27 Gen 2012

LA UPANISHAD DI ALLAH O ALLOPANISHAD

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“Al nome Allah fu data un’etimologia Sanscrita. Una nuova Upanishad detta Allopanishad vide la luce. Secondo i Purana, La Mecca è detta Mochoasthan, il luogo di Mocsh-Iswara, una divinità antica.” (The Visva-bharati quarterly, 1928, Volume 6, pag. 55)

  1. L’autenticità dell’Allopanishad nell’Islam
  2. L’autenticità dell’Allopanishad nell’Induismo

 

 1.  L’autenticità dell’Allopanishad nell’Islam

Le Upanishad sono considerate scritture di Divina conoscenza e molti studiosi Indù le ritengono perfino superiori ai Veda. Quest’affermazione è rintracciabile ed esistente in alcune Upanishad, perché l’argomento Vedico è di ottenere piogge abbondanti e raccolti copiosi, nonché ricchezze e grandi quantità di bestiame, mentre le Upanishad impartiscono la conoscenza Divina e insegnano all’anima umana di avvicinarsi al suo creatore e Padrone. Molte Upanishad, così, sono dette complementari o appendici dei Veda, cosicché il capitolo 40 dell’Yajur Veda è dichiaratamente chiamato Ish Upanishad. Allo stesso modo, tutte le Upanishad sono distribuite nei quattro Veda, o esse sono chiamate le loro Upanishad speciali, così l’Allopanishad è un’Upanishad dell’Atharva Veda. Essa è citata fin dall’antichità non solo nel lessico Sanscrito, ma il suo nome esiste anche nella lista delle Upanishad. Inoltre, per sottolineare la sua importanza, fu pubblicata in Gujarati e in altre lingue insieme al testo originale dato che gli editori furono gli stessi pandit Indù.

In questa relazione presentiamo una ristampa fotografica dell’Allopanishad pubblicata da questi pandit. Nagendra Vasu Nath, uno studioso Indù, l’ha riportata nel suo libro voluminoso, Vishwa kosh (Enciclopedia Indica), vol. II, pubblicato a Calcutta, e ha dichiarato che l’Allopanishad è un’eulogia a Parameshwar (Supremo Dio), giacché Allah è il nome di Parameshwar o Brahma.

 

Nel vol. III dello stesso Libro si tentò di dimostrare che non è autentica. L’argomentazione addotta a sostegno di quest’affermazione fu che alla vista di quest’Upanishad molti Indù divennero Musulmani avendola compilata un pandit convertito all’Islam. Bisogna fare le seguenti considerazioni: 1) Come ha fatto a entrare col titolo di Upanishad nelle case Induiste malgrado fosse stata compilata da un pandit convertito? 2) Perché i pandit Indù la ripubblicarono ugualmente come Upanishad durante il suo trasferimento da Calcutta (Bengala) ad Aurangabad (Deccan)? 3) Perché a Bombay i pandit Indù la tradussero, la stamparono e la pubblicarono in Gujarati? 4) Perché i lessicografi di lingua Sanscrita dopo aver esaminato l’Allopanishad compilata da un Musulmano la accettarono come libro e sukt dell’Atharva Veda? L’Arya Samaj fece circolare un buffo argomento secondo cui questo sukt fosse un’interpolazione dell’Atharva Veda, ma non pensarono che in questo modo la posizione dei Veda diventasse dubbia e inaffidabile. Se la compilazione di un Musulmano può trovare un posto nei Veda, che altro i pandit Indù potrebbero inserire in essi? L’esistenza stessa dei sacri Veda da questi guazzabugli letali diventa velenosa e desueta.

La questione è la seguente: tutti i manoscritti dei Veda furono sotto la custodia di un singolo Pandit che si convertì segretamente all’Islam non divulgando di essere un Musulmano? Corruppe così i Veda? Se l’insieme degli altri Pandit adottando e distribuendo per l’intera India tutti i Veda in suo possesso diffusero la stregoneria e l’esorcismo di questo pandit convertito, allora egli stregò la totalità del paese?

Se non fosse così, è certamente miracoloso che nessun manoscritto dell’Atharva Veda sia spuntato fuori dalla casa di qualche pandit senza l’Allah Sukt (il Sukt o l’Inno di Allah), o che questo neo-convertito Musulmano abbia scorrazzato per il paese entrando nelle case dei pandit Bengalesi e Deccani, o di Aurangabad e Bombay, inserendovi l’Allopanishad nelle loro sacre Scritture, mentre nessuno sapesse che i Veda depositati nella sua casa fossero stati corrotti in una notte, o che l’interpolazione fosse così pericolosa giacché conteneva all’interno la Kalimah Musulmana (formula di fede), il nome di Muhammad e la menzione degli attributi Divini di Allah. Inoltre, miracolosamente, tutti gli Indù ritennero che questa compilazione operata da un Musulmano fosse un’Upanishad reale, cioè, una conoscenza Divina e un libro molto superiore ai Veda; i lessicografi della lingua Sanscrita ritenendola un’Upanishad la riprodussero nei loro dizionari con il nome di Allah e la menzione dei Suoi attributi, laddove la lode e il panegirico di Parameshwar celebrati in essa, erano molto diversi dai Veda, ma molto ragionevoli e appropriati. Poter cavare dalle labbra dei pandit Indù la dignità e la distinzione per la parola di Ishwar, se una scrittura è redatta da un Musulmano, è davvero un miracolo nel miracolo. Ancor più prodigioso è che l’autore Musulmano dell’Allopanishad convertitosi all’Islam dopo aver compilato questo libro, non informò nessun altro Musulmano del manoscritto o della sua traduzione, né divulgò il suo nome, contrariamente ai pandit Indù.

Le sciocche asserzioni di questi stupidi sorprendono e addolorano; ma il pensiero che attraversa la mente riguarda quei pandit poveri e spiantati, i quali commisero quest’atto per ottenere degli onori fra i Musulmani. Che cosa attirò e sedusse Raja Radha Kant Bahadur, il ricco e opulento compilatore del Sabda Kalpadram (dizionario di Sanscrito) per scrivere nel suo lessico che quest’Upanishad appartenesse all’Atharva Veda? E come mai l’autore del Wachasptya (l’opus magnus di Taranath Tarkavachaspati), un lessico molto antico della lingua Sanscrita, cita l’Allah Sukt in questo libro molto prima che i Musulmani penetrassero in India?

Pandit Bhagwat Dutta, studioso e ricercatore di cui l’Arya Samaj ne è fiera, ammise che a causa di questo Sukt di Allah, il testo di Atharva Veda è stato manipolato e corrotto; l’ammissione dell’interpolazione nel Veda, è infatti, un atto molto più pericoloso e mortale che accettare l’esistenza dell’Allopanishad in esso. Questi nemici del Dharma Vedico non capiscono che se i Veda fossero dei libri così insicuri e modificabili da chiunque a proprio piacimento, la pretesa di essere testi di rivelazione e conoscenza Divina diventerebbe dubbia e inaccettabile.

I manoscritti dell’Allopanishad pubblicati ad Aurangabad (Deccan), nel Sabda Kalpadram di Raja Radha Kant Bahadur e a Bombay insieme alla traduzione Gujarati, non furono cavati dalla casa di un Musulmano, ma il suo manoscritto ha decorato gli scaffali delle biblioteche dei pandit Indù, i quali consideravano queste sacre scritture più care della loro vita. Essi curarono e custodirono questi testi sacri per migliaia di anni dal tocco di qualsiasi Musulmano, giacché ritenevano che il loro contatto fosse un gran peccato. Per una persona decisa a non accettare una grande e gloriosa verità non c’è rimedio, né cura. Un intellettuale affidabile potrebbe ammettere che i pandit Indù durante la pubblicazione di questi libri abbiano manomesso il testo a causa dei loro pregiudizi religiosi, o perlomeno, abbiano tentato di distorcerlo rendendolo incomprensibile e oscuro; tuttavia, l’idea di inserire qualcosa contro la propria fede è semplicemente assurdo e sciocco.

Nel Bhavishya Purana è citato il nome del Santo Profeta Muhammad, il suo paese e la sua gente, una lode è cantata dai suoi seguaci e la sua religione è chiamata la fede istituita da Dio altissimo; allo stesso modo, nella piccola scrittura dell’Allopanishad, la sacra Kalimah Islamica e il santo nome del Profeta sono citati due volte, nonché uno sforzo è posto sulla recitazione di questa formula di unità Divina. In quest’articolo è pubblicata una copia fotografica di quest’Upanishad insieme alla sua traduzione letterale per gli amanti e per i ricercatori della verità. Per i nostri fratelli Indù, l’argomento è probabilmente definitivo e completo, cosicché ripongano la loro fede e credano nel Santo Profeta Muhammad (la pace e benedizioni di Dio siano su di Lui) secondo la disposizione esplicita dei loro Rishi. Gli insegnamenti sublimi del Profeta rendono liberi da tutti i mali gli intoccabili dell’Induismo e li affrancano dall’odiosa distinzione di casta, ecc… Essi possono arricchirsi con la ricchezza della pura e perfetta Unità Divina credendo solo nell’unico Vero Dio e nei Suoi attributi così come indica l’Allopanishad, la quale li libera e li separa dal culto di alberi, pietre, animali e uomini, facendogli posare il piede sul Percorso Giusto, il percorso della salvezza e della liberazione in questo mondo e nell’Aldilà.

Ecco la traduzione semplice e letterale dell’Allopanishad.

“1) Il nome della divinità è Allah. Egli è Uno. Mitra, Varuna, ecc… sono i Suoi attributi. Allah effettivamente è Varuna, il re di tutto il mondo. Confratelli, alzate lo sguardo perché Allah è la vostra Divinità. Egli è Varuna e come seguaci, riparate le opere di tutta la gente. (2) Egli è Indra. Il magnifico Indra. Allah è il più grande di tutti, il migliore, il più perfetto e il più santo di tutti. (3) Muhammad, l’Apostolo di Allah è il più grande Messaggero di Allah. Allah è l’Alfa, Allah è l’Omega, Allah è davvero il Nutritore di tutto il mondo. (4) Ad Allah spettano le nobili azioni. Allah, in realtà, ha creato il sole, la luna e le stelle. (5) Allah inviò tutti i Rishi, creò il sole, la luna e le stelle. Allah inviò tutti i Rishi e creò i cieli. (6) Allah è il Manifestatore della terra e dello spazio. Allah è grande e non c’è dio eccetto Lui. Oh tu adoratore (Atharva Rishi), recita ‘La-ilaha-illa-Allah’. (7) Allah esiste fin dall’inizio. Egli è il Nutritore di tutti gli uccelli, delle bestie, degli animali che vivono nel mare e di quelli che sono visibili a occhio nudo. Egli è Colui che rimuove tutti i mali e le calamità. Muhammad è l’Apostolo di Allah, il signore della creazione. Di conseguenza, dichiara: Allah è uno, e non c’è altro dio all’infuori di Lui.

 Da questo testo dell’Allopanishad si evince chiaramente ciò che Nagendra Nath Vasu scrisse nell’Encyclopaedia India: “In quest’Upanishad è citata l’Unicità di Allah (Parameshwar) e gli attributi divini, mentre per la sua bellezza e per la sua grazia nessun religioso sano di mente può sollevare qualche obiezione.” La predicazione Divina di Muhammad è citata due volte.

2. L’autenticità dell’Allopanishad nell’Induismo

 “Gli Indù riconobbero in Allah un’incarnazione di Vishnu e nel Profeta Muhammad un ispirato Sadhu. Gli Indù scrissero l’Allopanishad e fecero dell’Imperatore Akbar un Avatar.” (Sir Jadunath Sarkar, India through the ages: a survey of the growth of Indian life and thought, M. C. Sarkar & sons, 1928, pag.70)

“In occasione dell’incoronazione di Akbar, degli Yogi recitarono l’Allopanishad in metri vedici e lo benedissero. La regina Devi Choudharani recitò questi mantra mentre compiva il Tulsi Puja e gli augurò lunga vita. Dopo aver letto l’Hathayoga Pradipika scritto da questi Yogi, Abul Fazl raccontò di uno Yogi dell’India Meridionale detto Allama-Allamaprabhu che seguiva la stessa tradizione.” (Indian literature: Volume 41, Sahitya Akademi, 1998, pag. 175)

 

 Ram Nath, docente presso l’Università di Bombay, ritiene che l’Allopanishad o l’Upanishad di Allah sia stata composta durante il regno di Akbar, sotto la sua direzione, verso il 1580 d.C. in Fatehpur Sikri. Egli dichiara ancora che l’Allopanishad non fu menzionata dallo storico Badaoni giacché allude a essa solo indirettamente. Le cronache Persiane posteriori tacciono sul punto. Dayanand Saraswati la cita completamente attraverso una fonte riservata nella 14° samullasa(capitolo) del suo Satyartha-Prakasa (La Luce della Verità) e prima la pubblicò nel 1939 V.S. (calendario Vikram Samvat)/1882 d.C.1 Il testo è il seguente 2:

Per quanto riguarda il suo significato e le sue implicazioni è tradotta nel modo seguente: “Allah è Mitra, Allah è Varuna.3 Egli sorregge tutte le divinità. Al pari di Varuna, Allah è Onnipotente e sostiene tutto l’universo. Al pari di Mitra, Egli è Onnipervadente (onnipresente, sarva-vyapaka); insieme a Mitra e Varuna, Allah è il dispensatore di Tejas (in Sanscrito fuoco) e di Desiderio — le due cause eterne della creazione. (1).

Egli è Indra, il Signore degli dei; Allah è Hot?4 del Fuoco Sacrificale (yajna); Allah è grande, Allah è il supremo, Egli è uno e tutti e Brahma-rupa. (2).

C’è Allah, Egli è uno e tutto (sarvasva) e Mah?mad Akbar5 è il Suo Profeta. (3).

Allah è la fonte di questo mondo fenomenico (jagat) ed è onnipervadente. (4).

Tutti gli yajna sono compiuti per Lui. Allah è Surya, Egli è Candra e le stelle e tutti i corpi celesti — l’intero tabernacolo celestiale è la Sua manifestazione. (5).

Egli è rsi, Egli è Indra il Signore degli dei ed Egli si è mostrato come Maya- rupa nell’Antariksa. (6).

Allah è prthvi, Egli è Antariksa — infatti, Egli è la completa višvarupa. (7).

Allah è grande, Allah è grande, Egli è uno e tutto e non c’è nessun altro tranne Lui6. (8).7

Allah è Anadisvarupa, Egli è la causa di tutto e i Veda cantano inni per Lui. Lasciate che Dio ci conceda la parte migliore degli esseri umani, degli animali, delle creature d’acqua, dei saggi e delle divinità invisibili (per esempio, Bhutapretayaksakinnaragandharva, ecc…), cioè permettete che questo mondo ci sia propizio. (9).

Allah è shakti, la causa dinamica del mondo fenomenico e il distruttore del male. Allah è grande e Mahamad Akbar è il Suo Profeta. Egli è uno e tutto e non c’è nessun altro tranne Lui. (10).8

Secondo Ram Nath questa nozione dà una lettura veramente interessante, innanzitutto perché, il testo mostra che quest’Upanishad fu composta sotto la direzione dell’Imperatore Moghul Akbar (d.C. 1556-1605) da una o più persone che conoscevano il Sanscrito e l’Arabo. L’Allopanishad è, quindi, uno strano miscuglio di Sanscrito e Arabo e, al tempo stesso, una mistura di pensiero e credo Islamico e Vedico, più precisamente Upanishadico.

I Brahmana dei Veda contengono i testi ritualistici, mentre le Upanishad affrontano il pensiero Vedico e la conoscenza, evidenziando l’aspetto Jnanico invece del karma-kanda. Infatti, la stessa parola Upa-nishad significa il Pensiero più Alto. In origine vi erano poche Upanishad Vediche, per esempio: I’saKenaKatha,Prasna TaittiryyaAitareyaChandogyaBrahadaranyaka e Svetasvatara. Le Upanishad furono in seguito composte di tanto in tanto da Vaisnava, Saiva, Saktae da altre sette, cosicché il processo di creazione di nuove Upani?ad continuò fino al 20° secolo, quando i Pinda-Brahmanda-Upanishad furono scritti da Swami Keshavanand, così attualmente esistono circa 200 Upanishad. Tuttavia, l’insieme di queste Upanishad trasse ispirazione dal pensiero Vedico e discusse il concetto monoteistico del mondo fenomenico. Esse descrissero la divinità suprema come anadiavyaktanirakaraniranjan e sarva-vyápaka.

Il testo dell’Allopanishad coincide anche con il tema fondamentale delle Upanishad Vediche e descrive Allah, il Purusa, in termini identici. È paragonabile così al Mundakopanishad, 2.1.4.:

“La cui fronte è Agni (Dyuloka); la Luna e il Sole sono gli occhi, le direzioni sono le orecchie, il Veda è il discorso, Vayu è il respiro, l’intero universo è il cuore, e la terra apparve dai piedi, la cui divinità, il Purusa, pervade i corpi fisici interi” (Mundakopanisad, 2.1.3.):

Pranamana, tutti gli indriya, l’Akasa, il VayuTejasjala e questa Prthvi - terra madre e dea Indù – che sorregge il mondo intero fu creata da questo Puru?a, cioè Egli è la causa ultima del loro essere” (Svetasvataropanishad, 3.19.):

“(Lui) non ha mani eppure riceve, (Lui) non ha piedi eppure cammina, (Lui) non ha occhi eppure vede, (Lui) non ha orecchie eppure sente; (Lui) conosce tutto ma nessuno lo conosce. I Saggi lo hanno chiamato il Grande Adipurusa.”

Ecco l’essenza dell’Allopanishad:

(Allah è Grande e Mah?mad Akbar è il suo Profeta. Egli è Uno e Tutto e non c’è nessun altro eccetto Lui.)

Dei Bramini raccolsero una serie di 1001 nomi riguardanti ‘Sua Maestà il Sole’ dichiarando l’Imperatore Akbar un’incarnazione di Rama e Krishna e di altri re, e sebbene fosse il Signore del mondo, aveva assunto la sua forma per potersi svagare con la gente del nostro pianeta.

Secondo Badaoni, Akbar fu dichiarato anche il ‘Sahib-i-Zaman’ e varie prove furono raccolte affinché fosse il MAHDI. “Tutto questo rendeva l’Imperatore il più incline a rivendicare la dignità di profeta, forse dovrei dire, la dignità di qualcos’altro (cioè di Dio)”9

L’Allopanishad non fu citata direttamente da Badaoni e il riferimento più vicino nella sua storia è il seguente: “Sua Maestà mi ordinò di tradurre l’Atharban (Atharva-Veda)10…. Un precetto dell’Atharban afferma che nessun uomo si salverà se non legge un determinato brano. Questa frase contiene molte volte la lettera 1 e assomiglia parecchio al nostro ‘La-illah illa’llah’.”11 Ciò leggiamo nell’Allopanishad. Il credo Islamico si è potuto integrare con le divinità Vediche solo nell’epoca di Akbar grazie alla sua visione e al suo coraggio di cavalcare le innovazioni che non importavano molto agli Ulema.

Più convincente ancora è la succitata Kalma (la professione di fede) di Akbar: “Allah è Grande e Mahamad Akbar è il suo Profeta. Egli è Uno e Tutto e non c’è nessun altro eccetto Lui”; essa è il tema principale dell’Allopanishad e il suo pilastro centrale come il suo (cosiddetto) Diwan-i-Khas di Fatehpur Sikri. Anche se sembra strano che un’Upanishad di Allah possa essere composta, non c’è niente di straordinario.

Essa mostra solo il genio del pandit Indiano e l’estrema adattabilità della sua concezione ad accettare e a integrare qualsiasi elemento estraneo nel proprio sistema. Sappiamo per certo che il pandit Indiano ha combattuto con zelo contro la religione atea del Buddha, ma ha accettato il Buddha stesso all’interno suo pantheon onorandolo come un Avatar di Vishnu. Nell’Agni-Purana, già nel quarto secolo d.C., il Buddha avatara era stato così descritto:

“Sto descrivendo la manifestazione (di Vishnu) come Buddha, attraverso la lettura e l’ascolto si ottiene ricchezza. Una volta, nella battaglia tra deva e asura, i deva furono sconfitti dai daitya (i demoni, figli di Diti). Cercarono rifugio nel Signore dicendo: ‘Proteggici! Proteggici!’. Egli (Vishnu), che ha la forma dell’illusione illusoria divenne il figlio di Suddhodana (il Buddha). Illuse quei demoni. Coloro che abbandonarono il percorso stabilito nei Veda, divennero i Buddha.” (Agni-Purana, 1.16.1-3)

L’Allopanishad dà un’idea delle concezioni religiose di Akbar, il quale fu un sincero ricercatore della verità. Dopo aver istituito l’Ibadatkhana (casa di culto), arrivò alla conclusione che la verità non si limita solo all’Islam, essendo relativamente una nuova religione, ma anche le altre religioni hanno una sana filosofia. Gradualmente si indirizzò verso l’Induismo.

L’Allopanishad fu un tentativo sublime di Akbar di fondere e di integrare due culture e due popoli in guerra, un tentativo probabilmente superiore al suo Din-i-Ilahi.12

Note

1.   La prima edizione del Satyartha-Prakasha (La Luce della Verità) conteneva solo 12 capitoli. Due capitoli, rispettivamente il XIII sul rifiuto del Cristianesimo e il XIV sul rifiuto dell’Islam, furono aggiunti in seguito e dapprima pubblicati nel 1939 V.S./1882 d.C.

2.   Satyartha-Prakasha di Dayanand Saraswati (V.S. 2028, New Delhi) pag. 421.

3.   Mitra e Varuna sono divinità Vediche, e.g.

4Rgveda, 10.71.11 dichiara che Hota () (il saggio Rgvedico) legge il rca (o, agnistoma) nel yajnaUdgata  () (il saggio Samavedico) canta i samaAdhvaryu () (il saggio Yajurvedico) legge il yajus (formula sacrificale destinata ad essere mormorata dall’Adhvaryu durante le manipolazioni rituali. La raccolta degli yajumsi costituisce lo Yajurveda) e esegue i rituali del yajna e Brahma () (Il saggio vedico Atharva) scongiura gli spiriti maligni coi suoi mantra magici. Ovviamente, l’Hota conquistò un ruolo di primo piano nello svolgimento degli yajna.

5. Potrebbe anche essere una forma Sanscritizzata di Muhammad Akbar.

6. Può anche significare che Akbar è grande e non c’è nessun altro sulla terra che lo uguagli, o che Akbar è Dio, cioè Akbar è l’Ombra di Dio.

7. È una forma virtuale Sanscritizzata  della dottrina Islamica: “La illaha illilah, Muhammad rasul Allah”.

8. C’è inoltre una forma della dottrina religiosa Islamica.

9. Badaoni, Muntakhabu’t-Tawarikh. II. 295.

10. Abul Fazl lo scrive anche ‘Atharvan’ Cf. Ain-i-Akbari Vol. III op. cit. pag. 219.

11. Badaoni, Muntakhabu’t-Tawarikh. II. 216.

12. Molte sfaccettature della personalità di Akbar sono state ampiamente offuscate dai racconti elogiativi degli scrittori moderni, i quali richiedono una ricerca più minuziosa. Alcuni documenti del presente autore, oltre ai summenzionati, chiariscono certi aspetti della sua personalità estremamente misteriosa permettendone una valutazione: “Depiction of Fabulous Animals (Gaya-Vyala) at the Delhi-Gate of Agra Fort”, Medieval India: A Miscellany, Aligarah Vol. 2 (1972); “ThePersonality of Akbar as revealed in the Inscriptions of Fatehpur Sikri and Agra’, Indo-Iranica, Calcutta, Vol. XXV Nos. 3-4 (Silver Jubilee Number); “Mayura-Mandapa of Akbar in the Agra Fort”, Vishveshvaranand Indological Journal Hoshiarpur, Vol. XI (1973); “Depiction of a tantric Symbol in Mughal Architecture”, Journal of Indian History, Trivandrum Vol. 53 (In press) and “Mughal Concept of Sovereignty as traced in the Inscription of Fatehpur Sikri, Agra and Delhi, (1570-1655)”, Indica, Bombay, Vol. XI No. 2 (Settembre 1974).

 

Bibliografia

1.   Abdul Haque Vidyarthi, Muhammad in world scriptures, Volume 1, Dar-ul-Isha’at Kutub-e-Islamia, 1997

2.   Ram Nath, On the authenticity of the Allopanishad, Lashkar (Gwalior), Journal of the Oriental Institute, University of Baroda, India.

http://www.tradizionesacra.it/upanishad_allah.htm

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07 Gen 2012

IL METODO SUFI DEL RISTABILIMENTO VISIVO

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Perché i Sufi non portano gli occhiali?

Ad eccezione della vecchiaia

per ogni malattia c’è una cura.

 

Detto Sufi

Una volta un Sufi per diverse ore era assorbito nella lettura del Corano. La sua vista era stanca: doveva strizzare gli occhi per analizzare le Sante Scritture. Avendo messo da parte il libro, aveva raccolto da terra le foglie appena cadute di un albero. Esaminando ogni foglia, il Sufi notava la moltitudine delle venature, le linee, una varietà di sfumature verdi, sentiva la polpa vegetale. Passò qualche tempo. Un uomo gli si avvicinò interessato: “Caro, perché guardi da tanto tempo queste foglie? Che cosa pensi? Sei ossessionato da queste foglie, in modo simile al Corano che hai messo da parte un paio d’ore fa!”

Il Sufi rispose: “Continuo a leggere il Corano. Guarda queste foglie – su di esse sono scritte delle magnifiche linee sui misteri della natura!”

In Asia centrale, la gente non porta gli occhiali. La ragione non dipende solamente dal protetto ambiente ecologico: l’aria pura, l’acqua pura e il cibo sano. Molto dipende dal rapporto con gli occhi.

Senza entrare nella terminologia medica, si può dire che la causa comune dell’aggravamento visivo è l’indebolimento delle “radici degli occhi.” Questa debolezza conduce a un cambiamento della posizione della pupilla e, infine, all’alterazione della messa a fuoco. Qual è la ragione dell’indebolimento delle “radici oculari?” Secondo il punto di vista Sufi, la vita umana rappresenta l’avvicendamento di cicli settennali, dalla nascita fino a 7 anni, da 7 anni fino a 14, e così via. Alla fine di ogni ciclo, lo stato di salute generale di tutte le persone peggiora un po’. Se a voi o ai vostri familiari la vista lascia a desiderare, ricordate quando ci furono i primi segni di aggravamento. La maggior parte delle persone indica gli anni che sono prossimi alla fine di un ciclo settennale: sesto anno, dodicesimo o tredicesimo anno, diciannovesimo o ventesimo anno, e così via. Che cosa fa una persona comune che ha un indebolimento visivo? Di norma, si reca dal dottore. Che cosa fa il medico? Prescrivere i farmaci e gli occhiali. In tal modo, questo indebolimento visivo temporaneo, rilevo, si trasforma in un continuo aggravamento visivo perché gli occhi si adattano agli occhiali, in particolare se sono belli come quelli di papà o mamma. Alcuni addirittura considerano gli occhiali un segno d’intelligenza! Molto presto gli occhiali apparterranno alla personalità umana, saranno il suo attributo essenziale e parte del suo Io. La circolazione intorno alla zona degli occhi rallenta, “le radici oculari” diventano passive e vederci poco diventa un’abitudine.

Se accade durante l’adolescenza, il risultato può rimanere per tutta la vita. Per quanto riguarda le abitudini, la gente preferisce morire piuttosto che cambiarle anche solo un po’!

Non a tutti la vista si deteriora in questi periodi sensibili! Sì, non a tutti. Queste difficoltà visive sono associate ai carichi eccessivi di una persona in quei periodi: stress, conflitti e fatica. Ciò contribuisce all’aggravamento visivo.

Tra le altre ragioni dell’aggravamento oculare si ha l’odio, l’invidia, l’ambiente familiare negativo e le insoddisfazioni personali.

Quando una persona è aggressiva, la sua coscienza si restringe come se non vedesse nulla intorno a sé e vede tutto nero. Non sorprende che la gente arrabbiata si lamenti spesso della visione offuscata.

Quando in Oriente a qualcuno la vista s’indebolisce, i membri di ogni famiglia sanno quali esercizi fare, come mangiare e respirare, e così via. Ci vuole tempo, ma l’acutezza visiva è nuovamente ripristinata.

Un approccio più dettagliato del ripristino Sufi, l’ho descritto in un libro speciale. Per chi vuole iniziare adesso, incominci con le traiettorie attivando la zona Sultano, cioè la testa. Vorrei ricordare che nella tradizione Sufi nessuna malattia è trattata separatamente, ma l’uomo è ristabilito nel suo complesso. Indipendentemente dalla funzione che si voglia migliorare, si dovrebbe intraprendere un programma attivo di recupero.

http://www.tradizionesacra.it/metodosufi_ristabilimentovisivo.htm

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19 Nov 2011

SINCRETISMO SCIITA-INDUISTA E PARALLELISMI

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SINCRETISMO SCIITA-INDUISTA E PARALLELISMI

Al tempo del Raj Britannico in India, l’Asciurà fu una data importante nel calendario dei funzionari coloniali, i quali dovettero inevitabilmente confrontarsi con le usanze Sciite e le processioni che sollevavano le ire dei Sunniti e, talvolta, le obiezioni Induiste… Ogni anno gli amministratori Britannici controllavano strettamente ogni colluttazione e disordine, assicuravano il percorso della processione Sciita e regolavano la condotta di ciascuna comunità.

Oggi, gli amministratori Britannici fanno la stessa cosa nell’Irlanda del Nord, tra la tarda primavera e l’estate, nella “marching season” (stagione delle marcie), quando i gruppi Protestanti Orangisti intendono attraversare i quartieri Cattolici.

Il punto principale dell’Asciurà riguardante il lutto (azadari) e le rappresentazioni fastose è paragonabile ai rituali della Quaresima Cattolica come la Settimana Santa, la processione della Via Crucis nel Venerdì Santo e i drammi della Passione che introducono le osservanze della Domenica di Pasqua in molti luoghi.

Anche la pratica di alcuni Sciiti estremisti che versa il proprio sangue attraverso un piccolo taglio inciso sul cuoio capelluto assomiglia ai rituali dei Penitenti, una confraternita Cattolica laica originaria della Penisola Iberica.

http://en.wikipedia.org/wiki/Penitentes_(New_Mexico)

Nelle zone rurali del Colorado meridionale e del New Mexico settentrionale, i Penitenti organizzano speciali rievocazioni della Settimana Santa sulle sofferenze di Cristo. Indossano delle corone di spine, portano delle croci pesanti, e legandosi altresì alle croci sono sollevati da terra. In Asia meridionale, gli Sciiti si riuniscono nelle Hosseyniya (dimore di Hosseyn, la pace sia su di Lui) — note anche come Imambara (tribunali degli Imam) — dove pregano, cantano e si lamentano per la morte di Hosseyn (A). Anche in questo caso si ha un parallelismo con la moradas dei Penitenti (luogo di culto) in cui si fa un voto alle sofferenze di Cristo.

L’Asciurà è un momento di commemorazione e di penitenza per i vizi e per gli errori dell’umanità. La prima osservanza dell’Asciurà avvenne nel 684 d.C., quattro anni dopo la morte dell’Imam Hosseyn (A), quando un gruppo di penitenti si riunì a Karbala con le facce annerite e gli indumenti strappati. Ogni anno, da allora, lo Sciismo continua a condividere il dolore di questa giornata. Gli studiosi hanno attirato l’attenzione sulle somiglianze tra i riti dell’Asciurà e i riti Iraniani pre-Islamici e Mesopotamici che celebrano il rinnovamento cosmico. Altre similitudini esistono tra l’Asciurà e i rituali che circondano la morte di Dioniso nella mitologia Greca, e di Osiride (divinità della morte) nella mitologia Egizia. La narrativa Sciita del dolore e della fede era ugualmente narrata nel linguaggio perenne delle antiche civiltà.

Nel tempo e a notevoli distanze, i fedeli Sciiti adattarono l’Asciurà alla cultura locale. Di conseguenza, la sua osservanza a Lucknow, nel nord dell’India, è abbastanza diversa dalla sua commemorazione di Nabatiye, nel Libano meridionale. In Iraq, centinaia di migliaia di credenti percorrono a piedi lunghi tragitti per giungere a Karbala, a volte sotto la calura torrida estiva, così come a marzo i pellegrini Cattolici marciano tra la cattedrale Parigina di Notre Dame e quella di Chartres in Francia. L’Asciurà nel nord dell’India è un riflesso del contatto con i simboli e i festival Induisti. Molte delle pratiche Sciite Indiane sono riconoscibili da un Indù locale, ma apparirebbero estranee agli occhi degli Sciiti Mediorientali. Nel XIX secolo gli elefanti guidavano le processioni dell’Asciurà reale in Lucknow, mentre la folla trasportava le grandi repliche dei luoghi di culto Sciiti di Lucknow e Iracheni sulle loro spalle per molte ore …. Durante il XIX secolo in Awadh (Uttar Pradesh), gli Indù partecipavano regolarmente all’Asciurà. L’Imam Hosseyn (A) fu considerato il dio della morte: “Il suo cavallo macchiato di sangue e la testa mozzata sollevata in alto sopra doghe Ommiadi ricordava il terribile aspetto di Kali Durga con la sua collana di teschi.” L’influenza Induista modella i rituali dell’Asciurà che si protrae per dieci giorni come la festa della dea Durga. A Hyderabad, nel sud dell’India, è consuetudine per i fachiri Indù dipingere i loro volti con striature rosse, mentre muniti di fruste e tamburi camminano di fronte al corteo principale dell’Asciurà. Si flagellano e chiedono agli spettatori l’elemosina in nome dell’Imam Hosseyn (A). I bastoncini d’incenso bruciano nelle urne secondo la tradizione delle congregazioni religiose Induiste per la preghiera o per la lettura dei canti funebri. Gli abiti degli Indù partecipanti all’Asciurà hanno il colore zafferano della loro religione, che è in netto contrasto col nero indossato dagli Sciiti. Prima di andarsene, i visitatori Indù si chinano sopra le urne e strofinano la cenere dell’incenso sulle loro palpebre, omaggiano l’Imam Hosseyn (A) e ricevono la sua benedizione nei modi previsti dalla loro religione.

In India, il sincretismo tra Indù e Musulmani non riguarda solo il Sufismo e la Bhakti. Ci sono state alcune correnti religiose che adottarono pienamente i sistemi locali nella loro congregazione. Gli Ismailiti sono una di queste fazioni. Lokhandwalla afferma: Gli Ismailiti non ricorrono a scuse o a giustificazioni politiche, accettano la verità d’ogni religione e interpretano l’Islam come lo sforzo ultimo che conferma, sostiene e rivitalizza l’antica verità impartita all’umanità. Hanno sempre sottolineato che ogni comunità e ogni libro ha una sua verità, perciò nessun libro di religione va ignorato nella ricerca della verità e della saggezza… È stato soprattutto il ramo Khoja della religione Ismailita che ha utilizzato la tradizione eclettica dell’Islam per comprendere l’ethos, l’atteggiamento e la tradizione dell’India. I concetti Islamici sono la spiegazione e la continuazione di una fede antichissima. Sono stati elaborati molti parallelismi tra le personalità Islamiche e il pantheon Induista. La parola “Om” scritta in Sanscrito è stata equiparata a ‘Ali scritto in Arabo, e la somiglianza tra i due vocaboli fu evidenziata per trasmettere la corrispondenza e la somiglianza tra le due fedi.

 Descrizione: Descrizione: Descrizione: http://www.tradizionesacra.it/krishna_imamali_file/image004.jpg

Il pantheon Induista di nove avatar fu accettato prontamente e il decimo, il Kalki Avatar, la decima incarnazione di Vishnu attesa o dasa avatara, apparve già in Arabia. La parola Kalki fu rinominata “Nakalanki” nella tradizione Satpanth, il cui significato è immacolato, puro. Quest’identificazione corrispose alla loro convinzione che l’Imam e il Profeta sono senza peccato e puri (mas’um). Il Corano divenne il prediletto Atharva Veda e i cinque Pandava furono equiparati ai cinque corpi puri (panjatan).

Khamsa o panjatan è la forma di una mano con le cinque dita che simboleggia i cinque membri puri della sacra Famiglia: il Profeta Muhammad (S), suo genero ‘Ali (A), sua figlia Fatima (A), e i suoi nipoti Hasan (A) e Hosseyn (A). Nell’Induismo sono i cinque Pandava del Mahabharata imparentati con esseri celesti. La sottostante mano alzata di Shiva significa anche Khamsa o panjatan. È identica alla mano di Fatima (A) nell’Islam.

Muhammad (S) fu a volte l’equivalente di Mahadev, e ‘Ali di Vishnu (http://www.tradizionesacra.it/imamali-krishna-vishnu.htm).

Nell’Induismo, Shiva è sempre raffigurato con una falce di luna sulla testa, mentre un qualunque suo tempio è supposto avere una sorgente d’acqua raffigurante il sacro Gange. Ugualmente, la mezzaluna Islamica o l’hilal è in alto, sui minareti, mentre la fonte Zamzam che sgorga è paragonabile al fiume Ganga (Gange). Non è senza significato che Mahadev, un nome del Signor Shiva, somigli a Muhammad (S) e all’atteso Mahdi (A), suo discendente.

Brahma fu soprattutto identificato col Profeta Muhammad (S), mentre la figlia del Profeta, Fatima (A), fu anche identificata con Shakti e Sarasvati, che nella tradizione Induista è considerata secondo alcuni racconti la figlia di Brahma. Sarasvati è anche la consorte (o Shakti) di Shri Brahma, il Creatore. In questo modo dei ponti furono creati, permettendo al flusso di idee di scorrere tra due mondi completamente differenti.

Tutti i primi missionari vissero e si vestirono da Indiani assumendo nomi Indiani. I Khoja osservano ancora oggi religiosamente l’Ekadasi, il Diwali, l’Holi, ecc… Non erano nemmeno consapevoli del loro credo di appartenenza e fu un Tribunale Inglese che li classificò un ramo dello Sciismo Ismailita.

Per i Meo del Rajasthan, i suonatori del “Pandun Ka Kara”, l’unica versione Islamica esistente del gran poema epico del Mahabharata, il Muharram è l’occasione per partecipare a un mela (festival o incontro in Sanscrito); mentre in un villaggio del Karnataka, il Muharram non lo celebrano solo i Musulmani Sciiti e Sunniti, ma anche gli Indù, che lo chiamano Imam Jayanti (l’anniversario dell’Imam). Jayanti è anche un nome della dea Durga.

Questo sincretismo s’inquadra in un fenomeno di dinamica e integrata acculturazione, in cui le interrelazioni generano allo stesso tempo collegamenti e differenze religiose.

Bibliografia

1) Vali Nasr, The Shia Revival: How Conflicts Within Islam Will Shape the Future, W. W. Norton, 2006), pag. 45-48.

2) J. J. Roy Burman, Hindu-Muslim syncretic shrines and communities, pag. 22, Mittal Publications, 2002.

3) Isabelle Clark-Decès, A Companion to the Anthropology of India, Wiley-Blackwell, 2011.

4) Ali S. Asani, The khojahs of Indo?Pakistan: the quest for an Islamic identity, Volume 8, Issue 1, 1987, pages 31-41, Institute of Muslim Minority Affairs. Journal.

http://www.tradizionesacra.it/shiaindu_parallelismi.htm

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23 Ott 2011

LA LETTERA ARABA NUN, IL VERO CORANO E LA UPAVISTHA KONASANA

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LA LETTERA ARABA NUN, IL VERO CORANO E LA UPAVISTHA KONASANA

“Io sono il Grande Dio che si creò,

anche Nu compose i suoi nomi

per avere le qualità Divine tra la Compagnia degli Dei.”

Pert em Hru

Capitolo 17: 9-10

Il Pert em Hru è la più antica Scrittura sacra del mondo. Il Pert em Hru è un compendio di scienza Egizia e condensa una saggezza millenaria precedente alla sua stesura.

Il Pert è popolarmente, ma in modo errato noto come il Libro Egizio dei Morti, perché i tombaroli Arabi chiamarono le copie trovate “kitaabi-m-mayyit” (libri dei morti). Oggi, alcuni cadaveri vengono sepolti insieme alla Bibbia, mentre gli antichi Egizi spesso erano sepolti con i rotoli del Pert em Hru.

Il titolo tradotto correttamente è “Uscire alla Luce del Giorno,” “Venire Fuori Sveglio” o “Diventare Sveglio”.

Il suddetto passo indica che gli Egizi erano effettivamente monoteisti. Gli Dei non erano altro che “nomi” (attributi di Nu. Tale principio fu mutuato dai Musulmani che considerano i 99 nomi di Allah, attributi del Dio Unico, e non separate Divinità esistenti indipendentemente).

Epistemologia dei concetti religiosi

Quando la chimica ha approfondito gli antichi esperimenti alchimici, dalla relatività emersero e si svilupparono sia la fisica Newtoniana sia la meccanica quantistica; così, anche i principi e i concetti religiosi hanno radici epistemologiche.

L’opinione pubblica ammette volentieri che la democrazia sia stata un processo sviluppatosi dalla Magna Carta, dalla Rivoluzione Francese, dal Senato Romano e dalla Repubblica Greca; essa pensa che la religione si sia spinta nell’assoluto isolamento.

Non fu così. La maggior parte dei principi religiosi furono adottati dagli Africani, mentre Socrate, Platone e Aristotele appresero la filosofia, la saggezza e la democrazia.

La maggior parte degli Occidentali sarebbe scioccata di scoprire che la democrazia fu la forma di governo comunemente applicata in quasi tutta l’Africa per migliaia di anni prima dei Greci, quando questi ultimi erano ancora dei barbari, ma quest’argomento lo affronteremo un’altra volta.

La Rivelazione Divina

Si presume che le idee religiose Occidentali giunsero solo con la rivelazione divina, e quindi nessun collegamento con le radici di quei concetti è riconosciuto.

All’origine di tali presupposti v’è un malinteso completo circa la rivelazione divina e il suo funzionamento.

Le Scuole misteriche Egizie

La mitologia Egizia (simbolicamente scritta scienza, storia e cosmologia) afferma che Ausar (Osiride) viaggiò in tutto il mondo civilizzando l’umanità per farla uscire dalla selvaggitudine.

Che lo storico Osiride abbia fatto un simile viaggio o meno è irrilevante, ma non c’è dubbio che i sacerdoti Osiridei fondarono le Scuole Misteriche (Università) in tutto il mondo conosciuto, e forse anche nelle Americhe.

In questo modo la cultura Egizia si diffuse nel mondo.

Ai più alti livelli di formazione, gli studenti riuscivano a fermare il pensiero facendo discendere la conoscenza dalle regioni più alte (“celesti”) dell’inconscio, da quella particella spirituale che gli Egizi chiamano il Khu (il Chiah nel sistema Cabalistico).

La capacità di ottenere la conoscenza dall’Onnisciente, dalla divinità immanente fu chiamata “saggezza” (intuizione). Essa fornisce la conoscenza diretta e non prevede l’apprendimento attraverso il pensiero simbolico.

La parola rivelazione in Arabo è detta tanzil, il cui significato è “qualcosa inviato giù.” Essa (l’intuizione) scende perché proviene dagli stati elevati dell’inconscio.

Quando la facoltà Khu è completamente coltivata, l’iniziato diventa un profeta, un saggio o un veggente ed è ammesso (lui o lei) nell’Ordine o nella Fratellanza dei Profeti.

I saggi Egizi acconsentirono che la loro conoscenza discese da Tehuti (Thot), la personificazione stessa della saggezza, della scienza, della medicina, dell’arte e della matematica.

Il repertorio della saggezza (Chokmah) non è uguale. La maggior parte dei Profeti Mediorientali ricevette la rivelazione solo da Gabriele, cioè al livello della trance medianica presieduta dalla dea Iside (9° sfera dell’Albero della Vita).

I saggi Greci erano orgogliosi di avere la saggezza di Hermes (8° sfera dell’Albero della Vita).

“Dì: Chi è nemico di Gabriele, che con il permesso di Allah lo ha fatto scendere nel tuo cuore.” (Corano, 2: 97)

Il compito dei Profeti non Egizi iniziati nelle scuole misteriche Egizie fu di adattare o di interpretare questi principi per la gente delle loro terre.

I Profeti non Egizi furono innalzati al livello della profezia.

La conoscenza Egizia pervade tutti i sistemi spirituali del mondo; così, il centro della conoscenza religiosa seppur si sia distorto nel tempo rimane Egizio.

I Profeti Semitici non impararono dal nulla, essi appresero dagli Egizi o da persone che studiarono con gli Egizi.

Uno studio approfondito circa le credenze, i costumi e le cerimonie moderne rivela la loro origine Egizia, Dravidica, Sumera o Babilonese, giacché si scorgono consuetudini e parallelismi:

La Pasqua e il Pesach

L’equinozio di primavera e la Pasqua

Il solstizio d’inverno e il Natale

Il Libro dei Proverbi e le massime di Ptahhotep (sull’influenza Egizia sui Proverbi leggere: Mario Cimosa, Proverbi, pag. 69-70, Paoline Editoriale Libri)

Il battesimo cristiano, il battesimo Egizio e il battesimo iniziatico Vudù

Lo Shalom Ebraico, il Salaam Arabo e l’Hetep Egizio

La Vergine Madre Maria (A) e la Vergine Iside (A)

“Del bestiame vi diede otto coppie” (Corano, 39: 6), otto divinità da Nut

Adamo (A) impose i nomi a tutti gli animali (Genesi, 2: 19-20) e Atem (denominato anche Tem, Temu, Tum e Atum) attribuì i nomi agli animali

La resurrezione di Gesù (A) e la resurrezione di Horus e Osiride

Gesù (A) e Horus camminano sulle acque

La Gehanna e Tuat Egizia (gli inferi)

Il divieto di mangiare il maiale è associato a Seth, perché questa divinità maligna, assassino del fratello Osiride, incarnava il porco

Nella Genesi il serpente è il diavolo perché Apopi avversario di Ra era un serpente cobra

Satana era il demone Seth in Egitto

La circoncisione era un’usanza Egizia, poi Ebraica e Musulmana

Il pellegrinaggio (hajj) è di origine Etiope

Ci sono altri innumerevoli esempi come l’Eucaristia.

Per capire, quindi, le idee spirituali dobbiamo collegarle alle loro radici epistemologiche.

La comprensione della lettera Araba Nun richiede uno studio del Dio Egizio Nun e della sua divina moglie Nunet, noti anche come Nu e Nut.

Quando il Pert em Hru fu compilato Amen (pronunciato anche Amun, Ammon, ecc…) non era ancora considerato un Dio Egizio. Amen fu importato in Egitto dall’Etiopia. La posizione di Amen era ricoperta da Nu. Nu era, metaforicamente, una distesa infinita d’acqua; mentre l’acqua indicata dalle linee ondulate del geroglifico di Nu significa energia.

Nu fu l’energia infinita. La sua polarità opposta, la dea Nut, simboleggia la materia infinita. Così, Nu/Nut rappresenta l’energia e la materia indifferenziata.

Quell’uniforme “pre-Big Bang” stato dell’Essere (e di coscienza) era composto di otto caratteristiche fondamentali:

Nu (Nun) Nut (Nunet)

Hehu Hehut

Kerh Kerhet

Kekui Kekuit

Nu (l’energia infinita) è in coppia con Nut (materia infinita). Sebbene fossero fuse, costituirono la base per le future e famose polarità di Yin e Yang nella filosofia Cinese Taoista.

Hehu (l’infinito temporale) è in coppia con Hehut (l’infinito spaziale). Kerh (le tenebre o la notte) è in coppia con Kerhet (il caos o la confusione) e Kekui (l’inerzia) è in coppia con Kekuit (la quiete).

Gli 8 attributi, forze o “divinità” hanno formato il modello spirituale per tutti i fenomeni distinti: gli 8 filamenti di DNA, le 8 fasi lunari, gli 8 bit che formano il byte, il sistema numerico ottale, gli otto circuiti cerebrali, gli 8 chakra, le 8 direzioni solari e gli 8 Trigrammi dell’I Ching.

Gli oracoli: i computer Spirituali.

Gli oracoli sono basati sul numero 8 e sono solitamente fattori di 8.

L’oracolo I Ching (il Libro dei Mutamenti) ha 64 (8 x 8) esagrammi. Gli Arcani Minori dei Tarocchi (essendo strutturati sull’Albero della Vita) hanno 56 (7 x 8) dichiarazioni o carte.

Nun (Nu) avendo 8 caratteristiche, è la base o gli oracoli.

Un oracolo è un computer spirituale che prevede il probabile risultato di un qualsiasi evento o impresa in base allo stato attuale del proprio spirito.

“Questa è una delle notizie del mondo invisibile che noi ti riveliamo, perché tu non stavi con loro quando consultavano gli Oracoli per decidere chi si sarebbe preso cura di Maria, non eri con loro quando disputavano l’un l’altro.” (Corano, 3: 44)

Ho tradotto nel suddetto versetto la parola “aqlâm” in Oracoli, diversamente da altre traduzioni che utilizzano i termini “canne” o “calami.”

Gli Oracoli sono citati nella Bibbia e nel Corano. Tutte le società antiche avevano i loro sistemi Oracolari. C’era il famoso oracolo Greco di Delfi e gli Ebrei utilizzavano degli oracoli detti Urim e Thummin.

