “un libro magico, tradotto dall’Indiano al Persiano.”[3] Questo lavoro è ancora conservato nella biblioteca del Vaticano.[4]

Qual è l’origine del testo di “della Valle”? Il titolo che gli dette, sembra completamente alterato.[5] Ciononostante, è possibile ricostruire il titolo di questo manoscritto, facendo il paragone tra le sei occorrenze del titolo con la descrizione di un’altra copia conservata ad Islamabad: il titolo originale deve esser stato Kamru bijaksa, o “Il seme delle sillabe di Kamarupa”.[6] Ciò che sorprende è che la copia di “della Valle” sembra copiata per uso personale nel giugno del 1622, due anni prima del suo arrivo in India. Questa copia fu trascritta nella città di Lar, centro abitato esteso della Persia meridionale, in cui “della Valle” soggiornò per alcuni mesi intavolando dei dibattiti scientifici e teologici con gli studiosi Sciiti Persiani.[7] In altre parole, questo trattato Persiano di respirazione Yogica e di tecniche divinatorie, circolava liberamente nei circoli intellettuali dell’Iran. Della Valle ne apprese qui l’esistenza, e ne acquistò una copia per sé. Si preparò così all’incontro con gli Yogi già prima del suo arrivo in India.

In base a queste conoscenze, è più che allettante collegare questo trattato al testo Yogico largamente conosciuto nei circoli Islamici col titolo diAmritakunda o “La Vasca del Nettare”, un testo di Hatha Yoga, il cui manoscritto originale in Sanscrito è andato perduto, ma che fu tradotto due volte in Persiano, in Turco Ottomano e in Urdu da una versione Araba.[8]Il Seme delle sillabe di Kamarupa” circolava apertamente in Iran prima della traduzione della “Vasca del Nettare”; infatti, quest’ultima è citata nell’enciclopedia Persiana del quattordicesimo secolo (il Nafa’is al-funundi Amuli).[9] Le pratiche descritte nel libro di “della Valle”, in particolar modo la divinazione effettuata col controllo del respiro come pure le quaranta e rotte divinità femminili (un impreciso ricordo delle sessantaquattro Yogini), coincidono significativamente al contenuto dei capitoli II e IX della “Vasca del Nettare”. Un esame del manoscritto Persiano di “della Valle” sorregge alcune di queste supposizioni. Il testo contiene una descrizione delle sessantaquattro maghe (e non le quaranta rievocate nelle sue memorie) corrispondenti al culto delle sessantaquattro Yogini; la loro guida è chiamata Kamak Dev, in lei riconosciamo Kamakhya (in Sanscrito Kamaksa) Devi, la feroce dea Tantrica dell’Assam, citata da Muhammad Ghawth Gwaliyari come fonte d’insegnamenti tantrici nella sua traduzione Persiana della “Vasca del Nettare”. Altre somiglianze includono frequenti riferimenti all’acqua della vita (8b, 18b, 19a, 20b, 23a, 28a), ai rituali dell’oblazione (homa) e alla recitazione dei mantra (japa) (37b, 38a, 41b), all’uso dei mandala (38a, 40b), alla visualizzazione dei diagrammi associati ai cakra, al respiro soli-lunare (10b), alle cinque respirazioni per ogni elemento (11a) e all’invocazione delle Yogini, alcune delle quali hanno dei nomi uguali a quelli trovati nella “Vasca del Nettare”. La principale differenza è che “Il Seme delle sillabe di Kamarupa” fornisce un numero d’esempi almeno dieci volte superiore, divenendo simile ad un gran ricettario per occultisti.

Un collegamento esplicito con “La Vasca del Nettare” è suggerito da una parziale, anche se non titolata versione del “Seme delle sillabe di Kamarupa”, trovata in un singolo manoscritto.[10] Questa copia contiene soltanto del materiale sulla divinazione compiuta col respiro e corrisponde al II capitolo del testo Arabo della “Vasca del Nettare”; inoltre, è quasi conforme ad una sezione del manoscritto di “della Valle” (11a-14a). Differisce per essere ulteriormente suddivisa in sei sezioni: 1) incantesimi, 2) domande e risposte, 3) risultati delle buone predizioni, 4) segni della morte, 5) amore ed odio 6) respiro e posture. La prima linea del manoscritto comincia con la seguente frase: “Questa è una copia della versione Indiana (hindawi) del “Bahr-ul-Hayat“ (L’Oceano della Vita) e fu presentata in Persiano. Nella lingua Indiana la chiamano Ahrat[cioè, l’Amritakunda).” Questo commento suggerisce che il curatore di questa versione riconobbe “Il Seme delle sillabe di Kamarupa”rigorosamente connesso all’Oceano della Vita, essendo il titolo della traduzione Persiana della “La Vasca del Nettare” di Muhammad Ghawth. Mentre è indubbia la solidità storica sulla relazione esistente tra le differenti traduzioni Persiane, “Il Seme delle sillabe di Kamarupa” è una probabile descrizione d’alcune tradizioni divinatorie e Yogiche trovate nella “Vasca del Nettare”, ma presentate qui in maniera molto elaborata.

In ogni modo, non conosciamo l'origine del “Seme delle sillabe di Kamarupa”. Il titolo suggerisce un epicentro delle sillabe seme, le unità fondamentali del mantra, le quali giocano un ruolo così importante nelle tradizioni Yogiche e Tantriche. L'allusione a Kamarupa, nel titolo, rafforza il suo collegamento con l'origine mitica della conoscenza esoterica, associata alla regione dell’Assam. L’autore fornisce delle minime informazioni sul testo, tranne un ritornello costante della sua smisurata importanza.

Così dichiara il traduttore del libro: “In India vidi molti trattati completi su ogni scienza. La maggior parte dei loro libri sono in versi. Memorizzano meglio i versi perché la loro natura vi è più incline. Trovai un libro intitolato “Kamrubijaksa” (Il Seme delle sillabe di Kamarupa). È uno dei loro libri preferiti. Hanno una gran fede in esso e contiene due tipi di scienza. Una è la scienza dell'immaginazione magica (wahm) e della disciplina (riyadat). Non hanno alcuna scienza più grande e più potente di questa. Stando a questa scienza, affermano cose che l’intelletto non accetta; ma loro credono in essa, e fra di loro è abituale. Per ognuna di queste cose allegano e mostrano migliaia di prove e dimostrazioni. Circa questa scienza, si è dato un sommario, affermano.

L’altra scienza è chiamata s[v]aroda [vale a dire, divinazione]. I loro saggi studiosi osservano il respiro: se la respirazione è rilassata, compiono delle osservazioni; ma se il respiro è faticoso, lo evitano strenuamente.

Hanno raggiunto la perfezione in questo dominio. La gente comune in India non sa niente di ciò, ma non è privata di questo segreto, né ne sa qualcosa di particolare. Chiamano questa scienza della [lettura] del pensiero (in Arabo damir)» (fols. 2a-2b)..

Al pari della versione Araba della “Vasca del Nettare”, siamo qui confrontati con un libro potente che è dichiarato essere della più alta autorità in India, sebbene sia segreto e conosciuto da pochi. Il traduttore Persiano ritorna frequentemente sui due temi principali che conferiscono all’opera la sua autorità scritturale ed un carattere esoterico ed ignoto.

In un passo scrive:

“Questo libro è conosciuto in tutta l’India e fra gli Indù nessun libro è più nobile di questo. Chiunque impara questo libro e ne conosce l’interpretazione, è considerato un grande studioso ed un uomo saggio. Chiunque sia occupato con la teoria e la pratica di questo libro viene servito, è chiamato Yogi ed è rispettato grandemente. È servito proprio come noi rispettiamo i Santi, i maestri e gli educatori” (15b).

Il traduttore parla d’informazioni raccolte da informatori bramini riguardanti sia la pratica del più “grande nome” di Dio (40b), sia l’invocazione della dea Lakshmi per le relazioni sessuali (43b). Inoltre, testimonia d’aver sperimentato queste tecniche con successo. In molte occasioni il traduttore cita un altro testo simile che era in circolazione all’epoca, denominato “I trentadue versi di Kamak Dev”: si tratterebbe di una composizione poetica in distici rimati Hindi Doha (Doha è un genere di poesia della lingua Hindi e Urdu), i cui versi sono trascritti in caratteri Persiani (26b, 27a, 29a). [11]

Il traduttore sottolinea la sua difficoltà di traduzione: “Lo tradussi dalla lingua Indiana al Persiano faticosamente. Poi lo consegnai ad un gruppo di bramini e di studiosi che lo confrontarono, lo corressero e lo spiegarono. (16a).” Nonostante l’avvertimento del collegio dei saggi sull’uso della terminologia letteraria Araba, in altre occasioni il traduttore confessa che il materiale di cui si occupa è più che oscuro. Dopo aver traslitterato un lungo passaggio di lingua Hindi in caratteri Arabi dichiara: “Presentai questi versi ad un gruppo di studiosi Indiani, bramini e Yogi, ma non seppero spiegarlo, né comprendere le sue parole strane e difficili” (27a). Perciò, non è chiaro se si tratti di un singolo testo o di una selezione di versi proveniente da una fonte orale trascritta.

La struttura del libro non è per niente chiara. La prima parte del libro è divisa in quattro sezioni: il modo di porre le domande (4a), la lettura del pensiero (5b), l’individuazione dei segni della morte (6b), l’amore e l’odio (8b). Poi, viene un’intestazione a grandi lettere che sembra essere una divisione maggiore o un’iterazione: “Il Libro dell’Immaginazione Magica, dalle Scritture dei Saggi dell’India” (14b). Solo due altre sezioni seguono: una tratta il respiro e l’immaginazione magica (16a), l’altra si occupa del culto della Yogini (30b) occupando quasi l’ultima metà del libro.