Dato che poche persone raggiungono il livello di saggio o di “oracolo vivente”, gli antichi saggi fornirono a ognuno i modi per accedere alla facoltà di saggezza, per avere successo nella vita e per imparare dalla facoltà onnisciente, arcana e occultata nell’uomo e nella donna.

Gli oracoli consentono quell’accesso.

L’oracolo che uso maggiormente è detto Metu Neter. Fu reintrodotto da Ra Un Nefer Amen che dichiarò di averlo recuperato dal Registro Akashico.

Ho scoperto che l’oracolo è sorprendentemente esatto.

La prima volta che usai l’oracolo chiesi qual era lo scopo della mia vita. La risposta che ottenni fu Maat Hetep (maat hetep significa un cuore compassionevole porta ricchezza e successo). Verificai che questa risposta mi era già nota.

Maat corrisponde a Giove e riguarda la spiritualità, la legge, i tribunali e la filosofia.

Nel mio tema natale, Giove è nella terza casa (comunicazioni) e governa la decima casa (carriera).

Credo che la decima casa mostri lo scopo della vita.

Così, la carta Maat Hetep verificò che dovevo comunicare (terza casa) la comprensione spirituale (Giove) in modo efficace e pratico (Giove in Toro).

Giacché nella mia dodicesima casa il Sole è in quadratura con Giove, sapevo che il mio lavoro e le mie parole erano in opposizione all’autorità governativa (Sole) e sarebbero state gestite segretamente e in modo subdolo (dodicesima casa). L’opposizione riflette esternamente la mia tendenza interiore di mostrarmi un estremista radicale (Sole in Acquario). Dovevo sviluppare la mia capacità di comunicare sensibilmente (Giove), in questo modo la paura e la rabbia del governo si sarebbero notevolmente ridotte.

Qalâm (plurale, aqlâm) in origine significava “piuma”, giacché le piume furono utilizzate per scrivere, poi il termine fu utilizzato per “penna.”

Come una piuma scrive delle parole ordinarie, gli oracoli creano dei vocaboli divini (Metut Neter).

Gli uccelli volano e simboleggiano le regioni spirituali. L’ala fornisce la forza di volare, così le ali a volte rappresentano il pranayama.

Il pranayama (controllo del respiro) altera gli stati di coscienza permettendo la lettura di ciò che Dio ha “scritto”, così la piuma (simbolo di Maat, moglie di Toth o Tehuti) simboleggiò gli oracoli.

“E se sulla terra ogni albero fosse un oracolo e il mare e altri sette mari ancora [fossero inchiostro], non si esaurirebbero le Lettere di Allah. In verità Allah è eccelso, saggio.” (Corano, 31: 27)

Gli alberi si riferiscono ai vari Alberi della Vita nelle differenti culture. Le Lettere sono i poteri del suono, i mantra.

“Salmodia in nome del tuo Signore, che ha creato. Ha creato l’uomo da una cosa aggiunta! Salmodia! Ché il Signore è il Generosissimo, Colui che ha insegnato con l’Oracolo, ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva.” (Corano, 96: 1-5)

I suddetti versi furono le prime rivelazioni Coraniche. Purtroppo, dopo la morte del Profeta Muhammad (S), il Corano è stato risistemato. Ora, quel processo delizioso è gravemente danneggiato.

La Surah 1, “Al-Fatihat,” (L’Aprente) è in verità la Surah 5. Il suo vero titolo è Al-Hamd (La lode).

Gli Arabi hanno usato la mannaia sul Corano dopo la morte di Muhammad (S).

La vera Surah 114 è al momento la 110, ma solo parzialmente. Il versetto finale fu tagliato dall’ultima Surah, e inspiegabilmente inserito nella Surah 5 al versetto 3.

Gli Arabi non otterranno giustizia finché non riabiliteranno il giusto Islam, e l’Islam non avrà ragione finché il vero Corano non sarà ripristinato.

http://www.al-islam.org/encyclopedia/chapter8/4.html (È la posizione sciita sul Corano compilato dall’Imam Ali, la pace sia su di Lui) E ancora: http://www.al-islam.org/protection/3.htm

Un hadith sunnita dichiara: “Eravamo abituati a recitare una sura che assomigliava in lunghezza e rigore alla (surah) Bara’at … E abbiamo usato per recitare una sura che rassomigliava a una delle sure di Musabbihat, e l’ho dimenticata.” Il Libro di Zakat (Kitab Al-Zakat) di Sahih Muslim, hadith numero 2286. *Al-Bara’at, l’Immunità è la nona surah del Corano detta anche at-Tawba. Le sure di Musabbihat iniziano col verbo sabbaha, e nelle sue varianti yusabbihu e sabbih. Esistono molte altre fonti sunnite.

Ne citiamo una. La questione si aggrava quando ci rendiamo conto che il testo di Uthman omise diversi capitoli e versetti inclusi in altri testi. Jalaluddin Suyuti, sapiente e giurista sunnita Shafi’ita, riporta che Aisha disse: “Al tempo del Profeta (S) 200 versi della Surah al-Ahzab [la numero 33] erano recitati, ma Uthman durante la compilazione collezionò solo quelli esistenti…(continua)… Ubay b. Kabb a riguardo della Surah al-Ahzab disse: “Un tempo aveva un numero di versetti come la Surah al-Baqara e includeva il versetto sulla lapidazione che solitamente recitavamo.” (Suyuti, nel “Al-Itqan fi ulum al-Qur’an”, pagina 13 del Capitolo sul Nasikh wa mansukh)

Il testo “Al-Itqan fi ulum al-Qur’an” è on-line:

http://www.deenresearchcenter.com/LinkClick.aspx?fileticket=A9NNlE0TAeo%3D&tabid=98&mid=824&language=nl-NL

Nel Corano è detto: “Alcuni dei Giudei storpiano le parole della Scrittura.” (Corano, 4: 46)

La carta della Morte dei Tarocchi si accorda col Nun. Questa carta è attribuita allo Scorpione. Così il principio di Nun, al pari dello Scorpione, è la trasformazione.

Lo Scorpione governa il segno 8, e questa casa è associata al sesso, alla morte e alla trasformazione.

Scritturalmente, la “morte” significa spesso iniziazione.

“E non dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, ché invece sono vivi e non ve ne accorgete.” (Corano, 2: 154)

Alla maniera dello Scorpione, gli iniziati spirituali veri sono spesso clandestini, operano in segreto, ma sono intorno a noi, seppur “non li vedete.”

Sesso e morte sono così intimamente legati che i Francesi chiamano l’orgasmo “la piccola morte”.

Dato che il sesso generalmente si traduce in eiaculazione, il sesso porta alla morte.

Metaforicamente la morte (iniziazione) porta alla padronanza sessuale, quindi all’immortalità potenziale.

“Lascia che i morti (iniziati) seppelliscano (fisicamente) i loro morti” (Luca, 9: 60)

Il sesso è un’energia trasformativa. L’iniziato sfrutta quella forza potente per trasformarsi in un’incarnazione (santuario) particolare dell’aspetto Divino.

I simboli dello Scorpione sono lo scorpione, la colomba, il serpente, l’aquila, il ragno e il falco (o falcone).

Nella Genesi, il serpente in posizione verticale è un simbolo sottilmente mascherato del pene eretto. Esso eccita (“tenta”) la donna, Eva.

Eva significa “respiro” e rappresenta la forza vitale. http://it.wikipedia.org/wiki/Eva_(nome)

Il serpente le comunica che non morirà se mangia dall’albero. Al contrario, i suoi occhi si apriranno e diverrà come gli Elohim (gli Dei).

L’albero è una nozione della polarità positiva e negativa (“il bene e il male”).

Nella filosofia Taoista, il Ching è l’energia sessuale. L’I Ching, il Libro delle trasformazioni, si riferisce alla forza sessuale.

La forza vitale (Chi, Ra, Kundalini) è per sua natura sessuale (elettromagnetica). Tutti gli oracoli funzionano insieme alla forza vitale.

I 64 esagrammi dell’I Ching sono i più completi oracoli esistenti.

Le 64 lezioni della “Lost Found” Nazione dell’Islam includono una replica dell’Oracolo dell’I Ching, sebbene i membri della Nazione dell’Islam siano adesso ignari della funzione oracolare della Lezione.

“Nûn. Per l’Oracolo e ciò che scrivono!” (Corano, 68: 1-2)

I commentatori Musulmani considerano la Surah 68 la seconda surah del Corano rivelata alla Mecca.

È interessante che le prime due rivelazioni di Muhammad (S) citino gli oracoli.

La Lettera Nun è, infatti, un codice spirituale oracolare. Nu/Nun è il più elevato oracolo.

Per gli Egizi Nun significava l’acqua, per gli Ebrei significa “pesce.”

Nu rappresenta il più alto stato di coscienza raggiunto attraverso la meditazione. Non c’è nessun pensiero o oggettivazione al livello di Nu (Samadhi/Nirvana), e gli Egizi si riferirono alla coscienza come Atem (nessuna cosa).

L’Essere a quel livello ontologico è indifferenziato, ed è perciò Amen (Nascosto).

La mente Amen/Nu non è in movimento (Nirvana) perché niente esiste eccetto la coscienza dell’essere cosciente.

Quello stato originale incondizionato e indifferenziato costituisce la causa fondamentale di tutti gli obiettivi e fenomeni nel mondo. È il Grande Vuoto o il Wu Chi del Taoismo ed è il Samadhi dello Yoga. Nel Buddismo Tibetano è detto Non nato.

La forza di volontà (Hu o Huwa è un nome di Dio nel Sufismo) al livello dell’Amen è totalmente fusa con la coscienza (Samad-Samadhi).

“Dì: Huwa! Allah è Unico, Allah è il Samad (Samadhi), non ha generato, non è stato generato, e nessuno è eguale a Lui.” (Corano, 112: 1-4)

La coscienza e la condizione di Samad è l’unica Realtà. È eterna e assoluta. Non si tratta solamente di una condizione remota, è l’unico Essere energetico che continuamente, in ogni istante, fornisce l’energia subatomica/materia, essendo la vera sostanza della creazione, e anche del pensiero.

La gente ritiene erroneamente che la personalità, il complesso emozionale, abitudinario e la fisicità, sia il vero sé.

La vera spiritualità riconosce quel Sé effimero, transitorio, fittizio e inferiore. Il Vero Sé è l’Atman, l’Amen, l’Ausar, il Brahman o Allah.

“Chi presenta il volto ad Allah e fa il bene, avrà la sua ricompensa presso il Signore, né lo coglierà tristezza o paura.” (Corano, 2: 112)

In astrologia, le parti di un essere includono la Personalità (il Segno Sorgente), il corpo Emozionale (la Luna) e l’Identità (il Sole).

Il Sole indica il Sé. L’Ascendente (il Segno Sorgente) e la Luna appartengono al Sé inferiore, il falso Sé che ci inganna quando pensiamo al vero Sé. Così, la carta dei Tarocchi della Luna denota “l’inganno, i nemici nascosti.”

La personalità appartiene alla persona, è la sua maschera. Nel teatro Greco gli attori portavano maschere. In latino, la parola persona (personae) indicava la maschera che portavano gli attori del teatro. Nella vita indossiamo questa maschera e la confondiamo col nostro Vero Sé, il nostro Ba o Atman. Le maschere sono talmente incollate ai nostri esseri che quando incontriamo la tomba non sappiamo chi siamo realmente.

Al livello Amen/Nu ci spogliamo di tutte le personae (maschere) e vediamo noi stessi e gli altri “nudi senza vergognarcene”.

L’iniziato deve presentare il suo Volto, la sua personalità inferiore e condizionata (jiva) alla parte dell’Essere Superiore (Allah).

I Musulmani pensano che debbano presentare le loro volontà ad Allah. Tale nozione deriva da una traduzione errata dei suddetti versi.

Per esempio, Maulana Muhammad ‘Ali traduce i versi di cui sopra: “chiunque si sottomette…” (Corano, 2: 112)

Il Sé è l’Atman; tuttavia la parola Araba del verso è wajh (faccia, volto).

Quando un iniziato raggiunge il piano di sviluppo di Ba, può mettere e togliere volti a volontà. Questa è la Grande Liberazione della tradizione spirituale.

Supponiamo che tu sia una donna con l’ascendente in Bilancia. Sai naturalmente occuparti e risolvere i problemi che sono in accordo con la natura della Bilancia. Sei affascinante, socievole, attraente e armonizzi qualsiasi ambiente.

Tra i regali che la Bilancia ti concede, vi è anche l’imprigionamento. Siete agganciati ai metodi operativi della Bilancia, ma la vita vi arrecherà problemi che non hanno nulla in comune con la Bilancia.

La liberazione comporta l’assunzione naturale del personaggio appropriato per l’occasione, rendendosi conto che il vostro vero Sé non cambia, non cambierà e non può cambiare.

La dolce Bilancia può trovarsi trascinata in una situazione di belligeranza. Le sue doti artistiche e socializzanti non sono in grado di tenerla in vita sul campo di battaglia. Ha bisogno un po’ di Ariete e di Marte, poiché entrambi si occupano della natura orribile della guerra.

Un iniziato può cantillare “Aung Hring,” l’heka di Marte, per trasformarsi istantaneamente in Herukhuti (anche chiamato Heru-Behutet), l’archetipo (“il Dio”) della guerra. O si potrebbero evocare (“chiamare vicino”) le caratteristiche latenti di Neith o Inanna (il guerriero femminile) dentro di sé.

Siamo diventati molto attaccati alla nostra persona, perché non capiamo che siamo nati con certi tratti riguardanti una fase del nostro sviluppo. “Ha creato l’uomo da una cosa aggiunta.” (Corano, 96: 2)

Infine, abbiamo la scelta di sacrificare la nostra natura animale interiore per abbattere i nostri idoli attuali.

Un versetto del Corano dichiara che tutto perirà eccetto il Volto di Allah [“E solo resta il Volto del Signore” (Corano, 55: 27)]. L’unico Volto vero (la personalità) è Dio.

Gli oracoli narrano quale faccia divina è coinvolta in una particolare impresa e, qual è la latente.

Il Dio Min

Min è l’archetipo Egizio della potenza sessuale maschile. La sua icona lo mostra in piedi sopra un pilastro mentre si masturba in cima a una colonna con la mano sinistra, la mano che rispedisce l’energia verso l’interno.

Così Min rappresenta la ritenzione del seme. A-min (Amen, Amon, o Nu) è la più elevata formazione del principio e della pratica di Min.

Perciò, vediamo adesso la connessione tra Nu, lo Scorpione e la casa VIII del sesso.

La sessualità dello Scorpione non è per niente esteriore. Naturalmente, oggi molti Scorpioni sono oltremodo sessuali e, non conoscendo il tantra, “lo fanno” quasi incessantemente.

Ma la forza sessuale dello Scorpione è veramente nascosta in profondità. Significa che bisogna rindirizzarla nel corpo, realizzando così l’immortalità, la trasformazione e la rigenerazione.

Il Pert parla con orgoglio dell’Anziano sempre giovane che si rinnova ogni giorno.

La padronanza di conservare il seme (Mim) è un attributo rilevante per diventare “l’Ausar.”

Il geroglifico di Amen è un ripiano per la macellazione dell’ariete. Esso simboleggia il sacrificio (la sublimazione) dello stimolo eiaculatorio.

Attraverso la perfezione di quest’arte è possibile diventare Osiride e accedere alla mente divina (Tahuti, l’autore di tutti gli oracoli).

Col tempo si diventa un oracolo vivente (un profeta).

“Il celibato” tra i profeti

La parola “peccato” deriva da un vocabolo Sumero che significa “sciupare lo sperma.”

Nell’uomo, le cellule spermatiche sono simili a un piccolo Chi contenuto nelle batterie. Maggiore è il numero delle batterie, maggiore sarà la potenza di Chi disponibile.

Gli uomini perdono il potere del Chi attraverso l’eiaculazione. Le donne lo perdono attraverso le mestruazioni.

I maestri imparano a godere del sesso forte, sperimentano il corpo intero e gli orgasmi maschili multipli senza eiaculare. Alcuni maestri furono chiamati “casti” e “celibi” nelle Scritture.

“Il monachesimo lo innovarono loro (e non fummo noi a prescriverlo) per ricercare il compiacimento di Allah. Ma non lo osservarono come avrebbero dovuto.” (Corano, 57: 27)

Il “celibato” dei sacerdoti Cattolici e altri tipi di asessualità sono creazioni umane, non sono prescrizioni Divine. I sacerdoti furono invitati a ricercare il piacere di Dio (trance estatica), ma essi negarono ogni attività sessuale. “Essi non lo osservano col dovuto rispetto.”

L’innovazione Cattolica sta lacerando al momento la Chiesa, mentre emerge la segretezza sessuale di alcuni sacerdoti.

“Allah vi dà una buona novella di Giovanni, che confermerà una parola venuta da Allah, e onorevole e casto, e profeta che riconcilia” [Salihin]. (Corano, 3: 39)

Giovanni Battista è qui chiamato hasur (“casto”, in mancanza di una parola più precisa). Significa che ha conseguito la padronanza della ritenzione spermatica divenendo in tal modo un veggente (profeta).

Le donne iniziate che raggiungono la padronanza della forza sessuale femminile sono anche considerate “caste”.

“E avranno con loro fanciulle caste, bellissime d’occhi, come bianche uova protette.” (Corano, 37: 48-49)

L’espressione “uova protette” allude alla soppressione mestruale delle iniziate al sesso. Gli “occhi bellissimi” si riferiscono agli effetti della coltivazione sessuale sull’occhio fisico e al risveglio del Terzo Occhio (facoltà psichiche).

La perfezione di questo processo trasforma le maestre (donne) in una “vergine.”

La “Vergine” nel codice scritturale non ha nulla a che fare col rapporto sessuale. Indica la perfezione di immagazzinare gli ovuli (cellula uovo) nel corpo per moltiplicare il potere del Chi.

Così, abbiamo il concetto di Vergine Maria (A) e di Vergine Iside (A), le quali avevano una vita sessuale attiva pur essendo eternamente vergini.

I profani ignoranti, accusano le iniziate di prostituzione, perché non comprendono la spiritualità sublime di tali sacerdotesse e la loro benedizione sessuale.

“In verità coloro che per ignoranza calunniano le donne oneste, incaute ma credenti, saran maledetti in questo mondo e nell’altro e toccherà loro castigo tremendo.” (Corano, 24: 23)

Maria (A) fu accusata di fornicazione e di essere una puttana dalla “maggioranza morale” e ignorante del suo tempo.

“È Allah invece che ha sigillato i loro cuori… per via della loro miscredenza e perché dissero contro Maria calunnia immensa.” (Corano, 4: 156)

“O sorella di Aronne, tuo padre non era un empio, né tua madre una prostituta.” (Corano, 19: 28)

Proprio come la ritenzione spermatica maschile comporta la padronanza della respirazione testicolare, il dominio della sfera sessuale femminile è collegato alla respirazione ovarico/vaginale.

“E Maria, figlia di Amran, che conservò la sua vulva. Insufflammo in essa il Nostro Spirito, e che credette (salmodiando) alle parole del suo Signore, e nei Suoi Libri, e fu una delle donne devote.” (Corano, 66: 12)

Il Nun o l’Oracolo risponde alla forza vitale (forza sessuale o libido) nelle persone. Il mescolamento delle carte o il lancio dei sassi determina dei piccoli cambiamenti nel nostro sistema nervoso che apporteranno e mostreranno la dichiarazione dell’Oracolo.

Un passo del Pert em Hru dichiara: “Non ho avuto nessun rapporto sessuale con una donna.” Un altro afferma: “Non ho giaciuto con gli uomini.”

Quindi, con chi ha fatto sesso l’iniziato?

Ha fatto sesso con Iside, Nefti, Hathor, Diana e Kali.

In altre parole, l’iniziato immagina sua moglie come la manifestazione della Dea, ed è con la Dea che si unisce.

La donna immagina il marito come Ra, Osiride, Heru, Krishna, ecc… Si unisce col Dio.

Ecco perché molti Re Egizi rivendicarono la figliolanza di Ra e non di un qualsiasi mortale.

La postura yogica del Nun è la Upavistha Konasana.

Kalimaat: le Lettere Oracolari

Le dichiarazioni dell’oracolo di Ifa nella religione Yoruba furono chiamate Odu (lettere).

In molti punti del Corano le lettere oracolari della parola kalimaat comunicano il suo significato occulto.

“Adamo ricevette parole dal suo Signore.” (Corano, 2: 37)

Adamo (A) qui rappresenta l’Atman o la divinità interiore, quel livello di coscienza “caduto” e “dimenticato.” Cadde da uno stato spirituale in un centro illusorio e materiale di coscienza dimenticando la saggezza universale che ogni vita ha immagazzinato all’interno.

Questa “discesa” si riferisce all’umanità, sia collettivamente sia in modo individuale. Ogni vita simbolizza tutte le cose conosciute che poi sono dimenticate.

Quando ad Adamo (A) furono insegnate le lettere oracolari (kalimaat) [“insegnò ad Adamo i nomi di tutte le cose” (Corano, 2: 31)] gli fu mostrata misericordia; in tal modo, accedette alla sapienza divina immagazzinata nel suo subconscio (Ausar sul fondo del Nilo) nonostante la sua ridotta capacità mentale.

Il suddetto versetto del Corano (66: 12) sostiene che Maria (A) credette sinceramente alle lettere (cantillandole) del Suo Signore. Per mezzo di dichiarazioni oracolari, Maria divenne maa kheru (vera di parola), cioè, imparò a usare efficacemente le parole di potere.

Le lettere oracolari forniscono anche le parole di potere e le lettere mantriche che sono espressioni o modalità energetiche di particolari chakra.

La lettera Tam (“T” o Ta in Arabo) è una “lettera petalo” dell’anahata chakra (cuore). La lettura di un oracolo del Metu Neter riguardante la salute che è riportata nella carta di Heru o Horus (Sole/cuore) includerebbe anche la lettera Tam. Si potrebbe, pertanto, cantillare “Om Tam Hrim”, indossando o visualizzando il colore giallo per attivare le forze curative.

Maria (A) occupa la posizione di Iside (A) nelle tradizioni Semitiche di saggezza. Similmente a Maria (A), Iside (A) fu anche accusata di essere una puttana.

Per la sfida al trono d’Egitto, Set accusò Heru (Horus) di nascita illegittima giacché Ausar morì prima del suo concepimento.

Maria (A) rappresenta il livello ricettivo della mente subconscia e gli stati di trance medianica.

L’obiettivo del meditante è di collocare e di radicare all’immagine e alla lettera (mantra) un’istruzione oracolare nello stato ricettivo (stato alfa) affinché crescano all’interno del subconscio.

Le lettere dei Tarocchi

Ogni carta degli arcani dei tarocchi fornisce una delle 22 lettere Ebraiche (kalimaat) utilizzabili come un mantra.

Il mantra (e l’immagine associata) infine rivelerà e scaricherà le informazioni che forse non potevano essere ottenute facilmente con mezzi ordinari. Questa conoscenza scaricata è la “rivelazione”.

Il Nun come abbiamo visto corrisponde alla carta della Morte.

Utilizzando l’oracolo dei tarocchi, si ottiene una maggiore conoscenza (avendo ricevuto la carta della Morte in lettura) visualizzando e cantillando la carta del Nun.

Ma c’è di più. Lo Scorpione è il segno astrologico della carta della Morte, mentre Marte è il pianeta governatore dello Scorpione. Un meditante, perciò, potrebbe visualizzare la carta della Morte e cantillare l’heka di Marte includendo la lettera Nun nella seguente litania: “Aung Hlring Nun Hrah.”

Gesù (A): un Oracolo Vivente

Quando il centro coscienziale di una persona è al livello spirituale del Khu (Chiah), questa persona diventa un profeta o un oracolo vivente. Un tale individuo non consulta gli oracoli esterni, e gli altri lo (o la) consultano come guida divina.

Infatti, nel Nuovo Testamento, una donna animata proclamava che Gesù (A) “mi ha detto tutto quello che ho fatto” (Giovanni, 4: 29). Era un Oracolo vivente.

“Ché il Messia Gesù, figlio di Maria non è altro che il Messaggero di Allah, il Suo Oracolo [Kalimaat] che Egli depose in Maria, e uno spirito [Ruh] da Lui esalato.” (Corano, 4: 171)

Il termine Kalimaat può anche essere tradotto “parola”. Il Nuovo Testamento si riferisce a Gesù (A) come “la parola”, che significa “l’oracolo (vivente).”

Quando il mantra e l’immagine sono condotti allo stato meditativo (Maria/Iside), una nuova coscienza (Gesù/Horus) nasce come “padre divino” (il seme o il mantra che è l’essenza condensata di Dio).

Il manifestarsi di quella nuova coscienza comporta il suo nutrimento (la Madonna col bambino al seno) fino al raggiungimento della maturità. A quel punto, la nuova intelligenza (Ruh + spirito che è uguale al Ruach Ebraico o all’intelletto) può riferirsi “all’opera di mio padre”: «l’opera del Padre e l’opera del Figlio sono sempre simultanee: Il Padre mio opera sempre, e anch’Io opero» (Giovanni 5: 17). Si tratta di agire nel mondo secondo la natura del mantra che l’ha creata.

Il Pesce Nun

In Ebraico Nun significa “pesce.” Nell’Ordine Nazareno Esseno, l’iniziato fu chiamato pesce.

Simile a un iniziato affronta la morte (la carta della Morte) del vecchio personaggio rinascendo e trasformandosi (Scorpione) in una nuova coscienza.

Gesù (A) di Nazareth

Al tempo di Gesù (A) , la città di Nazareth non esisteva. I traduttori della Bibbia commisero un errore. Il Nuovo Testamento si riferisce a Gesù (A) il Nazareno.

I Nazareni erano un ordine spirituale. L’ortografia reale è “Nasara”. Significa effettivamente l’ordine di Ausar.

Ogni completo iniziato Egizio è “l’Ani Ausar (Osiride Ani)” o “l’Ausar Nefert”, ecc…

Gesù (A) il Nazareno effettivamente trasmette la sua iniziazione all’ordine Nazareno/Ausariano.

Bibliografia

  1. Amir Fatir, The Arabic Letter Nun
  2. The Quran Compiled by Imam Ali
  3. Jalaluddin Suyuti, Al-Itqan fi ulum al-Qur’an
  4. Mario Cimosa, Proverbi, pag. 69-70, 2010, Paoline Editoriale Libri
  5. Sull’Ordine Narazeno Esseno: http://essenes.net/index.htm

http://www.tradizionesacra.it/letterarabanun_upavisthakonasana.htm

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01 Ago 2011

Artropatia

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L’ARTROPATIA

I guaritori Bulgari credettero che il dolore, il gonfiore e le deformità delle articolazioni fossero causati da disturbi dell’equilibrio energetico nell’organismo intero, i quali conducono a cambiamenti funzionali degli organi interni. I guaritori sottolineano il collegamento diretto tra l’attività renale e i disturbi articolari.

La diagnosi energetica può mostrare non solo i disturbi renali, ma anche del fegato, della cistifellea, della milza, ecc… Pertanto, il punto essenziale nel trattamento delle articolazioni è la rimozione della causa reale della malattia.

Si consiglia di eseguire la terapia energetica influenzando allo stesso tempo le articolazioni e gli altri organi. A questo punto, applicare in modo efficace il metodo del “pistone” che consiste essenzialmente nell’invio di energia attraverso le piante dei piedi fino alle spalle, e poi alla testa. Al livello della testa, i flussi energetici si intersecano e attraverso le spalle scendono ai piedi. Questo metodo interessa in pratica tutte le articolazioni delle mani e dei piedi, rimuove in fretta i sintomi dolorosi e ristabilisce l’equilibrio energetico nei meridiani principali. Se l’equilibrio negli organi interni non è ripristinato rapidamente, allora bisogna lavorare con gli organi interni e i sistemi separatamente.

La seduta termina con la creazione di un’aura solida energetica intorno al paziente. In questo caso, i guaritori agivano sul canale energetico principale che scorre lungo la colonna vertebrale. Questo lavoro creava un “grande circolo energetico” (vedere cap. “le malattie respiratorie curate tramite i chakra”) e un campo “protettore” dell’organismo (l’aura) che eliminava i disturbi articolari della colonna vertebrale.

L’influsso sulle articolazioni del ginocchio.

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1.      Una dieta che escluda la carne, l’acetosa, i ravanelli, i fagioli e gli spinaci;

2.      È severamente vietato l’uso di alcool;

3.      Applicare sulle articolazioni colpite delle foglie di cavolo. Per mancanza d’energia nelle articolazioni (“energia fredda”), la foglia di cavolo deve essere unta col miele;

4.      Impegnarsi sistematicamente negli esercizi respiratori e fisici (vedi cap. “Introduzione allo Yoga Musulmano dei Bulgari del Volga”http://www.tradizionesacra.it/Introduzione_allo_Yoga_Musulmano_dei_Bulgari_del_Volga.htm

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19 Giu 2011

KRISHNA E L’IMAM ALI

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Krishna (A) disse: “Ogni volta che in un luogo dell’universo la religione declina e l’irreligione avanza, o discendente di Bharata, Io vengo in persona.” (Bhagavad gita, 4: 7)

Krishna (A) e Ali ibn Abu Talib (il primo musulmano) sono due persone differenti esistite in diversi periodi della storia. Il Signor Krishna, che Dio lo benedica e lo abbia in gloria, nacque approssimativamente nel 3300 a.C., mentre Ali (A) è nato nel 600 d.C. Entrambi furono delle grandi personalità al loro tempo, ambedue sono stati grandi filosofi e uomini di Dio (esseri spirituali), tutti e due furono i più coraggiosi, l’uno e l’altro furono martirizzati in preghiera: Krishna (A) fu ucciso in meditazione yoga da una freccia, mentre Ali (A) fu assassinato da una spada avvelenata mentre era in preghiera; il primo e il secondo lottarono contro un serpente nella loro fanciullezza: Krishna (A) uccise il serpente Kaliya, mentre l’Imam Ali (A) nella culla spaccò in due un serpente, ecc…

Il nome Krishna (A) è composto di due vocaboli: Krish + Na. Krish è Colui che scava, ara o coltiva la terra; Na indica la pace e la felicità ottenuta col controllo,ecc… (Kailash C. Baral).1

Questa combinazione indica chi ara o scava la terra con pace, controllo e autorevolezza. Il significato di Krishna (A), quindi, è Chi controlla la terra (campo) o in gergo “il Padre della terra”. E con nostra piacevole sorpresa, scopriamo che il nome popolare di Ali (A) era Abu-Turab (il Padre di Terra). Questo titolo fu dato ad Ali (A) dal Profeta dell’Islam (S) quando lo trovò addormentato e ricoperto completamente con la sabbia utilizzata per lavorare i campi e scavare i pozzi. Nella mitologia Indiana, Krishna (A) è anche conosciuto come Ilapataye (Signore di Terra). http://www.krisnaworld.com/DifferentNamesoKrisna.html

Om ilapataye namah, uno dei 108 nomi di Krishna (A) significa Signore di Ila, la terra.

http://www.kytemple.org/Songs/kastothara.html

Il termine Gopatih riguarda chi ha giocato la parte del mandriano Krishna (A) nella sua incarnazione. Il termine “GO” in sanscrito ha quattro significati: il bestiame, la terra, il discorso e il Veda. In tutti questi significati Egli è il Signore (Pati): Signore del bestiame, Signore di Terra, Signore del discorso, il Signore che tutti i Veda identificano al grande obiettivo (Swami Chinmayananda).2

Abu Turab (Il Padre di Terra), pertanto, significa Krishna (A), il quale è noto anche come Satyavacha (Oratore di verità), mentre ad Ali (A) è stato dato dal Profeta Muhammad (S) il titolo di Siddiq-al-Akbar (il più veritiero).

Ali in arabo significa “il più alto o elevato”: http://it.wikipedia.org/wiki/Al%C3%AC_(nome) È citato negli hadith (tradizioni) che il nome ‘Ali (A) fu rivelato da Allah al Profeta Muhammad (S) per suo cugino Ali ibn Abu Talib (A). Krishna (A) si considera come “Ali il più elevato” nei seguenti versetti del capitolo 10 dellaBhagavad gita:

Il Supremo Signore (Krishna) disse: “O Arjuna, ti descriverò le Mie più importanti manifestazioni divine, perché le Mie rivelazioni sono infinite.” (Bhagavad gita, 10: 19)

“O Arjuna, Io sono l’Atma (l’anima suprema=Ali) dimorante nel cuore di ogni essere. Sono l’inizio, la metà e la fine di tutti gli esseri.” (Bhagavad gita, 10: 20)

“Io sono Vishnu (Vishnu fu il più Elevato=Ali) tra i dodici figli di Aditi (dodici divinità solari come i 12 Imam solari della Wilayah), io sono il Sole radiante (il più Alto=Ali) tra i luminari, io sono Maric (Elevato=Ali) tra gli dei del vento, io sono la luna (la più Elevata tra i luminari notturni=Ali).” (Bhagavad gita, 10: 21)

“Tra i Veda sono il Sama Veda (il Sama Veda è considerato il più Elevato tra i Veda=Ali); io sono Indra (il più Alto=Ali) tra i Deva; io sono la mente (il più Alto=Ali) tra i sensi; io sono la coscienza (il più Alto=Ali) tra gli esseri viventi.” (Bhagavad gita, 10: 22)

L’Imam Ali (A), qui di seguito, è posto tra parentesi quando nella Bhagavad gita esprime le sue caratteristiche più elevate=Ali

“Io sono Shiva (Ali) tra i Rudra; io sono Kuvera (Ali) tra gli Yaksha e i demoni; io sono il fuoco (Ali) tra i Vasu e io sono Meru (Ali) tra i picchi delle montagne.” (Bhagavad gita, 10: 23)
“Sappi, o Arjuna, che tra i sacerdoti Io sono il capo, Brihaspati. Tra i generali sono Skanda (Ali); e tra le distese d’acqua sono l’oceano (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 24)
“Tra i grandi saggi io sono Bhrigu (Ali); tra le vibrazioni sono l’Om (Ali) la sillaba trascendentale; io sono il japa (Ali) tra i Yajna (sacrifici) e tra le masse inamovibili sono l’Himalaya (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 25)
“Tra gli alberi sono il fico sacro o pipal (Ali), e tra i saggi sono Narada (Ali), tra i Gandharva sono Citraratha (Ali), e tra i Siddha sono il saggio Kapila (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 26)
“Sappi che tra i cavalli sono Uccaihsrava (Ali)nato dall’oceano che fu frullato per ottenere il nettare; tra i nobili elefanti sono Airavata (Ali) e tra gli uomini sono il monarca (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 27)
“Tra le armi sono la folgore (Ali) e tra le mucche sono la Surabhi o Kaamadhenu (Ali). Tra i procreatori sono Kandarpa (Ali), il dio dell’amore, e tra i serpenti sonoVasuki (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 28)
“Tra i serpenti Naga, sono Ananta Sheshanaaga (Ali); tra gli dei delle acque sono Varuna (Ali); e tra gli antenati (pitri), sono Aryama (Ali); fra tutti coloro che controllano, Io sono Yama (Ali), il signore della morte” (Bhagavad gita, 10: 29)
“Tra i demoniaci Daitya, sono il devoto Prahlada (Ali), io sono il tempo o la morte tra i guaritori. Tra le bestie sono il leone (Ali) e tra gli uccelli sono Garuda (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 30)

“Tra i purificatori, Io sono il vento (Ali); fra i guerrieri armati sono Rama (Ali); tra i pesci sono lo squalo (Ali); tra i fiumi sono il Gange (Ali).”
(Bhagavad gita, 10: 31)

“Sono l’inizio, la metà e la fine della creazione (Ali), o Arjuna. Tra tutte le scienze, io sono la conoscenza del Sé supremo (Ali), e io sono la logica (Ali) del logico.” (Bhagavad gita, 10: 32)
“Tra le lettere sono la A (Ali), e tra le parole composte sono la parola doppia (dvandva). Sono anche il tempo inesauribile, sono il sostentatore di tutto, la cui faccia è rivolta in ogni direzione (o io sono onnisciente).” (Bhagavad gita, 10: 33)

dvandva: http://fr.wikipedia.org/wiki/Dvandva (la parola doppia è Ali e Om  come vedremo in seguito)

“Sono la morte che tutto divora (Ali) e l’origine degli esseri futuri. Tra le qualità femminili (le sette dee) sono la fama (Ali), la prosperità, l’eloquenza, la memoria, l’intelligenza, la fermezza e il perdono.” (Bhagavad gita, 10: 34)

“Tra gli inni del Sama Veda sono il Brihat-sama (Ali), e tra i mantra Vedici sono la Gayatri (Ali). Tra i mesi sono Margasirsa [novembre-dicembre], e tra le stagioni la primavera fiorita (Ali) .” (Bhagavad gita, 10: 35)
“Io sono il gioco d’azzardo dei fraudolenti; sono lo splendore del radioso. Sono la vittoria del vittorioso; sono la bontà del bene (Ali).” (Bhagavad gita, 10: 36)
“Tra i discendenti dei Vrisni sono Vasudeva (Ali), tra i Pandava sono Arjuna (Ali), tra i saggi sono Vyasa (Ali) e tra i grandi pensatori sono Usana (Ali).” (Bhagavadgita, 10: 37)
“Io sono il potere dei sovrani e la scienza politica di chi cerca la vittoria. Io sono il silenzio tra i segreti (Ali) e l’autocoscienza (Ali) del beninformato.” (Bhagavad gita,10: 38)
“Io sono l’origine (Ali) o il seme di tutti gli esseri, O Arjuna. Non vi è nulla, mobile o immobile, che possa esistere senza di Me.” (Bhagavad gita, 10: 39) (Vedere anche Bhagavad gita, 7: 10 e 9: 18)
“Non c’è nessuna fine alle Mie manifestazioni divine, O Arjuna. Questa è solamente una Mia descrizione sommaria circa l’entità delle Mie manifestazioni divine.” (Bhagavad gita, 10: 40)

I suddetti versetti dimostrano che Krishna, la pace sia su di Lui, dichiara in un linguaggio codificato che è l’Imam Ali (A), il più elevato sotto ogni aspetto.

Si può sostenere, pertanto, che se Krishna (A) si dichiara Ali (A); Ali (A) in qualsiasi momento della sua vita asserisce di essere Krishna (A). È citato il seguentehadith nel libro “Kaukab-al-Durri” (edizione in Urdu) di Mawlana Rashid Ahmad Gangohi, pag. 364-365:

«Si narra tramite ?Ammar ibn Y?sir, Jabir bin Abdullah, Malik al-Ashtar e Miqdad ibn al-Aswad al-Kindi, che quando l’Imam Ali (A) stava andando verso Shaam(Siria) per la battaglia di Siffin, si fermò e girò il suo cavallo per andar via da Shaam. Si guardò intorno per qualche momento e poi si allontanò da Shaam. I suoi compagni si stupirono e gli chiesero il motivo del cambio di direzione.

L’Imam Ali (A) replicò: “Vedo quello che non vedete, poiché l’ignoto (Ghaib) è velato ai vostri occhi. C’è un monastero in questa foresta dove un monaco cristiano sta aspettando con una spada legata alla vita ed è pronto a soffiare la tromba. Voglio rompere la sua spada e fracassargli la tromba in pezzi. Se siete d’accordo con me, seguitemi.”

Insieme ai suoi compagni arrivò al monastero dell’eremita. L’eremita fu colpito dalla faccia luminosa dell’Imam Ali (A) circondato dai suoi compagni. L’eremita chiese: “O gentile signore da dove venite?” L’Imam Ali (A) rispose: “Vengo da Medina e andiamo a combattere a Shaam.” La personalità dell’Imam Ali (A) impressionò l’eremita illuminando il suo cuore dalla fede. L’eremita chiese: “O giovane dal volto splendente, sei un angelo o un essere umano?” L’Imam Ali (A) rispose: “Io sono un uomo e una Guida per i Ginn e un leader per gli angeli.” L’eremita puntualizzò: “Nella Bibbia ho letto il nome Taab Taab. O sfolgorante, è questo il tuo nome?”

L’Imam Ali (A) rispose: “Taab Taab è il nome di Muhammad il Prescelto (Mustafa). Il mio nome è Santiyya.” L’eremita domandò: “Il tuo nome è indicato nella Torah come Meet Meet?” L’Imam Ali (A) rispose: “Meet Meet è il nome di Muhammad il Prescelto (Mustafa), mentre il mio nome è Aeliya (o Elli nella Torah).” L’eremita domandò: “Sei tu il Messia che è disceso dal firmamento per alleviare la malinconia e il dolore degli abitanti della terra?” L’Imam Ali (A) rispose: “No. Non sono Gesù, ma Gesù è uno di quelli che mi adora.” L’eremita chiese: “Sei Mosè disceso col suo personale per mostrare i suoi miracoli all’umanità?” L’Imam Ali (A) rispose: “Non sono Mosè, ma Mosè è tra coloro che mi ama.”

L’eremita domandò: “Per l’amor di Dio, dimmi il tuo nome e la tua discendenza [genealogia]. L’Imam Ali (A) rispose: “In ogni paese e comunità porto nomi differenti. Gli Arabi mi chiamano Hal ‘Ata (è uno dei nomi della surah 76 che significa: È venuto?) e mi cercano con questo titolo. La gente di Tayif mi chiama Tahmid(la recitazione in arabo della formula “Sia lode ad Allah”). Tra i Meccani sono conosciuto come Babul Balad (Corano 2: 102. Babul è la contrada di Harut e Marut). Gli abitanti dei cieli scrivono il mio nome Ahad (l’Unico). I turchi mi chiamano Balya (Balya ibn Malkan generalmente identificato con Khidr) e i Zangidi mi chiamano Majilan3. Gli Indù mi chiamano Kishen Kishen. (Signor Krishna).

I Firangi (antico termine arabo, turco e persiano per indicare i Franchi o Crociati) mi chiamano Hami Isa (Patrono Gesù). E il popolo di Khataya (i peccatori in arabo) mi chiamano Bolya (il Giudicante4). Io sono famoso in Iraq come Amirun Nahl (Principe delle api). In Khurasan sono conosciuto come Haidar (leone). Nel primo firmamento sono noto come Abdul Hamid (Servitore del lodevole). Nel secondo firmamento io sono noto come Abdul Samad (Servo dell’Eterno). Nel terzo firmamento sono noto come Abdul Majid (Servitore del Glorioso).

Nel quarto firmamento sono conosciuto come Zul ‘Ulaa (in arabo Dhu-l-Ulâ, l’Eccelso). Nel quinto firmamento il mio nome è Ali al-A’lâ (l’Altissimo). Il Signore Glorioso mi ha fatto sedere sul Trono dell’Autorità [Musnad-e-Imârât] col titolo di Amir al Mominin. Il capo dei due mondi (Khwaja-e-do-Saraa) MuhammadMustafa (S) mi chiamò Abû Turâb. Mio padre mi soprannominò (agnomen) Abul Hasan e mia madre mi soprannominò (agnomen) Abul ‘Ashar.»

Delle false affermazioni attribuite a Krishna (A) lo definiscono un donnaiolo e un ladro di burro (makhan choor in urdu e hindi); altrettanto, un gruppo di musulmani ha inventato delle false storie sull’Imam Ali (A) e considera un dovere religioso maledirlo (Dio lo proibisce) dal pulpito (Ahmad Ibn Hanbal fermò la maledizione durante i sermoni del venerdì). Krishna (A) fu un grande oratore e il suo libro di sermoni è la Bhagavad gita. Ali (A) è considerato il più grande degli oratori musulmani e la sua antologia di sermoni è il “Nahj al-Balaghah (“La Via dell’eloquenza”). La lettura della Bhagavad gita e del Nahj al-Balaghah ha lo stesso tono, la stessa energia spirituale e la stessa frequenza filosofica, e molte perle di saggezza sono comuni ad entrambi.

I seguenti passi della Bhagavad gita e della Khutbat al-Bayan (o Khutbat al-Tatantjiya) dell’Imam Ali (A) evidenziano che Krishna (A) e l’Imam Ali (A) hanno la stessa personalità, seppur è vissuta in periodi storici differenti.

http://www.hubeali.com/khutbat/khutaba_tul_Bian_English.pdf

Krishna (A) nella Gita afferma di essere Saguna Brahman (Dio con attributi irreali, il vero Dio è informe, non può essere concepito e si chiama Nirguna Brahman). “Krishna è il Saguna Brahman, il cosmo fisico, che si è mostrato in questa forma ad Arjuna nella sua vishwarupa. Krishna è pure il brahman nirguna, la coscienza senza forma.” (Swami Nithyananda, Love Is Your Very Life: Discourse on Bhagavad Gita, Chapter – 12. Commento ai versi 3-4, pag 44). Lo stesso concetto è ripetuto nella Bhagavad Gita, capitolo 8: 12-13; capitolo 9: 4-6, capitolo 9: 17.

L’Imam Ali (A) nel suo sermone al-Bayan dichiara: “Io sono la faccia di Allah nei cieli e sulla terra. Per questo, Allah dice: Tutto sarà distrutto, eccetto il volto di Allah.”

Krishna (A) dichiara: “Io sono la creazione.” (Bhagavad gita, 9: 18)

L’Imam Ali (A) afferma: “Ho sollevato i sette cieli con i poteri e i comandamenti concessi dal mio Signore.”

Krishna (A) afferma: “Sono l’anima (atma) suprema.” (Bhagavad gita, 10: 20)

L’Imam Ali (A) dichiara: “Io sono l’ammirevole Ruh-ul-Quds (anima divina).”

Krishna (A) dichiara: “A coloro che Mi servono sempre con devozione e amore, io trasmetto la saggezza discriminativa (buddhi yoga) per mezzo della quale Mi realizzano totalmente.” (Bhagavad gita, 10: 10)

L’Imam Ali (A) dichiara: “Sono la salat (preghiera), la zakat, l’hajj e il jihad di un vero credente.”

Krishna (A) proclama: “Io sono la buddhi (l’intelligenza discriminativa)” (Bhagavad gita, 7: 10)

L’Imam Ali (A) proclama: “Io sono il Furqan (io separo la verità dalla menzogna).”

Krishna (A) afferma: “Io sono il Tempo.” (Bhagavad gita, 10: 30, 33)

L’Imam Ali (A) afferma: “Io sono quel momento nel tempo di Allah (che apparirà nel giorno del giudizio).”

Krishna (A) proclama: “Io sono… la sillaba Om.” (Bhagavad gita, 7: 8)

Muhammad Gilani, nel suo libro “La Om e Ali” ha dimostrato che la sillaba “OM” è Ali (A). Infatti, nelle Upanishad è detto che la “OM” è Saguna Brahman (non Dio). La Om in sanscrito, pertanto, significa la mano di Dio, il padre della terra (Ilapataye) e il potere Divino.

La mano di Dio in ogni cosa

“Illuminati dalla vera conoscenza, gli umili saggi vedono con occhio uguale il brahmana nobile ed erudito, la mucca, l’elefante, il cane e il mangiatore di cani [intoccabile].” (Bhagavad gita, 5: 18)

I Poteri Divini

“L’intero ordine cosmico è soggetto al Mio controllo. Per Mia volontà ogni volta si manifesta di nuovo, e sempre per Mia volontà alla fine è annientato.” (Bhagavadgita, 9: 8)

“O conquistatore delle ricchezze, non esiste verità superiore a Me. Tutto su Me riposa come perle su un filo.” (Bhagavad gita, 7: 7)

“Lo splendore del sole che dissipa le tenebre del mondo intero emana da Me. E anche lo splendore della luna e del fuoco emanano da Me.” (Bhagavad gita, 15: 12)

Questi concetti trovano i loro esatti sinonimi in Yadullah (la mano di Allah), in Abu Turab (padre della terra) e in Quwatte-Parvardigar (potere Divino) che sono altri titoli dati dal Profeta (S) dell’Islam all’Imam Ali (A).

http://en.wikipedia.org/wiki/Parvardigar

Dopo questa scoperta, ci fu un’esplosione spontanea di fraternizzazione tra Indù e Musulmani nel Punjab con la comparsa in molti distretti di cartoline con la Om e Ali insieme (Self and sovereignty: individual and community in South Asian Islam since 1850 di Ayesha Jalal, pagina 205).

Krishna (A) dichiara: “Tra le armi sono il fulmine.” (Bhagavad gita, 10: 28)

L’Imam Ali (A) dichiara: “Formo le nuvole per produrre tuono e lampo.”

Krishna (A) afferma: “Sono l’inizio, la metà e la fine di tutti gli esseri.” (Bhagavad gita, 10: 20)

L’Imam Ali (A) afferma: “Io sono “Hars-o-Nasal” (io sono l’inizio e la fine)”

Krishna (A) proclama: “Tra tutti gli alberi, sono l’Ashvattha (l’albero baniano o Fico sacro).” (Bhagavad gita, 10: 26)

L’Imam Ali (A) proclama: “Io sono il Fico sacro e l’Olivo.”

Krishna (A) afferma: “Tra i Veda sono il Sama Veda.” (Bhagavad gita, 10: 22)

L’Imam (A) afferma: “Io conosco i significati nascosti del Corano ed io sono lo specialista dei precedenti Libri rivelati. Io conosco la vera interpretazione del Corano…”

Krishna (A) dichiara: “Discendo di era in era per liberare le persone pie, per annientare i miscredenti e ristabilire i princìpi della religione.” (Bhagavad gita, 4: 8)

L’Imam Ali (A) dichiara: “Io sono l’autorità Divina negata da migliaia di nazioni nel passato che per questo motivo furono colpiti dalla collera di Dio.”