Come si relaziona questo testo ai temi Islamici? “La Vasca del Nettare” postula che i famosi Yogi Indiani corrispondano ad Elia (A), Giona (A) e Khidr (A). “Il Seme delle sillabe di Kamarupa” che è in antitesi soltanto ai mantra Hindi trasmessi da questi tre Profeti Musulmani, ne aggiunge un altro proveniente da Abramo (A). Questo testo, in ogni caso, fornisce una nuova equipollenza: il seme mantra Sanscrito hrim (scritto in caratteri Arabi rhin) è adesso identificato all’attributo Divino Arabo rahim, “il misericordioso.” Ram e Rahim, costituisce una variante esoterica interessante nel comune gioco di parole sui nomi di Dio tra gli Indù ed i Musulmani. Gli esseri spirituali minori chiamati in Hindi “la dodicesima parte del diametro della luna” (indu-rekha), sono resi in Persiano col termine di angelo (firishta) (53b). Il testo mostra che lo Yoga era praticato disinvoltamente e abitualmente nella società Islamica. Pronosticando col respiro, per esempio, si apprende che un individuo dovrebbe avvicinarsi “al Qadi [Giudice islamico] o all’Amir [termine Arabo per Sovrano]” solamente per un giudizio o per un processo quando il respiro della narice destra è favorevole. Rapporti informali riferiscono di maghi Musulmani che compiono riti magici in un cimitero Musulmano o Indù (47b), in una Moschea o in un Tempio spopolato (49b), e occasionalmente recitano un versetto del Corano, specialmente il versetto del Trono (Ayatu-l-Kursi) (Corano, 2: 255), normalmente dopo la preghiera del tramonto. È riferito che un Musulmano del Broach (un distretto situato nella parte meridionale dello stato Indiano del Gujarat), invocò con successo la partecipazione di una dea Yogini (una delle otto dee femmina create per prestare assistenza alla dea Durga) ai riti insieme ai suoi devoti (talvolta le Yogini sono forme-figure di questa divinità capace di subire decine di milioni di trasformazioni) (37a). L’invocazione alla dea è inserita complessivamente in una cornice Islamica. L’invocazione è rivolta ad Allah e l’encomio al suo Profeta (S):

“Preghiamo e adoriamo che Allah arrechi migliaia di arti e di meraviglie dalla segretezza dell’inesistenza al cortile dell’esistenza, Egli adornò la corte sublime di corpi luminosi, Egli fece le dimore degli Esseri spirituali, Egli dispose la manifestazione del mondo sublunare con una varietà di piante e minerali, Egli fece la residenza ed il soggiorno degli animali, Egli scelse fra tutti gli animali l’umanità, creandola nella migliore forma al grido: “Invero creammo l’uomo nella forma migliore” (Corano, 95: 4), “Sia benedetto Allah, il Migliore dei creatori!” (Corano, 23: 14). Molte benedizioni e saluti innumerevoli siano sulla Guida [cioè, il Profeta Muhammad ()] pura e santa del mondo, il migliore tra i figli di Adamo, le benedizioni e la pace di Dio siano su di Lui e su tutti Loro.”

Alla fine è citato un hadith del Profeta (S) ed alcune allusioni mistiche forniscono il quadro religioso adatto per le pratiche magiche (55a). Queste pratiche rimangono sostanzialmente ambigue, comunque. “Se qualcuno a cui viene aperta questa porta ne farà richiesta, diverrà un Profeta; se è un buono, diverrà un santo, e se è un cattivo, diverrà un mago” (55a). In pratica, si può affermare che per il lettore medio Persiano,“Il Seme delle sillabe di Kamarupa” rientra nella categoria delle scienze occulte, e la sua origine Indiana serve solamente a migliorarne il fascino esoterico. Il testo impiega termini Arabi classici sia per l’astrologia magica (tanjim), sia per la convocazione degli spiriti (ihdar) (30b, 37b) e per il soggiogamento (taskhir) dei demoni, delle fate e dei maghi.[12] Islamizzato, il testo diventa familiare al Musulmano anche quando sono utilizzate delle tecniche per invocare gli spiriti delle dee Yogini dell’India. I canti liturgici o i Mantra degli Yogi funzionano come incantesimi, “afsun”, un termine Iraniano dal significato magico. Sono riconoscibili anche delle tecniche magiche che usano un’unghia ottenuta da un osso (51a) impiegato atrocemente da una bambola del tipo vudù (51b). Un altro metodo, utilizza un pettine ottenuto dalla mano destra di un cane arrabbiato ucciso con un ferro all’interno di un’area adibita alla cremazione (48b-49a).

Il ritratto religioso ed il tipo di saggezza Indiana che affiora dalle pagine di questo manoscritto è davvero stravagante. Si appoggia innanzi tutto all’autorità di Kamakhya, una leggendaria dea dell’Assam (Kamarupa) descritta più dettagliatamente qui di seguito:

“Kamak è una donna immateriale e longeva appartenente alla categoria degli esseri spirituali che gli Indù chiamano dev. Questa Kamak Dev si trova nella città di Kamru, in una grotta nel mezzo delle montagne. I suoi seguaci penetrano in questa caverna ed alcuni di loro la vedono. Ogni giorno le portano del cibo in abbondanza dalla città che ripongono dinanzi all’ingresso della grotta prima di ritornarsene indietro. Quando si recano in un’altra occasione, non la vedono [la rimanenza]. È detto che i servitori di Kamak non l’abbiano raccolta, e questo è vero. Ho visto molte persone che sono andate in quel luogo, e li sentii confermare questo fatto. La spiegazione data è più che sufficiente, cosicché questa scienza non sarà ritenuta indegna e vista con disprezzo, perché si tratta di una grande scienza. Adesso io, giacché esperto, mi impegno a chiarirla e a spiegarla interamente.” (10a)

Altrove, descrive che questa grotta sia accessibile solo ai maghi delineandone le dimensioni farsang (parasanga) per farsang: ” Quando qualcuno entra in quella caverna, si dirige nell’oscurità fino alla sua fine. Vede delle lampade ed un luogo pulito, fragrante, bello.” (15a) Kamru è descritta come una terra lontana, “si troverebbe su di un’isola al termine dell’India e nel mezzo del Mare Cinese, ” essa è la fonte di molte attività esotiche e sensazionali. È detto che la grotta di Kamakhya abbia vicino una roccia da cui sgorghi un fluido bianco (34b-35a).[13] Kamakhya stessa è citata come una fonte per l’apprendimento dei dettagli della pratica Yogica. Il punto essenziale della sua narrazione è di prendere contatto con le sessantaquattro Yogini.

L’adorazione delle divinità femminili note come Yogini sembra aver raggiunto il suo apice in India tra il 9no e il 12mo secolo, ma continuò diffusamente fino al 18mo secolo. [14] Vidya Dehejia ha descritto a lungo il ritrovamento di un tempio all’aperto in cui queste divinità erano onorate. [15]Il Seme delle sillabe di Kamarupa” descrive le Yogini come la chiave per la conoscenza di tutte le cose. All’inizio della sezione sul respiro, è narrato che le sessantaquattro donne proferiscono:

“Per ordine di Dio, il Grande ed il Maestoso, che un giorno ci concesse questa scienza, noi non parleremo di questa scienza. Per Dio, il cui comando si estende ai 18.000 mondi, questo è un giuramento, questa è la scienza dell’immaginazione magica, qualunque cosa avvenga sulla terra e nel cielo è posseduta dai figli di Adamo. Noi riveliamo ogni cosa, tutto quello che accade nel mondo è conosciuto e reso manifesto colla scienza dell’immaginazione.” (16a)

Ed ancora raccontano,

“Per ordine di Dio l’Altissimo, grazie all’insegnamento imperioso che ci hanno dato, tra la Luna ed il Sole si può sapere qualunque cosa accada nel mondo. Noi insegniamo una scienza che ci permette di sapere chi viene, da dove viene e che cosa vuole. Inoltre, questa scienza allunga la vita e rende l’uomo quasi immortale.” (17a)

Il potere delle Yogini rende il veleno innocuo, cura l’ammalato, rimuove il desiderio e permette di controllare tutte le persone e le cose del mondo.Questi “Esseri spirituali” (in Persiano ruhaniyan) sono invulnerabili alla spada e al fuoco, i loro capelli e le loro unghie non possono essere tagliati, parlano a distanza e si spostano in un istante (23b). Ognuna delle 64 Yogini ha un posto particolare in India. Esse si recano in luoghi divertenti a festeggiare, vestite d’oro e gioielli. Indossano corone e ghirlande. Sono riverite dai Deva. Non morirebbero anche se diventassero anziane, e si ammaleranno solo prima del Giorno del giudizio. Hanno l’aspetto di una ventenne (30b-31a). Questi esseri sono i più adorati nell’Induismo ed i devoti gli dedicano degli idoli. “Proprio come noi rispettiamo i Profeti (A) e i Santi; così gli Indù hanno riposto la fede in loro” (31a). Molti dei loro nomi sono noti, anche se la scrittura Persiana lascia molte ambiguità: Tutla, Karkala, Tara, Chalab, Kamak, Kalika, Diba, Darbu (31b), Antarakati (44b, 46b), Chitraki (56a), Ganga Mati (45a), Sri Manohar (45a), Katiri (30a), Parvati (49b), Suramati (44b), Susandari (44b), Talu (30a). Vidya Dehejia ha indicato che le due liste di nomi delle Yogini sono le stesse. La cosa essenziale è il numero canonico delle Yogini raggruppate in gruppi di 7, 8, 9, o 64.[16] Qualche volta gli adepti possono avere delle relazioni sessuali con le Yogini (39a), ma in altri momenti le considerano come delle sorelle e delle madri (46b). “Lei è la Yogini e tu sei lo Yogi” (48a). I benefici derivanti dalla loro compagnia includono denaro (44b) e cibo (48b).