Il sermone al-Bayan non è, comunque, una copia della Bhagavad Gita. Al-Bayan contiene parole di grande saggezza scientifica che non si trovano in nessun passo della Bhagavad Gita.

“Sono in piedi nel cielo dove le anime sono solo in grado di viaggiare, ed io sono il solo in grado di respirare lì.” (Sermone al-Bayan)

Il grande astronomo Giovanni Keplero nella sua opera “Somnium lunae” predisse che gli animali non potevano respirare tra la terra e la luna. Solo nel 20° secolo si accertò che lo spazio non ha ossigeno, e di conseguenza non si può respirare nello spazio. Questo prova scientifica stabilisce sufficientemente l’autenticità del sermone al-Bayan rendendolo autonomo dalla Gita. La Gita non può aver copiato il suo contenuto dal sermone al-Bayan, poiché è più antica.

Alcune persone si sono in modo smisurato e spropositato professate Dio, ma Krishna (A) e Ali (A) negarono di essere Dio. Krishna (A) spiega ad Arjuna nel capitolo 12 che è Saguna Brahman (forma personale); mentre il vero Dio senza forma è Nirguna Brahman.

Il Vedanta Induista distingue tra Saguna Brahman (Dio con attributi personali), che ha forma, e Nirguna Brahman (Dio senza attributi personali), che è senza forma.

Nella metafisica di Ibn ‘Arabi, si ha Dio come Essenza (il Dio trascendente della gnosi ismaelita) e Dio come Divinità (l’Intelletto Universale della gnosi ismaelita).

“Egli è il Primo e l’Ultimo, il Palese e l’Occulto, Egli è l’Onnisciente.” (Corano, 57: 3)

Tuttavia, il Nirguna Brahman (senza forma) non poteva proclamarsi bello, mentre il Saguna Brahman (con la forma) potrebbe essere bello o brutto. L’informe Dio (Nirguna) non può essere descritto come “Lui”, “Lei” o “Esso”, bello o brutto, poiché tutti questi termini implicano forma. L’informe Dio non può essere descritto. Quando Dio si manifesta nella forma vi è la bellezza. Naturalmente, con la creazione della bellezza, la bruttezza appare anche, ma lo scopo di Dio nella creazione è di creare bellezza.

La somiglianza sorprendente di tono e argomento tra la Gita e il Sermone al-Bayan appassionerà i filosofi Indù e Musulmani.

Note

1. Kailash C. Baral è direttore dell’Istituto di lingue straniere a Shillong, Meghalaya, India.

2. Swami Chinmayananda, Thousand ways to the transcendental – Vishnu Sahasranama, pag 136, Chinmaya Mission Publication.

(http://en.wikipedia.org/wiki/Dayananda_Saraswati_(Chinmaya_Mission)

3. Majilan in arabo è il duale di Mdjil (che significa piscina, lago o lago ai piedi di una collina). Anche in tutti i dialetti mongoli e turchi Mdjil, Mdjel e Athelservono ancora oggi per indicare il maestoso Volga.

4. Letteralmente in Urdu “Colui che parla”; il testimone, il dichiarante, il giudicante, ecc…).

Bibliografia

1.      http://www.guruji.it/bhagavadgita/gita.htm

2.      http://www.harekrsna.it/index.php?option=com_content&view=article&id=244&Itemid=79

3.      The Bhagavad-Gita by Dr. Ramanada Prasad: http://www.gita4free.com/english_completegita.html

4.      Kailash C. Baral, Earth Songs ; Stories from Northeast India, pag. 171, Sahitya Akademi, India, 2005.

5.      Swami Nithyananda, Love Is Your Very Life: Discourse on Bhagavad Gita, Chapter – 12.

6.      Dinkar Joshi,Yogesh Patel, Glimpses of Indian Culture, pag. 9.

7.      Ayesha Jalal, Self and sovereignty: individual and community in South Asian Islam since 1850, pagina 205

http://www.tradizionesacra.it/krishna_imamali.htm

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07 Mag 2011

IL CICLO CIRCADIANO SUFI

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Il ciclo circadiano Sufi permette non solo di determinare il tempo per l’esecuzione degli esercizi respiratori, fisici e per le tecniche meditative, ma anche di scegliere il momento più efficace per lavorare col corpo durante la giornata, di ottimizzare il tempo per i pasti e il modo più corretto per dormire.

In passato i Sufi hanno descritto il ciclo circadiano distribuendo l’attività umana giornaliera per promuovere la guarigione e per massimizzare la realizzazione personale.

È raccomandato svegliarsi circa mezz’ora prima del sorgere del sole. Se vivete in una regione in cui, secondo la stagione, l’alba comincia verso le ore 9-10 della mattinata, fissate per il primo crepuscolo mattutino le 6 del mattino.

Dopo essersi svegliati, per 10-20 minuti eseguire gli esercizi di respirazione. Dopo esserci risvegliati definitivamente, eseguiamo gli esercizi riabilitativi per 15-30 minuti, poi facciamo una doccia e la colazione.

Fino a mezzogiorno la gente osserva un aumento di attività, giacché in questo tempo si decidono i compiti che comportano i maggiori consumi energetici.

Nel pomeriggio si può fare uno spuntino con gli amici, mai da soli, perché chi gusta il cibo da solo, condivide un pasto con Satana!

Nel pomeriggio l’attività umana diminuisce gradualmente. Se vi stancate rapidamente, attivate gli esercizi respiratori.

Tra le ore 8 e 9 serali, il Sufi raccomanda un sonnellino di 15-20 minuti, cui segue prima una respirazione rilassante, e poi un’attivante. È possibile, dopo gli esercizi, gustare una deliziosa cena in compagnia di amici o di persone care. Dopo la cena si può passare a qualche studio interessante, o a lavorare un po’ con piacere. Il pasto deve avvenire circa mezzora prima del tramonto.

In realtà, un adulto può dormire 4 ore. Pertanto, fino alle 2 della notte, ci si può occupare di qualcosa, ma il ritmo lavorativo deve essere regolare, calmo. Fare una doccia prima di dormire ed eseguire gli esercizi respiratori rilassanti.

Addormentandosi, si consiglia di pensare a eventi piacevoli che accadranno il giorno successivo.

Se siete occupati e non avete tempo per fare gli esercizi durante il vostro tempo ottimale (l’ora di nascita + 8 ore), eseguiteli ogni mattina. Per quanto riguarda il momento migliore della giornata per voi, cui va aggiunta un’altra ora (+ 1 ora), trovate qualche minuto per la pratica respiratoria. È preferibile che l’orario e il luogo degli esercizi rimanga invariato. Se cambiate spesso postazione, prima di iniziare gli esercizi, generate in voi la sensazione del vostro posto abituale.

Chi non conosce l’orario di nascita e non può rintracciarlo, deve eseguire l’esercizio durante la settimana in differenti momenti della giornata. Inoltre, bisognerebbe ricordarsi l’orario della giornata in cui avete abitualmente più vigore, un maggior afflusso di forze e il desiderio di agire.

Eseguire l’esercizio fisico e meditativo cinque giorni la settimana, mattina e sera, riposandovi due giorni.

http://www.tradizionesacra.it/ciclocircadianosufi.htm

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02 Apr 2011

Il Mantra Yoga dell’Islam

Filed under Argomenti vari

Il Vashikaran Mantra è noto in India anche come Shaitani Mantra. È un Mantra potentissimo e pericoloso se utilizzato con intenzioni malefiche. Solo alcune Musulmane Yogini dette Innachatvena Shaitana lo usano per rivolgersi a Ajajil Shaitan (Satana*). Le Innachatvena Shaitana possono anche assumere le sembianze di uno stregone o del cliente che le ha commissionate per condurgli la donna desiderata. Ma se il Vashikaran Mantra è correttamente formulato per un semplice incantesimo d’amore, anche la gente comune può usarlo senza problemi. Ricordate che l’Islam non permette a nessuno di danneggiare il genere umano. L’utilizzo di questo strumento magico può farvi vivere felicemente vicino al vostro caro per sempre. Bisogna servire l’umanità. Allah pak (in Urdu significa Dio è santo) soddisfa tutti i vostri desideri. Amin.

*: È risaputo che molti Sufi famosi (Giunaid, Rabi’ah, al-Hallaj, ecc…) ponessero quesiti a Satana.

Tutte le parole conducono a qualcosa, ma in realtà vi sono due categorie di parole: le parole di significato e le parole di potenza.

La parola “pesce” porta l’immagine, la memoria e il pensiero di un vertebrato squamoso che respira in acqua. Pesce è una parola che ha un significato. Significativamente non trasmette nulla, né ha alcun potere insito in sé, se non per ciò che l’ascoltatore gli associa.

Ad esempio, se qualcuno vede morire suo nonno soffocato mentre mangia un pesce, la parola “pesce” rievoca emozioni associate alla morte.

La parola “Aum” (Om, Aung, Aungkh) non ha alcun significato. Essa trasmette un potere, ed è perciò denominata una parola di potenza.

Le parole di potenza sono in grado di stimolare reazioni nella mente, nel corpo sottile e anche nell’ambiente fisico.

Le parole di potenza Sanscrite sono chiamate Mantra, mentre sono denominate hekau nell’antico Egizio.

Una parola di potenza prepara a sufficienza l’impulso che genera il risultato quando il salmodiante la recita più volte entrando in uno stato di trance (il “giardino” del Corano).

La ripetizione di un Mantra è, in Sanscrito, detta “japa”, ma il suo senso compiuto è “Joppa.” In Arabo è detta “dhikr”.

In alcune sacre scritture, Joppa è velato dal linguaggio simbolico. Negli Atti degli Apostoli (10: 5-11), Pietro si reca a Giaffa (traslitterata anche come Jaffa, Japho, Joppa), sale al piano superiore (i più elevati stati della mente) ed entrando in estasi vede i cieli aperti. Jafet o Iafet, uno dei figli di Noè, simbolizza anche Joppa. Negli insegnamenti esoterici della Nazione dell’Islam, Joppa simboleggia l’assemblaggio della nave Madre in Giappone per l’unità di tutte le tecniche spirituali.

Il Giappone è il simbolo di Joppa, una tecnica meditativa Yogica che implica salmodiando un lavoro di potenza (Mantra) finché lo stato di trance è raggiunto.

Il Joppa (ripetizione salmodiata) di un Mantra permette di ricordare le informazioni dimenticate in questa vita o nelle vite precedenti. Ecco perché il dhikr è stato spesso tradotto in “ricordo.” Il ricordo, tuttavia, è un effetto del dhikr, non il dhikr stesso.

L’Islam Egizio (cioè, l’Hetep) è molto più avanzato dell’Islam Arabo, anche se tutte le “religioni rivelate” sono Islam. Esse significano “pace” e si riferiscono a uno stile di vita, a una metodologia e a una mentalità che promuove una pace interiore incrollabile, una pace che è indisturbata da “complessi psicologici, delusioni, afflizioni e avversità” (Marvin Gaye, Innercity Blues, 1971). Questa vera pace è realizzata solamente conducendo ripetutamente la coscienza al più elevato piano in cui l’energia mentale è indisturbata, calma e a riposo. Quel piano di coscienza è chiamato Samadhi  nello Yoga, Nu e Amen in Camitico, Nirvana nel Buddismo, Juju in Africa (si riferisce al potere soprannaturale attribuito a un oggetto, o feticcio), Salaam in Arabo e Shalom in Ebraico.

La vera “religione” degli Ebrei non è l’Ebraismo (che è solo un’idea tribale), ma è Shalom (la pace interiore incrollabile). L’Islam è un modo di vita che genera il Salam (la pace interiore incrollabile).

Al pari della matematica che comprende tanti rami e livelli, dall’aritmetica semplice alla fisica quantistica, così l’Islam (la pace) include i sistemi spirituali di India, Cina, Nigeria, Egitto, America, ecc… Nella lingua Araba tutti questi sistemi corrispondono all’Islam, mentre nella lingua Italiana equivalgono alla pace. Nel linguaggio Camitico sono tutti Hetep.

Ci sono Yoga elementari e avanzati. Per esempio, il Jnana Yoga è considerato molto più avanzato dell’Hatha Yoga. Così, ci sono Islam elementari e avanzati. L’Islam Camitico, cioè l’Hetep, è molto più sviluppato e avanzato dell’Islam Arabo. Il Corano insegna che “Allah non impone a nessun’anima al di là delle sue capacità.” (al-Baqara, 2: 286) Perciò, il Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam sono sistemi spirituali al livello della scuola materna. I loro cosiddetti studiosi insegnano, parlano e agiscono al livello della scuola domenicale.

Ci sono Musulmani praticanti che credono letteralmente che Satana si introduca tra le persone disposte lungo la fila della preghiera se le dita dei loro piedi non si tocchino fisicamente le une con le altre. Alcuni credono proprio che Satana sia incatenato da qualche parte dell’Inferno durante il Ramadan e, pertanto, non tormenti i veri credenti. Altri credono che Allah, as-Samî’, l’Audiente che sempre ascolta, non presti attenzione alla preghiera della persona che entra nella moschea con il piede sinistro. Certuni ritengono che se un Musulmano non porti la barba non appartenga all’Islam.

Ci sono credenze altrettanto assurde nelle religioni occidentali, perlomeno nell’exoterico, nel cortile esterno (Ezechiele, 40: 17, 20). Quando le persone comprendono che gli insegnamenti religiosi sono solo dei simboli di una conoscenza più profonda, entrano nei cortili interni (Ezechiele, 40: 7, 9, 16, 26, 27, 28, 32, 44) trovandovi un vero e profondo sistema spirituale da approfondire senza indugi. Inoltre, non trovandovi alcuna differenza significativa tra le varie fedi, le considereranno complementari le une alle altre, seppur tutte contengano una verità.

Nell’Islam Camitico (l’Egizio antico) chi padroneggiava la scienza dell’hekau (i Mantra o le parole magiche) era chiamato “maa kheru” o “vero di parola.” L’equivalente Arabo è As-siddiyq (“il veridico”).

Nel sistema spirituale Egizio, una persona è analizzata in un rituale chiamato la pesatura delle parole. Questo test determina se una persona è davvero un maa kheru, cioè se il suo hekau ha il potere di influenzare il mondo fisico. Nel sistema Egizio, il potere coerente dell’Heka è esibibile soltanto da chi ha vissuto il Maat (la legge divina).

L’idea di parole che hanno un “peso”, una sostanza, è presente nel versetto Coranico che dice “Faremo scendere su di te parole gravi.” (Corano, 73: 5).

I Mantra sono composti di lettere. Ogni lettera è un mini-mantra. Ogni chakra ha un certo numero di lettere, dette i Mantra del petalo, e di colori in grado di attivare, modificare e incanalare il potere del chakra. Il chakra trasmette l’energia planetaria.

La lettera petalo T (salmodiata Tam), ad esempio, favorisce la guarigione ed è rafforzata dal colore giallo. È una lettera del chakra del cuore. Le lettere petalo sono chiamate kalimaat nel Corano.

I termini Coranici che indicano le parole di potere sono qawlkalimaathaqqa. “Questa è in verità la parola (qawl) di un Messaggero nobilissimo” (Corano, 69: 40). In Arabo, kalimaat Allah sono le sacre scritture, la parola di Dio. Haqqa è la versione Arabizzata dell’Egizio Heka (cioè, Mantra).

Nei versetti Coranici (ayat) il dhikr rappresenta lo stesso Mantra e il processo di Joppa, sebbene tecnicamente, il dhikr sia la ripetizione salmodiata di un Mantra.

Il vocabolo kalimaat significa “parola”, ma più specificamente significa “frase, espressione, trattazione”. La parola Araba kalimaat è in realtà la fusione dei nomi di due dee molto importanti e potenti, Kali e Maat. Kali è l’equivalente Dravidica di Sekert, e perciò governa la 3° sfera dell’Albero della Vita dove le parole di potere e la forza della pura Shakti sono immagazzinate. Maat è la dea di legge, rettitudine, gentilezza e condivisione. Cosicché bisogna essere giusti, vivere in accordo con la legge, essere gentili e condividere a pieno l’utilizzo dell’hekau incarnato nelle 50 “piccole madri” o unità sonore di potere.

Queste unità sonore di potere rappresentano le 50 lettere dell’alfabeto Sanscrito, i 50 rematori delle barche di Osiride e Ra, e i 50 grandi nomi del pantheon Sumero. Nella mitologia della Nazione dell’Islam simboleggiano il “dio nero” Padre Shabazz che condusse la sua famiglia a vivere in Africa “50 mila anni fa.”

Il sistema Cananeo/Ebraico ha solo 22 lettere (unità sonore di potere) che si accordano con i 22 aminoacidi che compongono la vita nel regno fisico. Il sistema Arabo ha 29 lettere che rappresentano i 29 giorni del mese lunare.

Le 29 Surah del Corano iniziano con delle lettere Mistiche che sono dei Mantra formati da 14 delle 29 lettere Arabe.

La Nazione dell’Islam simboleggia le 29 lettere (unità sonore di potere) nel questionario d’iscrizione alla sua scuola: “Quante miglia quadrate esatte di terreno utile sono utilizzate ogni giorno dalla popolazione totale del pianeta Terra?” Risposta: “Il terreno utile utilizzato ogni giorno dalla popolazione totale del pianeta Terra è di 29 milioni di miglia quadrate.”

In termini di pura potenza si può facilmente notare che i sistemi Cananeo/Ebraico e Arabo non hanno la flessibilità del sistema Sanscrito/Dravidico.

La ripetizione salmodiata (dhikr/joppa) di una parola di potere risveglia la facoltà Divina rappresentata dal Mantra. Infine, quella potenza sonora alimenta la facoltà in modo che la personalità del salmodiante si allinea con la divinità/facoltà. In definitiva, la mente e la capacità della persona si trasformano in quella della divinità, e la persona cantando e vivendo in verità diventa un’incarnazione, un santuario, un messaggero o un avatar di quell’aspetto della divinità.

Infatti, le sfide che ci attendono nella vita hanno lo scopo di risvegliare al nostro interno la facoltà (“la divinità”) che ci aiuterà non solo a sperimentarle, ma a realizzare l’aspetto divino della nostra vita.

Supponiamo che un uomo solo, il che “non è un bene”, desideri una compagna. Ci sono molte cose che può fare. Ad esempio, può formulare un incantesimo usando il Corano: “Signore! Concedici nelle nostre spose e nella nostra progenie una frescura per gli occhi e facci modelli pei timorati di Dio! (Corano, 25: 74) (E funziona per davvero. Non vedo perché non dovrebbe funzionare altrettanto bene per chi vuole un marito).

Oppure una persona mentre cantilla il dhikr “Al-Wadud” (l’Amorevole) può trasformarsi in un’espressione di Al-Wadud, e divenendo più amorevole, naturalmente, attira la donna da cui vuole dare e ricevere amore.

O ancora meglio, poteva cantillare l’Heka di Het-Heru, la dea dell’amore. Cantillando “Vam Klim Sauh”1 in uno stato di trance, la persona evoca e manifesta le caratteristiche di Het-Heru. Indossando il colore verde e utilizzando gli oli essenziali, ad esempio la cannella, si risveglia l’aspetto Venusiano della sua forza di Ra/Salat.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: C:\Documents and Settings\Sole Yoga\Desktop\Dhikr_files\HetHeru.jpg

Col tempo diverrebbe una versione maschile di Het-Heru, e poiché l’amore è una proprietà naturale della dea, attirerebbe facilmente l’appropriato e benefico amore o il suo partner matrimoniale. Naturalmente, per il pieno successo dovrebbe vivere in verità (Maat) e obbedire alle leggi divine, in particolare a quelle di Het-Heru. In altre parole, deve essere gioioso, ottimista, amorevole, premuroso, socievole, pronto per divertirsi, ecc…

Durante le sue meditazioni o sogni può avere una guida (wahy o ispirazione) che la dea gli invia dalle regioni più elevate del suo subconscio. E come dimostrazione “dell’apertura di un varco comunicativo con l’altra parte”, ottiene certi commenti probatori dalla dea che l’informa sulla situazione. Per esempio, siccome il giorno settimanale di Het-Heru è il Venerdì, è probabile che incontri una donna speciale vestita di verde un Venerdì. Questi segni (ayat) indicano che l’operazione è in corso e avrà successo.

Idealmente, dopo aver ottenuto la moglie che Dio gli ha scelto (contrariamente alla sua limitata intenzione e alla sua scelta egocentrica), offre ad altri l’assistenza di Het-Heru in una qualsiasi e consona maniera. Questo soccorso è la sua offerta alla dea che lo tramuta in un avatar di Het-Heru.

Questo lavoro del dhikr non lo renderebbe femminile, ma creerebbe un maggior equilibrio yin/yang nella sua vita.

Ci sono anche i nomi di Dio dell’Albero della Vita che controllano le diverse Sfere dell’Albero e delle aree vitali. Yod, Heh, Vaw, Heh, Sabaoth (YHWH Sabaoth è un nome composto di Dio in due parti ed è ripetuto nella Bibbia per oltre 270 volte) è il nome di Dio appartenente alla VII sfera dell’Albero della Vita (Venere e Het-Heru). I membri di tutte le religioni farebbero bene a imparare e a utilizzare correttamente i nomi di Dio affinché producano dei miracoli nella loro vita.

I nomi di Dio si salmodiano come parti di rituali (in modo analogo al Pilastro Mediano e alla Circolazione della Luce) per attirare o bandire cose, circostanze o caratteristiche. Nel Corano è detto: “Dio possiede i nomi più belli” (Al-A’râf, 7: 180).

“Ad Adamo insegnò i nomi di tutte le cose” (Corano, 2: 31), e dall’uso corretto di quei nomi gli angeli si prosternarono davanti a Adamo (Corano, 2: 34). Significa che la conoscenza di tutti gli hekau, i Mantra, le lettere/kalimaat e i nomi di Dio è memorizzata nelle regioni più alte della nostra coscienza e identità, il cui nome è Atman, Atem o Adam. Qualsiasi persona può usare questi nomi Divini, mentre gli angeli non hanno altra scelta che eseguire il nostro comando (finché la nostra intenzione non è in contraddizione con la volontà di Dio).

“Recitare ciò che vi è stato rivelato del libro e

destate la salat. Sicuramente la salat preserva dalla

turpitudine e dal male; e certamente il dhikr Allah è più grande.

E Allah sa ciò che voi operate!”

(Corano, 29: 45)

La maggior parte dei traduttori traduce la suddetta frase “il dhikr Allah è più grande” in “il ricordo di Allah è la più grande (forza)”. Non male, ma non completamente accurato. “Akbar” significa “più grande”. Allahu Akbar significa “Dio è più grande”, e non “Dio è il più grande”. Dio è più grande, più augusto, più magnifico, più grande e maggiore di… qualsiasi cosa! In qualunque cosa ci imbattiamo, Dio è più grande, è maggiore e migliore, e più adorabile e bello di quello. Allah Akbar.

Si evince da quanto è stato detto che il dhikr (il Mantra Yoga) è superiore alla salat (il Kundalini Yoga). Io stesso ho ottenuto maggiori risultati lavorando con l’energia (kundalini) rispetto alla cantillazione, ma mi piego dinanzi alla conoscenza superiore dell’autore del Corano.

Ai livelli elevati del dhikr, i Mantra albergano e dirigono la pura Shakti (energia); così non c’è realmente una gran differenza fra la Kundalini (salat) e il dhikr(Mantra salmodiato).

La Kundalini comincia nella 10 sfera dell’Albero della Vita (Geb/Malkuth). Si tratta di un’energia quasi fisica, ma nei suoi più elevati livelli di coltivazione, la Kundalini diventa un’espressione della Terza sfera (Sekert/Binah).

Il Mantra Yoga è inizialmente un’attività della 9° Sfera (Iside/Yesod), ma diventa anche un’attività della 3° Sfera quando il salmodiante è in grado di acquietare ogni pensiero e “morire al mondo”. Quindi, la salat e il dhikr, trovano il loro compimento nella 3° Sfera.

È durante uno stato di trance che gli dhikr ottengono il potere.

La maggior parte delle bandiere Islamiche ha una Luna e una stella. La luna simboleggia lo stato di trance necessario per causare una rinascita spirituale.

Nota 1: Il Mantra del desiderio Klim è associato al Muladhara chakra. Il Mantra Vam associato a Svadhisthana chakra e si relaziona alla funzione genito-erettiva della forza vitale (Julius Evola, Lo yoga della potenza, pag 176). Sul Mantra Sauh consultare il testo di Paul Eduardo Muller-Ortega, The triadic Heart of Siva: Kaula tantricism of Abhinavagupta in the non-dual Shaivism of Kashmir.

Bibliografia

Amir Fatir, Dhikr: Mantra Yoga in Islam.

Beni Gupta, Magical beliefs and superstitions, 269 pagine, Sundeep, 1979.

Israel Regardie, The Middle Pillar: The Balance between Mind and Magic, Aries Press, 1945.

Israel Regardie, The middle pillar : a co-relation of the principles of analytical psychology and the elementary techniques of magic, Saint Paul, Minn. : Llewellyn, 1970.

http://www.tradizionesacra.it/mantrayoga_islam.htm

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03 Mar 2011

L’IMPERO MOGHUL COL POTERE DEL TANTRA E DEL VASTU SHASTRA

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L’Islam ha originato lo Shastra. Lo Shastra è nato con Adamo (A) ed Eva (A). Gli eremiti e gli adoratori in India in base alla struttura geografica del loro paese hanno riformato lo Shastra per essere coerenti con la loro religione e i loro rituali, ma furono incapaci di apportare un qualsiasi cambiamento alla creazione basata sulla teoria dei cinque elementi del mondo. Lo Shastra, quindi, non è Indiano.

L’Impero Moghul ha la caratteristica di aver governato a lungo per un periodo di oltre tre secoli. Con la venuta dell’Islam ci sono stati diversi governanti Musulmani nel subcontinente Indiano, ma solo i Moghul si insediarono solidamente. I sovrani dell’Impero Moghul ebbero un successo sicuramente superiore agli altri reggenti Musulmani, e noi ne scopriremo la ragione.

Gli storici ammettono fermamente che l’Impero Moghul fu un’istituzione sublime nel periodo medievale. L’India conobbe un’era simile solo al tempo d’oro del regno di Magadha. I Moghul avevano stabilito il loro Impero da Kabul all’Assam e dal Kashmir a Tanjore. Il loro dominio si estendeva su una vasta regione.

Quale fu il segreto della vittoria Moghul?

Alcuni storici sostengono che dietro la vittoria Musulmana e le loro avanzate strategie militari in India si nasconda la magia. Le loro strategie militari erano così efficaci che hanno ottenuto il sopravvento sui governanti locali. L’affermazione precedente è giusta, ma sorge una domanda: perché tutti i governanti Musulmani in India, come i Moghul, provenivano da paesi stranieri? Perché nessuno ha ottenuto il successo dei Moghul? Quando i Moghul arrivarono in India trovarono tante dinastie Musulmane: i Bijapur e i Bidar nel sud, i Gujarat nell’ovest, i Gaur e i Bihar a est, mentre i Malwa regnavano nell’India centrale. Questi governanti avevano fondato delle case regnanti indipendenti. Questi reggenti Musulmani presenti in India erano di origine Turca, Iraniana, Afgana, Siriana, ecc… Giacché erano degli stranieri militarmente potenti come i Moghul, perché solo questi ultimi hanno dominato l’intera India?

Tutti i regni Musulmani non hanno resistito all’avanzata Moghul poiché furono sconfitti o annessi; così, la storia dimostra la spazialità dell’Impero Moghul. Tutte le strutture Moghul tra cui il Forte Rosso furono costruite secondo i principi del Vastu Shastra. Inoltre, l’architetto di quegli edifici ha stabilito il concetto Shiva-Shakti del Tantra Shastra in queste costruzioni. I Moghul ottennero, in questo modo, i vantaggi di entrambe le scienze. Gli altri regnanti Musulmani non adottarono le regole del Vastu Shastra e il concetto Shiva-Shakti del Tantra Shastra nella costruzione architettonica. Non poterono così dominare come i Moghul. I palazzi di Bijapur, Bidar e Gaur si conformano all’architettura Tantrica nella cupola e nei minareti, rispettano i satakona (l’emblema tantrico dei triangoli incrociati), ma non fissano il concetto di Shiva-Shakti nell’architettura come i Moghul. Il concetto di Shiva-Shakti adottato dai Moghul è l’anima dell’architettura Tantrica e del Vastu Shastra.

Gli edifici e i monumenti di Bidar, Jaunapur, Bijapur sono costruiti in pietra nera, mentre le costruzioni Moghul sono costruite solo in marmo bianco e pietra rossa secondo il concetto di Shiva-Shakti del Tantra Shastra.

Anche l’Impero Maratha tentò di stabilire il suo domino su tutta l’India. Possedeva tecniche militari molto temibili. Governarono con successo su gran parte del subcontinente Indiano, ma per poco più di un secolo. L’architettura Maratha non ha applicato una sola norma di Vastu Shastra e di Tantra Shastra alle loro fortezze e palazzi. Fu solo la terra di Shaniwarwada (Puna, Maharashtra), benefica secondo il Vastu Shastra, che gli permise di dominare l’India per un certo periodo. Al contrario, Ganesha, Brahma, Surya, Vishnu e Mahesh, il dio dello spazio assegnato alle cupole, che sono le cinque forze della natura Induiste che il Vastu Shastra sfrutta per il bene umano, furono riadeguate all’Islam.

Inoltre, i Moghul hanno applicato architettonicamente il concetto di Shiva e Shakti e il Vastu Shastra al Forte Rosso di Delhi, al Forte Rosso di Agra e a Fatehpur Sikri. In questo modo, hanno stabilito con successo una roccaforte su tutta la regione del subcontinente Indiano. Altre dinastie Musulmane, l’Impero Maratha, i Re Rajput e i governanti Sikh furono incapaci di sviluppare la teoria concettuale di Shiva-Shakti, il Vastu Shastra e gli aspetti astrologici nella loro architettura. Per questi motivi, non regalarono all’India un’era dorata come i Moghul.

La suddetta spiegazione dimostra il mistero che circonda il bastione della dinastia Moghul in India comprovando la potenza Tantrica di Shiva-Shakti e del Vastu Shastra. I Moghul vivevano in quegli edifici costruiti secondo il Vastu Shastra e il concetto Tantrico di Shiva-Shakti (Forte Rosso di Delhi, Forte Rosso di Agra e Fatehpur Sikri). I Moghul, quindi, ottennero un successo in India col forte sostegno del Tantra, del Vastu Shastra e dell’astrologia.

Analizzando la religiosità Imperiale Moghul, prendiamo atto di una semplice realtà. Quest’architettura fu un’emanazione della luce divina (farr-i-izidi). Questa luce ebbe inizio con Adamo (A) e attraverso il lignaggio Profetico Coranico raggiunse la principessa Alanquwa che la trasmise ai reggenti Moghul. Questa luce divina si manifestò pienamente nella forma del sovrano Akbar che poté ricevere delle straordinarie rivelazioni. Ecco perché lo Shastra è nato con Adamo (A) ed Eva (A).

http://www.tradizionesacra.it/moghul_divinita_indiane.html

Tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, la supremazia dei Moghul diminuì e l’Impero Maratha divenne la potenza dominante. L’Impero Moghul fu invincibile e governò l’intero paese fino al 1720 d.C.

La fortezza di Delhi non fu conquistata realmente dalla devastazione Maratha, ma resistette grazie alla sua meravigliosa architettura. Il Forte Rosso fu progettato così perfettamente che persino un semplice Musulmano avrebbe governato senza troppa difficoltà. Questa perfetta e potente costruzione architettonica permise all’ultimo Imperatore Moghul, Muhammad Bahâdur Shâh, noto anche come Bahadur Shah, di governare in pratica solo sul Forte Rosso di Delhi e su qualche area adiacente fino al 1857, prima di essere esiliato in Birmania. Imperatore e Sufi, la sua filosofia a corte fu applicata incarnando un sincretismo Moghul Indù-Musulmano.

http://en.wikipedia.org/wiki/Bahadur_Shah_II

Questa condizione straordinaria dipende anche dal fiume Yamuna che scorre circolarmente verso Nord-Est formando una mezzaluna. Qualsiasi Vastu (in sanscrito significa “ciò che esiste” essendo manifestato e percepibile) che sorge presso il fiume rimane invincibile offrendo tutti i vantaggi del Vastu al Monarca che governa da esso. Tuttavia, a causa di calamità naturali, il fiume si ritirò riducendo automaticamente i benefici del Forte Rosso. Per questo motivo, la monarchia Musulmana fu limitata soltanto a Delhi.

Essa sopravvisse anche alla forza travolgente Maratha, non solo scampò, ma mantenne anche la sua autonomia. I Maratha, i Sikh, i Jat non furono in grado di stabilire il loro dominio su Delhi. I Britannici hanno sempre dichiarato di aver spodestato in India i Moghul e non il potere Maratha.

Bibliografia

1.      R. Nath, “Depiction of a Tantric Symbol in Mughal Architecture”, Journal of Indian Society of Oriental Art Calcutta, Vol. VII (1975-76)

2.      “Mughal Concept of Sovereignty as traced in the Inscriptions of Fatehpur Sikri, Agra and Delhi (1570-1655)”, Indica, Bombay, Vol. XI No. 2 (September 1974).

3.      Catherine B. Asher, A Ray from the Sun: Mughal Ideology and the Visual Construction of the Divine, in “The presence of light: divine radiance and religious experience” di Matthew Kapstein, 2004

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19 Feb 2011

BUDDISMO TIBETANO E L’ACCETTAZIONE DEL CORANO

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BUDDISMO TIBETANO E L’ACCETTAZIONE DEL CORANO

Molti individui, me compreso, si rattristarono quando i talebani demolirono in un solo colpo le statue dei Buddha in Afghanistan. Questi distruttori, credettero erroneamente che i Buddha fossero sinonimi d’idolatria, e come adoratori del Dio unico erano in dovere di distruggere tutte le immagini dei falsi dèi.

I talebani ritenevano di seguire prima l’esempio di Abramo, la pace sia su di Lui, e poi il modello di Muhammad, la pace sia su di Lui, quando conquistò e ripulì la Ka’aba da tutti gli idoli alla Mecca.

L’Islam aveva 100 divinità separate e le ha unite in un unico Allah con i suoi 99 attributi.

Altre religioni hanno fatto lo stesso. I fanatici intolleranti (e di solito ignoranti) seguaci di una sola fede, definiscono “idoli” gli attributi divini di un’altra fede, mentre tutti quelli di dio li chiamano angeli o nomi del dio unico.

Ho studiato un sacco di religioni e non ne ho ancora incontrata una che sia veramente politeista. Tutte hanno una divinità suprema le cui “parti” apparenti o gli “elementi” costituenti sono chiamati in un modo che, esteriormente sembrano esserci molti dèi, ma tutti questi dèi sono espressioni o manifestazioni dell’unico Obatallah, Ra, Brahman, El, ecc..

Ritengo che l’invasione americana dell’Afghanistan sia la reazione karmica alla distruzione delle statue dei Buddha operata dai talebani.

Una differenza enorme tra le presunte religioni monoteiste e le probabili politeiste, è che queste ultime si consacrano alla realtà dell’esperienza di Dio, mentre le prime parlano e investigano su Dio inveendo su chi non conviene al 100% con le loro speculazioni.

Il lama Buddista tibetano Yesce1, la pace sia su di lui, scrisse nel libro “La beatitudine del fuoco interiore”:

“Il Kalachakra Tantra parla di gocce di Kundalini che hanno la potenzialità del paradiso e dell’inferno, di tutti i sei regni. La meditazione del fuoco interiore scuote davvero tutto il nostro sistema nervoso e la nostra intera visione della realtà. Noi non vogliamo avere l’energia dei regni inferiori all’interno del nostro sistema nervoso come se stesse seduta in attesa della nostra morte. Vogliamo scuoterla e portarla adesso al chakra dell’ombelico. Quando lo facciamo, vediamo improvvisamente l’inferno, siamo nell’inferno. Le esperienze celesti e infernali durante la meditazione sono possibili perché l’intera energia universale è dentro il nostro sistema nervoso sottile e può manifestarsi da esso”.

Il Corano ugualmente nella surah 102, at-Takathur, dichiara:

“Vi distrarrà da Dio la gara di ricchezza fino al giorno

che visiterete le tombe. Invece no!

Ben presto saprete. E ancora no! Ben presto saprete. Ahi!

Se solo sapeste di scienza certa! Voi

Vedreste certamente l’inferno. Lo

vedrete con l’occhio della certezza.

Quindi, in quel giorno, sarete interrogati

sulla Beatitudine.”

(Corano, 102: 1-8)

L’enorme saggezza contenuta in questi 8 versi non mi basterebbe per scrivere un libro intero.

Grazie a lama Yesce, la pace sia su di lui, sappiamo che le visioni paradisiache e infernali sono gli effetti della meditazione profonda.

Durante le nostre vite accumuliamo condizionamenti, samskarakarma. Ci copriamo così dì risposte condizionate e mascheriamo la nostra personalità seppellendola e soffocandola sotto il peso di tanta immondizia accumulata.

I saggi Imhotep ed Elijah Muhammad ci consigliarono la ricerca della conoscenza del sé.

Il vostro vero sé non è il complesso di abitudini, emozioni e pensieri con cui v’identificate. Quel “falso voi” è un’immagine scolpita, una figura idolatrica che maschera il vero e vivente Dio abitante all’interno.

Quel vero voi è nascosto, invisibile, perciò un attributo di Allah è al-ghayb, l’invisibile. In Egitto, questa natura fondamentale umana e Divina fu chiamata Amen-Ra, “la Vita Nascosta”.

Tutti i nostri problemi personali si radicano nella mancanza di conoscenza del sé (anima).

“Le tombe” o “i sepolcri” della surah 102 si riferiscono alla meditazione profonda in cui il meditante muore simbolicamente al mondo. Il mio articolo “Lascia i morti seppellire i loro morti” (il titolo è tratto dal versetto biblico in Matteo, 8: 21-22) tratta questo concetto più in dettaglio.

Nella meditazione profonda i sensi sono ritirati, ma quando inizi a meditare, siamo distratti da tutti i tipi di pensieri sciocchi, casuali. Alcuni scrittori li hanno metaforizzati come demoni che li attaccano in una grotta. “Vi distrarrà da Dio la gara di ricchezza fino al giorno che visiterete le tombe.” (Corano, 102: 1-2) Prima di raggiungere lo stato profondo di onde cerebrali delta, i pensieri casuali verranno a distrarci e a distoglierci.

Persistendo, ritireremo i nostri sensi “come una tartaruga che si trascina nel suo guscio”.

Quando i sensi si sono ritirati, emergono una visione e un livello completamente diversi di conoscenza. “Ben presto saprete!” (Corano, 102: 3)

La maggior parte di ciò che pensiamo di sapere, non la conosciamo per nulla. Noi pensiamo, noi crediamo.

Non ho quasi rispetto per alcun cosiddetto “credente”. Credendo, ammette effettivamente di non sapere. Infatti, il Corano afferma che l’uomo conosce pochissimo, solo teorie, opinioni, ipotesi (congetture) da seguire.

Purtroppo, i tombaroli spirituali Arabi ed Ebrei hanno distorto “l’Amen” e l’hanno trasformato in “credenza” e “fede”. E allora io dico che se non sei un uomo o una donna di fede, non sei in compagnia della loro divinità quotidiana.

Io non sono un uomo di fede. Tento di essere un uomo di scienza. Potete conservare la vostra fede. La vostra fede significa che non sapete, cioè, che siete persone ignoranti.

La Bibbia afferma: “Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza.” (Osea, 4: 6) Non si tratta di mancanza di fede. C’è troppa fede.

Hanno sbagliato tutto.

La parola “semitica” “amana” deriva da Min e Amen. In realtà, si riferisce all’energia di punto zero e al punto zero di Coscienza (Nirvana).

In verità Gesù, la pace sia su di Lui, ha detto: “Se tu avessi abbastanza particelle di antimateria per riempire un granellino di senapa, potrebbe saltare in aria una montagna”, e non “se avrete fede pari a un granellino di senapa.” (Matteo, 17: 20)

Gesù era uno scienziato.

Al punto zero di Coscienza tutto è possibile. “Il vostro innato stato di Amen vi ha reso sani o integri”; è questo che intendeva quando ha catalizzato una guarigione, e non “la vostra fede”.

“Voi vedreste certamente l’inferno.” (Corano, 102: 6)

Voi create le vostre esperienze infernali (e paradisiache) dalle profondità del vostro essere. L’inferno, potremmo dire, è un ologramma di tutti gli atti accumulati (comprese le azioni mentali) in questa vita e in altre esistenze.

La nostra anima registra ogni nostro comportamento. Il nostro “giudizio” è determinato dalla registrazione scritta sulla nostra anima. Il Corano dichiara:

“Leggi il tuo libro! È sufficiente la tua anima, oggi, a computare contro di te le tue azioni!” (Corano, 17: 14)

Nello stato di profonda meditazione si può diventare chiaroveggente. Si possono vedere molte cose: dakini, angeli, deva, demoni, vite passate, vite future, scene casuali o il vostro Sé Superiore.

“Lo vedrai con l’Occhio Certo”.

L’Occhio Certo è il Terzo Occhio Risvegliato. “Il mio occhio ha visto la gloria della venuta del Signore”. (The Battle Hymn of the Republic)

Non siamo qui per soffrire, anche se il Buddha insegnò che la sofferenza esiste, ma nelle Quattro Nobili Verità Buddha Shakyamuni ha anche identificato la causa e la fine della sofferenza.

Noi soffriamo perché siamo indotti a credere che le cose irreali siano reali. Stevie Wonder cantava: “Quando credi in cose che non capisci, che poi ti fanno soffrire, la miglior cosa non è la superstizione.”

Le realtà oggettive dipendenti non sono molto reali. Le nostre vite sono sogni. Siamo diventati attaccati all’effimero, le cose evanescenti sono effettivamente vuote, vane o bâtil (nulle); giacché il Corano designa nella dunya i fenomeni del regno inferiore.

Noi siamo concepiti per sperimentare naturalmente la beatitudine (na’iym).

“Sicuramente chi padroneggia la ritenzione dello sperma

[amanu: letteralmente in arabo sono “coloro che credono”; in realtà significa dar fede al principio tantrico della ritenzione spermatica]

lavorando per collegare insieme le parti energetiche

[salihaat: letteralmente in arabo “le buone azioni”; significa applicare la tecnica della circolazione dell’energia collegando le varie parti del corpo. Sono queste le buone azioni],

il loro Rabb [o guru] li guida attraverso la

realizzazione dell’Amen-coscienza

[imanihim: letteralmente in arabo “la loro fede”; in questo caso significa il Samadhi o l’Amen]:

? flusso di correnti (letteralmente in arabo “fiumi o ruscelli” è l’energia attinta dalla terra)

provenienti da sotto i loro piedi nei giardini di Beatitudine (na’iym).”

(Corano, 10: 9)

Non troverete nessuna traduzione interpretativa del suddetto versetto Coranico che ho appena presentato. Questa traduzione di parole arabe molto tecniche è effettivamente la più corretta in italiano.

Altri traduttori interpretano amanu per “coloro che credono” e ‘amilu-s-saalihaat per “compiere buone azioni”.

La pratica della meditazione interiore del fuoco concede grande beatitudine e illuminazione.

I giardini di Beatitudine si riferiscono agli stati di trance estatica.

Note

1: Il lama buddista tibetano Thubten Yeshe è co-fondatore della fondazione per la preservazione della tradizione tantrica mahayana.

Bibliografia

Amir Fatir, Tibetan Buddhism and Quran Agree

http://www.tradizionesacra.it/buddismotibet_corano.htm

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19 Feb 2011

IL ROMBO ENERGETICO NELLA CURA DELLE MALATTIE ENDOCRINE

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IL ROMBO ENERGETICO NELLA CURA DELLE MALATTIE ENDOCRINE

Le malattie endocrine disturbano le funzioni delle ghiandole a secrezione interna, la biosintesi, il meccanismo d’azione e lo scambio degli ormoni nel corpo.

Le ghiandole endocrine producono e secernono ormoni nel sangue che influenzano il metabolismo, alterando la funzione dell’intero organismo o dei singoli organi e sistemi. Il compito principale del sistema endocrino è di coordinare le attività del sistema cardiovascolare, respiratorio, escretore, ecc… Il sistema endocrino compie questa funzione in stretta cooperazione con la struttura energetica e col sistema nervoso centrale del corpo.

Il sistema endocrino include l’ipofisi, la tiroide e vicino a essa, le isole pancreatiche o isole di Langerhans, la corticale delle ghiandole surrenali, i testicoli, le ovaie, l’epifisi o la ghiandola pineale, la ghiandola del timo (timo). Il sistema endocrino è in rapporto diretto con l’ipotalamo; con i tessuti ormonali del tratto gastrointestinale; con i reni che secernono ormoni nel sangue, renina e l’eritropoietina; col cuore che secerne l’ormone natriuretico; col sistema nervoso centrale che genera i neurormoni.

Sebbene le malattie endocrine varino nella forma, sintomi e decorso, esse hanno un comune squilibrio energetico; ecco perché i guaritori Bulgari agivano sul malato seguendo il seguente schema: ipotalamo-ipofisi (attraverso Ajna chakra), la ghiandola tiroidea e del timo (tramite Vishuddha chakra), i reni e le ghiandole surrenali (mediante Manipuraka chakra), i testicoli o le ovaie (in Muladhara chakra).

Il guaritore, influenzando il chakra, dapprima “lo pulisce” di energia “fredda”, e poi lo riempie di prana. Contemporaneamente, l’influsso si sposta sull’organo malato, ad esempio, nel caso dell’ipoparatiroidismo, il guaritore stimola la tiroide e le paratiroidi.

Dopo il ripristino dell’equilibrio dei centri energetici, il guaritore influenza il “rombo” d’energia (Vishuddha chakra, le ghiandole surrenali e la kundalini) inserendo un programma nel centro telepatico (Ajna chakra). L’impostazione del programma di guarigione prevede “l’accensione” di un colore specifico per ciascuna delle ghiandole endocrine: un colore sole al tramonto per le ghiandole sessuali; un colore dorato per i reni; un colore blu chiaro per il timo; un colore blu scuro per la ghiandola pituitaria.

Alla fine della seduta è necessario ripristinare il campo energetico del paziente dandogli un color verdaccio, come un’onda marina.

Il trattamento del sistema endocrino della persona attraverso il suo campo energetico (aura).

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1. Una dieta generale durante le malattie endocrine consiste in un utilizzo minimo di cibi grassi e di proteine. Ricordiamo il detto dei guaritori Orientali: “lo zucchero paralizza il sistema digerente e nervoso”;

2. L’uso di erbe medicinali (vedi capitolo “La fitoterapia…”);

3. L’osservanza di un ritmo regolare quotidiano;

4. L’esecuzione di esercizi respiratori e fisici (vedi cap. “http://www.tradizionesacra.it/Introduzione_allo_Yoga_Musulmano_dei_Bulgari_del_Volga.htm”).

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29 Dic 2010

L’AGAMA JNANA SAGARA DI ALI RAJA

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L’OCEANO DI AMORE

L’AGAMA1 DI ALI RAJA/ JNANA SAGARA

A cura di David G. Cashin. Professore alla Columbia International University, è studioso di Islam e Indologo.

Dedicato al dott. Ahmad Sharif che mi condusse attraverso il labirinto del misticismo Bengalese Medioevale.

PREFAZIONE

Ho avuto il privilegio di vivere in Bangladesh per circa sei anni; nella sua prima metà come studente dell’Università di Dacca, e nella sua seconda metà come ricercatore di letteratura Bengalese per conto dell’Università Stoccolmese (Svezia). Sebbene fossi uno straniero in questa terra, ho condiviso in qualche modo le sue gioie e i suoi dolori. Mi duole che il Bangladesh sia conosciuto in Occidente soprattutto per le sue catastrofi naturali e per la povertà, poiché la positività di questa terra è semplicemente sconosciuta o trascurata in Occidente. Il Banglandesh è giustamente orgoglioso della sua lunga e varia tradizione letteraria. Il suo più grande deposito è la ricchezza culturale, ma purtroppo è ignoto all’Occidente.

Ci sono diverse ragioni di questa trascuratezza. In primo luogo, i ricercatori Occidentali di letteratura Bengalese hanno quasi tutti studiato a Calcutta. Anche se Calcutta è il centro riconosciuto degli studi Bengalesi, si evidenzia poco il contributo Musulmano alla letteratura Bengalese, in particolare Medioevale. I manoscritti non sono generalmente disponibili. Questa situazione deve trovare un aggiustamento. Mi auguro che il presente studio e altri, stimolino l’interesse per questa vasta e affascinante tradizione letteraria nel mondo Occidentale. Confido che altri si uniscano alla missione.