Il testo descrive chiaramente le pratiche religiose Indiane relative al tempio della dea Kamakhya (stato dell’Assam) e delle Yogini in modo originale. I bramini sono citati nel “Seme delle sillabe di Kamarupa” e nella sua interpretazione, ma solo come fonte occasionale d’informazioni. Si tratta di un modello testuale circoscritto, ma su cosa si basa? Nei termini delle categorie che sono oggi disponibili, potremmo probabilmente affermare che questo testo riflette le pratiche cultuali del tempio delle Yogini associate al tantrismo Kaula. [17] Abbiamo anche qualche connessione con i Nath o i Kanphata Yogi; infatti, Matsyendranath è solitamente considerato l’introduttore del culto delle Yogini tra i Kaula, e il nome di Gorakhnath è invocato una volta (51a) nel testo.[18] Di là dalle indicazioni generali, noi troviamo molti passaggi che lo collegano alla tradizione Indù casualmente. Questo testo assume un sistema di nove cakra, contrariamente ai sette cakra comuni alla maggior parte delle scritture Yoga dei Nath (19b, 20a, 25a).[19] Degli esercizi di concentrazione e di meditazione sono dati per elevare la Shakti dall’ombelico lungo la colonna spinale (17b, 18a, 28a). Si trova anche un elenco sui poteri supernormali (Siddhi) (54a).[20] Mantra occasionali contengono la frase “Krishna avatar” (48b, 53a). Una parte tratta del tempio di Mahakala situato ad Ujjain (antica città della regione del Madhya Pradesh e sede del festival religioso Indù del Kumbh Mela) in cui vivono numerosi Siddha o maghi (24b, 37a). La storia del tempio di Mahadev dove il Signore Shiva bevve il veleno che emerse durante il frullamento dell’oceano di latte permettendo la produzione del nettare dell’immortalità, è narrata lungamente (31b-32b).

Mentre lunghi resoconti sono forniti sul tempio della dea Kamakhya, nulla è detto sui sacrifici animali compiuti in quel luogo oggi. L’insegnamento fondamentale del “Seme delle sillabe di Kamarupa”, si basa sull’utilizzo del respiro per divinare e per convocare le Yogini al fine di ottenere i doni richiesti; la meditazione dell’Hatha Yoga è sicuramente collegata a queste pratiche.

Dal punto di vista dello studio Yogico, uno degli aspetti più sorprendenti del testo, è la presenza di numerose ed evidenti rappresentazioni alfabetiche Sanscrite, disegnate certamente da un copista Persiano estraneo a questi caratteri. Alcune di queste parole e frasi somigliano a delle annotazioni irrilevanti incorporate nel testo principale, e per difetto assomigliano nello stile ai numerali Arabi. Altre lettere Sanscrite sono disegnate e visualizzate accuratamente in un formato grande.

Le istruzioni per la visualizzazione sono le seguenti:

“Si prende questa lettera e nel mezzo si traccia un altro carattere alfabetico, che richiama la Shakti dall’ombelico tramite l’immaginazione magica tirandola su, in modo tale che questo carattere alfabetico e la prima lettera siano nello stesso posto.  Immaginale nel centro della testa e fissale col cuore.” (16b)

La copiatura dei caratteri Indiani è qui in contrasto con la tradizione della “Vasca del Nettare”, in cui i mantra Sanscriti sono solamente traslitterati (con vari gradi di successo) in caratteri Arabi.

“Il Seme delle sillabe di Kamarupa” è certamente ricco di terminologia Indiana, ma un vocabolo in particolare presenta un punto interrogativo. Si tratta del termine Arabo-Persiano wahm, solitamente espresso dal vocabolo “immaginazione, ” ma che io traduco qui in “immaginazione magica”. Questo nome ha un significato altrettanto cruciale nella “Vasca del Nettare”, dove “l’immaginazione magica” forma l’argomento principale del capitolo VII. In quest’ultimo testo, diviene un termine generico per i poteri mentali e magici. “È chiamato in vari modi: credenza, certezza, opinione, immaginazione magica, pensiero, fantasia e fantastico… Una preghiera esaudita, l’influenza al fascino dei talismani, i talismani, i nomi [divini], l’incantesimo, la predizione e la santità, sono tutti [attivati] dall’immaginazione magica che è il lavoro del cuore” (VII.1). Il discorso Islamico ordinario assegna a wahm il significato peggiorativo di “illusione” o “pregiudizio.” Wahm ha anche altri significati tecnici nella filosofia Aristotelica: “Facoltà estimativa” (Lat. aestimatio, Gk. sunesis, phronesis) e “immaginazione compositiva” (Gk. phantasia logistike). Mawahm nel senso di “immaginazione magica” presuppone una corrispondenza con alcuni termini Indiani non dichiarati come bhavanadharana, o kalpana. Nel “Seme delle sillabe di Kamarupa” è definita “la conoscenza dei respiri” (16a), e nell’introduzione del traduttore, l’immaginazione magica si collega al vocabolo “disciplina” (riyadat), che è la traduzione Araba-Persiana per eccellenza di Yoga.