Questa trascuratezza dipende da un’altra ragione sottile, cioè dalla tradizione letteraria Musulmana dell’età di mezzo, ugualmente in Bangladesh. Questa letteratura rappresenta ciò che Asim Roy nomina la Tradizione Islamica Sincretistica del Bengala. Non condivido l’uso del termine “sincretistico”. Sono sicuro che gli scrittori di questa tradizione non si considerassero mai dei sincretisti diversi dagli altri Musulmani. Nelle menti di alcuni Bengalesi questa letteratura rappresentò l’eterodossia, persino la deviazione. I ricercatori in questo campo tristemente scarseggiano anche qui, ma a mio avviso, questa letteratura rappresenta la bellezza del Bangladesh. La società del Bangladesh è profondamente tollerante. L’armonia tra Musulmani, Indù, Buddisti e Cristiani è un tema ricorrente nella letteratura di questa terra. Forse anche più importante, è la tolleranza mostrata per le varie scuole di pensiero all’interno dello stesso Islam.

L’Islam in Occidente, purtroppo, è rappresentato dal volto degli Ayatollah. Quale meraviglioso contrasto il Bangladesh presenta di quel ritratto. È una terra in cui i credenti ortodossi indossano i pagris (turbanti) e i seguaci del Langta Fakir (il fakir nudo) rinunciano al più semplice panno, è un paese in cui a un angolo di strada il mahfil-i-milad (riunione in cui la storia della nascita del Santo Profeta è recitata) è ascoltabile e a poca distanza si ode il canto ritmico di un gruppo Sufi. La tariqah Maijbhandari* canta sul Profeta Muhammad, su Radha e su Krishna; mentre i discepoli di Pir Atroshi raccolgono seguaci nel palazzo presidenziale. Sunniti, Sciiti, Sufi, chari chandra (gli adoratori delle quattro lune) e pancom rasa, tutti hanno il loro posto in Bangladesh. Si tratta di una tradizione di cui andare fieri!

Colgo l’occasione per ringraziare un certo numero d’individui e di organizzazioni senza il cui aiuto questa tesi non poteva completarsi. Il dottor William Smith è stato consigliere e insegnante di medio Bengalese, e ha fornito innumerevoli aiuti lungo il percorso per il completamento di questo lavoro. Il dottor Ahmad Sharif mi ha dedicato molte ore del suo tempo, e rifiutando ogni rimunerazione mi ha guidato nella traduzione di questi manoscritti. È un ottimo esempio d’insegnante e di ricercatore motivato dal profondo amore per la lingua, la letteratura e la tradizione Bengalese. Grazie dottor Sharif. Vorrei anche ringraziare il Dipartimento di Bengalese presso l’Università di Dacca e il suo intero staff, e in particolare Mansur Musa per l’aiuto fornito, sia nello studio della lingua sia nell’analisi del manoscritto. Il Sig. Shamsuzzaman Khan e il personale dell’Accademia Bengalese sono stati di grande aiuto sia nella preparazione di questo manoscritto, sia nella ricerca continua. Ne sono ora coinvolto. Gli esprimo il mio particolare ringraziamento.

* : I Maijbhandari hanno due livelli di culto: (a) un Sufismo Arabo-Persiano con agiografie e testi teologici; (b) una forma popolare Tantrica è rintracciabile nelle canzoni Bengalesi.

INTRODUZIONE

L’Agama Jnana Sagara di Ali Raja, è un testo in lingua Bengalese del 18° secolo che combina il culto Vaisnava-Sahajiya e la dottrina del Sufismo, sebbene questa mistura non sia immediatamente evidente nel testo. Il titolo suggerisce una connessione al Tantrismo, giacché trattasi della ricerca iniziale da me intrapresa. Abdul Karim, che ha curato per primo la seconda parte dell’opera, ha dichiarato che è molto difficile capirlo e non si pronuncia sulle sue fonti, ma afferma che si tratta di un lavoro di mistica Islamica. La sua breve dissertazione sugli altri scritti di Ali Raja, tuttavia, fornisce alcuni spunti di riflessione. Egli osservò la dichiarata devozione di Ali Raja per Radha e Krishna in alcune delle sue liriche Vaisnava che egli scrisse. Seppur sia stato possibile a un uomo scrivere l’opera Islamica del Jnana Sagara, è “impossibile per me spiegarla”2,dichiara. Il dott. Ahmad Sharif, che in seguito rivide il resto del lavoro, ha analizzato alcune delle potenziali fonti del testo. È menzionata l’influenza Buddista, Vaisnava, Sahajiya, Vedantica, Nathista, Baul e Yogica.3

Questo non ci dice molto, giacché tutti i culti esoterici hanno mutuato dai sistemi precedenti amalgamandosi liberamente con essi. S.K. De precisa quest’osservazione nel suo studio sulla storia del movimento Vaisnava Bengalese:

Nella complessa trama del Vaisnavismo Bengalese si intrecciano anche delle idee provenienti da svariate fonti non Vaisnava… I principi e gli esercizi lasciati dal decadente Buddismo e già infossati nell’Induismo attuale hanno avuto successo nei pensieri religiosi e nelle pratiche del tempo. Tutte queste caratteristiche d’involgarimento del Tantra decadente, nelle forme Indù e Buddista, esposero il Vaisnavismo a elevate tentazioni erotiche.4

Il punto, allora, non è di individuare le origini di particolari concetti in questo testo, ma di identificare il culto specifico attraverso il quale questi concetti esoterici sono mediati. È stato già affermato, nel caso di questo testo, che la fonte sia il culto Vaisnava-Sahajiya.

Prima di procedere all’analisi del testo, è necessario analizzare le motivazioni di questo studio, sia su quanto è stato in precedenza scritto, sia sul valore del testo di Ali Raja. Al pari dei testi Tantrici che Bharati considerò “ammutoliti in silenzio e coperti dal mistero”,5 i testi Sufi del Medioevo Bengalese furono completamente ignorati. Forse l’atteggiamento migliore è caratterizzato dalla seguente dichiarazione del dr. Muhammad Enamul Haq, che è considerato uno dei massimi esperti di Sufismo Bengalese:

Prima del 17° secolo, il Sufismo Bengalese adottò un nuovo percorso, e in un secolo e mezzo assorbì molti elementi indigeni, credenze e pratiche che fecero perdere non solo la sua purezza incontaminata e la sua individualità, ma anche il suo significato spirituale, la sua forza intrinseca e il suo carattere espansivo. Con la perdita di tutti questi principi, il Sufismo Bengalese divenne molto simile al Tantrismo, al Yogismo, al Nathismo e ad altri sistemi simili di pensiero indigeni e ascetici.6

Naturalmente, la maggior parte dei manoscritti Sufi Medioevali Bengalesi rientra in questa categoria; quindi, non è sorprendente che il dottor Haq abbia trascorso la maggior parte del suo studio a esporre il Sufismo Persiano. Il suo unico commento al lavoro di Ali Raja è questo: “Tutto il libro è cosparso di Yoga Vaisnava e Buddista, e d’altre idee non Islamiche”.7

Il Muslim bangla-sahitya («Letteratura musulmana bengalese», in Bengali, Dacca, 1965) del dott. Haq che è una visione d’insieme del contributo Musulmano alla letteratura Bengalese, soffre di questo stesso pregiudizio. I suoi commenti su Ali Raja sono limitati a una sola pagina, mentre la controversia riguardante il titolo del presente testo è discussa nel modo seguente:

Agama e Jnana Sagara sono le due parti dello stesso volume, anche se il nome del libro originale non è noto. Tuttavia, il nome della prima parte è Agama, mentre la seconda parte è denominata Jnana Sagara. Si tratta di una miscela d’insegnamenti Sufi e Yogici, il cui tentativo è la riunificazione della cultura Indù e Musulmana”.8Asim Roy considerò lo scritto di Haq una “nota descrittiva e di glorificazione, piuttosto che una storia interpretativa della prima letteratura Musulmana Bengalese.9

La critica di Roy alla trattazione che Haq fa dell’Agama/Jnana Sagara, comunque, comporta un esame minuzioso. La sua critica principale rivolta a Haq, ad Abdul Karim e ad Ahmad Sharif, è che essi separano in due opere Agama e Jnana Sagara, mentre Roy li identifica come parti della stessa opera il cui titolo è Agama. A sostegno della sua tesi, cita un verso del Jnana Sagara, in cui afferma che il titolo del libro è Agama.

Ciononostante, sebbene le due opere siano ovviamente dei manuali accoppiati, la cui inclusione riproduce il miglior manoscritto Bengalese, essi furono divulgati anche separatamente. Inoltre, i due volumi procedono in modo separato, anche se trattano questioni strettamente correlate. Agama presenta principalmente una cosmologia della creazione, mentre il Jnana Sagara contiene soprattutto degli aforismi per il corretto comportamento di un fachiro. Anche nel miglior manoscritto, i titoli dei volumi sono chiaramente separati.

Mi chiedo se l’uso del nome Agama nel testo del Jnana Sagara significhi che il titolo dell’intero lavoro avrebbe dovuto essere Agama. In altri punti del Jnana Sagara, Raja afferma che il titolo del suo libro è Jnana Sagara.10 I suoi argomenti che Agama, quindi, sia il solo titolo del lavoro sono poco convincenti.

The Islamic Syncretistic Tradition in Bengal (Princeton, 1983) di Roy, è il primo volume in Inglese ad apparire sulla letteratura Medioevale Musulmana Bengalese. Egli dichiara che il suo studio ha due scopi:

La prima letteratura Musulmana Bengalese solleva, pertanto, due questioni di vitale importanza che riguardano una comprensione adeguata del processo d’Islamizzazione del Bengala. Primo, la moltitudine dei credenti Musulmani Bengalesi si trovò in una situazione sociale e culturale paradossale, la cui barriera linguistica e culturale non li ammetteva alla straniera tradizione Islamica, giacché erano immersi nella preesistente tradizione locale non-Musulmana. In secondo luogo, è necessaria un’analisi attenta della tradizionale natura religiosa e sincretista che emerge dal corpus di questa letteratura religiosa e semi-religiosa”.11

Il suo primo scopo supera i limiti del presente studio. Il suo secondo scopo comporta una considerazione attenta. Egli afferma:

Questa letteratura abbisogna maggiormente di una storia interpretativa ed esauriente. Il Muslim bangla-sahitya («Letteratura musulmana bengalese», Karachi, 1957) di M. E. Haq in Bengalese e la sua versione in Inglese, è il primo, e in sostanza, l’unico tentativo operato in questa direzione.12

Quest’asserzione è fuorviante, se non semplicemente falsa, giacché dipende dall’interpretazione data alla parola “esauriente”. M. E. Haq è un uomo di paglia. Il più importante sforzo “interpretativo” dei testi Sufi Bengalesi è il Banglar Sahitya Sufi (Dacca, 1969) di Ahmad Sharif.

Non è così esauriente come il lavoro di Roy, giacché Sharif si limita a otto manoscritti; ma questi sono gli otto manoscritti più importanti che trattano di storia mitologica, cosmogonia, cosmologia, misticismo ed esoterismo. Questi documenti costituiscono la struttura principale di Roy, la cui unica citazione del lavoro è in una nota in calce al termine di un lungo elenco di testi curati: “Alcune opere mistiche sono state redatte da Ahmad Sharif nel suo Banglar Sahitya Sufi (Dacca, 1969)”.13

Si ha l’impressione che l’opera sia soltanto una raccolta di testi curati. Sharif, tuttavia, inizia con sessanta pagine l’analisi storica di questi testi e delle loro fonti filosofiche. Egli analizza anche il processo attraverso cui il Sufismo adottò i sistemi esoterici locali. Inoltre, presenta ogni testo con un massimo di quindici pagine analizzando le sue fonti e il suo punto di vista filosofico, oltre ad aggiungere ampie citazioni. Per quanto riguarda questi testi specifici, l’analisi di Roy è pressoché analoga a quella di Sharif, seppur a volte l’analisi di Sharif sia più minuziosa della ricerca di Roy.

L’Agama/Jnana Sagara è un caso emblematico; Sharif indica il collegamento Sahajiya nel testo, che Roy non cita mai. Forse Roy non conosceva il contenuto del libro di Sharif. In ogni caso, questa è un’omissione grave considerando le preoccupazioni di Roy per la compiutezza del lavoro; inoltre, Roy utilizza circa la metà dei testi riveduti da Ahmad Sharif essendo l’autorità più competente in materia.

Il Banglar Sahitya Sufi di Ahmad Sharif e The Islamic Syncretistic Tradition in Bengal di Roy sono studi di massima che tracciano le caratteristiche principali della tradizione letteraria Musulmana Bengalese Medioevale.

Le loro osservazioni su testi specifici sono relativamente brevi e tendono a identificare, sulla base della terminologia testuale, un ampio spettro d’influenze. Si definisce così in modo impreciso, a volte, il punto di vista filosofico espresso facendo sorgere problemi d’interpretazione. La trattazione di Asim Roy dell’Agama/Jnana Sagara è tipica. La sua analisi segue la stessa linea della precedente discussione di Ahmad Sharif. Egli cita in primo luogo l’influenza Tantrica:

Ali Raja si è soffermato a lungo sul principio mistico della dualità che si unisce nell’uno … Gli aspetti informali e formali dell’essenza divina furono comparati alle nozioni Tantriche Induiste di Bhavaka e Bhavini”.14

In seguito, spero di dimostrare che non si tratta di un’influenza diretta del Tantrismo, ma è un termine Tantrico utilizzato dalla filosofia Vaisnava-Sahajiyya, una forma Tantrica del Vaisnavismo (http://en.wikipedia.org/wiki/Vaishnava-Sahajiya). La chiave di volta è l’utilizzo del termine prema rasa nel linguaggio figurativo dualista.

Roy cita ampiamente, seppure per lo più con singole parole, il testo di Raja. Così, abbiamo un’idea del testo senza definirne con precisione la sua filosofia. Roy nota, per esempio, l’influenza Yogica:

La marifa (gnosi) scrive Ali Raja, è ciò che chiamiamo agam e la sharia è aperta e conosciuta; mentre agam è nascosto ed è il segreto Vrindavan15 del Signore… Alla gente è ordinato nel Corano di aderire alla via dello Yoga, e Dio nasconde sicuramente la propria visione alla persona che ha raggiunto il cielo in virtù della sua grande pietà, tranne a chi adotta lo Yoga”.16

Quest’affermazione non dice molto su come tutti i culti esoterici utilizzano lo Yoga a certi livelli. Un simile riassunto testuale è impreciso, soprattutto se tradotto letteralmente, se non si possiede una comprensione fondamentale della filosofia. Roy afferma:

Nonostante la forte enfasi posta sulla verità dell’amore esoterico, l’importanza della conoscenza formale (‘ilm), della rivelazione e dell’attaccamento alla sharia non fu trascurata. Anche nella percezione religiosa di Ali Raja, che è così profondamente permeata dall’influenza Yogico-Tantrica, la sharia è la “radice assoluta” giacché è essenziale per la comprensione della verità agamica.17

Penso che Roy fraintenda Raja su questo punto. Non conosco nessun gruppo di mistici Sufi in Bangladesh, dall’identità fachira, che segua la sharia. La sharia è la legge Islamica, che copre l’intero ambito di comportamento, con particolare riferimento ai 130 Faraj (obbligazioni) o leggi rituali richieste e prescritte al Musulmano per la sua vita quotidiana. La questione principale è, tuttavia, che il fachiro non segue la sharia. Il termine sharia è usato come una parola in codice per riferirsi al rituale preparatorio iniziale dello stadio pravarta (novizio) della Sahajiya sadhana.

Allo stesso modo, l’esposizione di Roy sui maqam o tappe dei viaggi mistici, non è altro che un elenco di alcune similitudini che Raja utilizza. Nella sua trattazione riguardante l’opinione di Raja sulla divinità, afferma:

Ali Raja mostrò la più forte espressione dell’immanente e panteistica natura della divinità. L’infinita e informe essenza di Dio, egli affermò, è una descrizione inadeguata. Chi potrebbe penetrare la sua vera natura? Egli mantiene il segreto della sua essenza a chicchessia e si rivela alle persone solo nelle sue forme manifeste. La gente è ingannata dai suoi attributi transitori.18

Roy (e Sharif prima di lui) sostiene qui l’influenza del pensiero Vedantico, nulla di particolare è l’uso dei termini paramatma e jivatma, e le sue argomentazioni a sostegno della non-violenza contro qualsiasi essere vivente. In questo modo, si afferma la notevole influenza della filosofia Indù negli scritti di Ali Raja. Questo vale pure per la sua dissertazione sul guruvada19. Egli cita brevemente qualche termine Nathista:

Si noti che hamsa o ajapa sono centrali nel sistema Yogico-Tantrico. Le due sillabe ham e sah spesso rappresentano l’esalazione e l’inalazione o anche Shiva e Shakti. Param-hamsa (scritto anche paramahansa) si realizza meditando sul nome di hamsa. La potenza del suono del nome di hamsa, secondo Ali Raja, purifica il corpo e la mente.20

Dalla sua nota in calce si capisce che la terminologia trattata è Nathista, ma Roy non lo spiega in modo chiaro e profondo. Infatti, il testo si connette più chiaramente al culto Vaisnava-Sahajiya che al credo Nathista, ma questo nesso non è neanche menzionato nel libro di Roy. Il lavoro di Roy, però, è un’introduzione eccellente a questi testi seppur non scavalchi gli scritti precedenti.

Uno scrittore ha, tuttavia, individuato la fonte primaria della visione filosofica di Ali Raja. Shashi Bhushan Dasgupta nel suo lavoro “Oscuri Culti Religiosi” (Calcutta 1962), commenta brevemente il Jnana Sagara di Ali Raja:

Si tratta di un testo di Yoga Islamico in lingua Bengalese mischiato con le idee dell’ideologia Vaisnava-Sahajiya e Nathista.21

La mia linea analitica darà la preminenza alla connessione col culto Vaisnava-Sahajiya.

Il fondamento logico di questo studio è di compensare le parecchie opere precedenti, le quali hanno solo introdotto in generale la letteratura Sufi Bengalese. Sento che il tempo è maturo per uno studio approfondito che includa il testo e la traduzione di uno di questi documenti. Essendo un novizio negli studi Sufici e del Vaisnavismo Sahajiya, la mia analisi sarà, necessariamente, un po’ provvisoria. Ho fornito, quindi, l’intero testo dell’Agama e le sezioni del Jnana Sagara affinché altri più perspicaci di me interpretino integralmente il significato di questo testo. Forse sembra inadeguato, ma è importante che gli studi Indologici di questi testi siano approfonditi.

Detto questo, bisogna considerare la seconda questione che ho postulato in precedenza circa il significato del testo di Ali Raja. In breve, perché questo testo? Perché è stato selezionato e tradotto questo testo rispetto a dozzine di testi più importanti? Fornisco tre risposte a questa domanda. Primo, gli scrittori precedenti di testi Medioevali Sufi Bengalesi (Karim, Haq, Sharif e Roy) hanno confidato sia sul suo testo, sia sulle altre opere. Si tratta dell’unico testo citato per nome da Shashi Bhushan Dasgupta in questa tradizione. In secondo luogo, a giudizio di altri studiosi, è un testo importante rappresentativo di una tradizione vivente. Un Oras annuale (o Auras)22 si tiene al luogo di sepoltura di Ali Raja23, nel distretto di Chittagong, e il suo testo è stato ristampato là nel 1985.24 Ho discusso molte ore con i Sufi Bengalesi registrando le conversazioni su nastro per circa trenta ore; così, posso dire che i concetti trovati nell’Agama/Jnana Sagara sono ancora molto diffusi in Bangladesh. Le radici concettuali sono le stesse, sebbene utilizzino la terminologia Araba e Persiana. Non tutti i Sufi in Bangladesh, comunque, sono influenzati dai Vaisnava Sahajiyya, seppur la dottrina principale di un certo numero di gruppi provenga da questa fede. L’Agama/Jnana Sagara di Ali Raja, quindi, è peculiare delle scritture Sufi Bengalesi Medioevali.

1. Il sistema filosofico e yogico shivaita è conosciuto in genere come agama. La parola agama significa una dottrina tradizionale o un sistema che controlla la fede.

2. Abdul Karim, in Ahmad Sharif, 1969, pag. 406-408.

3. Ahmad Sharif, 1969, pag. 312-321.

4. S.K.De, 1986, pag 26.

5. Agehananda Bharati, 1965, pag. 9.

6. Muhammad Enamul Haq, 1976, pag. 52

7. Muhammad Enamul Haq, 1976, pag. 376

8. Muhammad Enamul Haq, 1965, pag. 279 (mia traduzione)

9. Asim Roy, 1983, pag. 12

10. Cf. pagine 90 e 91 in questo studio.

11. Asim Roy, 1983, pag. 7.

12. Ibid., pag. 10.

13. Ibid., pag. 10.

14. Sim Roy, 1983, pag. 125.

15. Vrindavan: Goloka, il paradiso vishnuita d’eterna bellezza e beatitudine.

16. Roy., 1983, pag. 144.

17. Roy., 1983, pag. 144.

18. Roy, pag. 156.

19. La dottrina che sottolinea l’indispensabilità del guru per il ricercatore spirituale.

20. Ibid., pag. 185.

21. Das Gupta, 1962, pag. 177.

22. La parola Persiana Oras significa “nozze”, ma il termine è spesso pronunciato Auras il cui significato è “seme”. Si riferisce al festival annuale in cui sono diffusi gli insegnamenti di una setta.

23. Questi luoghi di sepoltura sono indicati come “majar”.

24. Questo testo è pieno di corruzioni indicanti che i seguaci di Raja ignorano forse il significato di alcuni dei suoi insegnamenti.

TUTTA LA VITA DI RAJA E I SUOI SCRITTI

Siamo consapevoli delle date esatte di Ali Raja grazie a un colophon scritto di suo pugno e conservato presso questa sepoltura attestante la sua data di nascita al 1759, mentre una scrittura di un suo discepolo afferma che morì il 1837.1 Ahmad Sharif ritiene che il colophon riportato nell’Agama/Jnana Sagara sia stato scritto mentre il suo Pir, Shah Keyamuddin, era ancora vivo. Se fosse così, il libro fu scritto qualche tempo prima della sua morte stabilita il 1790.2 Il suo luogo di nascita e l’ubicazione della sua sepoltura è il villaggio Oskhain, nel distretto di Chittagong. Era noto come un fachiro non impegnato in austerità, ma rimase il titolare della sua casa fino all’ultimo.3 Ha al suo attivo altri due lavori, il Dhyana Mala, un’opera di filosofia musicale, e il Siraj Kulab, una raccolta di aforismi e di storie provenienti dai quattro libri sacri per i Musulmani (i cinque libri di Mosè, i Salmi, il Vangelo e il Corano).

Inoltre, ha a suo credito un gran numero di poesie Vaisnava. Due raccolte di poemi Musulmani Vaisnava contengono delle ampie selezioni di Ali Raja. Il Muslim Kavir Pada-Sahitya di Ahmad Sharif enumera quarantatré poesie di Ali Raja, di cui una non è elencata in nessun’altra collezione.4 L’altra opera di Bhattacarya, il Musalman Kavir Padamanjusa, è poco curata poiché mescola gli scritti di Ali Raja e di Muhammad Ali Raja, un poeta del tardo 19° secolo (cfr. poema numero 40 nella sua collezione)5. Così, le poesie supplementari che elenca sono discutibili (numeri 1, 22, 38, 40 e 46).

Il presente studio non si occupa se la poesia Vaisnava sia stata scritta da Musulmani, o se questi ultimi fossero dei bhakta Vaisnava. Nell’Agama/Jnana Sagara, invece, abbiamo a che fare con un libro Musulmano per un uditorio Musulmano. Qui risiede la possibilità di esaminare le piene caratteristiche della sua filosofia.

1. Ahmad Sharif, 1983, pag. 669

2. Ibid., pag. 670.

3. Ahmad Sharif, 1983, pag. 668.

4. Ahmad Sharif, 161, pag. 191.

5. Sri Jatindramohan Bhattacarya, 1984, pag. 364-365.

MANOSCRITTI E METODOLOGIA DI TRASCRIZIONE

Quattro copie dell’Agama/Jnana Sagara sono conservate presso la Biblioteca Universitaria di Dacca. Questi esemplari sono vecchi di 90-125 anni. Tre trascrizioni sono scritte in Bengalese con caratteri Arabi per gli studenti delle Madrase (scuole coraniche) che non leggevano la scrittura Bengalese.

Solo una copia, che è considerata il miglior manoscritto, è scritta a mano in Bengalese ed è abbastanza leggibile. Un secondo manoscritto Bengalese fu usato 35 anni fa solamente da Ahmad Sharif per redigere il suo lavoro. Il manoscritto è, purtroppo, ora mancante. Ho utilizzato l’edizione di Ahmad Sharif, confrontandola col miglior manoscritto ancora disponibile in biblioteca. La maggior parte degli errori è di composizione tipografica.

Ho trascritto nel testo il vocabolario tecnico nella sua forma Sanscrita. In alcuni casi, dopo averlo tradotto inizialmente, ho lasciato nel testo la parola nella sua forma originale per evitare un’espressione Inglese maldestra.

TERMINOLOGIA ESOTERICA DELL’AGAMA JNANA SAGARA

L’analisi filosofica del testo è contenuta principalmente in una nota in calce. Allo scopo di rendere la tesi più chiara, ho scelto tre termini esoterici comuni per una prima analisi. I vocaboli sono rasa, bhava e siddhi/siddha.

Anche se comuni a tutti i culti esoterici del Bengala, ogni termine ha un suo significato e uso distintivo all’interno di ciascun culto. Gli argomenti della mia tesi non si basano esclusivamente sull’interpretazione di questi tre termini, ma i suddetti vocaboli illustrano i problemi interpretativi che si affrontano nel dominio dell’ordinaria terminologia. L’uso che Ali Raja fa del termine rasa è ragionevolmente esposto dal pensiero Vaisnava Sahajiyya. Il suo uso di bhava è inconcludente, sebbene la sua conclusione sia interessante in sé. Siddhi/siddha nel modo in cui sono utilizzati non dimostrano tanto una connessione Vaisnava Sahajiya, ma comprovano un deviamento rispetto all’uso tipicamente Nathista; mostrandoci i limiti delle opinioni di Ali Raja.

Questo studio procederà nello stesso modo per ogni termine. Innanzitutto, vedremo come il termine è definito nel dizionario e le sue radici Sanscrite, ove ciò sia utile. In secondo luogo, esamineremo alcune delle tipiche interpretazioni e gli usi del termine secondo il pensiero delle scuole esoteriche indicate come fonti secondo la prospettiva filosofica di Ali Raja. Infine, osserveremo il modo in cui Ali Raja utilizza ogni termine e lo confronteremo con le nostre potenziali fonti.

RASA

Il termine rasa ha una gamma molto ampia di significati, sia in Bengali sia in Sanscrito. In realtà, si riferisce a certe sostanze quali il sapore, l’aroma, il gusto, lo sciroppo, il succo, l’essudazione e la linfa vitale. Emotivamente si rapporta a sentimenti molto diversi come l’amore, il forte attaccamento, l’umorismo, il divertimento, la gioia e il piacere. Si riferisce alla natura della vanità, all’audacia, al fascino e all’intelligenza. Si usa in maniera allegorica per indicare denaro, mercurio e sperma. Infine, può riferirsi, in senso astratto, ai concetti di essenza, sentimento, senso e significato interiore.

Sul piano esoterico la gamma di significati si riduce considerevolmente, seppur ogni singola scuola abbia una sua interpretazione distintiva. Bharati osserva che in sostanza l’interpretazione del termine all’interno del pensiero Tantrico è un “sentimento estetico”.1 Questo sentimento estetico ha come principio guida il concetto della conoscenza perfetta o realizzazione.2 Il Rasa è connesso soprattutto all’illuminazione, non all’amore. Questo punto importante si differenzia dalle altre scuole esoteriche. Bharati nota due altri significati del termine. Un senso di rasa è lo sperma divino, l’essenza della divinità in ogni cosa; mentre un altro significato in codice di rasa è il coito, riferendosi in generale al processo di samadhi, e in particolare al controllo dello sperma attraverso la disciplina yogica nell’atto sessuale.3

Il concetto Gauriya Vaisnava di rasa aveva la sua radice nella poetica Sanscrita. Dimock osserva che dalla giusta combinazione di vari elementi poetici, lo stato d’animo fondamentale o sthayi-bhava dell’ascoltatore è elevabile a una condizione di puro apprezzamento, detta rasa.4 Nel dominio religioso, questi sthayi-bhava rappresentano i vari modi di amoreggiare teneramente con Krishna. Il rasa sperimentato ha come principio guida il concetto di amore che è distinto dal concetto Tantrico d’illuminazione o di conoscenza.

Questo concetto di relazione fu analogo, ma non reale. Gli ortodossi Vaisnava squittirono solamente riguardo alla Vrindavana lila, giacché respinsero le implicazioni teologiche delle effettive gesta erotiche di Krishna con le gopi. Il potenziale per altre interpretazioni, tuttavia, era chiaro.

Uno dei temi centrali del Sufismo è la relazione di amore tra l’uomo e Dio. I Sufi hanno parlato dell’ebbrezza d’amore. L’obiettivo di questo rapporto fu la graduale perdita dell’identità degli adepti (fana’) in Dio. Questo processo graduale era spesso espresso attraverso le analogie dell’amore romantico. L’uomo, alla ricerca di Dio, è la parte maschile; Dio, l’occulto, il ricercato, è femminile. Questa concezione è contraria al modello abituale dell’esoterismo Bengalese in cui Dio è maschile, mentre l’uomo è femminile. Il termine rasa non compare, ma appare il suo equivalente, il termine Arabo che indica l’amore mistico, mahabbat, invece l’uomo è designato habib, l’amante. Questa relazione d’amore fu considerata affine dai Sufi ortodossi, ma non reale.

Tra i Buddisti Sahajisti il concetto di rasa è essenzialmente Tantrico. L’universo è un’unità costituita da una polarità maschio/femmina. L’obiettivo di una sadhana nell’unità/samadhi è simboleggiata dall’unione dei due. Il rasa è un codice segreto per questo coito. Al pari dei seguaci del Tantra, il principio guida dietro a quest’azione/sentimento è l’illuminazione o la conoscenza perfetta. I Vaisnava-Sahajiya, Das Gupta nota, aggiunsero il concetto prioritario di amore.5 Così, il termine prema rasa esprime il più alto sentimento di amore. Il termine è anche usato per il titolo di uno dei loro testi.6

Essi presero in prestito direttamente dal Vaisnavismo i concetti di sthayi-bhava (o “dimensioni emotive permanenti”) e il sentimento da loro derivante. La differenza è che le analogie Vaisnava sono considerate realtà materiali. L’uomo e la donna sono, in realtà, Krishna e Radha, o rasa e rati (il produttore di eros e la ricevente piacere). Dopo un’accurata preparazione, l’uomo e la donna sperimentano rispettivamente, la loro natura di Krishna e di Radha attraverso una disciplinata unione di Yoga sessuale in modalità parakiya (letteralmente “relazione sessuale extraconiugale” essendo Krishna e Radha non sposati). La grezza energia kama (sessuale) di quest’atto si trasforma attraverso il processo di aropa (attribuzione della divinità umana) in prema rasa, il più alto sentimento di amore. Questa concezione si differenzia sia dalla prospettiva del Buddismo Tantrico Sahajiya in virtù della sua enfasi sull’amore, sia dal Vaisnavismo per la sua veemenza contro il Sahajismo, esplorando attraverso un facile e naturale percorso le passioni corporali che conducono al supremo sentimento d’amore.7 Il rasa è anche utilizzato come codice segreto per lo sperma e finale asraya8 nella sadhana Sahajiya.

Il concetto Nathista di rasa è in parte mutuato dalla scuola filosofica Rasayana.9 La sostanza chimica del rasa si trasforma nel loro culto in somarasa (succo) o maharasa (pura sostanza) essendone l’essenza penultima all’interno del corpo umano. I Nathisti si concentrano sulla sua conservazione, giacché è un mezzo per il raggiungimento dei poteri occulti e, in definitiva, dell’immortalità. Il rasa è perso in due modi. Il primo, è il continuo processo mortale in cui il rasa gocciola dalla decima porta nascosta all’interno del corpo per essere bruciato nel sole di un chakra inferiore. In questo modo, enfatizzano la disciplina yogica di sigillare la decima porta affinché lo stesso yogi beva il rasa. Il secondo modo avviene eiaculando durante il rapporto sessuale. Per questo motivo, i Nathisti furono rigorosamente celibi. La donna è la tigre che sgattaiola per penultima dal corpo dell’uomo.10 Preservando gradualmente il rasa, l’uomo raggiunge un corpo immortale come Shiva, che è caratterizzato da poteri straordinari o siddhi. L’enfasi posta su questi poteri occulti è un elemento caratteristico della letteratura Nathista.11

Dimock ha rilevato la stretta connessione tra i Baul del Bengala e i Vaisnava Sahajiya.12 Il loro concetto di rasa è essenzialmente lo stesso con una distinzione fondamentale. Il punto centrale di prema rasa (il succo o l’essenza dell’amore) è “sull’uomo del cuore”, non sull’uomo e sulla donna in qualità di Krishna e Radha. Tra i Sahajiya l’uomo ha il primato su Dio. Dio è considerato anche inferiore all’uomo. “L’uomo è Dio” ha un’enfasi omocentrica anziché teocentrica. Per i Baul, comunque, la devozione è teocentrica, focalizzata sul Dio interiore che è lo stesso eppure differente (bhedabheda: «identità nella differenza»). Ali Raja, spero di dimostrare, è pressoché nel mezzo di queste due posizioni.

Il termine rasa compare dozzine di volte nel testo di Ali Raja; molto spesso si trova congiunto nel termine prema rasa. Ho selezionato nove passaggi del testo particolarmente chiarificatori circa l’uso del termine. Il verso otto di pagina 7 mostra una distinzione immediata rispetto alla prospettiva del Buddismo Tantrico Sahajiya. Il principio a ridosso di rasa è l’amore (prema). I due appaiono di nuovo in tutto il testo. L’amore è il punto chiave nella visione di Ali Raja, non la conoscenza suprema o la realizzazione. Questo sentimento di affetto lo rafforza nel versetto 11 parlando della pura (Niranjana) devozione all’amore (piriti) di coppia. Il principio di questo sentimento di amore si trova nei versi 27-28 a pagina 13; qui il prema rasa è sperimentato attraverso la mescolanza della sostanza maschile e femminile. È l’oceano o l’amore da cui è desunto il titolo del mio saggio. Questa prospettiva si distingue molto dalla Nathista, per cui una tale commistione sarebbe un disastro.

Dal versetto 53 a pagina 21 si evince un’immagine vagamente omosessuale circa le opinioni contrastanti tra i gruppi Sufi e Vaisnava riguardo a Dio e all’uomo. Questo concetto lo spiego a lungo in una nota in calce. È interessante, in questo caso, che le analogie romantiche del Sufismo sono presentate come realtà materiali. Dio e il Profeta percepiscono l’un l’altro nel prema rasa. Il risultato di quest’attività sessuale è la creazione del mondo.

I versetti 82 e 83 a pagina 25 presentano un’immagine di emissione o di effusione del rasa. Anche se non ho ben compreso quest’immagine, essa ha una stretta somiglianza col concetto Induista del sacrificio, che comportò sempre la fuoriuscita di qualcosa. All’interno del Tantra Induista implica l’emissione spermatica; questa concezione non è certamente in linea con la visione Nathista, giacché qualsiasi perdita di rasa è connessa alla mortalità. Si tratta della tendenza Tantrica Vaisnava, tipica del culto Vaisnava Sahajiya.

La discussione di Ali Raja sulla “conoscenza della mente” alle pagine 87-95 propone motivi comuni nella cosmogonia dei culti esoterici. La mente è descritta come l’origine di tutte le cose. Nel versetto 23 è detto che il mare del sentimento di amore (premarasa) è un lago di mente gioiosa. La terminologia utilizzata suggerisce il concetto di uno stagno di sperma localizzato nella testa. Questo punto costituisce la base per tutti i tipi di ulta sadhana (il metodo inverso), cioè causa il flusso di rasa in direzione inversa, verso lo stagno nella testa. Questo metodo è praticato dai Nathisti, dai Baul e dai Sahajiya.

Raja utilizza nel versetto 24 a pagina 99 il termine rasa in modo distinto dalla visione Vaisnava Sahajiya. I Sahajiya considerano concettualmente che l’uomo sia Dio, giacché è implicata la totale libertà dell’uomo. Si affermò anche che l’uomo è superiore a Dio. Ali Raja sostiene che l’uomo è Dio per affinità opposta. L’uomo è soltanto un burattino di Dio. Dio gusta il rasa manipolando il corpo dell’uomo che appartiene puramente soltanto a Lui. Raja si conforma più alla visione dei Baul, egli è teocentrico anziché omocentrico.

Come già rilevato in precedenza, il punto di vista di Raja si differenzia dall’ottica del Buddismo Tantrico Sahajiya per la sua veemenza sul principio predominante dell’amore. Da nessuna parte del testo è indicato così chiaramente come nei versetti 1-9 a pagina 103-104 il primato dell’amore su tutte le cose. Il suo messaggio è d’amore. Dio ha creato tutto per amore, e tutte le cose esistono in e attraverso l’amore. Si tratta di una prospettiva comune al Sufismo, ma Raja la porta a un livello di concretezza che è lontana dalla visione ortodossa Sufi.

Le pagine 105-11 sono piene di analogie illustranti che la fonte di prema rasa è la devozione maschio/femmina. L’autore le illustra storicamente sia attraverso i santi dell’Islam e le loro amanti, sia con l’aiuto degli Dei e delle Dee dell’Induismo. Il desiderio maschile per la donna deve essere utilizzato per il raggiungimento della liberazione. Il desiderio sessuale è incanalato per ottenere il rasa. Non siamo di fronte né al Sufismo, né al Nathismo, ma si tratta chiaramente del pensiero Vaisnava Sahajiya. Egli anche accenna al rituale sessuale Sahajiya in modalità parakiya al versetto 6 di pagina 117.

La sua prospettiva è una visione puramente Baul? Credo di no. Forse potrebbe reputarsi un proto-Baul, nel senso che la sua idea non è per forza anteriore al Baulismo, ma la sua filosofia è una progressione della visione Sahajiya non lontana dal pensiero Baul. Raja conserva una certa influenza Islamica, Dio è assolutamente sovrano. Egli è prossimo a questa concezione e non si connette molto bene al concetto di devozione maschio/femmina come la fonte di rasa. I due coesistono in Raja, giustapposti, ma non chiaramente correlati. Essi troverebbero il loro collegamento naturale nel concetto di devozione all’uomo del cuore. Questo termine non appare mai nella scrittura di Raja. Così, nell’assimilazione d’idee Vaisnava Sahajiya al Sufismo, forse Raja è un trampolino di lancio verso il Baulismo.

BHAVA

Alla maniera di rasa, Bhava è un termine molto ampio e provvisto di sostantivi e verbi. Come sostantivo può significare nascita, esistenza, essenza, forma, intenzione, stato, amore, modo, significato interiore, idea, immaginazione, estasi ed emozione. Nella sua forma verbale significa pensare, contemplare, concepire, giudicare, intendere, escogitare, supporre e inquietare.

Bharati costata che nella tradizione Tantrica Induista il significato fondamentale di Bhava è esistenza ontologica, effettivo essere spirituale o natura materiale;13mentre nella tradizione Buddista, naturalmente, non esiste una tale connessione ontologica. All’interno del Tantra Induista, Bharati discute dei tre tipi di bhavatraya, o disposizioni umane: pasubhava, l’inclinazione animale; virabhava, l’atteggiamento eroico; e divyabhava, divina disposizione.14Egli osserva che l’aspirante può praticare con successo solo se la sadhana si accorda con il suo bhava.15 Abbiamo trovato, forse, un punto di contatto con i Sahajiya, la cui sadhana trasforma le passioni animali di kama utilizzandole per raggiungere il più elevato sentimento di amore (prema rasa).

Il Bhava è al centro di tutto il culto Vaisnava. I cinque sthayi bhava sono condizioni appropriate per connettersi a Krishna. Dimock osserva che il bhava è basato sul principio che il Vrindavana-lila può effettivamente essere ricreato nella vita del fedele assumendo la personalità di uno degli intimi di Krishna a Vrindavana.16 Come abbiamo notato in precedenza, questa esperienza è vicaria.

Per i Vaisnava Sahajiya, il bhava fu espropriato dal complicato sistema di classificazione ortodosso (gli anubhava, le conseguenze; i vibhava, le circostanze determinanti; ecc…) e divenne la terza asraya, che corrispose alla fase sadhaka della sadhana Sahajiya. Questa è la fase del rituale sessuale. La chiave di questa fase è il processo di aropa, l’attribuzione del divino alla carnalità del rapporto sessuale. La mentalità pasu (animale o bovina) è elevata così a divya (divina), e l’uomo realizza la sua natura di Krishna nel supremo rasa di amore.17

Ali Raja presenta alcuni insormontabili problemi d’interpretazione su questo punto. Il suo uso di bhava è troppo infrequente e vago per consentire una qualsiasi specifica classificazione. Per esempio, i versetti 8-10 a pagina 7 specificano le 4 asraya della sadhana Sahajiya; bhava, prema rasa, nama e siddhi. Il suo utilizzo del termine bhava è prossimo al Sahajismo. I termini, però, non sono posti in un ordine progressivo corretto, né sono mai citati come stadi o parti di una progressione, eccezione fatta per il termine siddhi. Ve n’è un accenno qui, ma non si tratta di una prova solida.

Dal versetto 31 di pagina 32 si evince un altro problema interpretativo. Bhave è un participio passato attivo o una forma strumentale di bhava? Penso che il principale punto della frase indichi una forma strumentale. Così l’informe si estingue nel sentimento esoterico di prema rasa essendo in linea col punto di vista Sahajiya, ma non esclusivo a esso.

Il versetto 82 di pagina 40 che ho citato prima in relazione a rasa, menziona anche il “mare di bhava”. L’utilizzo di bhava per ottenere il rasa non è citato, ma i due vocaboli sono chiaramente collegati poiché bhava è sempre menzionato in connessione con rasa. A pagina 109, sezione H, i versetti 3 e 4 mostrano una progressione. Bhava avviene quando (il femminile) la bellezza è trovata. Da tale devozione bhava emerge col suo scopo ultimo che è la siddhi, senza la quale non c’è liberazione. Questi sono esattamente gli stadi, i mezzi e gli obiettivi dei Vaisnava Sahajiya, sebbene siano espressi in modo vago. La devozione alla bellezza femminile è poi illustrata nel resto del passo; essa è anche in sintonia con lo stato di bhava della sadhana Sahajiya, poiché coinvolge il sadhaka concentrandolo sulla sua partner femminile quando sublima l’emozione grezza verso un piano superiore. È notevole che la modalità parakiya descritta da Raja come il miglior prema rasa sia esposta con le due divinità Tantriche. Bhavaka e Bhavini sono nomi che derivano da bhava (vedere le pagine 119, versetti 1-6).

L’uso che Ali Raja fa di bhava non si discosta in alcun modo dall’utilizzo dei Vaisnava Sahajiya. Tuttavia, egli è vago, e anche se ci sono degli accenni chiari alla sadhana Sahajiya, non ha mai chiaramente specificato il metodo istituito in alcuni scritti Sahajiya. Il mio ragionamento sarebbe davvero debole se si imperniasse esclusivamente su questo termine.

SIDDHI/SIDDHA

Questi due termini che sono strettamente correlati hanno anche una vasta gamma di significati. Siddha significa bollito (vidagdha), compiuto, realizzato, riuscito, soddisfatto, competente, ottenuto la grazia divina attraverso la pratica religiosa e austera, possessore del potere occulto, dimostrato, confermato, una categoria di semidei e un santo onnisciente. Siddhi invece, significa prestazione, realizzazione, successo, raggiungimento della grazia divina, salvezza spirituale, marijuana e al plurale, poteri occulti.

Nella tradizione Tantrica, siddha descrive chi ha successo nell’uso del mantra, e specialmente il sadhaka che raggiunge il fine ultimo della sua sadhana. Siddhi è utilizzato in due modi. In primo luogo, si riferisce al successo occulto evidenziando gli effettivi poteri segreti ottenuti con la via della mano sinistra.18 Il secondo uso comune è un codice segreto per la marijuana, che è un afrodisiaco utilizzato nei riti Tantrici della mano sinistra per alterare lo stato d’animo adeguandolo ai riti.19

Per gli ortodossi Vaisnava, un siddha è chi ha raggiunto la devozione e la liberazione tramite Krishna. Per i Vaisnava Sahajiya, siddhi si riferisce allo stadio finale della sadhana. È lo stato connesso a prema rasa in cui il sadhaka equilibra il suo maschile e femminile interiore elevandosi oltre il bisogno del rituale sessuale.20 Secondo Bose si riferisce inoltre al potere occulto.21 In tale contesto, siddhi può anche riferirsi alla perfezione del corpo e della mente attraverso lo Yoga.22 Questo significato è comune a tutti i culti esoterici.

I Sufi non utilizzano questo tipo di terminologia, ma il concetto espresso dal fanafillah, o annientamento in Dio, somiglia molto al siddha dell’esoterismo Bengalese. Esso è spesso definito “kutub” o “stella polare”, il cui status indica qualcuno attorno al quale ruotano gli altri, cioè, chi raggruppa i discepoli. All’interno di quest’idea apparentemente monistica del fanafillah, i Sufi hanno mantenuto un dualismo. Concettualmente simile al bhedabheda («identità nella differenza»), la natura di questo rapporto era oltre la comprensione razionale.

Per il culto Nath, siddha è un termine usato per descrivere chi ha raggiunto la perfezione nella pratica dello Yoga.23 Siddhi ha tre significati potenziali per i Nath. Per prima cosa, è la perfezione raggiunta rendendo il corpo immortale o immutabile con l’aiuto di rasa. Questo corpo immortale, come Shiva, è l’obiettivo finale della loro sadhana.24 Siddhi si riferisce anche alla marijuana a cui i Nath erano affezionati.25 Infine, la perfezione nell’hatha Yoga è dimostrata dai poteri straordinari, le siddhi: garima, anima, mahima e laghima. Quest’accentuazione sul potere occulto è tipica della letteratura Nathista che la contraddistingue dagli altri culti esoterici Bengalesi, in particolare dai Vaisnava Sahajiya.26

Il versetto 10 di pagina 26 si differenzia immediatamente dalla prospettiva Nathista. Così, il più elevato stato di siddhi non è raggiungibile a prescindere dall’unione di coppia, un aspetto che non appartiene alla sadhana Nathista. Il versetto 73 a pagina 74 spiega che è importante limitarsi nell’ottenere le siddhi. Questa descrizione del samadhi concerne il concetto Tantrico di controllo di pensiero, respiro (qui specialmente) e liquido seminale, che è fondamentale per tutti i culti yogici ed esoterici Bengalesi.

A pagina 98, sezione D, versi 1-5, il termine parama hamsa utilizzato è di chiara connotazione Nathista. Siddha, o perfetto, è chi conosce questo tattva. Gli hamsa Avadhuta erano una particolare classe di asceti. Secondo Dimock furono una setta distinta a pieno titolo.27 In ogni caso, l’uso della terminologia è oscuro in questo punto, e non si può affermare che sia stata scelta per un qualsiasi culto.

Alla pagina 109, sezione H, verso 4, il punto di vista di Raja differisce chiaramente dall’idea Nathista. La Siddhi è ottenuta mediante il bhava come unica forma devozionale. Il modo in cui Raja utilizza questo termine è lontano dal Sufismo ortodosso. Le analogie romantiche del Sufismo qui sono considerate realtà materiali e la devozione effettiva alle donne diventa il mezzo per la siddhi.

La pagina 111, sezione I, versetti 1-4, è una chiara dichiarazione del processo di aropa che trasforma la grezza passione fisica (kama) in vero amore (prema). È questo lo strumento per la fase finale Sahajiya di siddhi. Il versetto 4 di pagina 109 si differenzia ulteriormente dal pensiero Nathista poiché il devoto ottiene la siddhi e la liberazione in compagnia di una bella donna. Niente è più lontano dalla posizione Nathista. Vale anche la pena di notare che il termine siddhi non è mai utilizzato nel testo di Raja né per indicare in codice segreto la marijuana, né per designare i poteri occulti. I suddetti elementi differenziano sicuramente il pensiero di Ali Raja dal Nathismo. La sua enfasi sull’amore lo allontana dai Buddisti, e le sue analogie romantiche lo collocano all’esterno dello scialbo Vaisnavismo ortodosso, o del Sufismo. Il punto di vista filosofico di Ali Raja è quindi soprattutto Vaisnava Sahajiya.

1. Bharati, 1965, pag. 237.

2. Das Gupta, 1962, pag. 28.

3. Op. Cit., pag. 176, 255.

4. Dimock, 1966, pag. 21.

5. Das Gupta, 1962, pag. 65.

6. Paritos Das, 1983, pag. 193.

7. Das Gupta, 1962, pag. 135.

8. (1) Ashraya (asraya), dimora, rifugio, supporto, sostegno, protezione, contenitore; coscienza come base di ogni oggetto manifesto e immanifesto. (2) il ricettacolo di prema; Krishna bhakta. Krishna può anche diventare il ricettacolo di prema per i Suoi devoti.

9. Das Gupta, 1962, pag. 251-255.

10. Das Gupta, 1962, pag. 249.

11. Ibid., pag. 244-249.

12. Dimock, 1966, pag. 250.

13. Bharati, 1965, pag. 54.

14. Ibid., pag. 229.

15. Ibid., pag. 236.

16. Dimock, 1966, pag. 164.

17. Das Gupta, 1962, pag. 125.

18. Bharati, 1965, pag. 67-68, 230.

19. Ibid., pag.250.

20. Dimock, 1966, pag. 222.

21. Bose, 1986, pag. 143.

22. Das Gupta, 1962, pag 89.

23. Ibid., 1962, pag. 198.

24. Ibid., pag. 219.

25. Ibid., pag. 198.

26. Ibid., pag. 216.

27. Dimock, 1966, pag. 47.

AGAMA1

1.      Ubbidisco innanzitutto ad Allah l’informe, la cui creazione sono i tre mondi, nascosti e rivelato.

2.      In secondo luogo, rendo omaggio al profeta Muhammad, il Signore del mondo, e alla creazione la cui bellezza io contemplo.

3.      Prego ai piedi della madre e del padre, e adoro sulla (mia) testa i piedi del maestro (guru).2

4.      Voi siete la luce del mio cuore, l’insegnante finale. Onoratemi di comporre (questo) acume di verità esoterica (Agama).3

5.      La conoscenza segreta del signore (tattva) che è la gnosi (marphat)4 è chiamata Agama.

6.      Saha Keyamaddin, l’insegnante, è un flusso nettarico di saggezza.

Per mezzo della sua grazia ho trovato il senso dell’Agama.

7.      Questo Agama di cui parlo, ascoltatelo uomini eruditi.

Il più alto tattva del signore è l’espressione dell’Agama.

1. A parte la sola parola del titolo “Agama”, le rimanenti intestazioni e tutti gli altri sottotitoli sono aggiunti da Ahmad Sharif. Essi segnano, tuttavia, un chiaro punto di rottura riguardo al contenuto del testo. Ho interrotto, pertanto, la mia numerazione dei versetti in ciascuno di questi punti.

2. L’introduzione di Raja assomiglia molto alla bandana (invocazione o inno a una certa divinità: la bandana è abitualmente rivolta a Dio, al profeta, al dio Sole a est, all’Himalaya a nord, alla Mecca a ovest, al mare a sud, ai santi, agli eroi mitici e agli spettatori del Pala Gaan) tradizionale della letteratura Mangala in Bengalese. La descrizione che segue della creazione comporta pure una considerevole somiglianza.

3. “Comporre” nel testo originale è “guthibare”, una corruzione dialettale a Chittagong del denominativo di “grantha”, che significa “legare insieme”, “comporre (un libro)”.

4.Tattva”, letteralmente “essenza, principio, ecc…” è qui utilizzato nel senso di “conoscenza esoterica”. Raja afferma che l’equivalente Persiano di “marifa” significa anche “conoscenza esoterica”. Questo analogo aveva a sua volta lo stesso significato di agama. In apparenza, questi termini sono equivalenti, ma il “tattva” del Vaisnava Sahajiya è, in molti modi, in contraddizione con la “marifa” del Sufismo Persiano. Nel composito “agama” affermato da Raja è tattva che ha il sopravvento. Idries Shah fa la seguente osservazione: “il deterioramento dell’amore-ideale Sufico in Occidente si è sviluppato completamente dopo la perdita del significato linguistico del gruppo di parole che i maestri Sufi usavano per suggerire che la loro idea di amore era molto di più che un’idillica fantasia”. (Idries Shah, I Sufi, 1990, pag. 285, Roma) Lo stesso processo avviene qui.

1.      Dentro il vuoto (sunya) ci fu dapprima il creatore.5 La qualità (guna) d’ignoranza (tamas) era nella sfera (mandali)6, Dio (Niranjana) era il supremo.

2.      Niranjana che fu la divisione all’interno del mandala – fu quindi chiamato Dio (Isvara).

3.      L’informe (nirakara) fu di settantuno forme (akara)7, altrettanto furono gli akara dentro il mandala.

4.      Quando l’informe era situato nella forma, in quel momento il nome di Niranjana divenne Dio (Vishnu).8

5.      La forma brillante dell’informe fu un buio nascosto che oscurò il colore radiante.9

6.      La verità (sattva), l’ignoranza (tamas) e la passione (rajas)10 sono tre qualità accorpate in un unico. Tre qualità furono attraenti, nessuna si differenziava.

7.      Quando la divisione avvenne nel mandala indiviso, allora la coscienza (cetana) affondò nel mare di emozioni (bhava).11

8.      Riflettendo12 su sé stesso ha assunto un atteggiamento emotivo (bhava). Il Signore del godimento dell’Unione (con sé stesso) ha ottenuto il più alto sentimento d’amore (prema rasa).13

9.      In una forma indivisa egli non era stato controllato dalla passione (rati) .14 Nell’assenza della coppia (jugala), la mente (manasa) non afferra l’identità (nama).

10.  Senza la coppia, l’identità e l’azione non sono rivelate. Senza l’unione (juga), il più alto stato (siddhi) è assolutamente ineffabile.15

5. L’uso della parola “Sunya” fu considerato in questo punto una prova dell’influenza Buddhista, ma non è esatto. L’utilizzo progressivo del termine è Tantrico-Buddista, Buddista-Sahajiya e Vaisnava-Sahajiya. È usato come un equivalente di “Sahaja” (il modo semplice di percepire la realtà innata che è presente in ogni oggetto animato o inanimato) o fonte quintessenziale. Quest’utilizzo è in linea con gli scritti Sahajiya (Bose, 1986, pag. 245) giacché è spiegato nel processo di manifestazione descritto nei seguenti versetti.

6. Raja usa qui il termine “Mandali” nel suo senso più Sufico di “soglia della dimensione aldilà.” (Henry Corbin, L’Uomo di Luce nel Sufismo Iraniano, Edizioni Mediterranee, Roma 1988, pag. 8). Egli sta riunendo il concetto Sufi delle emanazioni conducenti alla manifestazione con il concetto dell’ascesa coscienziale comune a molti dei culti esoterici.

7. Il significato delle 71 forme non è chiaro. Potrebbe forse riferirsi alla tradizione del Profeta che l’Islam sarebbe stato diviso in 71 sette.

8. L’uso del nome di Dio Vishnu mostra un chiaro collegamento Vaisnava.

9. La dottrina Sufi dell’emanazione è molto simile al concetto di maya, o meglio, più strettamente si materializza l’elemento divino, più si nasconde nell’illusione. Qui abbiamo il contrario. L’ignoranza è nella realtà indivisa. La radiosità è nascosta nell’assenza di forma. La coscienza è rivelata dalla divisione; così, i mezzi che ritornano all’elemento divino non evitano la realtà materiale, ma passano attraverso la materialità. Questo è il sentiero naturale (sahaja) dei Sahajiya. In questo modo, non si è in conflitto con l’uso precedente del termine sunya o sahaja, essi sono uno solo e medesimo.

10. Utilizzo qui la traduzione di Dimock (1966, pag. 173). Il concetto che tre furono uniti insieme e sorsero per divisione nella coppia, i Sahajiya lo presero in prestito dal Tantrismo. Da questi elementi sono sorte le differenti parti del mondo materiale.

11. Io parto dal presupposto (forse erroneo) che i bhava citati da qui in avanti nel testo siano equivalenti agli “atteggiamenti mentali ed emotivi” dei Vaisnava. Tuttavia, li sta utilizzando in modo Sahajiya. I Sahajiya concepirono che i cinque asraya fossero collegati alle fasi dell’illuminazione. Bose afferma: “I devoti del pravarta o del primo stadio dovrebbero adottare il Nama e il Mantra, e quelli della fase Sadhaka il Bhava e il Prema, mentre nella fase finale di Siddha, dovrebbero godere il Rasa”. (Bose, 1986, pag. 9) Il Nama è in procinto di essere menzionato, da cui il mantra è derivato. Qui il bhava appare, sebbene non sia il complicato e classificato bhava dei Vaisnava, ma il semplificato “rifugio” (asraya) dei Sahajiya.

12. Errore di stampa. Ape ape nel testo originale è ape apa.

13. Raja introduce ora le ultime due asraya. Il Rasa è abbastanza difficile da definire in un semplicistico Inglese. Lo sfondo Tantrico del termine è semplicemente “atteggiamento mentale” (Bharati, 1965, pag. 217). Secondo Dimock, la prospettiva Vaisnava definisce la sua origine come “la giusta combinazione di vari elementi che innalza l’umore di base, la sthayi-bhava, a una condizione di apprezzamento puro che si chiama rasa” (Dimock, 1966, pag. 21). In questo punto, l’elemento concomitante nella fase più alta di siddha l’ho definito “il sentimento più elevato”. L’uso del termine amore (prema) ha anche forti connessioni all’interno del Sufismo. Il concetto Sufi di amore si adatta, esteriormente, molto bene al sistema Sahajiya. Idries Shah dichiara: “anche se i poeti dervisci parlano di essere pazzi di amore, mettono in evidenza che questa follia è il risultato di una specie di anticipazione, non di un’esperienza genuina… Una persona sperimenta questo stato quando è ancora al livello in cui è legato in modo primitivo alle qualità sensuali…” (Idries Shah, I Sufi, 1990, pag. 252-253, Roma) Per i Sahajiya, l’amore è solo una tappa che conduce all’esperienza ineffabile del Siddha. Sosterrebbero, tuttavia, che in amore, “l’esperienza vera e propria” è necessaria.

14. L’uso del termine kala pare confuso in questo punto. Potrebbe tradursi in “segmento” o “stadio” riferendosi alla fase sadhaka della sadhana Sahajiya che comporta l’utilizzo di passione o dell’energia sessuale grezza. Una spiegazione più chiara e completa del termine si trova alla pagina 28, nota 2.

15. Siddhi in questo verso non indica il potere occulto, ma la più elevata fase di conseguimento Sahajiya. Questa fase è raggiungibile dopo la tappa che unisce gli elementi maschili e femminili (sadhaka). Senza la fase dell’unione (juga), quindi, lo stato di siddhi “non è esprimibile da alcun mezzo”, è irraggiungibile.

11.  Niranjana diventa devoto (bhakta) dell’amore (piriti) di coppia16, così la coscienza nacque nel mandala indiviso.

12.  Il creatore fu nel mandala in un modo nascosto dalla separazione

egli distrusse l’ignoranza (tamas) per essere puro17 lui stesso.

13.  Poi dalla forma informe (akara) nacque, l’informe nella forma foggiava l’ukara.18

14.  Tra l’akara e l’ukara il makara venne in essere19.

Sattva, rajas e tamas divennero il potere del sé20.

15.  Il makara apparve e si trovò all’interno di sé stesso. Il devoto essendosi visto all’interno venne incantato dall’atteggiamento emotivo (bhava).

16.  Vedendo la sua forma (akara) nello specchio, ottenne il riconoscimento. L’akara si unì all’ukara e così rimase.

17.  C’era una forza eterna vitale femminile (kundali) akara.

L’akara nell’ukara è il mandala makara.21

18.  Makara e akara situati nell’ukara sono formidabili. Dall’uno una coppia (jugala) come l’arciere e l’arco.22

19.  Il nome di uno dei tre mondi rimase ignoto.

La coppia, makaraukara, prese un’essenza.

20.  All’interno di queste sillabe (aksara) una sillaba è insediata.

I tre mondi sorsero solo da questa sillaba.23

16. Piriti deriva dal Sanscrito priti e qui significa letteralmente “fare l’amore”. Raja ha già stabilito una polarità maschio/femmina usando i termini rasa e rati nei versi 8 e 9. Das Gupta osserva: “L’uomo e la donna, i rappresentanti dei due flussi di amori, sono conosciuti nella letteratura Sahajiya come rasa (l’emozione finale di chi gode) e rati (vale a dire, l’oggetto di rasa)” (1962, pag. 133). Adesso, questo concetto è spiegato nei dettagli aggiungendo di essere “devoto” a questo sentimento. Dimock afferma: “Quel bhakta che adora è rati-rasa e raggiungerà il Vrindavana eterno.” Egli guadagnerà l’immateriale rati-rasa (l’istinto sessuale) e raggiungerà l’eterno Vrindavana. Egli guadagnerà l’apparente immateriale rati-rasa, e dimorerà con Krishna (1966, pag. 194). Questi passi sono citati nel “Vivarta Vilasa” (“Giochi erotici di trasformazione”), un testo Sahajiya.

17. Questa strana affermazione trova la sua origine nelle credenze Sufi. Ci si sarebbe aspettati che il tamas fosse distrutto dall’unità e non tramite la separazione. Il concetto implica l’idea Sufi della separazione delle essenze che è una fase preliminare necessaria all’unità. Per quanto riguarda questo processo, Idries Shah cita il detto Sufico riportato nell’introduzione alla Percezione di Jafar Sadiq: “L’uomo è il microcosmo, la creazione il macrocosmo: l’unità. Tutto viene dall’Uno. Si può ottenere tutto unendo il potere della contemplazione. Questa essenza deve essere prima separata dal corpo, poi combinata con il corpo. Questa è l’Opera” (Idries Shah, I Sufi, pag. 184, Roma).

18. Non sono stato capace di identificare l’origine del termine ukara. La sua funzione è, tuttavia, simile alla lettera lam nella meditazione Sufi che è paragonata alla “corda che ci lega tutti in una unione”. (Idries Shah, I Sufi, pag. 173, Roma)

19. In questo verso si afferma succintamente l’adozione del concetto di Mantra facilitato dall’uso Sufico di un linguaggio in codice nella forma rappresentativa della lettera. Makara è un termine di origine Tantrica che Bharati descrive in questo modo: “L’assioma pratico dei tantrici… è questa estasi raggiunta quando impariamo a fermare la mente, il respiro e il liquido seminale. Il linguaggio in codice Tantrico si riferisce variamente a questi tre gioielli, tre nettari e a termini simili. Occasionalmente, l’espressione sandhabhasa paragona la mente alla scimmia a causa della sua natura instabile giacché è difficilmente controllabile, la respirazione al “coccodrillo” (makara) per il suo movimento lento e tenace, e lo sperma a un gran numero di cifre o termini simbolici come il sole o il nettare” (1965, pag. 293). L’ascesa dell’akara è associata all’innalzamento della coscienza che è indicato anche come “mente” in questo testo. È possibile che “l’ukara” si riferisca al seme. Questa struttura è stata adottata più o meno esplicitamente dai Sahajiya. Dimock afferma: “Questa fu anche la credenza dei Sahajiya: la ripetizione del nome aiuta il fedele a realizzare lo svarupa (lett. forma propria) di Krishna dentro di sé, risvegliando per così dire, Krishna al suo interno” (1966, p. 227). All’interno del Sufismo, un sistema di linguaggio in codice sorse per incapsulare delle verità il cui effetto nel dominio della meditazione era prossimo al mantra. In particolare, Idries Shah tratta 3 lettere che simboleggiano le posture della meditazione Sufi: “Per I costruttori Sufi, queste tre lettere simboleggiano tre posizioni della meditazione. La lettera Cufica alif era la posizione inginocchiata… che riassume molto bene la meditazione nel suo significato alternativo di «aspettare, limitare.» La seconda lettera, ba, nell’alfabeto arabo viene scritta come una barca con un punto sotto… Ciò offre il senso emblematico di «prosternazione e concentrazione.» La lettera finale, lam, viene paragonata a una fune… “la corda che ci lega tutti in una unione” (Idries Shah, I Sufi, pag. 172-173, Roma). L’alif assomiglia superficialmente all’akara sia come lettera sia per quanto riguarda la funzione della mente. La ba con la sua nave sull’acqua è simile al makara. La lam, la corda dell’unione, potrebbe facilmente associarsi allo sperma che è l’essenza del divino in tutte le cose. Nella moderna scrittura Sufi il “ba” è spesso sostituito dalla “mim”, presumibilmente riferendosi alla prima lettera che costituisce il nome del Profeta Muhammad per una più stretta connessione e rassomiglianza al “makara”.

Nota del traduttore. Nursingdas Agarwalla, nell’opera “On common script” afferma: “Si dovrebbe pensare che l’alif Semitico è anche un supporto vocale e si riferisce allo stesso suono dell’akara in Sanscrito”. Anche Maulavi Nazir-Ahmad nel libro “The bride’s mirror; or, Miratu-l-arus” compara l’alif con l’akara. In Sanscrito l’akara è in pratica la prima vocale. Gli Indù chiamano i suoni diversi, e i caratteri che li rappresentano, aggiungendo un kara (creatore) al suono della lettera, se è una vocale, o alla lettera seguita da a, se è una consonante. Quindi, la a (sia suono che carattere) è chiamata akara; la u, ukara; la k, kakara; e così via (Manuale introduttivo di Sanscrito a cura di Edward Delavan Perry).

20. Si tratta di un puro concetto Tantrico che è stato adottato direttamente dai Sahajiya: “Dall’Unione creativa di prakriti e purusha sorgono le tre qualità: rajasica (passione), tamasica (oscurità o ignoranza) e sattvica (verità) (Dimock, 1966, pag. 173).

21. Sebbene in origine fosse un termine tantrico, kundali è usato liberamente dai Sahajiya (Bose, 1986, pag.129).

22.  Gunadanda per “arco” è un composto piuttosto insolito, che significa letteralmente “corda di arco e arco”, cioè, “arco”.

23. Una dichiarazione molto succinta del potere del mantra. È anche chiaro che qui stiamo trattando dell’influenza Tantrica Indù piuttosto che dell’influsso Buddista Tantrico. La prova è l’enfasi sul potere (shakti) e l’apparizione del makara. Bharati osserva: “Siccome la nozione di potere (shakti) è il fulcro d’interesse nel Tantrismo Indù, l’idea centrale del Buddismo Tantrico è la realizzazione” (1965, pag. 214). L’enfasi nel versetto 14 è il “potere” del sé che è sviluppato in tutto il testo. Inoltre, per quanto riguarda il makara Bharati afferma: “Non ho visto alcun tantra Buddista avvalersi del termine makara indicante gli elementi della pratica esoterica. Tutti i Tantra Indù, d’altro canto, sembrano riferirsi ai cinque M” (1965, pag. 229). È interessante notare che in seguito, comunque, oltre all’uso del termine makara, Ali non spieghi mai i cinque M (i panchamakara: http://en.wikipedia.org/wiki/Panchamakara o Jean Varenne, Il tantrismo. Miti, riti e metafisica, Le cinque M, pag. 108) o faccia un qualsiasi utilizzo di essi. Questa particolarità è anche in linea con la pratica Sahajiya che aveva tralasciato molti simboli Tantrici in favore della cultura dell’amore.

21.  Quando è insieme al vedaksara, l’ukara si rivela. Appropriandosi del candraksara, la coppia è come l’uno.24

22.  L’unione di makaraukara è detta le lettere campioni (rita), mentre una sillaba isolata è barjita.25

23.  Quando una sillaba è rimossa, la coppia diventa uno. Un corpo non è due che può essere separato.

24.  Un corpo, un’ombra, ukaramakaraMakara guardò all’interno dell’ukara.26

25. (Makara) si guardò verso l’essenza maschile (bhavaka). Nella forma dell’ukara il sé fu visto.

26. Quando considerò la sua forma rimase in meditazione guardando all’ukara.

27. Il sé guardò con meraviglia ai piedi dell’adepto (sadhaka)27, come se l’essenza maschile

(bhavaka) affondasse nell’oceano dell’essenza femminile (bhavini).28

28. Il bhavaka conosce la gioia di un sentimento d’amore intenso (prema rasa).29

Bevendo il nettare si è nascosto nell’oceano d’amore.

29. Il calabrone conosce il valore del fiore di loto.

Per questo motivo non abbandona il miele del fiore.

30. Come l’ape è sempre sopraffatta dal miele di nettare,

così è anche il bhavaka dal desiderio di bhavini.30

24. Vedaksaracandraksara appartengono chiaramente ad un linguaggio criptico o crepuscolare (sandha bhasa). Candra, tuttavia, si riferisce spesso al seme. Il “furto” del seme si riferisce alla ritenzione spermatica nel rituale Sahajiya dell’atto sessuale essendo essenziale per la fase sadhaka che realizza l’unità con l’essenza divina.

25. Ritabarjita sono due classi di lettere nell’alfabeto Bengalese corrispondenti rispettivamente alle lettere regolari (ad esempio k, khg, gh) e irregolari (come s, st, ?, h). Si tratta chiaramente del linguaggio criptico, sebbene non ne abbia scoperto il suo significato.

26. Si noti che il makara qui sembra essere la parte attiva ed è associato con l’essenza femminile, mentre l’essenza maschile di ukara è passiva. Questo concetto indica l’influenza Indù piuttosto che l’influsso Buddista Sahajiya (Bharati, 1965, pag. 19).

27. Il sadhaka qui sembra riferirsi all’esistenza unificata da cui emergono le essenze maschili e femminili. È anche la seconda tappa della sadhana Sahajiya il cui atto sessuale ritualizzato simboleggia fisicamente la fusione dei due nell’unità.

28. I termini bhavakabhavini li hanno impiegati Sharif e Roy per avvalorare il collegamento Tantrico. Ho smentito quest’affermazione nella mia introduzione e il motivo è intravedibile nel verso successivo. L’introduzione di prema rasa nell’esperienza di bhavakabhavini indica un chiaro utilizzo della terminologia TantricaVaisnava Sahajiya. Das Gupta osserva al riguardo: “Il giudizio critico dei Buddisti Sahajiya rappresenta un miscuglio di spiritualità Buddista, Vedantica, Yogica e Tantrica, mentre la critica dei Vaisnava Sahajiya è caratterizzata da una dominante e amorevole religiosità, giacché è la parola d’ordine della loro sadhana, sebbene, l’influenza nascosta dello Yoga e del Tantra non manchi del tutto” (1962, pag. 117). La magniloquenza con cui il prema rasa emerge in questo testo, indica che esso ha sorpassato la prospettiva tantrica mescolandosi con la corrente Vaisnava. Non si può, tuttavia, ignorare l’influenza del culto dell’amore Sufi in questo contesto.Idries Shah riporta un’affermazione di Ibn al-‘Arabi riguardante la poesia d’amore Sufi: “La vista di Dio in una donna è la più perfetta di tutte” (Idries Shah, I Sufi, pag. 135, Roma). E aggiunge: “Al-Arabi si rese conto che la bellezza umana è collegata alla realtà divina. Per questo motivo egli riuscì a comporre poemi che celebravano contemporaneamente la perfezione della fanciulla e, anche, in una corretta prospettiva, significavano una più profonda realtà” (Idries Shah, I Sufi, pag. 139, Roma). È necessaria qui una distinzione. Questa realtà fu analoga, ma non reale, giacché Idries Shah commenta il pensiero di al-Ghazali nel modo seguente: “ancora meno tende ad accettare l’opinione secondo cui ci sia una specie di discesa della divinità nell’uomo” (Idries Shah, I Sufi, pag. 150, Roma). Le analogie maschio-femmina del Sufismo erano suscettibili della stessa “tentazione” che S. K. De riferisce a proposito dei Vaisnava. Così, per i Sahajiya, la natura maschile diKrishna e la qualità femminile di Radha è affermata, una proposizione impossibile per un Vaisnava ortodosso. Dimock afferma: “i Sahajiya dichiarano che la forma visibile maschile o femminile è rupa. La svarupa (Krishna e Radha, maschio e femmina, la sostanza e l’elemento immateriale dell’uomo) si mescola con la rupa in una condizione indistinta, ma di assoluta intimità” (1966, pag. 139). Quindi, in questo caso, le analogie maschio femmina del Sufismo sono considerate delle realtà materiali.

29. L’uso del termine “prema rasa” è chiaramente tecnico e si trova in tutto il testo.

30. Il bhavaka è il goditore e la bhavini è la goditrice. Si potrebbero facilmente sostituire i nomi di Krishna e Radha in questo punto del testo. È importante notare in questo passo che bhavini, il goditore, è anche la parte attiva, poiché la sua unica preoccupazione è di appagare la goditrice.

31. L’informe fu sommerso dal bhava di prema rasa,

la luce (nûr) di Muhammad risplende gloriosamente su di esso.31

32. Avendo osservato quest’argomento segreto, non l’ho fatto scrivere;

il messaggio segreto non  può essere rivelato.32

33. Quando vide l’immagine nello specchio,

seppe che il riflesso era il suo aspetto (surat) nello specchio.33

34. Vide quel riflesso nello specchio, ed era così

consapevole di saper per certo che era il suo riflesso.

35. Quando vide l’immagine nello specchio creò quella

forma uguale al corpo di nur di Muhammad.34

36. Vide quella forma che era l’immagine del corpo,

e l’ombra era la forma degli otto arti puri (asta anga) del profeta.35

37. A seconda di come vide gli otto arti dell’immagine,

così realizzò i tratti degli otto arti del profeta.36

38. Guardando all’immagine che personificò

si dette il nome (nama) di nur Muhammad.

39. Gli otto arti dell’immagine sono i tratti della luce (nur er laksana).

Il corpo sottile del profeta (suksma tanu) è il completamento dell’uomo.37

40. La svarupa del profeta è la potenza (shakti) degli otto arti sottili.

Questo è il potere emerso di maya e di lila.38

31. Questo è un punto chiave, congiungere i bhava Vaisnava con il concetto Sufi delle luci divine. Da un lato, abbiamo la “nozione di bhava al centro del culto Vaisnava, la quale si basa sul principio che la Vrindavana lila può effettivamente ricrearsi nella vita dell’adoratore quando assume la personalità di un qualsiasi intimo di Krishna a Vrindavana. Pensiero costante, ricordo, riflessione e azione conducono al cambiamento. È anche l’essenza dell’idea di trasformazione Sahajiya, sebbene sia definita da loro aropa.” (Dimock, 1966, pag. 164) Dall’altra parte, abbiamo il concetto delle luci nel Sufismo il cui significato è espresso da Corbin in questo modo: “È sempre qualcosa che si schiude al termine di una lotta che ha per protagonista l’individualità spirituale. Non si passa collettivamente dal sensibile al sovrasensibile, perché questo passaggio è lo schiudersi e il fiorire della persona di luce… Come abbiamo visto, questo schiudersi progressivo è segnalato da alcune «luci teofaniche» appropriate a ciascun caso. Il motivo dello shâhid è tematizzato dall’appropriatezza di queste luci, e dalla determinazione del loro grado di presenza da parte del, e per il loro «testimone»” (Henry Corbin, L’uomo di luce nel sufismo iraniano, pag. 113, Roma, 1971). Così, la più elevata luce splende presso l’ultimobhava di prema rasa. Si tratta di una combinazione impossibile. Corbin osserva: “L’infinito prezzo attribuito all’individualità spirituale rende inconcepibile che la sua salvezza consista nell’assorbimento in una totalità…” (Henry Corbin, L’uomo di luce nel sufismo iraniano, pag.22, Roma ). Si tratta proprio di ciò che Raja intende raggiungere.

32. Questo è un esempio della forma dissimulata del verbo para flesso al passivo. Vedere Chatterjee, ODBL, vol 2, #657, pag. 917.

33. Qui Raja paragona muratsurat nella rima. La prima parola deriva dal Sanscrito e significa che l’immagine è l’idolo; questa parola è usata dai moderni musulmani Bengalesi per riferirsi al peccato di adorare gli idoli. L’altra parola deriva dall’Arabo e significa “forma” o “apparenza”, e viene usata per riferirsi a Dio che crea l’uomo a sua immagine. L’effetto mira a rendere il corpo fisico uno strumento effettivo per rivelare il divino, un concetto Sahajiya.

34. Il linguaggio in questo punto è molto concreto, non lascia dubbi. L’immagine (letteralmente idolo, murti) che vede nello specchio è una forma (rupa) creata come il corpo fisico (kaya) di Nur Muhammad.

35. Il concetto degli otto arti (due mani, seno, fronte, due occhi, gola e spina dorsale) è di origine tantrica (Bharati, 1965, pag. 254); esso indica chiaramente che il microcosmo all’interno del corpo umano è un riflesso del puro corpo del profeta, il quale è l’incarnazione stessa del divino.

36. Le otto parti, in questo caso, portano con sé dei “tratti” (Laksana), un termine che non ho pienamente compreso. Tuttavia, il processo di creazione del corpo di Muhammad comporta una stretta somiglianza con la teoria Vaisnava delle Shakti, che sono le energie operative del Bhagavat. Esse sono di tre tipi: svarupa shakti,jiva Shakti e maya shakti. Secondo Dimock questa circostanza sembra riferirsi a maya shakti (confermata al verso 40): “I raggi solari portano luce del sole allo specchio, essi sono gli intermediari tra il sole e il suo riflesso. Maya shakti è legata al Bhagavat come il suo riflesso al sole… Maya shakti quale funzione delBhagavat è reale, e la sua creazione è quindi anche reale. Si intravede adesso una conclusione Sahajiya di cruciale importanza: essendo il corpo reale, esso è il mezzo per la conoscenza della realtà più elevata” (Dimock, 1966, pag. 127-8).

37. Il corpo sottile del profeta è la svarupa shakti che è intrinseco (antaranga) al Bhagavat (Dimock, 1966, pag. 127). Il problema della sua relazione col corpo umano qui citato come completamento o compimento dell’uomo è trattato da Dimock nel modo seguente: “L’energia, per essere significativa, deve avere un contenitore, quella shakti deve avere un shaktiman (il principio maschile o Padre Universale). Si ipotizza che il Bhagavat sia una persona, che queste qualità in un certo senso lo definiscano fisicamente. Il Bhagavat ha quindi una forma, anche se questa forma non è in realtà la forma grossolana fisica del corpo umano … La forma (chiamata murtivigraha) del Bhagavat è una funzione della svarupa illimitata, la pura essenza della divinità” (pag. 130).

38. Il corpo fisico vero è perciò la potenza (shakti) di maya e lila rivelata. È l’incarnato jiva-atma intrappolato nel corpo fisico. Il profeta è stato rimpiazzato daKrishna che è la “svarupa del Bhagavat” (Dimock 1966, pag. 134). Così, nei versetti seguenti il corpo del profeta è considerato sinonimo di creatori.

41. Io non posso indicare il limite di qualsiasi potere del profeta.

Il potere che è il corpo del creatore, quel potere è del profeta.

42  Esso non può essere ripartito, né vi sono distinzioni.

La terra è la prova dell’immagine di Isvara.39

43. Questi che io chiamo svarupasuksmanimaya e lila

tutti questi poteri il corpo li possiede nel creatore.

44. Potenza di riflessione, potere tattva, il corpo Divino

poiché era il corpo fisico (kaya) del Signore, così fu dei profeti.

45. Al corpo che definisco tattva, mi riferisco separatamente.

Al corpo che è chiamato tattva non sussiste né nascita né morte.

46. Quando lo si taglia non è diviso, né brucia nel fuoco.

Non è mosso dal vento, né affonda nell’acqua.

47. Se è rotto non si rompe né ritorna alla terra.

Sebbene denominato antico questo tattva è sempre nuovo.

48. Non ha né nascita né morte, questo corpo tattva non ha ombra.

Tutto questo maya è svarupa suksmani.40

49. Il Signor creatore ha un corpo di tattva riflessivo (anche)

quando limita la possibile finezza uscente.41

50. Nel modo in cui il corpo e l’immagine di Isvara sono formati

così lo sono i tratti del corpo e dell’immagine del profeta.

39. L’uso del titolo “suksmani” confonde un po’, comunque lo impiego per indicare il jiva-shakti o la seconda categoria di shakti a cui Dimock fa riferimento. Dimock dichiara: “Jiva-shakti è il dominio dell’aspetto divino di paramatman, e in quanto tale è situato tra l’essere individuale, il jiva, e il Bhagavat. Similmente ai raggi solari, non è né del tutto intrinseco né estrinseco al Bhagavat, ma è in parte entrambi… Il jiva è sotto il controllo di maya-shakti” (1966, pag. 128). Questo corpo sottile all’interno della corporatura è il jiva imprigionato da maya-shakti.

40. I versi 44-47 forniscono una descrizione del “corpo tattva” che ricordano da vicino la descrizione Vedantica del Brahman. Quest’esposizione Vedanticadimostra molto che il concetto Upanishadico si trovi in molti culti e differenti forme. Ciò fu anche asserito chiaramente dai Sahajiya. Manindra Mohan Bose afferma: “Quest’idea di individualità proveniente dall’Essere Supremo fu assunta anche dai Sahajiya. Essi, comunque, designano il Supremo Essere coi termini Brahma, Hari,Vishnu, Krishna, Paramatma secondo la convenienza, e l’anima individuale con Jivatma, Sabha (o Sava), Jiva, ecc…” (1986, pag. 210).

41. Un riferimento alla liberazione del jivatma dalla sua schiavitù a maya e della sua riunione col paramatma.

Bibliografia

A. Libri in Inglese

1.      Agehananda Bharati, The Tantric Tradition, (London: Rider & Co., 1965).

2.      Manindra Mohan Bose, The Post-Caitanya Sahajiya Cult of Bengal, (Delhi: Gian Bublishing House, 1986).

3.      Henry Corbin, The man of Light in Iranian Sufism, (Colorado: Shambala Publications, 1978).

4.      S. K. De, Early History of the Vaishnava Faith and Movement in Bengal, (Calcutta: Firma KLM Private Limited, 1986).

5.      Edward Dimock, The Place of the Hidden Moon, (Chicago: University of Chicago Press, 1966).

6.      Muhammad Enamul Haq, A History of Sufism in Bengal, (Dhaka: The Asiatic Society of Bangladesh, 1975).

7.      Asim Roy, The Islamic Syncretistic Tradition in Bengal, (Princeton: Princeton University University Press, 1983).

8.      S. B. Das Gupta, Obscure Religious Cults, (Calcutta: Firma KLM Private Limited, 1962)

9.      Idries Shah, The Sufis, (New York: Anchor Books, 1971).

B. Libri in Bengalese

 

1.      Sri Jatindra Mohan Bhattacarya, Musulman kavir Padamanjusa, (Calcutta: Calcutta University Press, 1984).

2.      Muhammad Enamul Haq, Muslim Bangla Sahitya, (Dhaka: Pakistan Publications, 1965)

3.       Ahmad Sharif, Musulman KavirPada-Sahitya, (Dhaka: Dhaka University Press, 1961).

4.      Ahmad Sharif, Banglar Sufi Sahitya, (Dhaka: Bangla Academy, 1969)

5.      Ahmad Sharif, Madyajuger Raga-Talnama, (Dhaka: Bangla Academy, 1974).

6.      Ahmad Sharif, Soyal Sahitya, (Dhaka: Bangla Academy, 1976).

7.      Ahmad Sharif, Bangaliee O Bangla Sahitya (Dhaka: Bangla Academy, 1983).

C. Dizionari e Grammatica Bengalese

1.      Sunit Kumar Chatterji. The Origin and Development of the Bengali Language, (Calcutta: Rupa and Co., 1986).

2.      Dr. Gulam Maqsud Hilali, Perso-Arabic Elements in Bengali, (Dhaka: Central Board dor the Development of Bengali, 1967).

3.      Dr. Muhammad Sahidullah, Ancalik Bhasar Abhidhan, (Dhaka: Bangla Academy, 1965).

4.      Dr. Sukumar Sen, An Etymological Dictionary of Bengali, (Calcutta: Eastern Publishers, 1971).

D. Articoli

1.      Edward C. Dimock, “The Bauls and the Islamic Tradition”. Article in The Sants, (Delhi: Motital Banarsidass, 1987)

2.      Dr. Ahmad Sharif, “Nathpantha-Sahajpantha-Baulpantha”, Sahitya Patrika, Dhaka University, Vol. 25, No. 1, 1981.

http://www.tradizionesacra.it/agama_jnanasagara.htm

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21 Nov 2010

IL LEONE E IL SOLE SIMBOLI DELL’UNITÀ ISLAMICA E DEI POPOLI

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IL LEONE E IL SOLE SIMBOLI DELL’UNITÀ ISLAMICA E DEI POPOLI

‘Ali appare soprattutto come l’eroe Solare, è il “leone” (Asad o Haydar) di Dio, egli incarna la combinazione di eroismo fisico sul campo di battaglia con una santità completamente distaccata dalle cose del mondo, egli è la personificazione che la Bhagavad-Gita insegna.” (Frithjof Schuon, Islam and the Perennial Philosophy, pag. 101)

Il leone che è il simbolo del potere e della gloria, ha la stessa valenza nella tradizione Musulmana e nella figura di ‘Ali ibn Abu Talib, il cui nome corretto dato da sua madre fu dapprima Haydara (o Haydar), il cui significato è Leone. ‘Ali fu un leone dopo suo nonno che si chiamava pure Asad (leone). Hazrat Fatimah bint Asad(figlia del leone), era la madre del quarto Califfo sunnita e primo Imam sciita, l’Imam Ali. L’Imam ‘Ali fu elogiato dai primi giorni dell’Islam come “il Leone di Dio”, e quindi circondato da numerosi epiteti che indicano le sue qualità leonine; ad esempio, Ghadanfar, leone, o Asadullah, leone di Dio, o nelle aree Persiane ‘Alishir, e sotto l’influenza Turca Aslan ‘Ali‘Ali Arslan (entrambi shirarslan significano leone). Il vero santo, è detto, è come il leone aureo nella selva oscura di questo mondo, e i feroci leoni s’inchinano davanti a lui o lo servono come ubbidienti cavalcature. Forse il ruolo più commovente del leone si trova nel Fihi ma Fihi di Rumi. La gente veniva da vicino e da lontano per vedere un leone famoso e forte, ma nessuno gli si avvicinava per paura; tuttavia, se qualcuno lo avesse accarezzato, sarebbe divenuto la più gentile creatura inimmaginabile. Se la fede è assoluta, non c’è più alcun pericolo.

È nel discorso ventiseiesimo del “Fihi ma Fihi” che Rumi descrive il tema del leone: «la fama di un leone si era sparsa ovunque nel mondo. Stupito da tanto rumore, un uomo partì da molto lontano per giungere a quella radura e vedere il leone. Impiegò un anno intero a percorrere le tappe, sopportando le fatiche del viaggio: ma quando arrivò alla radura e da lontano ebbe osservato il leone, rimase impietrito e non ebbe la forza di farsi più vicino. “Ebbene, che c’è?”, gli dissero. “Hai coperto tutta questa strada per vedere il leone coi tuoi occhi! Questo leone ha una caratteristica: che se qualcuno avanza verso di lui senza mostrare paura e gli passa con amore una mano sul capo, non gli fa del male. Ma se ci si spaventa e si ha timore esso diviene furioso, e a volte attacca pensando che l’altro abbia idee ostili. Per quella creatura hai penato in viaggio un anno intero: perché starsene immobile, adesso? Fai un passo in avanti!” Ma l’uomo non trovò il coraggio di avanzare e disse: “Fu facile percorrere distanze tanto lunghe, eppure ora non riesco a fare un singolo passo.” L’intenzione di ‘Omar, la fede che cercava, era quel passo: muovere unpasso in direzione del leone. Quel passo è una cosa difficile e rara, ed è destinata solo agli eletti e agli intimi di Dio». (Fihi ma Fihi, L’essenza del reale, discorso 26, pag. 148-149)

Sulla “Porta dei Leoni” (Sher Dar) della Madrasa di Samarcanda due leoni sovrastati da una fronte umana dentro un Sole sorgente inseguono due gazzelle. Il significato di questa rappresentazione grafica è spiegato ancora nella poesia di Rumi: “Un leone che sia all’inseguimento di una gazzella, e una gazzella che tenti di sfuggire al leone costituiscono nella realtà dei fatti due esistenze. Ma quando il leone raggiunge la gazzella ed essa, soprafatta dagli artigli dell’avversario e dall’angoscia della fine, viene meno di fronte a lui, allora resta unicamente l’esistenza del leone: l’altra esistenza è scomparsa nell’estinzione. L’immersione (istigrah) consiste nel fatto che Dio, l’Altissimo, riempie del timore di Sé i Suoi amici, ma non nel modo in cui gli altri si spaventano per i leoni, i leopardi o i nemici. Egli rivelaloro che lo spavento proviene da Dio; che la pace, la gioia e il sollievo, come pure il nutrimento e il sonno, a Lui sono dovuti; e mostra loro un’immagine vivida e sensibile di un leone o del fuoco, in stato di veglia e a occhi aperti, perché divenga a essi del tutto chiaro che tale immagine del leone o del leopardo che percepiscono in modo reale non appartiene a questo mondo, ma è una figura del mondo invisibile che ha preso forma di raggiante bellezza. (Fihi ma fihi, L’essenza del reale, discorso 11, pg. 64-65)

“Le mille e una notte” (titolo originale in arabo alf laila wa laila), celebre raccolta di novelle, narra la storia di “Uns al-Wujud” e del leone:

Nella novella “Uns al-Wujud e la figlia del visir, Bocciolo di Rosa”, il soldato Uns al-Wujud* si veste come un derviscio e inizia a vagare in cerca dell’amata. Nel deserto Uns al-Wujud incontra un leone che lo aiuta e gli indica la strada verso il mare dei tesori.

«Dopo aver attraversato le steppe e i deserti spuntò un leone con una criniera aggrovigliata sopra una testa grande come una cupola, con una bocca più larga di una porta e con dei denti simili a zanne di elefanti. Quando Uns al-Wujud lo vide, si diede per spacciato, e voltatosi verso il tempio della Mecca, pronunciò la professione di fede Islamica preparandosi alla morte. Coloro che adulano il leone, aveva letto nei libri, lo distolgono; per questo motivo lo abbindolò prontamente con parole gentili e sdolcinate glorificandolo: “O leone della foresta! O Signore del deserto! O Leone combattente padre dei bravi! O Sultano di tutti gli animali! Ecco, io sono un amante nostalgico, ma il mio amore e la separazione dalla mia cara mi hanno fatto perdere la giusta via; perciò, ascolta il mio discorso e abbi pietà per il mio amore e la mia passione.” Udite queste parole, il leone arretrò accosciandosi sulle sue zampe posteriori, alzò la testa e lo fissò ruzzando coda e zampe.»

Quando Uns al-Wujud vide ciò, recitò i seguenti distici:

“Leone della foresta, vuoi privarmi della vita,

prima che incontri chi mi ha condannato alla schiavitù?

Io non sono selvaggina e non ho alcun grasso;

Per la perdita del mio amore mi sono indebolito;

Allontanandomi dal mio amore il mio cuore si è stancato,

Adesso io sono come un corpo nel sudario.

O Abu Harith*, O leone della guerra,

Non farmi penare per le mie colpe.

Io brucio d’amore, io annego nelle lacrime

Per la separazione dall’amata di dolente infelicità!

E quando la penso nell’oscurità della notte

L’amore fa il mio essere inesistente”.

Quando terminò i suoi versi, il leone si alzò. Shahrazad percepì l’alba del giorno e tacque la sua parola.

*: “Uns” (pronuncia volgare di Anas) “al-Wujud” significa gioia delle cose esistenti, dell’essere, di tutto il mondo. Uns wa jud è un normale gioco di parole amore-intimità e liberalità.

*: Abu Harith fu un familiare pseudonimo del leone. Harith, significa un “raccoglitore di proprietà, bottini”, e il leone, il miglior predatore, era considerato il maggior raccoglitore di cibo. (John A. Haywood, H. M. Nahmad, A new Arabic grammar of the written language, Lund, Humphries, 1967 – 687 pagine)

La fontana con i suoi dodici leoni è un antico simbolo orientale che ha raggiunto l’Alhambra… Il leone che erutta acqua non è altro che il Sole, da cui sgorga la vita, e i dodici leoni sono i dodici Soli dello zodiaco, i dodici mesi presenti contemporaneamente nell’eternità. Essi sostengono un “mare”… e questo mare è il serbatoio delle acque celesti… I baldacchini in pietra ad ovest e a est del giardino, sono anche una parte del giardino paradisiaco descritto nel Corano. (Corano 2 : 22) (TitusBurckhardt, Moorish Culture in Spain, pag. 209)

La tradizione sciita conserva questo rapporto di Juwayriya ibn Mishar che viaggiava con ‘Ali. «Egli racconta: Stavamo cavalcando attraverso una foresta quando improvvisamente ci apparve sulla strada un leone accovacciato, mentre i suoi cuccioli erano dietro di lui. Strattonai la mia cavalcatura per farla girare, ma ‘Ali disse: “Dove vai? Avanza! O Juwayriyya ibn Mashar. Egli è [soltanto] il cucciolo di Dio.” Poi recitò il Corano: “Non c’è nessun animale che cammini sulla terra che Egli non lo tenga saldo pel ciuffo.” [Surat Hud, 11: 56] Il leone improvvisamente si alzò, si avvicinò a Lui e scodinzolando disse: “La pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano su di Te, O Amir al Mu’minin, O cugino del Messaggero di Dio.” ‘Ali rispose: “la pace sia su di te, O Abu Harith. Come glorifichi Dio?” Abu Harithrispose: “Lodo chi mi rivestì di timore riverenziale e incusse di me paura nei cuori dei suoi adoratori.”» [(Dala’il al-Sidq (Qum, 1395/1974), 339-340. Per maggiori resoconti sulla Walaya degli animali e degli uccelli ad ‘Ali e agli Imam, vedere ibid., 2:339-53, al-Majlisi, Bihar, 27: 261-79; al-‘Allama al-Hilli, Minhaj al-karama, 1:190-1; al Mufid, Awa’il al maqalat fi ‘l –madhahib al-mukhtarat, ed. Abbasquli S. Wajdi, (Tabriz, 1371/1951), 37-38.]

Ibn Shahrashub elenca gli eventi in cui il Sole, la terra e altri oggetti espressero la loro fedeltà e ammirazione per ‘Ali. È detto che il Sole abbia parlato a ‘Alì sette volte. In un’occasione, il Sole designò ‘Ali come “leader dei Musulmani” (imam al-muslimin). In un’altra circostanza, il Sole si rivolse a ‘Ali come “fratello del Messaggero di Dio, suo fiduciario e prova di Dio per la Sua creazione” (ya akha rasul allah wa-wasiyyahi wa hujjat Allah ’ala khalqih). Il Sole invertì il suo corso in diverse occasioni per ‘Ali, per esempio, durante le battaglie di al-Khandaq, Hunayn, Khaybar, Nahrawan e Siffin. In un episodio, il Sole al tramonto risorse di nuovo alla supplica del Profeta affinché ‘Ali offrisse le sue preghiere. L’hadith radd (o ruju’) al-shams è presente spesso nella posteriore letteratura agiografica (manaqib), sia sciita sia sunnita riguardante ‘Ali.

(Per esempio, Ibn al-Bitriq, Umda, 2:374-5; Ibn al-Maghazili, Manaqib, 80-81; al-Khwarazmi, Manaqib, 217; Ibn Hajar al-Haytami, Sawa’iq al-muhriqa fifada’il al-rasul, 26; al-Muhibb al-Tabari, Riyad, 3:180-1)

Il Leone e il Sole (Shir-o-Khorshid in Persiano), è un motivo che combina antiche tradizioni Iraniane, Arabe, Turche, Mongole, Ebraiche e Africane.

Il leone divenne popolare in Iran nel 12° secolo, ma affonda le sue radici all’interno dell’Islam. Le tradizioni Islamiche, Turche e Mongole sottolinearonol’associazione simbolica del leone, la regalità nel leone e il motivo del Sole. Queste culture riaffermarono il potere carismatico del Sole, e i Mongoli ripresentarono la venerazione del Sole, specialmente all’aurora.

Proprio come Gesù è chiamato il Leone di Giuda, nelle tradizioni Islamiche ‘Ali ibn Abu Talib è chiamato il “Leone di Dio” dai Musulmani, e Hamzah, lo zio del Profeta Muhammad, era chiamato anche Asadullah (Leone di Dio). Nella Genesi, il patriarca Giacobbe si riferisce a suo figlio Giuda come a “giovane leone.” “Giuda è un giovine leone; tu risali dalla preda, figliuol mio; egli si china, s’accovaccia come un leone, come una leonessa: chi lo farà levare?” (Genesi, 49: 9) Nella tradizione cristiana, il Leone di Giuda rappresenta Gesù. Molte organizzazioni cristiane e ministeri usano il leone di Giuda come emblema o persino il suo nome. La frase compare nel Nuovo Testamento: “E uno degli anziani mi disse: Non piangere; ecco, il Leone che è della tribù di Giuda, il Rampollo di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette suggelli.” (Apocalisse, 5: 5)

Anche Hazrat Krishna (?) dichiara: “Io sono il leone” (Bhagavad Gita, 10: 30); mentre l’Imam Ali (?) recita: “Io sono Haidar,” il Leone di Dio. (RumiMathnawi, I :3788)

Nell’astrologia Islamica, il segno zodiacale del Leone è il domicilio del Sole. Il leone è rappresentato più frequentemente e in maniera diversa rispetto a qualsiasi altro animale. Nella maggior parte delle forme, il leone non ha alcun significato apotropaico e ha uno scopo semplicemente decorativo. Qualche volta ha, comunque, un significato astrologico o simbolico. Una delle forme esplicite e popolari del leone è l’araldica, incluso lo stemma Persiano (il leone e il Sole). Il leone è l’animale nello stemma del Sultano Mamelucco Baybars, forse lo utilizzò anche il Selgiuchide Kilidi Arslan e si trova nelle rappresentazioni numismatiche e nella filatelia.

Abdollah Shahbazi, storico iraniano, suggerisce che i Safavidi interpretarono il leone come simbolo dell’Imam ‘Ali e il Sole come la “gloria della religione”.

Anche in epoca Qajara i simboli del Sole e del leone furono coniati nel 1796 sotto Aqa Mohammad Shah Qajar. La moneta reca il nome del nuovo Shah sotto il Sole e dell’Imam Ali, il primo Imam sciita, sotto la pancia del leone.