Si tratta della spiegazione religiosa più prolissa del “Seme delle sillabe di Kamarupa” che rimane tuttavia ambigua. La presenza delle dee Indù in un testo circolante nei circoli Musulmani complica la faccenda. La storia teologica Islamica ha dimostrato che le pratiche spirituali coinvolgenti le dee hanno sempre attirato l’anatema su quei Sufi la cui fedeltà all’Islam era divenuta dubbia. Nel famoso incidente del cosiddetto romanzo “I versetti Satanici”, Salman Rushdie riferisce che il Profeta Muhammad (S ) avrebbe permesso l’invocazione delle tre dee del paganesimo Meccano citate nel Corano, anche se questo riferimento fu in seguito espunto. Nonostante la veridicità della relazione, è chiaro che le molteplici divinità non sono tollerabili nella teologia Islamica tradizionale. Eppure il sofisticato Neoplatonismo dei Musulmani Illuminativisti in Iran (paragonabile al Platonismo Cristiano di Marsilio Ficino durante il Rinascimento Italiano) permise la traduzione e l’assimilazione di temi “pagani”, divinità, e pratiche, senza che si percepisse il senso di una diversità sostanziale. [21] Un simile procedimento di traduzione accadde pure tra i Musulmani Indiani, ma con considerazioni pratiche più elevate. La conoscenza della divinazione e l’accesso agli spiriti femminili chiamatijogini (Yogini), furono considerati utili dai sovrani Musulmani durante le spedizioni militari in Gujarat alla fine del sedicesimo secolo.[22] Infatti, i governanti Musulmani s’interessarono allo Yoga e alla divinazione più d’ogni altro settore della società, e sotto quest’aspetto la cultura degli spiriti femminili ebbe un posto di rilievo accanto all’astrologia e alle altre arti occulte dimostrandosi utile sulla scena politica e militare.[23]

È molto difficile separare la pratica religiosa dalla magia. Il traduttore del “Seme delle sillabe di Kamarupa” attinse liberamente dai vocabolari Islamici connessi al magico; per lui non c’era una chiara distinzione tra lo status di mago e di santo. È ugualmente difficile separare nel testo gli elementi Indù da quelli Musulmani. Sotto quest’aspetto è possibile confrontarlo con un testo Devanagari sui presagi discusso da Simon Digby; secondo quest’ultimo, l’opera circolava nei circoli Musulmani dell’India occidentale e proveniva da un originale Persiano a sua volta tratto da un precedente testo Jain sui presagi. Il carattere divinatorio del testo, Digby lo mette in relazione ad “un ambiente ingrato, in cui l’uomo fu tormentato da problemi culturali, dal desiderio di progresso, dalle società d’affari, dagli inganni e dalle astuzie dei rivali, dalle cause legali, dagli esiti dei viaggi, dalla riuscita del matrimonio e dal successo dei figli dalla nascita all’età adulta.”[24] “Il Seme delle sillabe di Kamarupa” ha un’ascendenza ugualmente complicata, ma c’è una certa sovrapposizione in termini di preoccupazioni che esso applica. Il traduttore del testo ha certamente una lunga esperienza di quest’insieme di pratiche che considerò di gran beneficio pratico. Le divinazioni effettuate col respiro sono proprio concise e poco poetiche come le predizioni dei testi di Digby; per esempio, ” Se qualcuno viene e dice, “Vado a combattere, ” o “Sto per fare un viaggio, ” se il suo respiro passa dalla [narice] sinistra, permettetegli di andare, è buono ” (4a). Queste domande sono in diretta connessione con la salute, la morte, la guerra, lo stato sociale e le incertezze perenni della vita. Il testo fornisce metodi pratici atti ad influenzare la gente e gli eventi, specialmente nelle prime sezioni del lavoro. I metodi di concentrazione e di visualizzazione hanno cura particolarmente nella seconda metà del testo di superare la magia astratta collegandola alle tradizioni esoteriche elevate che si relazionano al culto delle Yogini e all’Hatha Yoga. Sotto quest’aspetto, può essere confrontato coi numerosi manuali di preghiere Arabe compilati dai maestri Sufi, e circolanti tra i loro discepoli dal 17mo al 18mo secolo in India, i quali contenevano un miscuglio simile d’obiettivi, dal lenimento delle malattie al conseguimento di stati spirituali avanzati. In entrambi i testi Yogici, e nei lavori Sufi, la ripetizione mantrica di certe formule per uno specifico numero di volte si relaziona alla realizzazione del risultato. Varrebbe la pena di tradurre qualche manuale, rivelare le pratiche e gli obiettivi personali con opportuni esempi. In alcuni casi, l’eccessivo numero di ripetizioni del professionista, indica che una persona deve impegnarsi seriamente e lungamente per essere in grado di eseguire questi esercizi. Qualcuno suggerisce che queste pratiche meditative erano utilizzate proprio come oggi usiamo i computer e la rete Internet.

Il traduttore del “Seme delle sillabe di Kamarupa” conclude questa presentazione proclamando ripetutamente e solennemente la suprema autorità del testo ed il suo riserbo. Ritenne che il contenuto del testo non contravvenisse in alcun modo le convenzioni Islamiche religiose che permeano la letteratura Persiana. Possiamo supporre che il presente testo non creò nessun problema di natura dottrinale agli studiosi Sciiti della Persia meridionale. Infatti, furono proprio loro a trascrivere “Il Seme delle sillabe di Kamarupa” per il loro interlocutore Cristiano, Pietro della Valle. Un testo del genere si sottrae alle categorie tipiche della teologia Islamica, forse perché il concetto religioso che lo sostiene è pratico, e non riguarda la purezza dottrinale. Il traduttore osservò costantemente il parallelismo tra la funzione di “esseri spirituali” incarnata dalle Yogini da un lato, e dai santi Sufi dall’altro lato. La prefazione indica che una più vasta teologia naturale assegna alla scienza dello Yoga e “dell’immaginazione magica”, lo status di rivelazione speciale fatta da Dio alle Yogini, perché “qualunque cosa esista in terra e in cielo è di dominio dei figli d’Adamo.”


[1]The Travels of Pietro della Valle in India, dalla Vecchia Traduzione inglese del 1664 di G. Havers, ed. Edward Grey (London: Hakluyt Society, 1892), I, 106-8.

[2]C. Micocci, “Della Valle, Pietro,” Dizionario Biografico degli Italiani (Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana, 1989), vol. 39, pp. 764-68.

[3]Ignazio Ciampi, Della vita e delle opere de Pietro Della Valle il pellegrino (Roma: Tipografia Berbèra, 1880), p. 181, no. 52.

[4]Ettore Rossi, Elenco dei manoscritti persiani della biblioteca Vaticana, Studi e Testi, 136 (Città del Vaticano: Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948), pp. 47-49.

[5]Il titolo Damerdbigiaska dato nel suddetto passaggio è altrove traslitterato come Kamardinjaska. L’edizione Italiana di “della Valle” è intitolata diversamente Kamerdbigiaska, “poiché la copia Persiana non cura le consonanti o le vocali” (ibid., I, 108, n. 2). Gli sforzi coraggiosi di Lach e di van Kley di vedere nel testo di “della Valle” un trattato Jain (Damerdbigiaska sarebbe una corruzione di Digambara) non convincono, sebbene riconoscano a “della Valle” questo riferimento; vedere Donald F. Lach e Edwin J. van Kley, Asia in the Making of Europe, vol. III, A Century of Advance (Chicago: University of Chicago Press, 1993), p. 658.

[6]Kamak Dev, Kamar deni maka [sic], MS 1957-1060/18-1, National Museum, Islamabad, contenente sei capitoli è citato da Munzawi, IV, 2178, titolo no. 3944, MS no. 11777. Io devo la ricostruzione del termine bijaksa a David White dell’Università di California “Santa Barbara”. La somiglianza tra le lettere K, D e U in una precipitosa e scarabocchiata scrittura Persiana aiuta a spiegare la confusione, insieme a tipiche metatesi di S e K (bijaska al posto dibijaksa) nella rappresentazione delle parole Hindi nella scrittura Persiana.

[7]Vedere Rossi, pp. 33-38, 44, 67-68, per i testi Persiani di “della Valle” sulle dispute astronomiche e religiose. Questi includono (pag. 35-36) la traduzione Persiana fatta da “della Valle” di un’opera Latina sulle teorie astronomiche di Tycho Brahe che compose in Goa nel 1624.

[8]Vedere i miei articoli “The Islamization of Yoga in the Amrtakunda Translations,” Journal of the Royal Asiatic Society, Series 3, 13:2 (2003), pp. 199-226; and “Situating Sufism and Yoga,” Journal of the Royal Asiatic Society, Series 3, 15:1 (2005), pp. 15-43.

[9] I riferimenti sono forniti da Ernst, “Islamization.”

[10]India Office, Ashburner 258, fols. 7a-10b. Vedere E. Denison Ross e Edward G. Browne, Catalogue of Two Collections of Persian and Arabic Manuscripts Preserved in the India Office Library (London:  Eyre and Spottiswode), 1902), p. 157.

[11]In un punto (26a) il traduttore afferma, “Sappi che i trentadue versi nella lingua Indiana sono stati trasmessi dai detti di Kamak. Ebbene, Kamak ne scelse alcuni di quelli e ne aggiunse altri ad essi, e questo poema è detto Kamak baray tajanka (?).”Altrove aggiunge, “Questo è un commentario sui trentadue versi di cui alcuni sono scritti nella lingua Indiana. In esso sono citate molte pratiche, vi sono scienze sconosciute e meravigliose che tutti i professionisti dell’immaginazione magica (wahm) ed i maghi approvano e sono soddisfatti” (29a). Una volta (15b) disse, “A dire il vero composero questo libro in 85 versi, e lo poetarono nella lingua Indiana.”

[12] Prima del 12mo secolo, i termini yogin e yogini designavano in primo luogo i maghi, secondo David Gordon White, Kiss of the Yogini: “Tantric Sex” in Its South Asian Contexts (Chicago: The University of Chicago Press, 2003) and, p. 221.