L’emblema del leone e del Sole fu adottato ufficialmente dai Qajar sotto Mohammad Shah (1834-48). L’emblema è cambiato progressivamente nel tempo passando da un leone (spesso steso a terra) con un Sole dal volto umano, a un leone eretto con una spada nella zampa destra e col Sole sul suo retro, a un leone eretto con una spada nella zampa destra con un Sole passante sulla sua schiena e la corona Qajara in cima al Sole; si unisce così il doppio simbolo della regalità e del potere reale con quello della corona Qajara. Su entrambi i medaglioni, il Sole ha ancora un volto umano! “Ovunque vi volgiate, ivi è il Volto di Allah.” (Corano, 2: 115)

Nel periodo Qajar l’emblema leone-Sole può essere trovato sui vessilli del lutto sciita del Muharram.

I leoni sono stati a lungo venerati nel Vicino Oriente e furono utilizzati dai vari governanti come simboli del potere reale, proprio come lo erano in Europa. L’autore musulmano al-Ahmad Qalqashandi osserva nel “Subh al-Asha” (Consigli ai dipendenti pubblici), opera del 1412, che ogni Emiro per consuetudine aveva un simbolo colorato, personale o animale sulle porte dei suoi edifici.

La conquista Moghul dell’India apportò nuovi elementi e le influenze Islamiche e Persiane sono visibili. La configurazione dei simboli sociopolitici subì delle modifiche e la mezzaluna all’interno del Sole divenne un simbolo statale.

Questo ritratto raffigura la configurazione dell’Impero Moghul, dello stato e del sovrano, l’Impero è simboleggiato da un Sole raggiante, lo stato da una mezzaluna e il sovrano dalla sua immagine. Il Sole e la mezzaluna hanno le loro origini nell’antica Mesopotamia, poiché fu l’emblema dello stato Imperiale al tempo dell’Impero Selgiuchide (312-64 d.C.). Nell’Impero Ottomano, il Sole e la mezzaluna sono già nel sedicesimo secolo lo stendardo Imperiale.

Il simbolo dell’Impero Moghul fu il Sole. La sua forma più antica si presenta come un Sole raggiante di raggi sottili e lunghi. Questa forma, per esempio, si trova sull’abito Imperiale di Humayun (1530-40, 1555-56).

La miniatura illustra un avvenimento che si è verificato all’incirca nel 1556, anno in cui Humayun morì. Akbar aveva l’età di tredici anni. Il dettaglio è riportato nel “Hamzeh-nama”, 1567 (Museo für Angewandte Kunst, Wien).

Il ritratto di Akbar (1556-1605) che mostra gli emblemi del Sole su petto e ginocchia si trova nel “Akbar-nama”, 1590 (Victoria e Albert Museum, 2.1896.I.S.65.117.) Dopo la restaurazione di Humayun e dal tempo di Akbar (1556-1605), il Sole è raffigurato come un crisantemo simile alle rappresentazioni solari tra il sesto e il nono secolo a.C. Questo disegni del Sole continuarono sotto la dinastia Ilkhanide e Timuride.

Nelle versioni successive, l’emblema del Sole è a volte circondato da un’aureola di raggi brevi e, talvolta, il Sole è “radiante”. Qualche volta è solo un disco dorato. In genere, un alone attorno al capo del sovrano raffigura il Sole. Qualche volta è dipinto sul baldacchino del trono.

L’Imperatore è simboleggiato dalla sua immagine. Ha sempre un alone intorno alla testa ed è vestito con abiti preziosi. La combinazione del Sole con l’immagine significa che è il governante dell’Impero. Questa configurazione fu imitata da altri Principi Indiani che rivendicavano la sovranità. In particolare, si possono trovare inMewar e in Mysore.

In senso lato, il Sole e l’immagine sono paragonabili allo stemma Imperiale tedesco (l’aquila nera a due teste su uno sfondo dorato) e al blasone personale dell’Imperatore.

Per un breve periodo, un leone e un Sole furono simboli dei sovrani Moghul. Furono stampati su una serie di monete coniate da Jahangir negli anni compresi tra il 1020-28 dell’Egira (1611-17 d.C.).

Nella letteratura, questo leone fu interpretato in modi diversi e ha provocato molta confusione. Si pensava, per esempio, che il leone si riferisse al compleanno degli Imperatori. Non c’è alcun dubbio che il leone e il Sole fossero un emblema militare e un modello araldico Indiano.

Si deve notare che il leone in quasi tutte le culture è stato un simbolo militare. Nella gerarchia militare Cinese, il leone è il simbolo di un ufficiale militare di secondo rango, un grado inferiore al Qilin o unicorno. Le bestie della gerarchia militare Cinese sono sempre raffigurate da un Sole rosso, simbolo dell’Impero cinese. Un tempo, nella gerarchia militare Occidentale, il leone simboleggiava un ufficiale di terzo rango sotto l’aquila e il grifone (o toro).

È molto probabile che l’Impero Ilkhanide adottasse i simboli militari Cinesi decorati con dragoni, fenici, leopardi e orsi.  Questi animali occupano la terza e la quinta posizione nella gerarchia militare Cinese. Questa conclusione si evince dalle piastrelle del 13° secolo di Keshan (Cina), oggi conservate nel Museo del Louvre. In questo contesto, possiamo citare anche il leone e il Sole dei governanti Persiani Safavidi, la tigre e il Sole sulla Shir Dar Madrasa di Samarcanda costruita tra il 1619 e il 1635. La Persia, il Sultanato di Delhi e Samarcanda appartennero tutti all’Impero di Tamerlano (1370-1405).

Ecco perché Zahir ud-Din Muhammad (1483 – 1530), il fondatore dell’Impero Moghul, fu soprannominato Babur, il cui significato è “tigre” o “leopardo”, giacché questi animali occupano il terzo e il quarto grado nella gerarchia militare. Babur fu considerato un capo militare di questo rango.

Di conseguenza, il leone e il Sole sulle monete di Jahangir lo classificano come un capo militare di secondo grado; giacché un equivalente del primo rango Cinese mancava nel suo Impero, esso divenne il più alto grado militare in Hindustan.

Inoltre, dobbiamo essere consapevoli che il leone è stato il simbolo dell’Amir al Mu’minin (il Comandante dei Fedeli), un titolo a carico di Akbar, ma non dei suoi successori.

Il leone e il Sole connessi alla figura di Jahangir furono anche osservati da Thomas Roe che visitò la Corte Moghul tra il 1615-19.

Lo stendardo di Jahangir mostra un leone seduto davanti a un Sole raggiante dal viso umano. Lo stesso leone seduto è dipinto sul sigillo nell’angolo superiore destro della mappa dell’Hindustan.

Verso il 1670 questo stendardo fu raffigurato in una collezione di bandiere a sfondo giallo, il sigillo era rosso col bordo blu, il leone dorato.

Lo stemma Imperiale – Sole e Simurg

Il simbolo del governo Imperiale, cioè dello stemma Imperiale, è un Sole sostenuto da due Simurg che sono simboli regali. Una miniatura del diciassettesimo secolo suggerisce che quest’emblema araldico era usato già da Babur (1526-30).

Questo blasone rifletterebbe l’ossessione di Babur per Samarcanda, giacché fu per tutta la sua vita incapace di conquistarla, come anche per i Simurg che sorreggono il Sole poiché furono l’emblema del governo della Transoxiana al tempo di Tamerlano (1370 -1405), la cui origine sarebbe Ilkhanide. Lo stemma deve essere confrontato con l’emblema araldico del Sole e dei Simurg sul Nadir Divan-Begi Madrasa di Bukhara, costruito nel 1622 – 23.

Comunque sia, fu sicuramente l’emblema araldico utilizzato da Shah Jahan e dai suoi successori.

Il Simurg, da una parte è una manifestazione di Allah; dall’altra, è la leggendaria assemblea dei trenta uccelli alla ricerca del re Simurg finché scoprirono di esserlo loro stessi: si-murg significa “trenta uccelli”.

Il significato, pertanto, dello stemma Imperiale è: il governo dell’Impero per grazia di Allah e del popolo.

Bibliografia

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Jalal al Din Rumi, L’ essenza del reale. Fihi-mâ-Fîhi, Psiche Editrice

John A. Haywood, H. M. Nahmad, A new Arabic grammar of the written language, Lund, Humphries, 1967

Asma Afsaruddin, Excellence and precedence: medieval Islamic discourse on legitimate leadership, Brill Publishers

Titus Burckhardt, Moorish Culture in Spain

http://www.tradizionesacra.it/leonesole_unitaislam.htm

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21 Nov 2010

Le malattie respiratorie curate tramite i chakra

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Le malattie respiratorie curate tramite i chakra

In Oriente, agli organi respiratori è accordata un’attenzione enorme, infatti, i polmoni sono i più importanti organi che ricevono l’aria necessaria per il corpo insieme all’energia di Allah. Di conseguenza, le diverse scuole Orientali rivolte allo sviluppo armonico dell’uomo coltivavano le pratiche respiratorie ai più alti livelli.

Il principale canale energetico che regola il sistema respiratorio è un meridiano doppio dei polmoni. Il tempo di lavoro massimo del meridiano varia dalle ore tre alle cinque della notte; mentre la tensione minima nel canale è tra le ore 15 e le 17 quando l’energia aumenta lungo il meridiano della vescica.

Il meridiano dei polmoni è strettamente associato al sistema digestivo, soprattutto all’intestino crasso, essendo il suo meridiano doppio, che secondo i guaritori Orientali svolge la funzione di meridiano doppio dei polmoni.

La bronchite

Ajna chakra

La bronchite si osserva spesso nei bambini e negli anziani dalle ridotte proprietà protettive organiche e, in particolare, dalle limitate caratteristiche protettive della membrana mucosa. La bronchite è sovente accompagnata da disturbi laringei, nasofaringei, polmonari e tracheiti.

Nell’eziologia della malattia diversi fattori giocano un ruolo nell’interruzione del normale flusso energetico nei meridiani di polmoni, intestino crasso, vescica, reni, stomaco, milza e pancreas. A causa di questi malesseri, i polmoni sono facilmente colpiti da infezioni batteriche: stafilococco aureo, polmonite streptococcica, virus dell’influenza e morbillo.

L’andamento normale nei meridiani è fortemente influenzato dal lavoro degli organi digestivi, dalla quantità e dalla qualità del cibo consumato, dalle varie sostanze chimiche contenute nell’aria inquinata. La comparsa della bronchite contribuisce all’insorgenza delle malattie cardiache e renali, come un alcolizzato o un fumatore.

La bronchite acuta inizia intensamente. In genere, il paziente lamenta delle sensazioni fastidiose dietro lo sterno, si ha una sensazione di bruciore o di pesantezza. La tosse, inizialmente è secca, ma poi si espettora della mucosa o del muco purulento. Il paziente sente una debolezza generale. La febbre è normale o sale a 38 °.

Eseguendo la diagnosi energetica, il guaritore sente che l’energia è in eccesso nell’area nasofaringea; mentre è deficitaria nella fossa giugulare presso la settima vertebra cervicale e nello sterno. Il guaritore percepisce anche la mancanza d’energia nei reni e meno frequentemente negli arti del paziente.

Il sintomo più frequente e costante della bronchite cronica è una tosse episodica che emette espettorato, solitamente nella stagione fredda e umida. Alcuni pazienti hanno attacchi di tosse tutto il giorno, a volte accompagnati da vomito, dispnea penosa, cianosi della pelle. La temperatura corporea è di solito normale, ma durante gli attacchi può aumentare.

La progressione della malattia si accompagna a profondi cambiamenti distruttivi dei bronchi, allo sviluppo di bronchiectasie, pneumosclerosi, enfisema polmonare, insufficienza respiratoria, sindrome di cuore polmonare.

L’influenza sugli organi respiratori attraverso Anahata chakra e Vishuddha chakra

Quando la diagnosi del guaritore rileva un’insufficienza energetica lungo il meridiano dei polmoni; ve n’è un eccesso nel meridiano dell’intestino crasso, cioè nella regione degli organi digestivi. Anche i bronchi e i reni provano una mancanza d’energia. Solo nei periodi di crisi, la polarità varia leggermente e apporta un eccesso d’energia nell’area bronchiale.

Il trattamento della bronchite acuta avviene in due fasi. In primo luogo, il guaritore toglie l’infiammazione generale dal corpo, cioè normalizza l’energia dell’organismo e rimuove il calore.

Poi, il guaritore lavora sugli organi respiratori e digestivi. In primo luogo, li influenza a distanza. Il guaritore estrae l’energia già “consumata” o “stagnante” su di sé da Anahata e Vishuddha chakra. Dopo, inviando dell’energia nuova nell’area di Ajna chakra, la dirige nella parte anteriore del corpo fino all’ombelico. Inviando l’energia a Vishuddha chakra, il guaritore la distribuisce lungo le clavicole e le spalle. In seguito, dirigendo l’energia nella regione di Anahata chakra, il guaritore satura di prana il centro energetico “cardiaco”, i polmoni e il cuore.

Si consiglia di terminare la sessione con un contatto manuale. La mano sinistra è sovrapposta alla schiena, mentre la destra è sul torace. I palmi si sovrappongono tra il quarto e quinto centro energetico. Dapprima, l’energia è fatta passare tra i palmi delle mani sotto forma di una “sfera d’energia”. Poi, la “palla” è fermata al centro della cassa toracica, a cui è sovrapposta la “copia energetica” del Sole, che aumenta lentamente le sue dimensioni “bruciando” tutte “ le negatività e i dolori” all’interno del corpo.

Il trattamento migliore per la bronchite cronica e la bronchiolite è il ripristino delle funzioni dei piccoli bronchi attraverso il contatto manuale. In questo caso, i guaritori Bulgari consigliano di tamburellare con i palmi delle mani la cassa toracica e la schiena. Questo tamburellamento prosegue lungo le spalle. Poi, il guaritore invia a contatto “l’energia riscaldata” come descritto in precedenza. Nella fase seguente, il guaritore influenza a distanza. In primo luogo, compie “l’allineamento energetico” lungo le linee “fronte ? ombelico” e “spalla sinistra ? spalla destra”. Inoltre, quest’allineamento deve passare all’interno del corpo umano sentendo la forza energetica degli organi interni.

Inoltre, se lo ritengono opportuno, i guaritori Orientali influenzano durante il trattamento contemporaneamente i reni, riscaldandoli energeticamente. Così, risvegliano la “Kundalini”, stimolando il corpo malato all’autoguarigione.

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1. Una dieta con una piccola quantità di proteine e senza grassi animali, senza carne e uova, zucchero e sale.

2. Una volta ogni due settimane è necessario fare un digiuno da 1 a 3 giorni.

3. Eseguire regolarmente la ginnastica respiratoria (vedere capitolo “Introduzione allo Yoga Musulmano del Volga Bulgaria”)

4. La pulizia del corpo con l’uso di erbe medicinali (vedere capitolo “La Fitoterapia presso i guaritori Bulgari”);

La polmonite

Sahasrara chakra

Per i medici la polmonite non è una malattia specifica, ma un gruppo di affezioni diverse, la cui caratteristica principale è l’infiammazione dei polmoni, soprattutto del loro sistema respiratorio. A secondo del decorso clinico, la malattia si distingue in polmonite acuta, cronica e prolungata.

La polmonite acuta è un’infezione acuta che appare indipendentemente o come una complicanza d’altre malattie. La polmonite acuta è caratterizzata da un forte processo infiammatorio che avviene nei bronchi e negli alveoli, diffondendosi nel tessuto interstiziale che coinvolge il sistema vascolare polmonare.

A seconda del processo, la polmonite si distingue in microfocale, focale, macrofocale e confluente. L’eziologia e la patogenesi della polmonite sono fortemente influenzate da vari microrganismi: polmonite streptococcica, stafilococco, virus respiratori (fino a un centinaio di tipi).

Piccolo circolo energetico

Secondo i guaritori Orientali, i fattori esterni della polmonite (infezione, cause chimiche, ipotermia, disturbi circolatori polmonari, ecc…) sono secondari; questi ultimi insorgono per delle cause interne all’organismo, giacché è infranto l’equilibrio energetico nei meridiani di polmone ? intestino crasso, cuore ? intestino tenue, reni ? vescica urinaria, così come nei meridiani di “controllo ? fecondazione” che regolano la stabilità energetica dell’organismo.

Il quadro clinico di tutte le forme di polmonite acuta (lobare e focale) ha delle caratteristiche comuni: un inizio acuto, brividi e febbre fino a 39 – 40 °C, debolezza generale, dolori al petto, mal di testa. Il malato soffre di tosse secca o rilascia della mucosa accompagnata da espettorato mucopurulento. Appare dispnea. La respirazione è accelerata, il paziente presenta tachicardia. Sul volto della persona appare un colore febbrile. Sulle labbra sono frequenti varie eruzioni cutanee.

I guaritori Bulgari iniziano il trattamento della polmonite acuta prescrivendo all’ammalato un riposo a letto e un digiuno completo, ma il paziente deve bere abbondantemente varie tisane.

L’influsso energetico dei guaritori Bulgari iniziava con la rimozione del processo infiammatorio generale. Allineando la circolazione energetica, creando un “piccolo cerchio d’energia”, l’energia fluisce dal coccige alla corona (lungo la spina dorsale) e da quest’ultima attraverso il viso, il torace, lo stomaco e il ventre raggiunge il coccige, ottenendo una “pura” circolazione indipendente.

Poi, il guaritore lavora sul “circolo medio energetico”. L’energia fluisce dal piede sinistro alla testa e dalla testa al piede destro. L’energia è inviata direttamente per mezzo dei canali interni al corpo, cercando di abbracciare tutti i sistemi del corpo (circolatorio, nervoso, ecc…) e tutti gli organi. Una particolare attenzione è rivolta agli organi “filtranti”: reni, fegato, milza e polmoni.

Circolo medio energetico

La rimozione dell’infiammazione termina con la creazione di un “grande circolo energetico” che aiuta a mantenere l’aura dell’organismo aumentandone la sua immunità. “Un grande circolo energetico” si crea riempiendo la Kundalini quando l’energia passando dalla corona del capo si incanala nella colonna vertebrale lungo i meridiani fino alla vescica e al coccige. Riempiendo la Kundalini, l’energia sale lungo la linea centrale della spina dorsale fino alla settima vertebra cervicale, poi separandosi in due rami e scendendo di nuovo lungo la spina dorsale sale fino al coccige, riempiendo maggiormente la Kundalini.

In seguito, l’energia è innalzata lungo la colonna vertebrale fino alla cima della testa. A questo punto, il guaritore cerca di “accendere” tutti i centri energetici (chakra). Dalla cima, il flusso energetico è portato il più in alto possibile, e come un fiore, si schiudono i suoi molteplici raggi in tutte le direzioni dirigendosi fino ai piedi e creando attorno alla persona un involucro energetico o una fontana d’energia. Dopo, l’energia si riunisce di nuovo, ed entrando nei piedi sale verso l’alto attraverso le gambe riempiendo la Kundalini.

Grande circolo energetico

Dopo la creazione dei circoli energetici, il guaritore lavora subito con le zone colpite dei polmoni applicando una luce verde incantevole sul chakra del “cuore” affinché “bruci” la malattia. L’energia, in questo caso, si dirige tramite un raggio Solare potente e sottile tra i capezzoli del torace, rafforzando il fuoco del chakra, e poi, simile a un raggio laser sonda e lavora su ogni centimetro della zona interessata.

Parallelamente, il guaritore lavora con il cosiddetto “quadrato filtrante” (reni, milza, fegato) che contribuisce alla pulizia del sangue.

La sessione termina riempiendo d’energia vitale il chakra del “cuore”.

La polmonite cronica è un processo infiammatorio progressivo con riacutizzazioni periodiche. Questo processo può essere focale e totale, cioè cattura tutti gli elementi strutturali del polmone, giacché è localizzato nei bronchi, nel parenchima e nel tessuto interstiziale estendendosi ai vasi pleurici.

Nella patogenesi della polmonite cronica sono molto importanti i seguenti fattori: 1) Non è completamente ripristinato l’equilibrio energetico degli organi respiratori dopo la malattia delle vie respiratorie superiori, delle affezioni tracheali acute e croniche, e in particolare dei bronchi. 2) La polmonite acuta e le lesioni polmonari del sistema vascolare conducono a disturbi trofici; 3) Le lesioni dell’apparato toracico-diaframmatico (cifosi, scoliosi, paralisi del diaframma, ecc…) 4) I traumi e le lesioni della pleura infrangono in modo rilevante la funzione ventilatoria polmonare.

Anche l’equilibrio energetico è influenzato dallo sviluppo di anomalie polmonari: ipoplasia polmonare, stenosi della trachea e dei bronchi principali, tracheo-broncomegalia, acidi congeniti (ad esempio, l’acido eicosapentaenoico o EPA), ecc…

Quadrato filtrante

Lo squilibrio dell’equilibrio energetico riguarda soprattutto l’immunità compromessa, cioè il campo protettore dell’organismo che è distrutto all’interno. Il quadro clinico della polmonite cronica è talmente diverso nelle sue manifestazioni che mi concentrerò sui casi più frequenti.

Per esempio, dopo la bronchite acuta perdurano tosse, malessere generale e febbre. A seconda della progressione del processo si manifesta un quadro predominante di bronchite cronica, e in alcuni casi si sviluppa l’asma bronchiale, la bronchiectasia (emottisi, escreato purulento) o la pneumosclerosi (tosse, dispnea). A volte si osservano le combinazioni dei sintomi sopra elencati. Talvolta, queste modifiche conducono allo sviluppo dell’insufficienza respiratoria e alla sindrome da cuore polmonare cronica (cardiopatia polmonare); mentre in casi gravi, la variazione della composizione gassosa nel sangue favorisce l’ipossiemia arteriosa insieme all’aumento di anidride carbonica (biossido di carbonio). Si sviluppa l’acidosi respiratoria.

La cardiopatia polmonare è causata dall’ipertrofia e dall’allargamento del ventricolo destro. Siamo in presenza di ipertensione nella piccola circolazione sanguigna (polmonare) e di stagnazione nella grande circolazione sanguigna (sistemica).

Una diagnosi del malato rivela i seguenti sintomi: cianosi della cute, affanno, frequente rigidità toracica (la respirazione è fatta con l’aiuto dei muscoli ausiliari).

Si osservano dei cambiamenti negli organi del sistema circolatorio: tachicardia, ipertrofia cardiaca, ipercapnia, ipertensione (aumento della massa sanguigna circolante a scapito dell’incremento degli eritrociti).

Il trattamento energetico della polmonite cronica avviene in diverse fasi. Questa cura inizia aumentando la protezione del sistema immunitario dell’organismo. Si influenza direttamente il timo riempiendo Vishuddha chakra. A tal fine, il guaritore influenza a distanza frantumando un batuffolo energetico stagnante che si è formato in Vishuddha chakra. Apre le “porte” del chakra “drenandolo” di energia negativa e poi lo riempie di prana. Il riempimento avviene dapprima a distanza, dopo a contatto si appoggia il dito medio della mano destra nella fossa giugulare. Il calore vivificante riempie il quinto centro energetico, poi si diffonde in tutto il torace. Le parti dei polmoni più lesionate sono difficilmente riempibili di energia calda, ma il guaritore le “penetra” con la mano sinistra inviando del prana dal proprio Vishuddha e Ajna chakra.

L’influsso sulla tiroide attraverso Vishuddha chakra

Il guaritore termina la seduta influenzando gli organi della circolazione sanguigna: fegato, milza, rene e cuore. I guaritori Bulgari consigliano, in questo caso, di influenzare il fegato e i reni a contatto, e la milza e il cuore a distanza.

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1.      Bere decotti di foglie di mirtilli rossi, radice di altea e foglie di edera; molto spesso, i Bulgari utilizzano infusi e decotti di radici di inula e tè a base di origanum vulgare.

2.      Un giorno di digiuno ogni due settimane.

3.      Esercizi di ginnastica respiratoria (vedere capitolo “Introduzione allo Yoga Musulmano del Volga Bulgaria)

L’asma

L’asma è una malattia di natura allergica che si manifesta con attacchi di dispnea espiratoria. La respirazione difficoltosa è dovuta a una violazione dell’equilibrio energetico nei meridiani dell’intestino crasso e tenue, del polmone e del cuore, a causa di un’interruzione della pervietà bronchiale. In altre parole, c’è uno spasmo dei piccoli bronchi accompagnato da un edema della membrana mucosa col rilascio di secrezioni viscose nei lumi ristretti bronchiali.

L’asma si sviluppa a causa dell’alta sensibilità del corpo ai vari allergeni. Gli allergeni provengono dall’ambiente esterno e si sviluppano anche nell’organismo. Il primo gruppo riguarda gli allergeni di origine vegetale, animale, industriale e infettiva, nonché il cibo e le medicine.

Gli allergeni del secondo gruppo insorgono nell’organismo del malato probabilmente in seguito a processi infiammatori infettivi (colecistite, tonsillite, sinusite, ecc…) e a processi non infettivi (ustioni, congelamento, ecc…)

I guaritori Bulgari spiegano gli attacchi di asfissia in questo modo: il corpo dell’ammalato si squilibra energeticamente quando l’energia di alcune sostanze (i futuri allergeni) entra in conflitto con l’energia della persona.

Il quadro clinico della manifestazione si differenzia nei vari tipi di asma.

Nel periodo iniziale, la malattia non rileva attacchi di asma. Tuttavia, i pazienti hanno una respirazione difficoltosa e sibilante durante l’attività fisica in posizione eretta, presentano anche attacchi di tosse abbaiante con espettorato scarso e vitreo, soprattutto di notte.

Il quadro clinico della malattia mostra crisi di soffocamento. Un tipico attacco inizia spesso con una sensazione di chiusura nasale, tosse e respirazione limitata. L’inspirazione e l’espirazione sono sempre più difficili. Si osserva una tensione addominale ai muscoli scaleni, sternocleidomastoidei e pettorali. La respirazione diventa rumorosa e intervallata da suoni rauchi, ronzii e sibili. Si segnala spesso cianosi su labbra, guance e punta del naso. La cianosi può acquisire una tonalità lilla sfumata e anche nerastra. Si osserva un aumento della pressione sanguigna. L’attacco provoca un’emissione rapida di espettorato viscoso e grigio col ripristino della normale frequenza respiratoria. Qualche volta l’attacco non passa per molte ore, giorni o settimane, o dopo una breve pausa inizia una nuova crisi.

Nella fase iniziale del trattamento, i guaritori Bulgari cercano possibilmente di proteggere il malato dall’allergene; inoltre, influenzando principalmente i bronchi e i polmoni eliminano le malattie croniche nel corpo, giacché sono una fonte d’infezione.

La rimozione dell’infiammazione bronchiale e polmonare e la normalizzazione dell’attività cardiaca.

Si prescrivono al malato una dieta e un digiuno per liberare i meridiani energetici dell’intestino, dei polmoni e del cuore dal sovraccarico digestivo dei cibi pesanti.

Sono prescritte delle tisane di erbe “depurative” e “anti-infiammatorie” (vedere capitolo “La Fitoterapia presso i guaritori Bulgari”). I guaritori Bulgari utilizzano anche ampiamente la ginnastica respiratoria (vedere capitolo “Introduzione allo Yoga Musulmano del Volga Bulgaria).

Il trattamento energetico inizia con una diagnosi accurata e col ripristino della normale funzione del tratto gastrointestinale. Il guaritore si “connette” alle mani del paziente a distanza, o più spesso a contatto, e dirigendo l’energia nell’area di Svadhishthana e Manipuraka chakra ottiene una sensazione di leggerezza e di agiatezza all’interno dell’addome. In conformità alla normalizzazione dell’equilibrio energetico intestinale, il paziente avverte una sensazione di calore.

In seguito, il guaritore senza scollegare le mani “pulisce” e “riempie” d’energia calda Anahata e Vishuddha chakra. Una volta che i centri energetici funzionano normalmente, il guaritore rimuove l’infiammazione polmonare e bronchiale normalizzando contemporaneamente l’attività cardiaca.

A tal fine, i guaritori Bulgari sovrappongono il palmo della mano destra sul lato sinistro del petto e il palmo della mano sinistra sul lato destro del torace del paziente. Dopo di che, inviano energia ai bronchi, riempiono di prana i bronchi e gli alveoli, e ripristinano la circolazione sanguigna nella rete capillare polmonare.

Nel malato, durante gli attacchi di asfissia, il sangue scorre fortemente verso l’area toracica. Per facilitare la respirazione, il guaritore faceva defluire il sangue alle estremità del corpo finché ripristinava l’equilibrio energetico tra le mani, i piedi e il torace del paziente eliminando la stagnazione energetica dagli organi respiratori.

L’effetto terapeutico termina quando il guaritore “fa fluire” l’energia in tutti e tre i circoli energetici, creando un’aura compatta intorno al corpo del paziente.

Le raccomandazioni dei guaritori Bulgari:

1. Una dieta a basso contenuto di grassi, proteine e carboidrati;

2. Un digiuno una volta la settimana (1 giorno);

3. L’assunzione obbligatoria di tisane (vedere capitolo “La Fitoterapia presso i guaritori Bulgari”);

4. L’esecuzione della ginnastica respiratoria (vedere capitolo “Introduzione allo Yoga Musulmano del Volga Bulgaria);

5. Mettere le mani in una bacinella di acqua calda per 7-10 minuti al fine di rimuovere il sangue dal petto durante un attacco.

http://www.tradizionesacra.it/malattie_respiratorie.html

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20 Set 2010

Shivaismo Tamil e misticismo Islamico

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Shivaismo Tamil e misticismo Islamico

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“Chi  conosce sé stesso conosce il suo Signore”
~ Hadith ~
“Conosce sé stesso e diventa uno con Shiva”

~ Tirumantiram 2329 ~ (Il Tirumantiram è la decima delle dodici opere canoniche dello Shivaismo Tamil)

1. Introduzione al misticismo

Le differenti definizioni sul misticismo fornite da autori diversi, esprimono l’idea e il desiderio dell’anima umana di conseguire quel sentimento di Unicità che in termini teistici è spesso considerato fusione con l’Assoluto. Fra le varie definizioni in voga, il misticismo è definito il forte desiderio di raggiungere l’Infinito; la scienza dell’unione con l’Assoluto; l’arte di instaurare un rapporto consapevole con l’Assoluto; l’unione della personalità umana col divino; la pratica della contemplazione; l’anelito universale dello spirito umano alla comunione personale con Dio, e così via. L’obiettivo principale del mistico, pertanto, a seconda se è teista, ateo o nichilista, è di cercare l’Unione con l’Assoluto o di stabilire l’identità dell’anima col Principio universale (“Tat Tvam Asi” in Sanscrito o “Tu sei”); in altre parole, l’autorealizzazione è solo nell’Assoluto o in quell’Unità chiamata Unicità. Stiamo parlando, quindi, delle tre principali interpretazioni definitive che sono interconnesse o conducibili l’una all’altra: Unione, Unità e Identità.

Evelyn Underhill descrisse il mistico come una persona che ha raggiunto l’unione con la Realtà di grado maggiore o minore, o chi crede in tale conseguimento. L’Islam e lo Shiva Siddhanta sono entrambe delle religioni teistiche, ma questa definizione vale più per i mistici di ambedue le fedi, cioè per i Sufi e per i Siddha. Hazrat Inayat Khan opina che l’unica differenza tra lo Yogi e il Sufi è che il primo si preoccupa maggiormente per la spiritualità, mentre il secondo più per l’umanità.

Definizione di Walî: Prima di scoprire chi è un Walî (plurale Awliyâ), è necessario definire la Walâya. Le parole Walî e Walâya hanno un’origine Coranica e la loro radice trilittera è wly che significa essere vicino, essere un amico, governare. Questa radice appare in forme diverse nel Corano per oltre 200 volte. Ibn ‘Arabi afferma che la Walâya (la Santità) è “l’ombra della funzione Profetica”, come la funzione Profetica è l’ombra della funzione Divina. La Walâya è l’appropriazione del carattere Divino (takhalluq) perché l’uomo è un’ombra delle qualità di Allah. Il termine Walî appare nella Sura Al-Ma’idah, “La tavola imbandita” (Corano, 5: 55). Ruzbehan Baqlî suddivise la Walâya in diverse stazioni: desiderio spirituale o irâdah, amore solo per Allah o mahabbah se è accompagnato da grazie (karamât), gnosi o conoscenza intuitiva (ma`rifah) accompagnata da stati di contemplazione Divina (mushâhadât). La Walâya presuppone anche l’assistenza divina. La via dell’amore non si oppone alla via della conoscenza nel misticismo Islamico; per cui un Walî è un ‘arif (conoscitore) e un muhibb (amante).

Lo sviluppo del misticismo nell’Islam offre un avvincente parallelo col progresso scientifico nel mondo Islamico. Molti Sufi, non furono soltanto dei grandi poeti (Rumi e Junaid) e dei grandi filosofi (Ibn al-Arabi), ma anche dei grandi scienziati (al-Ghazali, Ibn Sina o Avicenna, Omar Khayyam) nella storia Islamica.

Definizione di Siddha o Sittar (formula Tamil del Sanscrito Siddha): I Siddha furono descritti quietisti nella religione e alchimisti nella scienza. Per sapere chi è un Siddha, dovremmo sapere che cos’è una Siddhi. È come dire, bisognerebbe capire che Islam significa sottomissione, se vogliamo sapere che un Musulmano è un sottomesso a Dio. Un Siddha è un asceta che ha raggiunto la Siddhi. Il termine deriva dalla radice Sanscrita sidh che significa “compimento” o “realizzazione”; così, il sostantivo si riferiva a uno che raggiungeva la perfezione. Il Tirumantiram (Tmt) è esplicito nel descrivere chi è un Siddha. I Siddha sono coloro che vivono in Yoga Samadhi (Tmt: 1490), realizzano il Divino (Tmt: 671) e raggiungono Shiva (Tmt: 2347).

I Santi come Appar, Sambandar, Cuntarar e Manikkavasagar, i filosofi come Meykandar e Arulnandi, e anche innumerevoli Siddha come Agastya, Bhogar, Thirumular e molti altri, hanno i requisiti per essere chiamati mistici. Questi “realizzati” sono dei mistici che praticavano le austerità, lo Yoga, l’alchimia e il tantra.

2. Il misticismo nel Corano e nel Tirumantiram

Il Corano che noi tutti conosciamo è attribuito al Profeta Muhammad (S), mentre il Tirumantiram è assegnato a Yogi Thirumular. Il Tirumantiram è il fondamento su cui la più tarda struttura della filosofia Shiva Siddhanta è stata edificata, mentre il Corano è indubbiamente la scrittura più importante per i Musulmani.

Thirumular non fu solo un membro del gruppo dei Nayanmar (i leader Shivaiti), ma anche un Siddha, i mistici all’interno dello Shivaismo. Anche il Profeta Muhammad (S) nasce in un contesto familiare Yogico. Il suo tutore, Abdul Muttalib, mentre dormiva nella Ka’aba vide in sogno un albero che cresceva fino a raggiungere il cielo. Questo sogno indicava il potere unico della Kundalini del Messaggero (S) dell’Islam. Praticando le esperienze alchemiche e spirituali, Muhammad (S) fu preparato per il suo ruolo divino. Queste esperienze culminarono nel Mi’raj (o Ascesa) attraverso i sette cieli o chakra. Ci sono sufficienti informazioni sul percorso mistico dell’Islam, dell’Irfan e del Sufismo, che sono confrontabili con le esperienze mistiche e gli insegnamenti di Thirumular. Molti Sufi interpretarono la loro condizione estatica al pari dei mistici di altre fedi unendosi a Dio o alla vera Realtà. Al pari dei Sufi, Thirumular non fu mai interessato alla conoscenza Divina non sperimentata in prima persona, ma la volle realizzare personalmente. Il Corano chiede espressamente ai suoi credenti di cercare l’esperienza spirituale di Muhammad (S) praticando la meditazione:

Non mediteranno sul Corano? Hanno forse catenacci sui cuori?” (Corano, 47: 24)

“Un Libro benedetto che abbiamo fatto scendere su di te, affinché gli uomini meditino sui suoi versetti e ne traggano un monito i savi.” (Corano, 38: 29)

I Musulmani credono all’Unicità Divina (tawhid) e si sottomettono alla Sua Volontà. Il Corano sostiene che l’uomo ritorna a Lui, ma quel ritorno è rappresentato dovunque nel Corano come una “Unione con Dio”, sia in questo Mondo sia nell’Aldilà.

L’estinzione nell’Unicità Divina, al-fana fi al-tawhid, è inevitabilmente un’esperienza di morte alla vita terrena, risarcita però con la vita Divina:

“Tutto quel che è sulla terra è destinato a perire, [solo] rimarrà il Volto del tuo Signore, pieno di Maestà e di Magnificenza.” (Corano, 55 : 26-27)

Ecco perché sono Credenti perché sono dei Cercatori dell’esperienza dei saggi. L’idea dell’Unione con Dio o ittihad nel Sufismo è simile all’idea dell’Aikyavada Shivaita . Lo spirito del misticismo nelle tradizioni religiose Shivaite e Islamiche è apprezzabile da queste espressioni identiche di due mistici del secolo ottavo. È detto: “Tutti i mistici parlano lo stesso linguaggio, perché provengono dallo stesso paese” (San Martino).

Disse il Santo Shivaita Manickvasagar (o Manicka Vasagar): “E loro accettano di rimanere anche all’inferno, se questa è la volontà di Dio.” (Tiruvasagam)
Disse Rabi’a al-Adawiyya, denominata la Madre del Sufismo: “O Signore, se Ti adoro per paura dell’inferno, bruciami all’inferno

3. I Sufi nell’Islam e i Siddha nello Shivaismo

Al pari dei Sufi che sorgono all’interno dell’Islam, i Siddha Tamil traggono la loro origine dalla fede Shiva Siddhanta. Sebbene gli ordini Sufi si costituirono nel 12 secolo d.C., le loro radici affondano nel secolo ottavo sotto l’avvento di Santi Sufi come al-Hasan al-Basri e Rabi’ah al-‘Adawiyah.  Allo stesso modo, la maggior parte delle scuole Indiane Siddha non apparve prima del 12° secolo, sebbene la variante meridionale, la scuola Tamil Siddha, ebbe un sistema completo e definito ugualmente nell’ottavo secolo. Sebbene i mistici si tengano lontani da argomentazioni teologiche e da dispute filosofiche, molti Sufi nell’Islam furono anche degli insegnanti, dei filosofi e dei grandi teologi (ad esempio, Ibn al-Arabi, al-Ghazali). I Nayanmar (i capi tribù) occupano nello Shiva Siddhanta la stessa posizione dei Profeti dell’Islam. Thirumular nello Shiva Siddhanta non è soltanto un capo Shivaita (Nayanmar), ma riveste anche la posizione speciale di Siddha. Nell’Islam mistico, il Magistero Profetico è assegnato a Muhammad (S), mentre gli altri sono ritenuti dei Wali (Amico di Dio). Formalmente i Sufi, a parte la loro Santità e le loro conoscenze, non hanno alcuna collocazione nel credo dell’Islam.

I culti Siddha e Sufi traggono, rispettivamente, la loro origine dalle scritture dell’Islam e dello Shiva Siddhanta ortodosso. I Sufi credono che le parole del Corano abbiano un significato ben più profondo di quanto non sia solitamente compreso dal lettore comune, il quale intravede solo gli aspetti esteriori e la natura trascendente di Allah. Diversamente dallo Shiva Siddhanta, la gran quantità di letteratura Sufi non forma alcun canone Islamico, che è detenuto dal Corano e dalla sunnah del Profeta costituita dalla differente letteratura degli hadith. I Siddha non furono frenati come i Sufi, giacché il Tirumurai 1 stesso conteneva dei versi attribuiti ai mistici Shivaiti. Tuttavia, non solo il canone Shivaita, ma le scritture orientali in generale, contengono notevoli elementi mistici provenienti dalle scritture di origine Semitica come la Torah, la Bibbia e il Corano.

L’importanza eccessiva riposta dai mistici su certi aspetti degli insegnamenti scritturali, condusse a divergenza di opinioni, e di conseguenza, entrambi, Sufi e Siddha, dissentirono dai credenti ortodossi Musulmani e dello Shiva Siddhanta. Il rinomato studioso Tamil Kamil Zvelebil disse che gli ortodossi Indù nel Tamil Nadu ebbero sempre un pregiudizio radicato contro i Siddha. Aftab Shahryar nel suo libro “Capire il Sufismo” e Layne Little nel suo articolo intitolato “Introduzione ai Siddha Tamil” descrissero le persecuzioni patite rispettivamente dai Sufi e dai Siddha.

Aftab Shahryar

La persecuzione Sufi degli ulema Musulmani

Layne Little

La persecuzione Siddha dei Siddantin

  • Ibn Taymiya attaccò gli eccessi teosofici dei Sufi e disprezzò la dottrina dell’Unità dell’Essere (Wahdat al-Wujud). I detti fantastici di Abu Yazid al-Bastami furono respinti come espressioni di un ubriacone spirituale.
  • Muhammad Iqbal, il poeta e filosofo Pakistano di origine Indiana, sostenne che il Sufismo non ha mai avuto alcuna relazione con le semplici credenze Islamiche e lo spirito Arabo religioso.
  • Abu’l Faraj Ibn Jauzi (510-599/1116-1200) dichiarò guerra a tutte le espressioni estatiche nel suo libro “Talbis Iblis: Delusion of the Devil” e gli scritti di ‘Ibn Arabi divennero oggetto delle frecciate degli infuriati ortodossi.
  • A volte i Siddhantin furono impegnati in uno sforzo organizzato per eliminare la fazione Siddhar. Per esempio, un movimento nella seconda metà del diciannovesimo secolo, cercò in modo sistematico ogni copia degli scritti del poeta eretico Siddha Sivavakkiyar distruggendoli prontamente.
  • M. Srinivasa Iyangar nel 1914 scrisse che i Siddha sono “soprattutto plagiari e impostori”, e in aggiunta, “essendo dei consumatori di oppio e dei sognatori, la loro presunzione non aveva limiti.”

4. Gli intercessori: Maestri Spirituali (GuruShaik) nello Shivaismo e nel Sufismo

I percorsi mistici, in qualsiasi tradizione religiosa, hanno seguito persistentemente la pratica del Maestro ed il lignaggio del discepolo, che sono chiamati Guru eSeedan nello Shiva Siddhanta, e SheikMurid nel Sufismo, rispettivamente. La venerazione del Guru non è vietata nello Shiva Siddhanta; anzi fu incoraggiata come un percorso di realizzazione del Sé. Questo è specialmente vero in un percorso mistico come lo Yoga che può essere intrapreso solamente sotto la guida di un maestro spirituale.

Al pari del Sikhismo, dove Dio è il Vahiguru (letteralmente il Signore meraviglioso), Shiva nello Shiva Siddhanta è egli stesso un Guru (Tmt: 2066; Tmt: 565). Egli è il Maestro Santo e Parama Guru (Tmt: 2835). Lo Shivaismo, al pari di tutte le tradizioni religiose interne Induiste, insiste sulla necessità di un Maestro Spirituale o Santo per il raggiungimento dell’obiettivo. I Santi Guru possono condurre alla Verità i discepoli, afferma il Tirumantiram (2049). Il Tirumantiram dichiara che un Guru è Shiva stesso, egli è Dio nella forma umana (Tmt: 1581, 1592) e bisogna trattarlo non solo come un Dio (Tmt: 1573), ma adorarLo come lo Stesso Signore (Tmt: 1578). I discepoli possono raggiungere lo Stato Supremo adorando i piedi del Guru con un amore intenso (Tmt: 2059).

Il Corano promuove l’uso di intercessori per raggiungere Dio. Il Tawassul è una pratica religiosa Islamica che avvicina il Musulmano a Dio. Il Tawassul ha origine nel Corano. I Sufi, i Musulmani Sunniti, in particolare i Barelvi, e gli Sciiti praticano questa supplica a Dio attraverso un Profeta (?), un Imam (?) o un Santo Sufi, vivo o morto. I versetti seguenti illustrano senza ombra di dubbio che il culto dei Santi è molto incoraggiato:

“O voi che credete, temete Allah e cercate il modo di giungere a Lui, e lottate per la Sua Causa, affinché possiate prosperare.” (Corano, 5 : 35)

“Quando i Miei servi ti chiedono di Me, ebbene Io sono vicino! Rispondo all’appello di chi Mi chiama quando Mi invoca. Procurino quindi di rispondere al Mio richiamo e credano in Me, sì che possano essere ben guidati.” (Corano, 2 : 186)

“Quello che adorano in luogo di Allah non li danneggia e non giova loro. Dicono: “Essi sono i nostri intercessori presso Allah”. Di’: “Volete informare Allah di qualcosa che non conosce nei cieli e sulla terra?”. Gloria a Lui, Egli è ben più alto di ciò che Gli associano!” (Corano, 10 : 18)

“In verità coloro che invocate all’infuori di Allah, sono [Suoi] servi come voi. Invocateli dunque e che vi rispondano, se siete sinceri!” (Corano, 7 : 194)

“Quelli stessi che essi invocano, cercano il mezzo di avvicinarsi al loro Signore, sperano nella Sua misericordia e temono il Suo castigo. In verità, il castigo del Signore è temibile!” (Corano, 17 : 57)

Questi versetti hanno contribuito nell’Islam allo sviluppo degli ordini Sufi, alle benedizioni (baraka) e alla venerazione degli intercessori. Le tombe dei Santi Sufi apparvero in tutte le regioni Islamiche e dei raduni annuali (urs) sono organizzati in occasione dei loro anniversari di morte. La cultura Islamica al pari del Tirumantiram , insegna di inchinarsi davanti agli Imam. Fu chiesto a Qazi Seyyed Nurullah Shustari, un dotto e pio giurista sciita Indiano: “è politeismo prostrarsi davanti a qualcuno oltre Allah?” Il Qazi rispose: “Prostrarsi davanti a una persona rispettata, non considerandolo Allah, o cadere ai suoi piedi strofinandogli il volto  non è politeismo. È il risultato di un amore intenso”. Qualche hadith sunnita citato da Abu Da’ud e Ahmed e narrato da Hazrat Qais bin Sa’d, suggerisce alla moglie di prostrarsi dinanzi al marito perché Dio ha stabilito un diritto degli uomini sulle loro donne. Basta ricordare, comunque, che Allah chiese ai Suoi Angeli e a Satana di inchinarsi dinanzi ad Adamo (?), il primo uomo (Corano, 2 : 34). Quando la Bibbia dichiara che l’uomo fu creato a immagine di Dio (Gen, 1: 27), significa che ciò che fu creato a immagine di Dio è adorabile.

5. Il linguaggio crepuscolare dei Siddha e dei Sufi

Il linguaggio dei mistici si esprime molto semplicemente, ma i significati sono spesso oscuri giacché l’autore utilizza un simbolismo molto vasto. Le effusioni mistiche sono scritte in un linguaggio crepuscolare, spesso metaforico, e sarebbe un grave errore interpretarlo alla lettera. Tutti i grandi poeti Persiani, tranne poche eccezioni, parlano in un linguaggio allegorico che ha due significati, uno interiore e uno esteriore. Commentando il carattere della letteratura Sufi, Hazrat Inayat Khan affermò: “La maggior parte della letteratura Sufi è scritta in un modo che se qualcuno non ha conoscenza del suo significato interiore e fondamentale, ne resterà molto sorpreso.” Kamil Zvelebil, noto studioso, menzionò che diversamente dagli inni bhakti che sono testi “aperti”, i testi Siddha sono “chiusi” ed il loro significato rimane enigmatico.  TN Ganapathy, riferendosi alla lingua e alla filosofia dei Tamil Siddha dichiarò: “… il linguaggio dei Siddha è definito un “linguaggio spietato” dal momento che esso concepisce una cosa e ne esprime un’altra. Se qualcuno considera la lingua Siddha nel suo valore apparente, sarà simile all’agricoltore che ara i suoi campi aspettando che si formi la nebbia.” Confrontiamo due poesie, una Sufi e una Siddha.

Voi sapete Amici miei, quanto, nella mia Casa

Gozzovigliai per un nuovo Matrimonio:

Allontanai dal mio Letto la vecchia e sterile Ragione,

E presi in Sposa la Figlia della Vigna. (Omar Khayyam, Rubaiyat, XL)

Chiunque legga le quartine di Omar Khayyam si convince che il poeta fosse un materialista rampante, la cui unica missione nella vita avesse per scopo i festeggiamenti. Questa è l’opinione di molti studiosi. Paramahansa Yogananda, invece, ha eseguito una lettura spirituale delle sue poesie interpretando alcune parole chiave nel modo seguente:

Amici significa “desideri Spirituali” e Casa “corpo”,
Nuovo Matrimonio significa “Nuova realizzazione” (unione dell’anima con lo Spirito)
Gozzovigliai significa “celebrazioni divine” (corteggiamento gioioso dello Spirito in meditazione)

Vecchia e sterile Ragione significa “Il ragionamento teologico è anch’esso spiritualmente sterile, poiché è basato su deduzioni attinte da esperienze sensoriali incapaci di produrre la realizzazione Divina.

Letto significa “Il giaciglio della vita su cui riposano i sottili processi della coscienza”.

Figlia della Vigna significa “L’intuizione che rivela lo Spirito, che induce la beatitudine, la progenie della consapevolezza nel profondo della spina dorsale”.