[13] Attualmente, il santuario di Kamakhya nell’Assam si caratterizza per un flusso d’arsenico rosso che nel pensiero tantrico corrisponde al mestruo della dea; vedere David Gordon White, The Alchemical Body: Siddha Traditions in Medieval India (Chicago: The University Of Chicago Press, 1996) pp. 195-6.

[14] White, Kiss, p. 8.

[15]Vidya Dehejia, Yogini Cult and Temples:  A Tantric Tradition (New Delhi:  National Museum, 1986).

[16] White, Kiss, p. 60.

[17]Dehejia, pp. 30, 36; White, Kiss, p. 22.

[18]Dehejia, pp. 74-75.

[19] Mette in risalto che non esiste un sistema unico ed universale di cakra; vedere White, Kiss, p. 222.

[20]Vedere Eliade, Yoga, p. 88, n.

[21]Lo studioso Persiano Mulla Zayn al-Din di Lar da cui Pietro della Valle ottenne il manoscritto il “Seme delle sillabe di Kamarupa” nel 1622, apparteneva ad una setta che riteneva il sole, la luna e le stelle delle intelligenze, e le venerava come angeli di un ordine superiore in grado di intercedere presso Dio e di chiedere la sua protezione” (J. D. Gurney, “Pietro della Valle: The Limits of Perception,” BSOAS XLIX [1986], p. 113).

[22] al-Ulughkhani, Zafar ul Walih, traduz. Lokhandwala, I:333 (testo Arabo, p. 417), e I:377 (testo Arabo, p. 470), narra di un Musulmano del Deccan di nome Hasan, che fu uno specialista in queste arti.

[23] Vedere mio articolo, ““Accounts of Yogis in Arabic and Persian Historical and Travel Texts,” forthcoming in Jerusalem Studies in Arabic and Islam, vol. 32, Yohanon Friedmann Festschrift Volume (2007).

[24]Simon Digby, “Illustrated Muslim books of omens from Gujarat or Rajasthan,” in Indian Art and Connoisseurship:  Essays in Honour of Douglas Barrett, ed. John Guy (Middleton NJ:  Indira Gandhi National Centre for the Arts and Mapin Publishing Pvt. Ltd., 1995), pp. 342-60.

http://www.tradizionesacra.it/attenzione_rivolta_alle_dee_Yogini_nei_testi_Persiani_e_Arabi.htm

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11 Apr 2007

LE SVASTICHE DELLE MOSCHEE E LA SVASTIKASANA

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La svastica rappresenta il fluire ciclico della vita, dell’energia. La svastica è uno dei simboli più antichi ancora esistenti. È un simbolo preistorico antecedente a qualsiasi religione. La rivista Natural History del gennaio 1980 ha pubblicato uno studio approfondito sulle origini e sull?uso della svastica e fa notare quanto segue: ?La svastica è un potente simbolo portafortuna. Questa particolarità, la sua aura di magia, e il suo simbolismo affondano le radici nelle più antiche civiltà mesopotamiche e iraniche. Svastiche scoperte a Samarra, a nord di Baghdad, sul Tigri, e nel primo stadio dell?insediamento a Susa o Susan additano l?antichissima origine del simbolo in Mesopotamia. Pare dunque che Babilonia, fosse il luogo d?origine del simbolo della svastica.”

In sanscrito la parola salute è: «svastya» che vuol dire ?essere se stessi?; dal significato sanscrito la svastica, simbolo solare ad andamento destrorso, crea salute.

La moschea del Venerdì di Isfahan è ricca di mosaici e di molte immagini di svastiche. Questa moschea fu ricostruita e ristrutturata varie volte dal 771 (periodo Selgiuchide) fino ad oggi. Le facciate rivelano numerose svastiche di differenti colori.

Nell’epoca pre-Islamica, probabilmente, sorgeva al suo posto un tempio Zoroastriano al fuoco (Nar). Il Mihrab (la nicchia indicante la direzione della Mecca) presenta delle svastiche Persiane sull’intonaco alla cima dell’arco. I nomi di Ali (A), Allah e Muhammad (S) sono ripetuti 4 volte in caratteri cuneiformi nella Moschea secondo il modello Ariano del “Sole cerchiato” e stelle a 6 punte si trovano sulla cupola.

La svastica delle Moschee dell’Islam corrisponde nell’Hatha Yoga alla postura della Svastikasana (posizione della prosperità). Le varie forme che assume la croce uncinata differenzia le sue varianti (Eka Bhuja Svastikasana, Ardha Svastikasana o Supta Svastikasana).

Questa asana rilassa i muscoli e i nervi che sono sotto sollecitazione permanente, sotto tensione e irritazione. Aiuta a rilassare ed allentare l?attività costante del cuore, cosa che riduce al minimo l?energia vitale consumata. Coloro che soffrono di mal di testa, mal di schiena, flusso abbondante mestruale, di crampi addominali e di stanchezza ne traggono ottimi benefici.

La Svastikasana è una postura di buon Auspicio. È una delle Asana più adatte per la meditazione ed è una versione semplificata della Siddhasana.

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