Il Tirumantiram contiene dei versetti di natura analoga e dal significato oscuro:

Nei pensieri confusi le linee sono tre;

Nei pensieri beffardi gli sciacalli sono quattro;

Nei pensieri distinti e ripartiti gli elefanti sono cinque;

Questi sono i nemici della mente antagonista. (TMT: 2214)

T.N. Ganapathy spiega questo versetto nel modo seguente: “I nemici interni ed esterni della mente antagonista sono: I tre leoni – la lussuria, la rabbia e l’ignoranza: I quattro sciacalli – la mente, l’intelletto, la volontà e l’ego; I cinque elefanti – i sensi del gusto, della vista, dell’udito, del tatto e dell’olfatto. Il sadhaka dovrebbe sapere come controllare questi animali all’interno del corpo coltivando il distacco nei loro confronti e sviluppando la cessazione Yogica delle fluttuazioni mentali”.

Perché i mistici scrivono in un linguaggio ambiguo e oscuro? T.N. Ganapathy e Zvelebil osservano il loro proposito deliberato. A volte, i grandi mistici modificano il linguaggio per esprimere la loro esperienza mistica conformandosi all’autorità del Clero. Scrive Zvelebil, “Il loro linguaggio oscuro è un espediente rilevante tramite cui si rivolgono al tempo stesso sia al casuale ascoltatore, sia all’adepto spirituale consapevole delle interpretazioni profonde e mistiche dei loro versi.” Questo è il motivo, precisamente, per cui una personalità del calibro di Sri Paramahamsa Yogananda ha interpretato il Rubaiyat di Omar Khayyam in una giusta prospettiva Yogica.

Il Corano contiene molti versetti che sono interpretabili letteralmente, mentre altri necessitano la spiegazione di coloro che sono radicati nella conoscenza (al-rasikhun fi’l -’ilm). I significati dei versetti nascosti non sono comprensibili dalla gente perversa. Questi rasikhun sono naturalmente gli Imam appartenenti alla Famiglia del Profeta e i Walî Allah.

Egli è Colui che t’ha rivelato (Muhammad) il Libro: ed esso contiene sia versetti espliciti,
che sono la sostanza del Libro, sia versetti allegorici.

Ma quelli ch’hanno il cuore traviato seguono ciò che v’è d’allegorico,

bramosi di causare dissenso spiegandoli.

Mentre la vera interpretazione di quei passi non la conosce che Allah.” (Corano, 3: 7)

6. La Santità del corpo: un microcosmo del macrocosmo

Nello Shiva Siddhanta, il corpo umano è paragonato ad un universo in miniatura. L’atteggiamento positivo dei Siddha verso il corpo umano è del tutto opposto alle opinioni delle altre sette Vediche che disprezzano il corpo umano definendolo difettoso e brutto. Uno dei maestri spirituali più riveriti in India, Ramana Maharishi, disse che l’universo intero è condensato nel corpo. Questo punto di vista è condiviso dai Sufi. Majid Fakhry, riferendosi all’interpretazione delle esperienze mistiche di Ibn ‘Arabi, scrive che l’Uomo Perfetto, dopo esser stato creato a immagine di Dio, è la pietra di paragone della creazione ed una replica dell’universo intero. In altre parole, l’uomo è un microcosmo del macrocosmo. Yusus Emre (1240 -1230), un grande umanista Sufi di origine Turca, ha detto che il corpo è un microcosmo in cui tutte le attività del macrocosmo sono riportate.

“Entrammo nella casa della realizzazione, noi testimoniammo al corpo.
I cieli vorticosi, la terra dai molti strati,
I settantamila veli, noi abbiamo trovato nel corpo.
La notte e il giorno, i pianeti,
Le parole incise sulle Tavolette Sante,
Le colline che Mosè scalò, noi osservammo nel corpo.
La Torah, i Salmi, il Vangelo, il Corano,
Ciò che questi libri narrano, noi trovammo nel corpo.
Tutti dicono che queste parole di Yunus sono vere.
La verità è ovunque la si desideri. Noi la trovammo tutta all’interno del corpo.
(Yunus Emre)

Per Thirumular, il santuario Santo di Dio è il cuore nel corpo carnoso, esso è detto tempio (Tmt: 1823). Questa città di nove porte (Tmt: 470) non è da disprezzare, ma è custodita per l’adorazione (Tmt: 725). Il Signore non ha un’altra dimora diversa dal corpo-casa di Jiva (Tmt: 2650). L’idea del corpo come una dimora di Dio da scoprire non è affatto nuova alla filosofia Induista, giacché è menzionata anche nelle Upanishad. “In questa città di Brahman (il corpo) c’è il palazzo, il piccolo loto (del cuore), e in esso un etere. Ebbene, si deve ricercare e capire ciò che esiste all’interno di quell’etere piccolo.” (Chandogya Upanishad, 8.1.1). Anche nel Cristianesimo, una religione di origine Semitica, il corpo è presentato come il tempio di Dio, perché al suo interno vi è lo Spirito di Dio. “Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (I Corinzi, 3:16) e “glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (I Corinzi 6:20).

Dato che il Sikhismo evolse in un contesto conflittuale e di dissertazioni religiose tra Fachiri Musulmani e Yogi Indù, non è sorprendente constatare che il testo sacro del Guru Grant Sahib considera anche il corpo umano come il Tempio di Dio.

Questo corpo è il Tempio del Signore, in cui il gioiello di saggezza spirituale si rivela.

I caparbi manmukh non sanno niente;

Non credono che il Tempio del Signore è all’interno. (Guru Grant Sahib, Vol. 4, pag. 534)

(Significato di manmukh: http://www.sikhiwiki.org/index.php/Manmukh)

Le discipline Sufi di concentrazione, con le loro fissate e accurate tecniche respiratorie e posturali, aiutano la gente a sperimentare un senso di presenza trascendente interiore. L’intero sistema Sufico ruota attorno a due domande: (1) Come può l’uomo ottenere l’esperienza della presenza Divina interiore? (2) Qual è la relazione di Dio con gli individui e con l’universo? Queste domande si applicano anche al percorso mistico e religioso dello Shivaismo.

7. Guardarsi all’interno e avvicinarsi a Dio

Le essenze sono specchi in cui Dio si riflette (Al Qual Al Jamil)

Lui è dentro di te, anche fino a riflettersi nello specchio (Tmt: 603)

In tutte le religioni teiste, Dio è trascendente ed immanente. Solamente il grado di trascendenza e di immanenza differisce tra le religioni. La parola Kadavul in Tamil è unica, poiché contempla la natura trascendente e immanente della Realtà. Etimologicamente, è una conglomerazione di due parole, “kada” che significa “al di là”, e “ul” il cui significato è “dentro”. È il Manifesto e l’Occulto del Corano (57: 3) e pure del Tirumantiram (Tmt: 1532). Diversamente dal Corano e dalle Upanishad, comunque, il Tirumantiram sottolinea ripetutamente la natura gemella o duale di Dio (Tmt: 2350, 3043) e considera importante l’auto-realizzazione o il ritrovamento di Lui (Dio) nel proprio interno.

Gesù disse: “Eccolo qui, o eccolo là; perché ecco, il regno di Dio è dentro di voi.” (Luca, 17: 21). La caratteristica della fede Induista è la sua ricerca interiore della Realtà divina. Nell’Islam, dopo la morte del Profeta (S), i Santi chiamati in seguito Walî, misero in luce e in pratica la ricerca interiore della Realtà; ma certi mistici, incuranti del retroterra religioso, erano scherniti dai comuni mortali, poiché girovagavano alla ricerca di Dio senza rendersi conto della Sua presenza al loro interno. Entrambi, Sufi e Siddha, affermano:

Che sia familiare il tuo rapporto con Dio! Egli ci è più vicino di noi stessi,

Per ignoranza, noi però vaghiamo da porta a porta alla Sua ricerca.

(Commento gnostico al Corano, 50: 16)

Ininterrotto come il filo dentro uno stelo di loto è Param (Assoluto) all’interno;

Eppure non cercano là, ma girovagano dappertutto. (Tmt: 2562)

La maggior parte delle Sacre scritture proclama il ritorno dell’uomo alla sua fonte paradisiaca originale, di solito dopo la morte. Tuttavia, il misticismo ha come obiettivo la realtà spazio-temporale in cui l’uomo vive. Ecco perché la tradizione spirituale Indiana distingue due tipi di moksha o liberazione: (1) Ante-mortem,Jivan Mukti e (2) Post-mortem, Videha Mukti. Il Tirumantiram dichiara che Dio trascendente può essere attratto in questo mondo di immanenza nel suo vero tempio chiamato cuore (Tmt: 1748). Solo gli sciocchi cercano con la fiaccola ardente mentre dentro di loro v’è la torcia (Tmt: 749). Il Tirumantiram dichiara: “Possa tu incontrare il Signore, ora e quaggiù”.

Passo dopo passo, pratica l’astinenza mentale e guarda all’interno;

Una ad una le tante virtù che vedi dentro;
Puoi allora incontrare il Signore, ora e quaggiù,,
Che l’antico Veda ancora cerca dappertutto.
(Tmt: 578)

O il Signore scende conferendo la Sua grazia o il mistico ascende guardandosi dentro. In entrambi i modi, che si tratti di ascesa o di discesa, è richiesto lo sforzo del soggetto. “Il Signore accordi la Sua grazia e si avvicini quando Lo adorate.” (Tmt: 1526) Pertanto, il devoto deve adorarLo per ricevere la grazia. Sembra che “avvicinarsi a Dio” sia solo una fase lungo il viaggio del mistico verso Dio. Non sorprende che tutti i percorsi mistici, a prescindere dalla loro appartenenza religiosa, descrivano questa fase come un punto importante per l’avvicinamento del devoto a Dio.

Riccardo di San Vittore presenta l’ascesa all’unione con l’Assoluto in quattro tappe di “Ripida Scala d’Amore”: (1) Sete per l’Amato, (2) Visione dell’Amato, (3) Unione in matrimonio e (4) Ritorno o Fusione. I Sufi Hazrat Ali (A) e Hazrat Abd al-Qadir al Jilani descrissero il Sufismo come un acronimo di quattro lettere (TSWF) della parola Tasawwuf . Ogni lettera rappresenterebbe una tappa segreta o una qualità Sufica: (1) la prima lettera “T” significaTawbah, pentimento, (2) la seconda lettera è la fase di pace o gioia, Safa, (3) la terza lettera indica lo stato di Santità degli amanti o amici della Wilaya di Allah, (4) la quarta lettera rappresenta il fana’, l’annullamento del sé. Il Tirumantiram descrive anche le quattro fasi successive per la Completa Beatitudine, vale a dire Saloka, Samipa, Sarupa e Sayujya (Tmt: 1507)

Le quattro fasi di ascesa e di unione, enumerate da Cristiani, Musulmani e mistici Shivaiti

Riccardo di San Vittore

Abd Al Qadi Jilani

Thirumular

(1) Sete per l’Amato

Tawbah, Pentimento

Saloka (Vivendo nel Mondo di Dio)

(2) Visione dell’Amato

Safa, Purezza, pace o gioia

Samipa (Essere vicino a Dio)

(3) Unione in matrimonio

Walî, Amico di Allah

Sarupa (Possedere la forma di Dio)

(4) Ritorno o Fusione

Fana’ Annientamento del sé.

Sayujya (Essere uno con Dio)

8. Rapporto Uomo Dio

Fondamentalmente, ci sono tre parti nel misticismo: la prima parte è il marga o il metodo utilizzato dal mistico, la seconda è l’ascesa spirituale e la terza è la Beatitudine finale. Per quanto riguarda il metodo, un mistico innamorato di Dio può contemplare il Signore come Padre (satputra marga), Maestro (dasa marga), Amico (saha marga), Conoscente (san marga) o Amante (madhura bhava). Il percorso o il metodo scelto, quindi, è influenzato dal retroterra religioso del mistico. Un Cristiano vedrebbe Dio come un Padre in cielo, mentre un mistico Musulmano si ritiene un servitore del suo Padrone. Nonostante questa tendenza generale, nulla impedisce ai mistici di queste tradizioni religiose il percorso alternativo dell’Amicizia, della Conoscenza e dell’Amore. Il Corano raccomanda sempre un rapporto Padrone-Servitore tra Dio e l’uomo (2: 23, 6: 18, 7: 194, 8: 51, 15: 49, 25; 1, 37: 81, 40: 31, 43: 68, 76: 6), ma nell’intento di avvicinarsi progressivamente a Dio (per esempio, Corano, 56: 11, 3: 31). La scrittura Shivaita del Tirumurai sottolinea altre relazioni. Uno studio critico dello Shiva Siddhanta rivelerà che tutti questi marga (strumento o via) sono all’interno della sua congregazione.

Questa caratteristica non è esclusiva solo dello Shiva Siddhanta, ma dell’Induismo in generale. Le confraternite Musulmane, invece, contemplano al loro interno le seguenti relazioni: padre-figlio, maestro-schiavo, guida-viaggiatore, medico-paziente, insegnante-studente, amato-amante, ecc… (Arthur F. Buehler, Sufi heirs of the Prophet: the Indian Naqshbandiyya and the rise of the Mediating Sufi Shaykh, pag. 138)

La relazione Uomo-Dio nello Shivaismo è fondamentalmente una riflessione della relazione tra Padrone e Servitore. Questo rapporto è maggiore nell’Islam che di per sé significa Sottomissione o Abbandono. I credenti Musulmani inclusi molti mistici, si considerano degli schiavi obbedienti di Allah. Allah è dolce con i Suoi servi (42: 19) afferma il Corano. Il Corano 3: 19 menziona espressamente che il Cammino di Allah è “Abbandono o Sottomissione”.

I Sufi credono che il Corano li citi assegnandogli una categoria speciale chiamata Muqarrabu, il cui significato è “I Ravvicinati a Dio”. Il Corano divide gli esseri umani nel Giorno del Giudizio in tre classi  (56: 7-11): (1) I compagni della Mano destra, (2) I compagni della Mano sinistra e (3) I Ravvicinati a Dio (Muqarrabun). L’idea di “avvicinarsi a Dio” si trova nel Tirumantiram , un testo dello Shiva Siddhanta:

Avvicinati al Signore, Egli non ti lascia;

Avvicinati al mondo, ti lascia solo

…… dichiara Thirumular (Tmt: 2811).

Un versetto del Corano paragonabile sottolinea lo stesso concetto:

Chi desidera il campo arato dell’Altra Vita,

Glie ne daremo in abbondanza.

E chi desidera il campo arato del mondo,

glie ne daremo, ma nell’Altro non ne avrà parte alcuna. (Corano, 42: 20)

Il messaggio è molto chiaro in questi versi. I materialisti non avranno alcuna ricompensa nell’Aldilà. I Sufi ritengono che i “Muqarrabun” non siano esattamente una sottocategoria all’interno dei “Compagni della Mano destra” come generalmente interpretano alcuni studiosi; altrimenti Allah non li avrebbe collocati in una categoria particolare.

Come avvicinarsi a Lui? Il Corano recita: “non gli obbedire, ma prosternati e avvicinati (ad Allah)” (Corano, 96: 19). Il Tirumantiram fa anche un’osservazione simile. “Nessuno eccetto chi si pente profondamente si avvicina a Lui” (Tmt: 1623). Il Tirumantiram afferma che il Signore accorderà la Sua grazia e si avvicinerà quando Lo adorate (Tmt: 1526). È prostrandosi, adorando e pentendosi duramente che l’uomo può avvicinarsi a Lui.

Il Madhura bhava, il misticismo dell’amore, detto anche “mistica nuziale”, è uno stato d’animo dolce, è un profondo senso di amore e di devozione scaturente dal cuore dei mistici verso Dio che lo rende uno dei tanti metodi (“marga”) riconosciuti. In questo caso, senza alcuna distinzione di sesso tra uomo e donna, tutti gli esseri eccetto Dio sono donne, e Dio è l’unico maschio “Purushottama” (“Purusha supremo”, “Essere Supremo”). A mo’ della maggior parte dei mistici che sono ebbri di Dio, Thirumular è ben noto per la sua espressione “l’Amore è Dio”. Nel madhura bhava c’è spazio sia per il timore di Dio, sia per il fascino, l’affetto e la nostalgia dell’amato che si unisce con il suo Amante. Nell’Islam, R?bi‘ah al-‘Adawiyah introdusse per la prima volta il concetto dell’amore divino, il quale divenne il punto cardine nella vita religiosa del devoto.

Jalal ad-Din Rumi dichiarò nel suo poema epico mistico il Mathnawi: “La religione dell’Amore è diversa da tutte le altre religioni; Per gli amanti, Dio è la loro religione e la loro fede” (Mathnawi, Libro 2, verso 1770). Al-Hall?j, un Sufi nato in Persia, descrisse “l’essenza dell’unione” (`ayn al-jam’) in cui il mistico e l’oggetto divino della sua ricerca diventano uno. Mahmud Shabistari (1250-1320), uno dei più celebri mistici Sufi di Persia, interpreta l’unione mistica del Sé col Divino per suggerire l’unità di tutte le religioni:

“Io” e “Tu” sono il velo tra cielo e terra;

Solleva questo velo e vedrai come tutte le sette e le religioni sono una.

Solleva questo velo e ti chiederai quando “Io” e “Tu” non esistono. (Mahmud Shabistari, tratto dal poema “Una Luce”)

L’entusiasta Thirumular esclama parole molto simili!

L’ho cercato nei termini di “Io”e “Tu”
Ma Egli non distingue l’Io dal Tu
Mi ha insegnato la verità, “Io” in verità è “Tu”
E adesso non parlo di “Io” e “Tu”
(Tmt: 1441)

Questa espressione d’Unicità di “Io” con “Tu” è abbastanza comune nei testi Indù. L’amore è spesso manifestato tra gli amanti. In questo modo, Radha esprime a Krishna (?) la più grande realizzazione.

Nel momento benedetto della nostra unione

non v’era alcuna coscienza

che io ero la Tua amante e Tu il mio amato.

Affinché la mente cessi di funzionare,

svanisca la distinzione tra “Io” e “Tu”.

Dei 12 Shiva Tirumurai, solo il decimo e il dodicesimo, cioè il Tirumantiram e il Periyapuranam, non hanno canzoni composte in stile madhura bhava. La cosiddetta mistica nuziale, in cui il devoto posto davanti a Dio simboleggia la sposa e Dio simbolizza l’amato, appartiene alla tradizione mistica del Sufismo e dello Shiva Siddhanta. Il noto poeta Persiano Omar Khayyam (1050-1132), autore del famoso “Ruba’iyyat” (in Arabo Quartine poetiche), esprime lo stesso concetto con le seguenti parole:

C’era una porta della quale non trovai la chiave;
C’era un velo al di là del quale non potevo vedere;
Per un po’ un breve discorso su Me e Te
Sembrò esserci, e quindi non più Te e Me!

(Omar Khayyam, Rubaiyat, XXXII)

9. Fasi di ascesa spirituale

La seconda parte del misticismo riguarda il processo o le fasi di ascesa spirituale nelle diverse tradizioni ascetiche. Ci sono diverse fasi della coscienza umana tramite cui il mistico ascende a Dio discendendo nella propria mente. L’esperienza mistica di Dio è una pratica soggettiva che implica un viaggio interiore, non è una percezione oggettiva esteriore. Qualche volta i mistici si riferiscono agli stadi del loro viaggio spirituale verso l’alto usando dei simboli o punti di riferimento. Queste pietre miliari sono descritte in modo diverso nelle differenti tradizioni contemplative. Nella mistica Ebraica, il compito del mistico è di ascendere attraverso i sette “cieli”, detti “heikhalot” (palazzo), al Trono di Dio. Dante espresse gli stadi d’ascensione in una forma cosmica di dieci cieli. Il Profeta Muhammad (S) giunse al più alto livello di presenza divina attraverso i sette cieli. Il Tirumantiram dichiara “Trascendere i sette universi e oltre, è la grande luce” (TMT: 2388).

Ascendendo attraverso i Sette Alti Gradini,

Sei sicuro di raggiungere la Casa. (Tmt: 2905)

In tutte le tradizioni religiose, i mistici compiono un viaggio spirituale e ascendono al trono di Dio o alla Sua presenza nel più alto dei cieli. Questo viaggio simboleggia l’integrazione dell’intero essere mistico col Divino. Thirumular si riferisce a questa ascesa scalando un Albero mistico o una Montagna (Tmt: 625, 626), alla maniera di Platone quando cita le varie scale di ascensione. L’idea che riproduce l’ascesa dell’anima lungo una scala, non tocca solo la tradizione Semitica. Il Tirumantiram mostra che l’anima ascende a Shiva sormontando una scala (Tmt: 1424). Il Profeta Muhammad (S) sperimentò in cielo la presenza divina guidato dall’Angelo Gabriele durante il viaggio famoso di notte o Mi’raj (letteralmente = “ascensione”). Il Corano cita la prima parte di questo evento, il Miraj, il viaggio notturno, nella Sura 17:

Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo
Dal Tempio Santo al Tempio Ultimo

(Corano: 17: 1)

Yusuf Ali scrisse nella sua introduzione alla Sura 17:

Il Profeta (S) fu trasportato dalla Moschea Sacra (di Mecca) alla Moschea Lontana (di Gerusalemme) in una notte, mentre gli furono mostrati alcuni Segni di Allah. Il Santo Profeta (?) fu prima trasportato nel luogo delle prime rivelazioni in Gerusalemme, e poi portato attraverso i sette cieli al Trono Sublime.

Il Mi’raj, l’ascensione, il viaggio alla presenza divina, è il prototipo del cammino spirituale dei Sufi.  Ci sono almeno cinque figure della Bibbia che ascesero al cielo: Enoch (Gen., 5: 24), Elia (2 Re, 2: 11-12), Gesù (Atti, 1: 9), Paolo (2 Corinzi, 12: 2-4) e Giovanni (Apocalisse o Libro della Rivelazione, 4: 1). L’ascensione di Muhammad (S) fu possibile sul Buraq, un cavallo alato; la visione misteriosa di Ezechiele fu resa possibile sulla Merkava, il cocchio divino (Bibbia, Ezechiele, 1: 1), mentre la tradizione Tamil registra l’ascensione del Nayanar (poeta Shivaita) Cuntarar sopra un elefante bianco. Uno scenario somigliante di ascensione attraverso lo spazio cosmico, è stato riferito da molti mistici.

A prescindere dalla tradizione mistica, l’ascensione è suddivisa in tre fasi principali: purificazione, illuminazione e unione. Dante nella sua Divina Commedia la rappresenta in InfernoPurgatorioParadiso. Questo viaggio, tuttavia, è stato tradizionalmente simboleggiato in un passaggio attraverso le sette stazioni interiori raffiguranti i cieli, le residenze, le stazioni, le valli e i palazzi. Alcuni mistici lo immaginarono come un viaggio pericoloso attraverso i sette cieli, mentre altri, ad esempio il poeta Sufi Farid al-Din ‘Attar e il fondatore del Babismo, il Baha’ullah, raffigurarono il viaggio nella forma di sette valli. Nel nono secolo, il Sufi Ahmed ibn Abu al-Hassan al-Nuri (morto il 295/907), nella sua opera “Stazioni dei Cuori” (maqamat al-qulub), descrisse il viaggio nella forma di sette castelli (castelli di corindone, argento, ferro, ottone, ecc…). I praticanti di Yoga Kundalini lo considerano un viaggio attraverso le “stazioni della colonna vertebrale” che chiamano chakra o ruote (dal muladhara al sahasrara), mentre alcuni mistici Shivaiti Tamil come Cheraman Perumal Nayanar e Nampiyandar Nambi compararono il progresso dell’anima ai sette stadi attraversati da una ragazza durante la sua vita.  Nella tradizione Siddha Tamil, le stazioni sono a volte identificate con certe località importanti del Tamil Nadu (Thiruvarur, Kasi, Chidambaram, ecc…). Santa Teresa d’Avila nel sedicesimo secolo descrisse l’avanzamento dell’anima attraverso le “sette Dimore o stanze” nella sua opera “Il Castello interiore.” Gli Ebrei chiamarono i cieli nel loro linguaggio figurativo, palazzi o “heikhalot”. Seppur le espressioni simboliche differiscono, la descrizione di questi stadi mostra una somiglianza sorprendente (vedere la tavola sottostante).

Le sette fasi di ascesa spirituale Sufi, Cristiana e nella mistica Indù

Stadi

Stadi (Haalat) nel Sufismo

Castello Interiore di Santa Teresa d’Avila

Tappe Kundalini nello Yoga

Generale

Farid al-Din Attar

Tappe

Valli

Dimore

Chakra

1

Servizio (Ubudiyat)

Ricerca

Devozione

Muladhara (Coccige)

2

Amore (Ishq)

Amore

Purificazione

Svadhistana (Vertebra sacrale)

3

Rinuncia (Zuhd)

Conoscenza

Sincerità

Manipura (Ombelico)

4

Conoscenza (Ma’rifat)

Distacco

Trasformazione

Anahata (Cuore)

5

Estasi (Wajd)

Unità

Santità

Vishuddha (Torace)

6

Verità (Haqiqat)

Stupore

Santificazione

Ajna (Pituitaria)

7

Unione (Wasl)

Annientamento del sé

Unione Mistica

Sahasrara (Corona)

10. Interpretazione della Beatitudine Finale

La terza e ultima parte del misticismo, ma forse la più importante, è l’interpretazione della Beatitudine Finale. L’interpretazione delle ascensioni dei mistici è culturalmente condizionata dalla loro tradizione religiosa. Per un Advaitista, la Beatitudine Finale è l’identificazione dell’Atman (anima umana) col Brahman (la Realtà Universale); un Cristiano la chiamerebbe “visione dello Spirito per raggiungere il Regno di Dio”; per un Buddista è il raggiungimento del Bodhisatva o il raggiungimento dello stato di nirvana; per uno Yogi Shivaita si tratta di diventare uno con Shiva; il Musulmano Sufi indica questo stato finale col nome di fana’, l’estinzione in Dio (o l’Unità dell’Essere, il Wahdat al-Wujud); mentre un Cabalista Ebreo interpreta questa esperienza nel raggiungimento del trono di Dio.

È interessante confrontare la sommità o lo stadio più elevato del matrimonio spirituale nelle differenti tradizioni religiose. Nel Tirumantiram , Moolar paragona la tappa finale del sahasrara nel Kundalini Yoga al Monte Meru, la sacra e mitica montagna degli Indù, dei Buddisti e dei Giainisti, la quale è spesso identificata col monte Kailash appartenente all’Himalaya Tibetano (Tmt: 1984). Il più basso stadio del muladhara è paragonato alla Terra (Tmt: 1982, 1983). Nella mistica Ebraica e Islamica, il livello più alto è il Trono di Dio. Il Corano indica molti punti riguardanti la sperimentazione del Kundalini Yoga. Il Corano dichiara che Dio trasportò di notte il Profeta Muhammad (S) dalla Moschea Sacra alla Moschea Lontana (Corano, 17: 1). La Moschea Sacra della Mecca indica lo stadio più basso, mentre la Moschea Lontana di Gerusalemme la vetta più elevata. Inoltre, il Corano contiene il versetto che comprova questo evento di ascesa verticale (Mi’raj) attraverso i sette chakra. Il diagramma di uno Yogi in meditazione, indica chiaramente la sinistra, la destra e il canale posto al centro. È sul canale centrale, chiamato nello Yoga sushumna nadi o il Sirat al Mustaqim del Corano (1 : 6), che tutti i chakra (centri spirituali) sono situati. Il Profeta Muhammad (S) indicò di camminare sul sentiero centrale e di non sbandare, né a destra, né a sinistra, rimanendo in equilibrio.

Il Corano contiene, inoltre, il codice che simboleggia i sette chakra.

“E le fu ancora detto: Entra nel palazzo!

E quando essa lo vide lo credette una gran

distesa d’acqua, e si scoprì le gambe.

Ma Salomone le disse: È un palazzo pavimentato

di cristalli! Allora la Regina esclamò: Signore! Io ho fatto

torto a me stessa, ma ora, come Salomone, mi

dò ad Allah, il Signor del Creato!

(Corano, 27: 44)

Saba (Saba’) significa “sette.” La Regina di Saba è la Regina del sette. Questo codice simboleggia i sette chakra.

Nello Yoga, la Regina dei sette chakra è detta Madre Kundalini, essa è ciò che caratterizza Saba nel Corano.

(vedere articolo: http://www.tradizionesacra.it/Kundalini-suraformica.htm)

Un Sufi persegue abitualmente l’abnegazione e la contemplazione fino al fana’ , l’estinzione o l’assorbimento totale nella Divinità. Lo stadio del fana’, perciò, corrisponde allo stato di Mukti nel sistema Indiano. Che cos’è il fana’? Il fana’ è il passaggio finale che conduce alla sommità degli stadi. Il fana’ è uno stato o un potere “mentale” di “morte reale” o di “morte vivente” simile al concetto filosofico Indiano di “Jivan Mukti” (salvezza Ante-mortem), giacché la liberazione si realizza in un’esistenza incarnata essendo opposta al “Videha Mukti”(salvezza Post-mortem), dato che la liberazione è ottenuta dopo la dissoluzione del corpo.

L’interpretazione Sufi del fana’ come molti hanno già evidenziato fu spesso confusa col nirvana Buddista. Il Nirvana è descritto come uno stato in cui l’ego scompare estinguendo l’anima umana e la coscienza. Il suo significato è “soffiare o spegnere una fiamma” o “soffiare o estinguere i desideri.” Il fana’ è con Dio ed è perciò teistico. Se il fana’ è lo stato finale di estinzione che conduce alla vetta del totale assorbimento nella Divinità, si può equipararlo al Samadhi. Per Majid Fakhry questa nozione di autoannientamento o di estinzione è il riflesso dell’influenza nichilista Induista prima che il Sufismo diventasse panteistico o un “misticismo unitario.”

Come si coniuga l’esperienza mistica col Divino? I mistici la descrivono con allegorie. Santa Teresa d’Avila paragona il matrimonio spirituale all’acqua che cade dal cielo in un fiume o ad un piccolo ruscello che si versa in mare, là le acque si uniscono e non si separano più. Thirumular lo confronta alla mistura di acqua e sale, mentre al-Hallaj al vino che si mescola nell’acqua pura.

Versi Siddha Versi Sufi

Come il sale in acqua, nel Signore mi mescolai,

Trascendendo Param e gli stati di Paraparam*, (2945)

Al pari dell’acqua che riforma le bolle,

Al pari della fiamma di canfora* che non lascia traccia,

Così è quando Jiva si unisce in Param. (Tmt: 2587)

Il tuo spirito sta mescolandosi con il mio spirito

Come il vino sta mescolandosi con l’acqua pura

E quando qualcosa ti tocca, mi tocca

Adesso Tu sei me in ogni cosa (al-Hallaj)

* Swami Ramalinga (1823-1874), un leader religioso Shivaita Tamil e fondatore di una religione sincretista nota come il “Samarasa Suddha Sanmarga”, e Sri Aurobindo (1872-1950), composero insieme uno studio comparato intitolato “Arut perum jothi and deathless body”, nel quale spiegarono il significato di Param Paraparam.Para Param” significa il cielo più lontano al di là di Param,  la supermente terziaria. Quindi, vuol dire apprendere supermente. “Para Param” si distingue da “Paraparam” (cioè, para apara il confine del cielo tra il superiore e l’inferiore).

* Gli Indù venerano la fiamma sacra bruciando canfora. La canfora è usata nelle celebrazioni notturne di Maha Shivaratri di Shiva, il dio Indù della distruzione e della rigenerazione.

Sebbene l’esperienza spirituale di tutti i mistici appare identica, l’interpretazione ed il risultato finale della stessa è condizionato stabilmente dalla tradizione culturale in cui hanno vissuto. Il misticismo è parte integrante dell’Induismo e di tutti i testi Indù, specialmente della shruti, che contiene elementi mistici notevoli. Nell’Islam, invece, nonostante le avversità dei teologi ortodossi, molti Musulmani Sufi non hanno esitato a interpretare la loro esperienza religiosa come unione col Divino.

La storia registra che molti mistici, nel loro stato di unità assoluta con l’Assoluto, hanno usato spesso un linguaggio paradossale ed eterodosso per esprimere la loro esperienza mistica. Quando il soggetto diventa uno con l’Oggetto, qualunque espressione del Soggetto può essere considerata proveniente dall’Oggetto. Forse il più audace di tutti i Sufi, al-Hallaj, osò dichiarare che la sua percezione diretta di Dio costituiva la prova più chiara di rivelazione e ragione (nell’analisi dell’Ayatollah Amoli rivelazione e ragione sono complementari). Egli proclamò “Io sono la Verità” (Ana al-Haqq), che nella terminologia Sufi è considerata una dichiarazione di grande umiltà perché afferma la verità. Al-Hallaj evitò effettivamente di dire “Io sono Dio”, che equivale a dire “Io sono Quello” (Io sono Brahman) nel misticismo monistico dell’Advaita di Sankara sottolineato nelle Upanishad. Thirumular dichiarò che avendo realizzato la Conoscenza che conosce tutto, puoi benissimo dichiarare “Io sono Dio”: (Tmt: 2596). Il Chandogya Upanishad 6.8.7 dichiara: “Quello sei tu”, il cui significato non è unione con Brahman, ma solamente che uno si identifica con Quello.  Il mistico Indù non fu mai riluttante ad istituire un’identità completa tra l’ispirazione e Dio stesso. Nei testi dello Shiva Siddhanta, la Beatitudine Finale è interpretata come Unione con Shiva. Il messaggio più ripetuto nel Tirumantiram è Mukti , cioè l’Unione dell’uomo con Shiva.

Il vero obiettivo è di fondersi in uno con Shiva (Tmt: 1546);
Chi ha gustato la Beatitudine di Shiva, sarà uno con Shiva (Tmt: 1644);
Lui/lei diventa uno con Shiva quando Jiva raggiunge l’Autoconoscenza (Tmt: 2331, 2380);
In verità Mukti deve essere uno con Shiva (Tmt: 2475).

Il Tirumantiram utilizza differenti termini per indicare l’unione: “Unione” (2710, 862), “Realizzare l’Unione” (1062), “Fondere” (2943), “Fondersi nella Verità” (1037) e “Processo di cambiamento verso l’alto” (630). Cercando interiormente attraverso la contemplazione e le pratiche Yogiche, gli autorealizzati diventano effettivamente Shiva, afferma il seguente versetto audace del Tirumantiram :

Quando puoi dire: “Io sono la conoscenza che sa tutto”,

Allora puoi ben dire, “Io sono Dio che sa tutto” (Tmt: 2596)

Il versetto successivo significa che “Jiva diventa Shiva” e non si tratta “dell’individuo” come generalmente si presume.

E alla fine raggiunge Jnana

In Sivoham “Io” e “Tu” si ha l’unione

Jiva è diventato lui stesso Shiva. (Tmt: 1469)

* Sivoham: significa “Io sono Quello; Io sono Shiva”. È l’unità fondamentale di Dio e dell’anima.

Kabir, Suhrawardi e molti altri importanti Sufi dissero: “Dio è dappertutto e in ogni cosa”. Questa dottrina del wahdat al-wujud che era alternativa all’interpretazione prevalente dell’ittihad o dell’Unione ricevette la netta opposizione dei teologi ortodossi Musulmani. Questa forma di misticismo panteistico era anche più Indiana nei caratteri e nelle espressioni. Un proverbio Tamil dice: “Dio è nel pilastro e nella scheggia”. Le dottrine Sufi sono indubbiamente panteistiche: l’unione dell’uomo con Dio, l’emanazione di ogni cosa proveniente da Dio e il coinvolgimento finale di qualsiasi cosa nell’Essenza Divina. Ecco perché il misticismo è definito anche come l’esperienza del Tutto nell’Uno e dell’Uno nel Tutto. Un poeta Sufi esprime questa idea panteistica in questo meraviglioso distico:

Il tuo viso è visibile attraverso questo mondo che Ti domanda: sei nascosto?

Se Tu sei nascosto, come venisti al mondo?

La maggioranza dei Musulmani Ismailiti è panteista, o per essere più precisi, panenteista.

11. Una breve descrizione dei Pir Sufi nel sacro panorama Shivaita Tamil

I Pir Musulmani Tamil sono delle figure suggestive nell’immaginario Shivaita Tamil. Tra le molte leggende e le varie biografie, un comune riferimento alla tradizione Shivaita è la comparsa in molti testi tazkira (poesia che permette ai Pir di presentarsi in una posizione di dominio sulle figure del pantheon Indù) Tamil del sacro toro Nandi, mezzo di trasporto e assistente del dio Shiva.

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Questo figura molto amata del pantheon Induista sopporta molte vicissitudini in queste opere. Un Pir, Shah Bheka di Trichy, dopo aver animato la statua di toro in pietra di un tempio vicino, costrinse il governatore (nayaka) locale Indù, la regina-reggente (r?ni in Urdu e Hindi) Magnammal (1689-1704), di assegnarla alla suakhanaqah. Dato che la r?ni non acconsentì inizialmente alla rivendicazione del Santo, il Pir fece galoppare a testa in giù lo sfortunato Nandi per la città, finché la regina cedette alle sue richieste. Nelle tazkira di Nagore, Nandi subisce un affronto maggiore: i discepoli di Shahul Hamid macellano e mangiano il toro divino, e il Santo mostra i suoi poteri miracolosi facendo ritornare in vita le parti digerite.

In questo incidente, il Pir usa il suo potere di intercessione per conto della divinità Indù identificandosi nientedimeno con Nandi e opponendosi ai suoi seguaci.

Questa leggenda non si liquida rigettandola tra le aberrazioni sincretistiche di un Santo eccentrico Tamil. Ci sono numerose varianti della storia, l’uccisione e la rianimazione di Nandi appare più volte nelle biografie dei Sufi dell’India Meridionale. Inoltre, questo tema non è facilmente scartabile, giacché non appare solo nei testi Tamil della regione o nei culti dei Santi di Nagore e dei Pir di Trichy (Tiruchirappalli o Tiruchi); non si tratta di una “Tamilizzazione” operata dal Musulmano Andavar (letteralmente “il Signore”) della regione. Al contrario, la storia di Nandi si distingue nelle opere Sufi in lingua Urdu e Persiana della regione, nonché nei culti tradizionali in cui si ritiene che ci siano pochi “prestiti” dalla più ampia cultura panteistica della regione.

C’è un esempio particolarmente affascinante (di questo) nella collezione dei manoscritti Mackenzie 1803 – un resoconto originariamente composto in Persiano – che racconta la storia di un feroce serpente maneggiato da Pir Baba Fakiruddin. Secondo questo testo, Baba Fakiruddin e i suoi discepoli si stabilirono a Penukonda quando la città era governata dal sovrano Indù “Seringarayar”. Il re ed i suoi cortigiani non li ricevettero rifiutandogli il cibo e violando l’obbligo della pia munificenza, uno dei pilastri principali della regalità Indiana. Quando la divinità di uno dei templi Indù della città ne venne a conoscenza, regalò a Baba Fakiruddin un suo toro sacro affinché i discepoli del Santo lo macellassero e lo mangiassero. La storia si conclude come in tutte le tazkira di Nagore: il Santo batte il suo bastone sul terreno; i pezzi disgiunti e digeriti di Nandi vengono miracolosamente riuniti, e il toro torna di nuovo vivo.

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La storia è gestita in modo molto diverso nel secondo dei due testi di Penukonda: queste varianti della leggenda mostrano come la stessa storia possa per i diversi cronisti Musulmani avere un contenuto simbolico distinto. La collera di Baba Fakiruddin è molto più terribile nel resoconto 1804: 14.000 templi Indù sono sbriciolati quando il Santo batte il suo bastone a terra e recita l’adhan (la chiamata dei Musulmani alla preghiera), mentre un angelo proclama che Nandi deve essere macellato e gettato come carogna in pasto ai cani e agli aquiloni. Si tratta di un atto particolarmente selvaggio, non solo a causa della distruzione dei templi, ma anche per il riferimento agli animali che si cibano di rifiuti e di carogne: i Musulmani considerano i cani immondi e contaminanti.

In questa versione della storia, c’è un senso molto più netto di confronto tra il potere sacro Indù e Musulmano tipico della letteratura Sufi dell’India Meridionale. Ma anche in questa descrizione Nandi è alla fine rianimato: nonostante il loro tono duro, invocando l’immagine di Nandi questi biografi associano ancora il Santo ad una popolare divinità Indù Tamil.

Inoltre, Nandi è particolarmente adatto per essere inserito nelle biografie Sufi, perché i suoi fedeli Indù lo percepiscono come l’incarnazione della potenza maschile in stato inattivo. Il toro di Shiva è una figura che stimola sessualmente la forza virile, ma il suo potere procreativo è stato incanalato e racchiuso esentandoli dalle impurità e dalla lussuria. Il Sufi, inoltre, è una figura sposata che ha un ruolo di contenimento delle energie maschili esplosive. Idealmente, il Sufi è una figura che ha divorziato dalla carne e dal mondo. I biografi dei Pir dell’India meridionale regolarmente li definiscono dei rinunciatari: “Sayyid Ahmad fu noto come Ya Pir. Rinunciò al mondo e divenne il khalifa di Shah Azmatullah Qadiri. Fu un uomo pio.”

Il tema del sacrificio di Nandi deriva probabilmente dal sacrificio eroico (in realtà un atto di autosacrificio) del guerriero-asura (demone) che è macellato dalla dea e trasformato poi in un principe devoto e in un suddito all’interno del suo reame. Secondo il Professor Jan Heesterman, a mo’ di Shiva, questo guerriero costringe la dea a sacrificarlo. Nelle tazkira Musulmane, il Pir agisce da solo; egli è l’essere trascendente che uccide e rigenera la vittima, giacché non ha bisogno di un partner soprannaturale per fondare il suo regno divino. È chiaro che il potere del Sufi dipende da questa rinuncia al mondo e ai suoi piaceri. Il carattere ascetico e rinunciatario del Pir Musulmano lo avvicina alla figura del Signor Shiva nella sua incarnazione, al pari degli asceti della foresta e ai paria.

12. Conclusione

È sorprendente che i teologi Musulmani non classificarono i compositori della “poesia e della letteratura Sufica Tamil” come Sufi, ma come “Siddhan”. Sebbene, abbiano usato parole Urdu e Arabe come Pir, mastan (divinamente intossicato), kamil; e parole Tamil come Gnani, yogin, siddhan, arivali: essi evitarono la parola Sufi.

I Siddha e i Sufi furono mai insieme? Dai poemi Siddha emerge il soggiorno di Ramadeva e di Bogar in terra Islamica. Ramadeva si recò alla Mecca convertendosi, e ritornò in India col nome di Yaqub. Lì, incontrò molti Sufi. Bogar visitò Gerusalemme e la Mecca incontrando il Profeta Muhammad (S). I documenti storici registrano un movimento di persone provenienti dal Medio Oriente per l’India e viceversa; quindi, se Yaqub può essere considerato un “Musulmano Siddha”, Ramadeva è un “Indù-Sufi.”. L’autenticità di questi documenti e di altri riferimenti è stata verificata con facilità da ricercatori Musulmani e Indù.

Ci furono molti dialoghi Siddha-Sufi, riunioni e incontri. Durante il periodo Abbasside molti studiosi Indiani e Pandit tradussero le loro opere in Arabo; mentre i Sufi residenti nel Tamizhagam (area comprendente Kerala e Tamil Nadu) incontrarono i Siddha in molte occasioni, particolarmente durante i secoli 18mo, 19mo e 20mo. I Siddha e i Sufi erano a stretto contatto e interagirono insieme più volte nel Tamizhagam; ciò si evince dai punti seguenti:

1.      I poemi mistici del Santo Musulmano Gunangudi Mastan (1792-1838) contengono molti metodi e spiegazioni di Yoga, Pranayama, Mantra, Yantra, Tantra, nonché effusioni estatiche di Jnana e Bakthi Yoga. Gli Indù lo accettarono come Guru seguendo i suoi metodi ampiamente. I suoi scritti somigliano alla filosofia del Santo Indù Thayumanavar (1706–1744), mentre il suo stile scritturale si accomuna alla tradizione dei diciotto maestri Siddha.

2. L’incontro tra Pir Mohammed Appa e Muthuswamy Thampiran.

3. Il filosofo Advaita Tamil Sadasiva Brimendrar (17mo – 18mo secolo) ebbe due discepoli Musulmani. Quando morirono, due tombe furono erette  e sono ancora note col nome di “Irattai Mastan” (i due Mastan o i due intossicati divinamente) di Tanjore.

4. Al tempo di Sadasiva Brimendrar, un Musulmano si tagliò la mano, ma procedette come se nulla fosse accaduto. Il Musulmano mostrò la sua mano e la rimise a posto in un colpo. Rendendosi conto del potere spirituale del Santo, si scusò, però il venerabile andò via come se nulla fosse successo.

5. Le storie di Sadasiva Brimendrar e Gunangudi Mastan si somigliano molto. Dato che entrambi vissero nello stesso periodo, è probabile che incontrarono altri mistici del loro tempo.

6. Kumara Gurubarar (1686-1779), Tayumanavar (1608-1662/1705-1742), Shiva Prakasar (1680-1746) hanno confutato chiaramente il Cristianesimo. Pure Gunangudi Mastan attaccò vigorosamente il Cristianesimo. Pertanto, sotto questo aspetto, ognuno di questi maestri conosceva l’altro, parteciparono a dibattiti comuni e lavorarono insieme essendo contemporanei.

7. L’opera Tamil “Kaivalya Navanitham” (16-17 secolo) ha avuto un grande impatto su tutti i Santi e i filosofi del periodo materialista. Ha confutato filosoficamente tutti gli altri dogmi religiosi, logicamente e metafisicamente. Siccome i sapienti Musulmani hanno esaminato “l’Advaita Islamico” di Nasrin Mohammadi per contrastare “l’Advaita” della religione Induista, sicuramente gli studiosi Musulmani e Indù coinvolti si incontrarono. Mohammed Abdur Rahman nel suo libro intitolato “L’Advaita Mozhi Musulmano” (Il linguaggio dell’Advaita Musulmano) ha trattato di tali eventualità.

8. Tayumanavar, il filosofo e Santo Tamil che articolò la filosofia dello Shiva Siddhanta e Gunangudi Mastan, il Siddha Musulmano e figlio dello Sheikh Miran, soggiornarono entrambi in Tiruchy, Cadhuragiri, Purumalai, Nagamalai (sobborgo di Madurai), Yanaimalai, ecc… Tayumanavar e Gunangudi Mastan incontrarono i Siddha di quest’area.

9. Melappalayam Shaikbu Ali Shahmadar Alim ha letto le opere come il Kaivalya Navanitham, il Vicara Sagaram, il Gnana Vasittam, l’Ozhivilozhukkam, il Vedapuranam, il Pirappa Padalgal, il Gunangudi Mastan Padalgal e il Manimuttumalai in gioventù; queste conoscenze gli permisero di incontrare i Siddha, altrimenti non avrebbe avuto argomenti di conversazione.

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10. Alcuni rapporti affermano che un Musulmano anche dopo la morte del Santo Ramalinga Adigal continuava ad ottenere tecniche di Rasavada (scienza alchemica) dal defunto. È affermato, altresì, che Ramalinga fu il terzo discepolo di un Sufi di origine Araba, Thanikai Manippiran.

11. I mistici Musulmani Tamil hanno composto le loro poesie collegando il Sufismo alla dottrina Siddhanta. Takkalai Gnani Pirappa e Gunangudi Mastan hanno utilizzato le idee e le espressioni mistiche di Pattinattar e di Tayumanavar, creando un ponte tra i due misticismi, il Siddha e l’Islamico.

12. Molte relazioni dichiarano che Karaikkal Mastan Sahib Valiyullah incontrò vari Siddha. Sebbene tali riferimenti siano stati distorti, dimostrano chiaramente che gli incontri tra i Siddha e i Sufi ebbero luogo.

13. I Sufi ebbero amici Indù, discepoli e seguaci. Ricercarono i Siddha e ottennero anche il “diksha”, l’iniziazione.

14. I poeti mistici Musulmani conobbero molto bene i “Sattukkavi”, i poemi introduttivi alla natura degli Indù.

In conclusione, la ricerca Divina compiuta dai Siddha Tamil e dai Sufi è comparabile e valutabile in una prospettiva storica. Gli uomini sembrano divisi da molti fattori come religione, lingua, cultura e posizione sociale, ma in realtà sono uniti da quei fattori che sono gli istinti fondamentali dell’umanità. I Siddha Tamil e i Sufi sono uniti, sicuramente, nella ricerca Divina attraverso l’unità nella diversità avvicinando la diversità all’unità. Mahmud Shabistari, nel Golshan-e râz (Il roseto del mistero) verseggia: “Vedi Uno. Dì Uno, Conosci l’Uno.” Il Corano proclama: “Dì: Egli Allah è Unico” (112: 1), mentre i Siddha professano: “Onre Kulam, Oruvane Deivam = Solamente un’umanità ed un solo Dio.”

NOTE

1. Tirumurai, significa Sacro Percorso o Sacra Supplica. È un compendio di canzoni e di inni in lode a Shiva. È il canone dello Shiva Siddhanta, che consiste in 12 libri e con oltre 18,000 versi. Il Tirumantiram occupa il decimo posto.

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  • Shri Guru Granth Sahib, Vol. 4 of 4: Formatted For Educational Interest, by Unknown Petrovna Author (Paperback – May 7, 2008)

http://www.tradizionesacra.it/shivaismotamil_misticismoislamico.html

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08 Ago 2010

LA LETTERA ARABA QAF, IL SESSO MAGICO E IL CHANDRA NAMASKAR

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(IL SALUTO ALLA LUNA)

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L’Egittologo Inglese E. A. Wallis Budge scrisse: “I primi Egizi pensarono che l’Egitto fosse il mondo circondato da una catena montuosa elevata, simile al Gebel Kaf (la montagna in mezzo al deserto) degli Arabi, e forata in due punti, uno a est e l’altro a ovest. Di sera, il Sole passò attraverso il buco occidentale, e itinerante, non sotto la terra, ma nello stesso posto e fuori dalla catena montuosa, andò al buco orientale delle montagne, attraverso cui entrò per iniziare il nuovo giorno sulla terra”.

Così Budge vorrebbe farci credere che una cultura avanzata e scientifica scoprì il Pi greco, elaborò in modo complesso la precessione degli equinozi, comprese i solstizi, studiò le stelle lontane come Sirio e inviò dei missionari su tutto il pianeta. “ L’Egitto si ritenne il mondo” e reputò che il Sole “passasse attraverso” le cavità montane ogni giorno.

È sorprendente che “uno studioso” come Budge non intravide subito in tali analogie delle metafore. Tali descrizioni non contraddistinguono il “pensiero Egizio”. Si potrebbe dire che gli Americani considerino il mondo piatto solo perché alcune delle loro mappe sono pianeggianti per mostrare entrambi gli emisferi?

L’immagine del mondo circondata da una catena montuosa divenne la Montagna di Qaf fra gli Arabi.

La Qaf è la lettera “Q” nell’Alfabeto Arabo.

Non osservano il sama’ [la fascia di asteroidi] 1 sopra di loro
come lo abbiamo modellato e decorato senza

fenditura alcuna?
E la Terra che abbiamo spianata e v’abbiamo lanciato rawaasiy (montagne)
e fatto crescere ogni magnifica e
deliziosa coppia.
Una visione illuminata (tabsiratan) e un Mantra (Dhikra) per ogni schiavo rotante (muniyyb).

(Corano, 50: 6-8)

Qaf è una delle lettere mistiche del Corano. La traduzione di sama’ in “fascia di asteroidi” è un adattamento moderno dell’antica definizione Sumera di “braccialetto martellato” che una volta formò una parte del pianeta gigante Tiamet.

La Terra e il sama’ (la fascia di asteroidi) erano una volta un pianeta (Tiamet). Il Corano afferma che la fascia di asteroidi (erroneamente tradotta “cielo”) e la Terra furono un tempo uniti ed in seguito si separarono. Una testimonianza Sumera fornisce una descrizione dettagliata del processo.

La parola Araba rawaasiy che indica le montagne significa letteralmente “teste”.

La Qaf (equivalente dell’Ebraica Koph) significa “dietro la testa o nuca”, mentre rawaasiy (montagne) significa “teste”. Qaf è anche il nome della sacra catena montuosa. Quivi risiede la relazione tra il retro della testa e le montagne.

(sulla nuca vedi anche: http://en.wikipedia.org/wiki/Qoph)

Per decifrare quest’informazione codificata dobbiamo recarci in Cina. Il Profeta Muhammad (S) ha detto: “Utlub al-‘Ilm wa law fi Sin” ovvero “andate alla ricerca della conoscenza quand’anche fosse in Cina”.

Gli antichi maestri Taoisti hanno chiamato la regione nella parte posteriore della corona, vicino alla ghiandola pineale, la montagna Kun Lun. Questa montagna produce la visione interiore, le ghiandole del cervello e altri importanti processi energetici spirituali.

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Sotto la montagna Kun Lun c’è il Cuscino di Giada o il Piccolo Punto Cerebrale che controlla il respiro.

La montagna Kun Lun di Qaf produce la facoltà di vedere, l’illuminazione, la chiaroveggenza o la visione interiore (tabsirat, Corano, 50, versetto otto)  “per ogni schiavo rotante” (muniyyb).

Uno “schiavo” è il codice per l’iniziato spirituale. Un tempo, un aspirante diventava l’apprendista di un maestro che “serviva” per il tempo necessario. Questo “servizio” era, in realtà, il solo mezzo attraverso il quale l’istruzione avveniva. Di solito, lo studente era più un ostacolo al lavoro del maestro che una vera risorsa, almeno nei primi anni di tirocinio. Così, la parola ‘abd (schiavo) è stata utilizzata per simboleggiare un apprendista-iniziato che studiava e otteneva la trasformazione caratteriale necessaria per diventare un giorno un maestro (“guru” in Sanscrito).

Quando la Bibbia afferma che lo schiavo deve obbedire al suo padrone [“Servi, ubbidite ai vostri signori” (Efesini 6: 5 ); oppure “I servi siano sottomessi ai propri padroni, cercando di compiacerli in ogni cosa, di non contraddirli” (Tito, 2: 9), ecc..], si riferisce sia al disobbediente sia al gentile; non si tratta delle creature vili che furono schiave dei padroni, oppure non si rapporta agli assassini e agli oppressori dei neri, oppure ai bianchi e agli indiani Americani. Quelle creature demoniache non hanno nessuna autorizzazione divina che le esenti dalla legge karmica. Esse sfruttarono questi passi scritturali per applicare la loro condotta criminale, quando, in realtà, non li riguardavano affatto, né contemplavano la loro “istituzione particolare”.

La funzione e la posizione complessiva del guru è stata enormemente abusata dagli uomini di tutti i sistemi spirituali. I “guru” Indiani dello Yoga che si recano in America e nel resto dell’Occidente non valgono un centesimo, e non meritano nemmeno un attimo del vostro tempo prezioso. La maggior parte tra loro, non conosce nemmeno le profondità dello Yoga, giacché lo hanno estorto e distorto dalle popolazioni Dravidiche Indiane.

La stupidità della New Age che presenta ragazze channeling (letteralmente “canalizzazione”) pervase da una gran varietà di fantasmi, alieni e arcangeli, necessita una valutazione. Quale utilità e saggezza avanzata abbiamo ottenuto da tutti i channeler che ci hanno scioccato dai tempi di Jane Roberts, una “personalità” definitasi Seth (l’entità invisibile)? Poche sono, probabilmente, le persone in comunicazione con uno spirito disincarnato. Se qualcuno ha la necessità di conoscere un esorcista competente dovrebbe contattare un prete Africano della sacerdotessa-Yoruba, un religioso Vudù o dell’antica saggezza Camitica.

Si noti che la “vibrazione” di un qualsiasi essere acorporeo non è in armonia con quella di un veicolo fisico. Perciò, “invocare” in modo prolungato o ripetuto tali esseri non è una cosa saggia o buona. Guardate come l’entità Seth uccise Jane Roberts! Nessuno vuole ammetterlo, ma manifestandosi costantemente Seth nella persona di Jane finì per indebolirla, logorò il suo organismo finché annientò la povera donna. Quest’evento sopraggiunse grazie alle sciocchezze ingannevoli di Seth che al suo interno le sussurrava: “i tuoi convincimenti agiscono sulla tua salute.” Non erano i convincimenti di Jane circa la sua salute ad ucciderla, fu la stupidità dello stesso Seth.

Non intendo spaventarvi, ma siete molto probabilmente, a tempo pieno o parziale, vittime di possessione. Lo stile della vita moderna è possessivo per sua stessa natura. Mi dispiace, ma questa è la verità poiché ho sperimentato e resisitito a degli spettri che interferivano con la gente. L’evidenza di tali interferenze è schiacciante.

Vedete, ci sono certe regole del gioco. Alla gente, oggigiorno, non piace più pensare alle leggi, alle norme e a tutto il resto. Vogliamo uno stile di vita spirituale libero. Siamo diventati un gruppo di temerari spirituali alla Evil Knieval. Tuttavia, le regole sono regole.

I balli di gruppo richiamano gli spiriti. Quando si va in un club o in una discoteca e ballate da soli in uno stato di trance eseguendo la cerimonia della libagione con l’alcool, inviate un messaggio ad uno spirito invitandolo ad abitare in voi. Lo so che sembra bizzarro. Non dico di non ballare. Penso che all’inferno il ballo sia obbligatorio! Sto solo dicendo… ( ho sempre voluto scrivere questo). Sto solo dicendo che i balli di gruppo sono stati creati e progettati per la possessione spirituale. Osservate gli Africani, gli Indiani, ecc… che crearono queste danze. Non lo fecero per “divertimento” o per “socializzare”. Realizzarono un rito spirituale avanzato. Oggi, quando una vittima inconsapevole si scuote sulla pista da ballo sperando di attrarre qualcuno, non ha idea di quanti sconosciuti attira. Poveri cuccioli. Si lascia la discoteca portandosi via più carte di credito. Di solito, si porta via qualche demone cattivo. Accidenti, sto probabilmente tuonando come il pastore protestante Jerry Falwell, questo non è il mio tipo di approccio.

Droga, alcool, peyote, funghi, sono tutte sostanze psichedeliche che abbassano le nostre difese per permettere l’ingresso degli spiriti. Non furono concepiti per piacere, per una qualsiasi stupida ragione o per conseguire “un innalzamento dell’umore”. Oh, i miei belli, ma sciocchi amici. State cincischiando con alcune sostanze così potenti che solo i gran sacerdoti dovrebbero utilizzare. Eppure, volente o nolente, vi imbattete in una cattiva strada e non avete idea delle conseguenze.

Sesso deviante, giochi sessuali, bondage o costrizioni e schiavitù sessuale, legamenti, fellatio o sesso orale su di lui; cunnilingus o stimolazione della vulva, in particolar modo la clitoride baciandola o leccandola; spanking o sculacciamento del partner per provocare l’eccitazione sessuale di entrambi o di uno dei due: lo scopo di questi giochi sessuali è di invocare direttamente gli spiriti. Lo dico per davvero. È necessario essere un maestro spirituale per flirtare (disponendo della miglior energia sessuale) con quel tipo di pratiche potenti ed elevate.

Oggi li chiamiamo semplicemente “preliminari” erotici. Affrontiamo una cosa alla volta. Il bondage. Per qualche motivo, le cose che facciamo su questo piano diventano reali su altri piani. Uno scopo della schiavitù consisteva di trattenere uno spirito, di legarlo, affinché eseguisse dei comandi.

Quando una persona, in genere una donna, è legata, lo spirito agisce in schiavitù. Esso diventa, quindi, molto sottomesso ed eseguirà di solito i comandi assegnati.

Prima lo spirito è legato e “catturato” portando la donna al punto ribollente dell’eccitazione sessuale. Quel calore sessuale attira l’entità. Quando le caviglie e i polsi della donna sono legati, il fantasma pensa che è stato catturato. Dopo qualche postura, lo spettro è solitamente sottomesso e diventa molto passivo.

Il sesso con la donna in posizione legata offriva al fantasma il potere di compiere l’ordine assegnatogli “ricompensandolo” per aver adempiuto con successo alla sua missione.

Per la cronaca, non raccomando la promiscuità con gli spiriti in questo modo. Sono troppo complicati.

Per di più, un esperto deve ripulire la donna assicurandola che il suo spirito non si legherà alla forza e ai comandi destinati al fantasma.

Una volta che una donna “risulta” simile al fantasma, gli altri spettri la vedono una facile preda da usare opportunamente. Mantenere fuori da una donna i fantasmi, può diventare un lavoro a tempo pieno.

A proposito, molti poliziotti hanno solide relazioni sessuali con i demoni. Molte poliziotte si cullano con loro. Immagino la violenza, la paura e la negatività sostanziale che attira i fantasmi verso le donne poliziotto.

Le poliziotte possono essere pulite, ma occore un lavoro 10 volte superiore.

Capitemi, non esprimo nessun giudizio morale su qualsiasi cosa possa a chiunque dare un orgasmo. Rapporti con lo stesso sesso, sesso di gruppo, sesso con un lacché… La mia mente ha ottenuto più di qualunque altro mostri segni di grandezza. Al tempo stesso, so quali sono le conseguenze e il peso da sopportare per una semplice scopata. Ci sono spettri e fardelli coinvolti nelle cause per cui l’orgasmo e la sua sensazione è così incredibilmente potente. Ci sono centri e punti psicologici, fisiologici, energetici e spirituali che esplodono durante la “sessualità” deviante.

La coltivazione corretta e scientifica di una simile e incredibile energia, nonché la sua utilizzazione, riguarda il Tantra. Sono molto contento di vedere che il Tantra diviene sempre più popolare in Occidente, anche se molta gente lo pratica in maniera grottesca. Siate cauti. Alla fine, questo comporterà il fardello che ci attende. Per eccellere veramente nel Tantra, bisogna liberarsi dai traumi sessuali, dai blocchi e dai pregiudizi psicologici. In caso contrario, l’intensificazione dei rituali della forza vitale (forza sessuale Kundalini) vi rovinerà peggio di prima.

Supponiamo che una donna sia stata vittima di abusi sessuali quando era ragazza. Una conseguenza abbastanza comune di questo dramma è che la donna inizia ad avere “un’identità sessuale segreta”. Si forma un’immagine “propria”, poi, si crea l’ossessione ninfomane che perdura. La cosa triste è che di solito o “non sperimenta” un orgasmo, o con difficoltà impiega del tempo per raggiungerne uno, o ha bisogno di tutti i tipi di abusi verbali o fisici per averne uno. E questo la lascia in uno stato d’auto-odio così profondo che il suicidio è di rado fuori dal regno della possibilità.

Non dirigerei subito una simile donna verso la pratica del Tantra. In un certo senso, tutto è Tantra, però, io sto parlando direttamente degli aspetti sessuali della pratica spirituale. La forza Kundalini e il calore possono, a quel livello, solo intensificare la sua programmazione esistente (“le sensazioni”/”i desideri”) trascinandola più profondamente nella fase ninfomane d’aborrimento di sé. E poi più robaccia balzerebbe fuori. Così, vestita con un costume in pelle e tacchi a spillo, munita di cinghie, punteruoli e quant’altro, frusta e staffila un malcapitato perché, in fondo, cerca di trovare la forza interiore che le fu strappata un tempo lontano quando era ancora una ragazza.

Prima di introdurre o di raccomandare il Tantra ad una donna, la incoraggerei a lavorare per la creazione della sua vera identità, a scoprire i traumi del passato cancellandoli dalla memoria.2

Per dirla in poche parole, i fantasmi sono convocati da “sesso, droga e rock and roll” tanto che la persona media diventa un fantasma più di quanto essi stessi immaginano.

Per la maggior parte, questi fantasmi non vanno via finché non sono cacciati. E quante persone sanno scacciare le entità negative? Le persone portano i fantasmi al loro interno da quando erano bambini. Questo stato allunga la vita degli spettri per ciascun anno della loro.

Queste entità negative si entusiasmano dall’energia, così premono i pulsanti per eccitare le vostre emozioni e i vostri appetiti affinché alimentiate la loro insaziabile libidine. Talvolta non siete realmente voi a compiere quell’atto orrendo. Certe volte, è l’entità al vostro interno che eccita l’azione ed è per tale ragione, che in seguito, vi sentite così terribili, vuoti e nulli. Ecco perché non siete soddisfatti, giacché il demone al vostro interno si è appagato temporaneamente.

I diavoli logorano la vostra salute. Nelle donne occidentali molte affezioni agli organi riproduttivi, i tumori al seno, ecc… sono in relazione ai demoni sessuali (incubi), i quali si sono inseriti nella loro vita senza che lo sappiano.

Quando si hanno dei rapporti sessuali con qualcuno, il loro fardello spirituale può esservi facilmente trasferito. Può trattarsi di un HIV spirituale. Giacché i fantasmi non governano la nostra dimensione spazio temporale, queste entità spettrali compongono tutta una rete sessuale di fili attraverso cui saltano da persona a persona. Si può fare il seguente esempio. Joe fantastica sulla sua ex-moglie e così un collegamento energetico si stabilisce tra lui e lei. Quando Joe fa sesso con la sua nuova moglie, qualunque cosa capitò alla prima moglie è in grado di attraversare la nuova consorte. Tommy è l’attuale fidanzato della prima moglie, e tutti i suoi demoni sono ceduti più facilmente a Joe, che poi li porge alla sua nuova moglie, la quale li trasferisce ai tizi sul lavoro che hanno un’attrazione sessuale per lei. Alla fine della settimana i fantasmi hanno un’orgia spettrale in corso.

Il rituale minore del bando del pentagramma (RMBP) è un lieve aiuto contro la possessione. La mia esperienza indica che, se avete già qualcosa dentro di voi, avete bisogno di più nettare e protezione, e non del RMBP. Necessitate che qualcuno entri e stermini quegli infestanti.

Ritornando al passaggio Coranico, lo “schiavo rotante” si riferisce alla circolazione dell’energia chi in canali come l’Orbita Microcosmica; sebbene non sia l’unico percorso che il chi attraversa. Ce ne sono molti. I canali delle nadi detti idapingala, vanno dal naso al cervello e poi si incrociano lungo la colonna vertebrale in modo circolare o ondulato (in maniera simile al serpente). Questo movimento del chi corrisponde nel rituale Islamico della salaat allo spostamento circolare della testa dell’orante prima a destra e poi a sinistra mentre recita: “As-salam ‘alaikum wa rahmatullah”. 3

Il solito Imam della moschea vi dirà che state salutando il vostro angelo a sinistra e a destra. Si tratta del simpatico insegnamento della scuola Domenicale per le persone situate ad un livello prescolastico di conoscenza spirituale. Ma oggi, il mondo Islamico ha bisogno molto di più per sopravvivere alla scossa spaventosa che Wolfowitz e i militari hanno in serbo per esso.

Giacché ho accennato agli Imam, mi chiedo. Come si può giustificare e non permettere alle donne di essere degli Imam? Il senso vero della parola Imam deriva da Umm che in Arabo significa madre. Tempo addietro, i maestri spirituali, gli Imam, furono donne e uomini defraudati delle loro funzioni, mentre oggi per confermarsi alla volontà Divina si estromettono le donne.

Dhikra, nel versetto 8, si riferisce al processo ripetitivo di un lavoro di potere (Heka o Mantra) sul cervello rettiliano presso il midollo spinale nel retro della testa. Si tratta della parte di potere del cervello che può produrre miracoli (“saggezza”). Gesù disse: “Siate saggi come serpenti.” (Matteo, 10 : 16)

La visione si compie nel cervello tramite i nervi ottici che trasportano le immagini all’occipite (retro della testa o Qaf). È implicito che questo processo fisiologico era noto all’autore del Corano nella parola tabsirat (visione) del versetto otto.

Il Sole e la Luna sono chiamati i “due occhi” di Dio nelle Scritture del Pert em Hru. La Luna simboleggia la vista spirituale. Così, la carta della Luna dei Tarocchi simboleggia la “seconda vista” o visione spirituale.

Qaf è anche un’unità sonora di potere (Mantra). La padronanza del canto Qaam permette di vedere la parte del Registro Akashico (“Umm al-Kitaab”) che si occupa delle vite passate.

“O forse che quando sarem morti e sarem polvere secca… No, ch’è un impossibil ritorno! Ma noi ben sappiamo qual parte di loro consumerà la terra: presso di noi c’è un Registro Conservato che tutto ricorda”. (Corano, 50: 3-4)

Cantando Qaam 4 si stimolerà anche la montagna Kun Lun e il Cuscino di Giada (retro della testa) per stimolare la visione spirituale o psichica.

Le due aperture nella “catena montuosa” di Qaf si riferiscono ai punti interni ed esterni di quel centro quando il chi (forza solare o “Sole”) circola nell’Orbita Microcosmica.

La carta della Luna nei Tarocchi corrisponde alla lettera Araba Qaf. Questa carta mostra i 15 Yod (lettere Ebraiche) provenienti dalla Luna, la quale emette anche 32 raggi.

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I 32 raggi simboleggiano i 32 gradi Massonici, i 32 percorsi dell’Albero della Vita (comprese le 10 sfere) e le 32 parti Arabe in astrologia.

Dato che il Cuscino di Giada controlla la respirazione, i 15 Yod rappresentano i 15 respiri che gli esseri umani respirano in media al minuto (tra 12 e 20 è normale per adulti e ragazzi). La carta della Luna mostra il collegamento tra la respirazione e la parte posteriore della testa. Quando il Cuscino di Giada è aperto, il modello respiratorio cambia.

Ci sono due cani (Anubis e Apuat) su entrambi i lati di un divisorio che simboleggiano i due emisferi cerebrali. I due cani simbolizzano anche i centri del linguaggio, Broca e Wernicke.

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La carta della Luna è attribuita al segno dei Pesci; così, la grande sfida per i Pesci è interiore in contrasto con quella esteriore, e l’emisfero cerebrale sinistro è in contrasto col destro.

Uno scorpione (il segno dello Scorpione fa parte del trigono d’acqua) è visto strisciare fuori dall’acqua del subconscio. Questo dimostra che la potenza e la capacità di trasformazione è nel subconscio.

Tutte le cose funzionano in coppia. Il cervello grande è considerato Yang ed è il luogo d’immagazzinamento dell’energia sessuale e della forza terrestre. Il piccolo cervello, tra cui il cervelletto e il midollo allungato è Yin, e immagazzina l’energia sessuale raffinata e la forza della terra.

La lettera Araba Qaf è rappresentata dalla serie posturale della Luna nello Yoga (Chandra Namaskar).

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Nota 1: La parola Araba “sama’” significa letteralmente “braccialetto martellato”. Le sue radici risalgono alla cosmologia Sumera quando la cintura d’asteroidi fu formata da Nibiru (dio Marduk) in collisione con Tiamat che frantumandosi formò l’attuale fascia asteroidale e la Terra. Nella maggior parte delle traduzioni in Inglese, il “sama’” è tradotto “paradiso” (il suo plurale, samawaat, è tradotto “Cieli”) o “cielo”. Alcuni perfino lo traducono “nuvola” nei versi che dichiarano: “Ha fatto scendere acqua dal sama’” (Corano, 13 :17). La scienza moderna ha confermato che la cintura asteroidale è piena d’acqua, così la sua espulsione dalla fascia degli asteroidi è abbastanza corretta. Molta confusione deriva da cattive traduzioni di gente ben intenzionata. Il Corano è un libro molto specifico e scientifico che fa avanzare la nostra conoscenza tecnica quando capiamo il suo vero senso. Per esempio, il Corano parla dei “sette sama’” (Corano, 2 :29), cioè, le sette cinture d’asteroidi. Recentemente, gli astronomi hanno scoperto una cintura di asteroidi oltre Nettuno. Abbiamo così proprio due sama’ (braccialetti martellati) proprio all’interno del nostro sistema Solare. O in questo sistema Solare o altrove, ce ne sono probabilmente altri cinque, poiché il Libro Sacro dell’Islam ne cita sette. Oggi, potremmo risolvere alcuni problemi spaziali profondi. Se ci sono cinture d’asteroidi acquose “là fuori”, allora i futuri viaggiatori spaziali potranno convertire il liquido o il ghiaccio in acqua potabile. I metalli possono anche essere ottenuti. 

Nota 2: La meditazione con l’Heka (Mantra o Dhikr) Aum Vam Dhum aiuta la persona a scoprire i condizionamenti che la frenano.

Nota 3: Traduzione: La pace sia su di voi con la misericordia di Allah.

Nota 4: Qaam in Arabo significa alzarsi, risorgere. I Cristiani Arabi lo utillizzano nelle loro omelie. Al-Masih Qaam! (Cristo è risorto!)

Bibliografia

1. Amir Fatir, The letter Qaf.

2. M.P.E.R.O.R., Tribute to the Black Woman.

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08 Lug 2010

I SUFI YOGICI BHAKTI E I PRONOMI DIVINI

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I SUFI YOGICI BHAKTI E I PRONOMI DIVINI

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Ci sono tre livelli in cui l’iniziato sperimenta Dio.

Al primo livello di risveglio, Dio è vissuto corrispondente al pronome “Lui”. L’iniziato si giustappone a quest’essere augusto come uno schiavo (in realtà un iniziato o un apprendista), un servo, un amato o un amico.

I Sufi Yogici Bhakti e altri devoti (come le gopi, le mungitrici o le mandriane che furono amanti di Krishna), sono l’esempio degli amanti di  “Lui”. Le monache e alcuni monaci rientrano anche in questa categoria.

Un po’ più in alto dell’amante affezionato vi è chi diventa amico di Dio. Abramo fu chiamato Khalilu-Allah, cioè, l’amico di Dio.

Ad un livello successivo e superiore d’esperienza, l’iniziato sperimenta sé stesso come un co-creatore di Dio e si riferisce all’Altissimo usando il pronome “Noi”. Costui riconosce che la sua relazione in e con Dio è inseparabile dall’Onnipotente come la goccia d’acqua è un composto inseparabile e sostentativo dell’oceano.

Nelle Sacre scritture è detto:

“Abbiamo infatti creato l’uomo, e sappiamo quanto la sua anima sussurra dentro di lui, e siamo più vicini a lui che la vena giugulare.” (Corano, 50: 16)

“Dio non è lontano da ciascuno di noi, perché in Lui viviamo, ci muoviamo e siamo”. (Bibbia, Atti 17, 27-28)

“Brahman risplende, vasto, auto-luminoso, inconcepibile, il più sottile sottile. Egli è ben oltre ciò che è lontano, eppure qui molto a portata di mano. In verità, Egli è visto qui, dimora nella grotta del cuore degli esseri coscienti.” (Mundaka Upanishad 3.1.7)

Quando l’iniziato al livello del “Noi” ascolta “Facciamo l’uomo” (Genesi: 1: 26) o “Invero creammo l’uomo” (Corano, 95: 4), ricorda che ha il dovere di proseguire e di promuovere la creazione in atto dell’uomo profetico e divino, giacché la creazione è un processo continuo.

Ad un certo punto, l’iniziato è assorbito pienamente. Non resta nessuna traccia della sua identificazione mortale. Non c’è luogo in cui finisce e comincia Dio.

Per questo dell’Uno è detto: “Io e il Padre siamo uno” (Giovanni, 10: 30). L’espressione Persiana “hama man am” significa letteralmente “Tutto io sono; ogni cosa è me.” Il significato esoterico è che Dio è tutto, e tutto è Dio. (1)

A quel punto, non ha volontà. La volontà di Dio è la sua volontà. Avendo consegnato interamente la sua volontà personale alla volontà divina, solo adesso è davvero un Musulmano, è Colui che cede la sua volontà alla volontà di Dio raggiungendo così una pace interiore incrollabile.

Per questo l’Unico Dio cessa di essere vissuto come “Lui” o “Noi”, perché non c’è un “altro”, c’è solo Dio. Per questo, Dio diventa “Io.”

Quando alcuni Sufi si identificavano con Coloro Che Erano Veramente (Dio), la genta immatura che si considerava Musulmana, ma non lo era nemmeno per sogno, uccise quei Sufi accusandoli di blasfemia.

I grandi Sufi che sapevano di non essere mai realmente uccisi, permisero alla gente impreparata di straziare i loro corpi. Questo scempio liberò i Sufi dalla prigione dei loro corpi.

Nota 1: Non significa che Cristo pretenda la natura divina per la propria persona. Quando il derviscio proferisce “hama man am” significa che tutto è Lui e Lui è tutto. Zulfikar Ardistani (noto come Sheikh Mohsin Fani) nel Dabistan i-mazahib riferendosi alle opere di Shankaracharya (ottavo Secolo) paragona i Vedantici ai Musulmani Sufi. Per il Vedantico, c’è solo una realtà eterna, e le anime umane si trovano in relazione ad essa come le onde lo sono in rapporto all’oceano, o la scintilla al fuoco. La conoscenza (gyan) di questa realtà conduce alla liberazione, lo stato in cui il jivatma (l’anima) diventa il parmatma (Dio). Così, Kabir sintetizzò la dottrina dello Yoga, il Sufismo e il pensiero Vaishnava Bhakti.

Bibliografia

Amir Fatir, Divine Pronouns

Hazrat Inayat Khan, Vol. 6, The Alchemy of Happiness, The Struggle of Life

Chahryar Adle, Irfan Habib, and Karl M. Baipakov, History of Civilizations of Central Asia: Development in Contrast : from the Sixteeth to the Mid-Nineteenth Century, UNESCO (March 2004)

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06 Giu 2010

I BANDHA DELL’ISLAM E LA COSCIENZA EGUALITARIA

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C’è un solo essere e tutto ciò che sembra esistere è illusione. Gli Yogi definiscono l’illusione “Maya”. Nel Corano è detta “bâtil”.

Lubeid, il famoso poeta Arabo pre-Islamico che si convertì all’Islam affermò: “Qualsiasi cosa tranne Dio è illusoria (bâtil)”.

La funzione di Maya fa apparire l’unità simile alla molteplicità.

Le religioni che si dichiarano monoteistiche non lo sono realmente. Esse sono dualistiche perché postulano l’esistenza di Dio e di qualcos’altro che non è Dio, vale a dire del diavolo.

Gli antichi maestri che sono denigratoriamente chiamati “pagani”, “politeisti”, o “panteisti”, sapevano che nulla esiste veramente eccetto l’essere originale e se qualcosa sembra esistere, non è altro che Dio abbigliato fino a sembrare un’entità differente.

I monoteisti veri, perciò, sono gli Egizi antichi, i Dravidi, gli Yogi, i Taoisti, i Tantristi, i Buddisti, gli Yoruba, i quali furono perseguitati dagli zelanti Monoteisti che sono in realtà dualisti.

Dietro ogni entità separata ed infinita dimora un unico essere, Colui che vede, rende testimonianza e sente tutte le cose. La parte di coltivazione spirituale coinvolge ignorando la “mente scimmia” (termine del buddismo cinese e dello zen che significa “mente sedimentata, irrequieta, capricciosa, estrosa, fantasiosa, incostante, confusa; indecisa; incontrollabile) dell’emisfero sinistro del cervello per attestare il testimone.

Per questo motivo, il Corano ha così molti versi che dichiarano: “Allah è il Veggente, Allah è il testimone, Allah è Colui che tutto ascolta, Allah è il Sapiente.”

Uno dei significati di Ausar è il Veggente. Gli Egizi antichi simboleggiarono che la funzione basilare dell’essere Veggente è un Occhio.

La parola Araba corrispondente a Veggente è Basir. A dire il vero, si tratta della combinazione di Ba e Sar, cioè Ausar (Osiride), una personificazione di Sar. Per maggiori dettagli, leggete il mio articolo “La lettera Araba Ba e la Dhanurasana.

Il Ba è il vero Sé, l’Atman della scienza Yogica. Questo Sé è l’unico essere esistente. In definitiva, non ci sono molti sé, c’è un Sé. Quell’unico Sé o Nafs al-Mutma’innah è il nocciolo d’ogni essere. Siamo tutti lo stesso Sé. Siamo, perciò, tutti uguali.

Quando ci rendiamo conto che esiste un solo Sé, qualsiasi atto contro un altro è in realtà una sorta d’auto-abuso.

Dato che esiste un solo Sé (Dio), in ultima analisi, non c’è nulla di migliore o di peggiore di qualcos’altro. Tutta la gente è quel Sé, e ogni azione è compiuta con l’energia di Dio (Sakinah o Shakti). Ogni avvenimento, perciò, è l’azione di Dio o la realizzazione delle sue faccende.

Mentre noi, al nostro livello più basso, vediamo il bene e il male, in fin dei conti solo il bene esiste, ed infine faremo tutti questo rinvenimento. Il Corano dichiara che Allah non teme ripercussioni: “li annientò il loro Signore per il loro peccato, senza temere [di ciò] alcuna conseguenza.” (Corano, 91: 14-15)

In altre parole, quando tutto questo Karma (Qadr) è elaborato, ogni cosa tornerà alla sua vera essenza, a Dio. Gli Indù metaforizzano questa nozione nell’inalazione di Brahman ritraendo l’universo richiamato in Sé. L’esalazione di Brahman nella scienza occidentale è definita l’espressione dell’universo.

L’iniziato coltiva un tipo di distacco e non si identifica con le vicissitudini della vita. Qualsiasi cosa succeda fa parte del gioco della Shakti e del dispiegarsi del Karma. L’iniziato (il viandante) fa soltanto il suo dovere, ma si rende conto di non essere l’Agente, ma il Sakinah (Colui a cui Dio ispira pace mentale e tranquillità). Questo concetto è chiamato dai Taoisti Wu Wei, il cui significato è senza azione o non azione.

“Per l’anima e la sua equanimità.” (Corano, 91: 7)

La parola Araba sawwaa significa uguaglianza, proporzione, completamento, equanimità, equilibrio. Così, il Corano in questo punto esprime la coscienza egualitaria.

Le pratiche Yogiche sono progettate per aiutare la realizzazione del nostro vero Io. Un gruppo di questi esercizi è chiamato bandha (i legami), cui appartiene il mulabandha. I bandha chiudono e dirigono il prana (l’energia) nelle ghiandole per raggiungere stati più elevati di coscienza.

“O voi che credete (avendo raggiunto l’Amen)! Preservate voi stessi (fissando la chiusura dei bandha…).” (Corano 66: 6)

Una sadhana (pratica) appropriata con mudra e bandha può aiutarci a raggiungere il Nirvana.

1.      Amir Fatir, Equality Consciousness

2.      The Egyptian Society for Spiritual and Cultural Research

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02 Mag 2010

IL SUFISMO – IL METODO CHE AIUTA L’UOMO A SEGUIRE LA NATURA

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Perch’è il Sufismo?

Ricordate la pantomima rappresentata dalla compagnia teatrale “Lizidei” (“I saltimbanchi”) nella metà degli anni Ottanta? Questa pantomima è stata rappresentata in televisione per cinque o sei anni. Inoltre, la parola “nie-z-zja” (storpiatura russa dell’espressione “non si può”) è saldamente entrata nel lessico durante il periodo della perestroika. “Mamma, posso andare a fare una passeggiata?” “Nie-z-zja!” La trama della pantomima descriveva un personaggio interessato ad una grande palla, mentre un secondo gli proibiva di prenderla dicendo “Nie-z-zja!” Il secondo clown non raccoglieva la palla, ma non intralciava nemmeno la curiosità del primo pagliaccio. Per certi versi, “riacciuffava” l’interesse per la palla e sgolandosi con voce rauca gridava “nie-z-zja”. Infine, questo primo pagliaccio con una mimica urlava “zjà! – zjà! – zjà!” (storpiatura russa di “si può”). Così, afferrava il pallone e scappava via.

Durante il secolo scorso nel territorio dell’ex Unione Sovietica, era difficile impegnarsi nelle pratiche non tradizionali d’auto-guarigione. Qualche Sufi che eseguiva le pratiche, era costretto ad avvolgere i suoi testi in un panno di lana e a nasconderli nei cimiteri perché questi libri erano letteralmente presi d’assalto, non tanto dal governo, ma dai governanti che capivano il loro valore scientifico; quindi, divennero dei pezzi d’antiquariato. Adesso, questi segreti sono diventati accessibili. Molti sono entrati nella Via. Prendete, se potete prendere.

Il Sufismo è un antico orientamento pratico che si basa su un amore attivo per Dio e per la gente: elabora dei metodi, degli esercizi che permettono alla persona d’essere consapevole della natura e dell’amore Divino, stabilisce delle relazioni armoniose col mondo, con la gente, con la natura e con sé stessi. È successo, perciò, che per qualche motivo, il Sufismo non ha occupato il suo legittimo posto nei vari corsi Universitari di storia e di psicologia della religione, nonché negli studi religiosi. I professori delle scuole superiori erano incapaci di “presentare” il Sufismo: è una religione? Una psicotecnica? Una comunità spirituale? Io non sono un accademico per fare delle classificazioni in questo libro. Piuttosto, il Sufismo è un metodo pratico che aiuta la persona a seguire la natura Divina per essere sano, sicuro e felice.

I Sufi hanno molti nomi. Furono chiamati eccelsi, selvaggi, folli, creature celesti, gente comune, cercatori, inebriati, talenti, dervisci, fachiri e saggi.

I Sufi sono gente pratica che studia e vive seguendo le leggi naturali, e trasmette queste conoscenze agli altri. Il Sufismo non è né una parola, né un concetto. È lo stato di una vita armoniosa. Talvolta, i Sufi sono definiti monaci sociali. Io credo che il vero monaco, non è il frate di clausura che esegue incondizionatamente dei rituali, ma è colui che dimora costantemente in uno stato d’unità con l’Altissimo.

L’insegnamento del Sufismo: le regole efficaci per la guarigione

I metodi descritti nel libro sono apparsi nel cuore della tradizione Sufi. Pertanto, il lettore deve conoscere alcune regole dell’insegnamento Sufico. È verosimile che in questo modo pervenga con più rapidità al risultato desiderato.

La maestria di ogni maestro Sufi è trasmessa alla gente da qualche suo allievo. L’allievo è scelto non tra i più ubbidienti, perseveranti e sani, ma tra coloro che hanno la migliore capacità di sviluppare la tradizione Sufica. Sulle relazioni tra insegnante e discepolo, la gente ha inventato una gran quantità di favole: alcuni affermano che bisogna cercare per tanto tempo un maestro, altri sostengono che un maestro Sufi “accetta” solo lo studente che abbia superato qualche prova; si resta seduti alcuni giorni davanti alla porta del maestro, si sale in alta montagna e si trascorre qualche tempo senza parlare con nessuno, e così via. Queste storie hanno poco in comune con la realtà dei fatti.

Chi studia la letteratura “della guarigione naturale” coll’intento di trovarvi qualche cura adatta al loro caso, è scettico verso questi insegnamenti. Si tratta di un approccio equilibrato che io rispetto. Il materiale da me proposto sottintende, però, qualcosa che deve essere applicato in modo incondizionato.

Un allievo zelante di un maestro Sufi, desiderava conseguire sempre qualche risultato prestigioso. Una volta entrando nella stanza del maestro per porgli l’ennesima domanda, ricevette da quest’ultimo la seguente richiesta: “Sii gentile, chiamami per favore Hassan!”

Questo discepolo si recò nel cortile dell’abitazione, ma non vide Hassan nonostante avesse una vista eccellente. Determinato a conseguire il suo obiettivo, controllò tutte le Chaikhanà (casa del tè) sulla strada chiedendo ai visitatori se avessero visto Hassan. Nessuno gli dette una risposta valida. Completamente disperato, verso sera, l’allievo compì l’ultimo tentativo gridando ad alta voce: “Hassan! Hassan! Hassan!” Qualche secondo dopo da un cortile vicino apparve Hassan, che fu condotto dal maestro, mentre l’allievo seduto sopra un banco adiacente rifletteva sul fatto che l’ostinazione conduce sempre alla meta.

I suoi pensieri furono interrotti quando l’insoddisfatto Hassan uscendo dalla stanza del maestro, si rivolse verso l’allievo: “Perché non mi hai chiamato subito, non appena il padrone te lo ordinò?” “Ti ho cercato ovunque, ma invano!” L’indignato Hassan esclamò: “Mio Dio, il maestro ha chiesto realmente di cercarmi?! No. Il maestro ti ha chiesto di chiamarmi una sola volta, non tre volte!”

Nel Sufismo, il concetto di “maestro” ha un significato molto importante. Bisogna ubbidire al maestro senza discutere, come si fa per l’Altissimo.

Nella pratica d’auto-riabilitazione e d’auto-perfezionamento, la guida è semplicemente necessaria. L’iniziativa personale è superflua, troppo spesso porta a risultati negativi. La gente è propensa a creare ulteriori rituali, convenzioni, perdendo il senso del suo operato. Per il Sufi, non conta la fede cristiana, musulmana, ebraica o buddista di una persona. È importante la bontà o la cattiveria dell’uomo; quindi, per non fare demagogia, tutto è relativo, vale il punto di vista della persona. Se una persona crea qualcosa di buono, compie in pratica delle azioni amorevoli verso un’altra persona, egli è un uomo buono e vivrà lungamente. Se consuma solamente dell’energia, il suo lavoro è formale, meccanico; in questo caso diventa una persona cattiva, malata, soffre e muore nella tristezza e nel dolore. Dio è giusto con tutti gli uomini in ogni caso. Se c’è un nemico esterno, la spada può proteggerci, ma che fare se il nemico è situato all’interno dell’uomo? Per questo combattimento è necessario un insegnante.

Il Sufi all’inizio studia sé stesso, e poi un’altra persona. Dapprima si recherà pregiudizio valutando le possibili conseguenze, poi nuocerà a qualcun altro.

Il mio maestro, Haji Ibrahim, ha sempre affermato che, prima di dare un compito, è necessario comprendere chiaramente a chi è rivolto. Ugualmente, uno studente ascoltando le istruzioni, le deve percepire per quello che sono, senza aggiungere ad esse né congetture, né pregiudizi.

Per quanto sia difficile il tema della conversazione, le parole devono essere semplici e chiare, ma nonostante la sua semplicità, ognuno le comprenderà e le accetterà in modo diverso secondo le sue possibilità e desideri. Le persone differiscono le une dalle altre in termini di conoscenze, esperienze, erudizione: esistono i “sempliciotti”, ma anche gli intellettuali. Ci sono pure gli scienziati, la cui esperienza e conoscenza li contraddistingue dalla folla, ma a prescindere dalla formazione e dall’esperienza, chi ha un forte desiderio e interesse a comprendere le parole a lui rivolte, le capirà veramente.

Una volta, con un amico andai dal mio maestro Haji Ibrahim a Kokand. La decisione fu presa all’improvviso, quindi nessuno conosceva il nostro viaggio. Di solito, avvertivo l’insegnante quando andavo a trovarlo, ma questa volta non accadde, giacché le circostanze erano mutate.

La strada era sconquassata, la giornata era calda, il cielo sereno. A metà strada, il radiatore si era surriscaldato. Per circa due ore aspettammo una vettura che ci trainasse alla più vicina stazione di servizio. Al nostro arrivo alla stazione, aspettammo che il padrone tornasse dalla pausa pranzo. Esasperati e silenziosi, proseguimmo ancora il nostro viaggio.

Al nostro arrivo a Kokand, la casa del maestro era vuota perché probabilmente era assente per affari. Ci sedemmo su una panchina vicina e attendemmo. Passò circa un’ora ed una persona sconosciuta si avvicinò domandandoci: “Siete di Jizzakh (detta anche Jizzax, Djizak; in Russo: ??????)?”

- Sì, siamo sorpresi di questa domanda. E come fai a saperlo?

- Questa mattina, Haji Ibrahim, mi ha annunciato che due persone sarebbero venute da Jizzakh e di farle aspettare un po’.

Il mio amico era molto sorpreso.

- Forse doveva arrivare oggi qualcuno per Haji Ibrahim da Jizzakh?

Ben presto arrivò Haji Ibrahim, e dopo i saluti, ridendo, mi chiese: “Avete fatto un buon viaggio? La macchina era a posto?”

Quel giorno, la comunità Sufi eseguiva uno zikr aperto (per maggiori dettagli si veda il capitolo sullo zikr). I Sufi di livello superiore e medio hanno due circoli distinti. Non è né consentito, né comunemente accettato entrare nel cerchio Sufi di livello differente. E a nessuno sorge anche un simile desiderio. Se hai appena preso ieri la patente, puoi subito partecipare alle autocorse? Il livello di un Sufi dipende dai compiti originali che gli sono stati assegnati dal maestro, i quali permettono di ottenere l’esperienza necessaria. Al momento di più non posso dire.

Al mio amico fu permesso di trovarsi nel cerchio del sesto livello, sebbene non frequentasse nessun circolo Sufi, ma fosse semplicemente interessato ai metodi Sufi di guarigione.

Durante lo zikr, non eseguiva le azioni, ma osservava le attività altrui.

Haji Ibrahim gli fece notare: “Non è permesso fare così, è male”.

Poi, mi sono ricordato le sue parole: “Quando si è tra persone intelligenti, bisogna tenere la bocca chiusa, mentre tra gente saggia e illuminata è necessario mantenere per le redini l’anima.”

L’insegnamento Sufi è diverso dai metodi Universitari, in cui lo studente memorizza il maggior numero d’informazioni impartite dal professore. Nel Sufismo è fondamentalmente impossibile arrivare da un maestro e partir subito con un bagaglio di conoscenze di stampo Universitario. Inoltre, l’utilizzo di metodi tradizionali d’apprendimento per lo studio del Sufismo è dannoso.

Questa storia afferma che se anche un individuo ha un obiettivo, una volontà e qualche possibilità di superare gli ostacoli, deve possedere qualcosa che gli permetta di ricevere una formazione vera. Più esattamente, è un qualcosa che deve mancare. Si tratta del Nafs.

La traduzione di Nafs è ego, l’Io animale. Questa sostanza si trova nel nostro sangue, il Nafs non può essere visto direttamente. In quel giorno, Haji Ibrahim raccontò un metodo d’autosservazione esterno (per maggiori dettagli vedere il capitolo sulle traiettorie energetiche). Grazie a questo metodo è possibile osservare esternamente il Nafs che riduce le manifestazioni negative.

Così, la prima pratica adempie in maniera assoluta alle istruzioni del maestro, mentre la seconda osserva i cambiamenti in modo distaccato e senza emozioni durante l’esecuzione degli esercizi. Nello stesso tempo, è necessario abbandonarsi al flusso della forza e della saggezza.

Per quanto riguarda la capacità insolita di prevedere gli eventi, per il Sufi si tratta di una situazione normale. Ecco perché sono andato dal Maestro, senza avvertirlo in anticipo perché sapevo che era informato. Citerò a titolo d’esempio una storia di cui sono stato testimone.

Una volta andammo col mio maestro lungo la Strada Tamerlano (le Porte di Timur) che porta a Jizzakh. Il lettore probabilmente conosce Timur, il gran governatore orientale. Guidavo la macchina. Improvvisamente, fummo sorpassati da una “Ziguli” che viaggiava ad una velocità superiore al limite consentito. Pochi secondi dopo, Haji Ibrahim, disse a sé stesso: “È terribile …”. Poco tempo dopo, ripeté le stesse parole.

Giunti alle porte di Tamerlano (si tratta di uno dei più bei monumenti d’architettura montana, il cui nome è dato alla strada), il maestro domandò di arrestare l’automobile. Usciti dall’abitacolo, Haji Ibrahim si avvicinò alle porte esaminandole per parecchio tempo e leggendo le iscrizioni conservate. Effettivamente, era una bellissima vista. Per inciso, una parte di queste porte, vale a dire un piccolo uscio, si trova nel museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

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Non ostacolavo il maestro e guardavo da una certa distanza la grotta di Timur. Circa mezz’ora dopo, riprendemmo il nostro viaggio. Non chiesi nulla al maestro, perché non è comunemente accettato in Oriente.

Strada facendo vedemmo la “Ziguli” rovesciata in fiamme, il cui fuoco era alimentato dal vento, mentre altre automobili attorno bruciavano ancora circondate da diverse auto della polizia e da ambulanze. Oltre al conducente della vettura che ci aveva sorpassato, sei persone erano morte.

Quella notte non riuscivo a dormire.

Molto spesso ho sentito alcune fiabe dedicate ai Sufi. I cantastorie raccontano rituali e ostacoli, che a loro avviso, bisogna superare per diventare Sufi. Deluderò qualcuno, ma tutto ciò non corrisponde alla realtà. In molti casi, essere un Sufi è un’indicazione, ma se lo dico così, non dirò nulla.

Se una persona, anche molto stimata, si dichiara un Sufi, Dio lo giudicherà. In alcuni ospedali ci sono persone che si reputano Napoleone, profeti, alieni. Essere un Sufi, non è una scelta personale. Diciamo così. Una persona può essere definita Sufi, solamente se è accettata da un circolo Sufi e da un maestro Sufi. Naturalmente, ci sono dei criteri più importanti, ma non voglio confondere il lettore, descrivendo a parole ciò che in linea di principio può percepire solo l’esperienza.

Le stazioni del percorso Sufi

Le nostre malattie sono collegate al nostro sviluppo spirituale.

Una persona nel suo sviluppo spirituale passa attraverso una serie di tappe, stazioni. Queste tappe sono chiamate nel Sufismo Maqam, cioè stazioni. I Sufi della linea Naqshabandiyya evidenziano quattro stazioni: il Nafs (l’egoismo, gli istinti animali), il Qalb (il cuore, l’emotività), il Ruh (lo spirito) e il Qurb (la prossimità all’Altissimo). Talvolta, si aggiunge anche il Sirr, la stazione dei segreti divini. In genere, i Sufi della linea Naqshabandiyya non inseriscono la stazione Sirr nella descrizione delle tappe. I segreti divini si rivelano alla stazione dello spirito (Ruh). Ugualmente ad altre correnti del Tasawwuf (il Sufismo era chiamato così fino al XIX secolo, seppur continua ad esserlo denominato in questo modo in molti paesi orientali) la stazione Sirr è inclusa, ed io vorrei dire qualcosa su questa tappa. La parola “Sirr” significa “segreto”, il quale è nello stesso tempo gradito e molto pericoloso. È impossibile conoscerlo ed esprimerlo a parole, ma è possibile fondersi e unirsi ad esso interamente. Vi è, tuttavia, il pericolo di bruciare nel fuoco misterioso. La persona che ha raggiunto la stazione Sirr non aspira a niente: né alla gloria, né al successo. L’uomo che si trova al livello del Sirr è intriso di tristezza, poiché è al confine tra il mondo materiale e i mondi divini. Si tratta del rimpianto inevitabile del viaggiatore, la cui casa desiderata è a mezza giornata di viaggio, ma sos